martedì 30 ottobre 2018

Intervista a Benedetta Cibrario su "Il rumore del mondo", l'emancipazione femminile e la scrittura

Incontrare Benedetta Cibrario a dieci anni di distanza dal Premio Campiello (vinto nel 2008, con Rossovermiglio, ndr) per saperne di più sul suo nuovo romanzo, Il rumore del mondo (Mondadori), è un'esperienza emozionante.
Abbiamo potuto scoprire qualcosa in più su Anne, la protagonista del romanzo, e sul processo di scrittura che ha impegnato l'autrice per quasi quattro anni.

Quella di Anne è una storia di emancipazione femminile. In questo senso, nel raccontarla ha buttato un occhio anche sul presente?
A me interessava molto partire da una domanda: cosa succede quando pensi che la tua vita sia sulla rampa di lancio, perché tutto va meravigliosamente bene, ma poi arriva una battuta d'arresto?
Volevo che Anne fosse giovane, ma che avesse un'educazione particolare, con un'infanzia piena di affetto e di accessibilità alla cultura perchè se dai a qualcuno gli strumenti per cavarsela, poi in qualche modo verranno utili.
Anne è bella, ricca e trova l'amore, e quando la sua situazione cambia trova in sè la forza di non tornare indietro, di non tornare a casa come forse sarebbe più semplice per lei.
Nelle donne in generale, del resto, il senso del dovere è molto forte: davanti alle difficoltà, o alle malattie, gli uomini si spaventano di più. L'emancipazione di Anne coincide con una serie di difficoltà che lei affronta, che alla fine le donano una nuova bellezza interiore, fatta di forza e coraggio. Ma Il rumore del mondo racconta tante donne, e tutte le donne del romanzo vivono una storia di emancipazione.

Di solito il periodo del Risorgimento nei romanzi storici viene affrontato dal punto di vista politico. Come mai qui invece l'accento è puntato sullo sviluppo economico? È stata una scelta voluta o dettata dagli sviluppi della storia di Anne?
È stata una scelta. Quando ho iniziato a leggere e a studiare un po' di libri sul Risorgimento, uno dei primi libri letti è stata la raccolta dei diari di viaggio di Cavour. A 23 anni, Cavour ha fatto un viaggio in Inghilterra, notando che, in un paese con un'economia che funziona e soldi che girano, lo stato sociale funziona di più, ma che non basta per raggiungere il benessere economico.
Volevo che Anne venisse da un mondo economicamente forte come l'Inghilterra per arrivare in un paese più debole come il Piemonte, dove prima di arrivare alle riforme politiche ci sono stati vent'anni di lente riforme economiche e commerciali, che hanno preparato e mostrato la necessità di riformare anche la politica. Oggi per noi è ovvio considerare politica ed economia strettamente legate: ci era meno chiaro quando studiavamo a scuola il Risorgimento.
I temi importanti oggi lo erano anche allora: la ricerca di fonti di energia alternative, ad esempio. Cavour si rendeva già conto del fatto che un problema del Piemonte era la mancanza di materie prime, ma vedeva il futuro nell'industria manufatturiera, come dovrebbe essere anche oggi.
C'è anche il tema attualissimo delle vaccinazioni, di cui si discuteva al principio dell'Ottocento.

Conosci bene i luoghi in cui è ambientato il romanzo?
Sì, mi è venuto naturale scrivere di luoghi che conosco, come ho fatto anche negli altri miei romanzi. Non sono uno di quegli scrittori che hanno una meravigliosa immaginazione, come Salgari che descriveva la giungla senza averla mai vista. Io ho bisogno di sapere, di conoscere.
Vivendo in Inghilterra, e tornando spesso in Italia. Mi è venuto naturale appaiare i due paesi.

Ci sono molte contrapposizioni, nel tuo romanzo, a partire da quelle tra i luoghi: quella tra Londra, città viva, moderna, e Torino che appare un po' più indietro; quella tra la figura femminile e quella maschile.
Da cosa sei partita per raccontarle?
Mi è venuto spontaneo scrivendo. Uno scrittore mette i suoi personaggi in una situazione di conflitto, e se all'inizio le loro posizioni sono molto distanti, quello che interessa è vedere cosa succede.
Nel romanzo ci sono distanze culturali importanti tra la ragazza inglese, figlia di un mercante fatto da sè, e il marito, membro di una famiglia di antica nobiltà. Poi c'è la differenza tra il paese più democratico dell'epoca, l'Inghilterra, e il Piemonte, più chiuso. Infine, c'è la distanza tra le generazioni. Sperimentare come, anche quando c'è una grande differenza di età, come tra Anne il suocero o tra lei e il nonno inglese, in realtà non solo la gioventù abbia molto da imparare dagli anziani, ma anche il contrario. Mi sembrava interessante questo scambio.

Ora però la domanda è d'obbligo: qual è il rumore del mondo?
Il rumore prima di tutto di pensieri, speranze, delusioni: quello che accompagna tutti noi. Poi in questo caso c'è il rumore esterno, come quello delle industrie, o il ticchettio dei telai; i mormorii di chi cerca una nuova forma politica e rischia di essere messo in galera per questo.
Anche il rumore dell'energia del cambiamento, e dello sgretolamento di una società.
Nella contemporaneità di Anne, cominciano a sentirsi gli scricchiolii di una società che nel giro di qualche decennio si sgretolerà completamente.

Benedetta Cibrario

Al principio Anne viene spesso rimessa al suo posto: le viene ricordato che come figlia di un bottegaio non può pensare di compiere determinate azioni, per esempio. Eppure siamo in un momento in cui il mondo sta cambiando, e da borghese può conquistarsi una posizione al di là dei titoli. Oggi discutiamo invece di un'altra trasformazione sociale, su chi è italiano e chi non lo è, lo è in parte o non lo è ancora. Stiamo forse andando verso un nuovo Risorgimento?

Quella delle continue trasformazioni sociali non è una caratteristica solo del Risorgimento.
Pensate all'Impero Romano, in cui per diventare cittadini bastava aderire alle regole e persino molti imperatori non erano romani in senso stretto. Pensate agli Stati Uniti, costruiti da persone arrivate da decine di paesi diversi. Dall'Italia sono passati tutti: se andassimo a fare l'esame del DNA chissà cosa verrebbe fuori! La mescolanza per me è una forma di arricchimento. Suscita diffidenza nel diverso, ma studiando il passato, e comprendendo che le nuove immissioni sono state quasi sempre frutto di arricchimento culturale, arroccarsi su delle posizioni negative significa andare in controtendenza rispetto a quello che la storia ci insegna.

Quanto tempo ha impiegato per scrivere questo romanzo?
Circa quattro anni. Oltre ad ambientarlo nell'Ottocento, volevo anche usare il modo ottocentesco di raccontarsi, usando molto anche le lettere e i diari. Volevo calarmi e far calare il lettore per un po' di tempo nel mondo di quasi duecento anni fa, vincendo la scommessa di farglielo sentire come vivo.
Le lettere hanno la funzione di interrompere la narrativa in terza persona che è più articolata e densa, di riportare l'immediatezza della storia. I toni molto colloquiali e freschi che i personaggi hanno nelle lettere sono una caratteristica dell'Ottocento: l'ho scoperto leggendo diversi epistolari. La stessa cosa ho cercato di farla andando a vedere, per esempio, come si vestivano. Un inciso: non avrei potuto comunque scrivere questo romanzo in quattro anni, se non ci fosse l'enorme disponibilità di materiale in digitale. Americani e francesi hanno digitalizzato quasi tutto, e grazie a loro ho potuto documentarmi moltissimo. Andare per musei, soprattutto quelli di storia del costume, mi è servito: vedere quegli abiti pieni di costrizioni mi ha fatto pensare che per le donne anche far uscire la propria interiorità fosse faticoso. Un giorno mi sono perfino fatta acconciare i capelli per una festa come usavano allora, con un mare di forcine e altro: ho resistito mezz'ora. Nessuna di noi oggi riuscirebbe a vestirsi come allora: non potremmo nemmeno muoverci con il peso di quegli abiti addosso.
E come ci si sente quando si scrive la parola fine di un romanzo così impegnativo?
È una sensazione molto strana: da un lato sei felicissima di esserci riuscita, perché ogni libro che si inizia a scrivere è un'avventura, una navigazione con infiniti incidenti di percorso, compreso il rischio di un'interruzione dell'energia creativa (cosa che non puoi prevedere in partenza), dall'altro provi un enorme senso di vuoto. Sei stata chiusa nella tua immaginazione con questi personaggi per molto tempo - perché quando sei immerso in una storia ci pensi tutto il giorno, anche quando non stai scrivendo e tutto il resto lo fai a bassa tensione - e di colpo tutto questo sparisce, e il tuo libro va per il mondo, che poi è la ragione per cui ti sei messo a scriverlo.
Si scrive per comunicare qualcosa e per avere un rapporto coi lettori.
Quando mi è arrivato il libro stampato a casa ho fatto veramente fatica a capire che quell'oggetto con la copertina celeste racchiudeva le mie parole e i miei pensieri.
Devo abituarmi a questo libro stampato, tant'è vero che non lo prendo nemmeno in mano.
Il senso di vuoto è grande: meno male che c'è la fase di lancio e ci sono le presentazioni, perché subito dopo averlo finito non sapevo più cosa fare delle mie giornate.
Non ero nemmeno più abituata a uscire di casa!

E l'energia creativa, da dove ti viene?
Mi sono sempre raccontata storie, come credo facciano tanti bambini, quando giocano a "facciamo che io ero", ma sono andata avanti a farlo anche da adulta. Ho un'enorme passione per le storie: mi piace immaginarle guardando la gente intorno a me, su un treno o su un tram. Mi diverto a inventarle e a confezionarle, mi sento una cantastorie.
Einstein diceva che «la creatività è il momento in cui l'intelligenza si diverte», e mi piace pensare che siamo tutti creativi in qualche cosa. Io, ad esempio, quando smetto di scrivere devo cucinare, ma le donne hanno bisogno in modo particolare di impegnare il cervello in qualcosa.

Quanto t'influenza quello che leggi quando poi scrivi, e cosa leggi?
Quando scrivo leggere altri romanzi mi è praticamente impossibile, perché non sono più capace di affrontarli da lettrice: li leggo da scrittrice, e mi mancano il divertimento e l'abbandono alla lettura. Mi deprimo pensando che gli altri scrittori siano più bravi di me, oppure trovo pessimi romanzi che hanno avuto successo e mi chiedo come mai. Ovviamente non sono stata quattro anni senza leggere romanzi, però leggevo così tanto altro materiale ogni giorno che ho un po' lasciato da parte la narrativa. La mia lingua è abbastanza articolata, ogni volta che ho provato a semplificarla, ho scoperto di non esserne capace. Anche parlando uso tantissime subordinate: in casa impazziscono quando mi metto a raccontare qualcosa. Risento sicuramente dell'influenza delle mie letture, che sono soprattutto classici.


Il rumore del mondo di Benedetta Cibrario (Mondadori) è in libreria, al prezzo di copertina di 22€.

lunedì 29 ottobre 2018

Intervista a Bianca Pitzorno su "Il sogno della macchina da cucire", le donne e la scrittura

Bianca Pitzorno: come riassumere l'impatto che la voce di questa scrittrice ha avuto su lettori di ogni età dal 1973 a oggi in una frase? Impossibile.
In libreria con Il sogno della macchina da cucire (Bompiani), ci ha raccontato a Milano com'è nata la storia della sartina al centro del romanzo, e quella delle donne che le gravitano attorno.
E proprio da loro ha inizio la nostra conversazione.

Questo è un romanzo di donne, di ogni estrazione sociale e di ogni età, e anche il punto di vista è quello di una giovane donna.
Sì, e vi dirò di più: ogni storia che trovate nel romanzo è vera.
Sono donne vicine alla mia famiglia (per esempio, nel libro è racchiusa anche la storia della sorella della mia bisnonna), o donne la cui storia mi è stata raccontata, o che ho scoperto leggendo e facendo ricerca. Poi ovviamente ci ho aggiunto del mio.

Ed è vero anche il sogno della macchina da cucire, che dona il titolo al tuo libro.
Il sogno della macchina da cucire è quello dell'indipendenza economica: per una ragazza povera, senza un marito o una famiglia a occuparsi di lei, era fondamentale poter dimostrare di essere in grado di provvedere a se stessa, e possedere una macchina da cucire voleva dire poter esercitare una professione in autonomia.
Grazie alla macchina da cucire, molte ragazze si sono liberate: nonostante l'analfabetismo, sono riuscite a passare da semplici operaie a padrone di se stesse, artigiane a tutti gli effetti.

Avere una sarta al centro della storia offre un punto di vista peculiare: pur essendo estranea e alla famiglia, vede ogni cliente (ricca o povera, nobile  o borghese) nella massima vulnerabilità, priva di qualsiasi ornamento o di qualsiasi scudo. È uno dei motivi per cui ha scelto di raccontare queste storie dal suo punto di vista?
Questo libro mi si è srotolato tra le mani come un gomitolo: non avevo molte idee, prima di iniziare a scrivere. L'unica che sentivo "forte", era questa, che una sartina povera vivesse la sua intera esistenza come sotto la minaccia di un coltello puntato: una sola settimana senza lavoro poteva farla finire prigioniera in una casa di tolleranza.
Ho cercato di evocarla, di darle una voce, e questo è stato il seme da cui è nato il libro.
Mi ha anche imposto l'uso di una lingua semplice, chiara, per rispettare quello che poteva essere il modo di esprimersi e di pensare di una sartina.
Però quello che dici è vero, ed è qualcosa di cui mi sono resa conto scrivendo.
La sarta è quella che vede il sovrappeso che di solito nascondi, che scopre che sei invidiosa dell'amica o della sorella perchè più benestanti di te, che svela ogni tua insicurezza.
Questo è emerso di capitolo in capitolo.

In tutte le storie che vengono raccontate, di tutte le donne che la sartina incontra, è evidente come, anche quando si tratta di incontri fugaci, si possa vedere non solo il momento presente delle loro vite, ma anche il loro futuro. Poche azioni e poche parola sono sufficienti a delinearle alla perfezione, e quindi è inevitabile chiedersi come sia stato scelto il momento dell'incontro, e quanto lavoro di limatura e pulizia ci sia stato sul testo prima di arrivare alla forma finale.
La scelta del momento dipende essenzialmente dalle storie che ho deciso di raccontare, che vengono da racconti  che mi sono stati fatti nel tempo o da ritagli di giornale.
Quello che volevo raccontare era la scoperta, da parte della sartina, che in fondo lei è la più libera: le sue clienti sono più ricche, sì, ma i loro matrimoni e la loro estrazione sociale sono spesso una prigione. Persino la donna più libera di tutte, la giornalista americana, si trova legata dalla passione e dallo stereotipo del grande amore... e il suo finale non è felice, anzi.
Volevo fotografare il momento in cui l'invidia della sartina nei confronti di ognuna di queste donne scemasse, con l'affiorare della consapevolezza della sua maggiore libertà.
Per la scrittura, non ho scritto due volte.


L'indipendenza che la protagonista riesce a conquistare le fa affrontare in modo differente anche il rapporto con gli uomini. Non sogna il matrimonio a ogni costo, anzi.
È disincantata nei confronti degli uomini perchè ha fattoun errore iniziale, che ho potuto osservare nella realtà.
Con questo desiderio di emancipazione, di farsi anche, nel suo piccolo, una cultura, si è trovata a distaccarsi leggermente dalla sua classe sociale di appartenenza. Sa leggere e scrivere, apprezza l'opera. Sa che non potrà mai sposare un uomo di ceto superiore, e allo stesso tempo non si può accontentare di un garzone analfabeta.
In un certo senso, è fuori dal mercato del matrimonio.
E anche per gli uomini, il fatto che sia una donna con un minimo di cultura è pericoloso.

Raccontando una storia di inizio Novecento, si parla in realtà di un tema ancora fortemente attuale, quello dell'occupazione femminile, della parità di diritti sul lavoro. Offre numerosi spunti di riflessione sulla strada che abbiamo fatto, e su quella ancora da fare.
Posso chiederle una riflessione in questo senso, e magari un consiglio per le donne di oggi?
È molto difficile dare consigli alle donne di oggi, perchè la mia generazione è stata molto più fortunata della vostra.
Al termine degli studi trovavamo subito lavoro, e con un buono stipendio. Potevamo addirittura scartarli, i lavori. Desideri come vivere da sole, sposarci, viaggiare erano facilmente realizzabili.
Quando vedo donne competenti, piene di entusiasmo e che nonostante tutto non trovano nulla che vada oltre il tirocinio, mi sento privilegiata rispetto a loro, e purtroppo non ho consigli da dare loro.
È cambiato il mondo, sono cambiate le regole del gioco.

Non ha dato un nome al paese in cui si muovono le tue protagoniste, e se da un lato questo lo fa sembrare una scenografia teatrale, dall'altro arriva il senso di chiuso, di "nido".
Aveva in mente un luogo specifico durante la scrittura?
Non ho battezzato il luogo, ma avevo in mente la mia città, Sassari.
Nella mia città, forse più una volta rispetto ad oggi, ho avuto modo di assistere a tutte le dinamiche sociali che descrivo nel mio libro. Volevo creare un archetipo della città italiana di provincia.
Per lo stesso motivo non ho mai citato una data, anche se si riesce a capire a quale periodo mi riferisco perchè cito la nascita delle principesse, figlie della regina Elena, e un vestito realizzato in modo da assomigliare a un pezzo del corredino della principessina Mafalda.

Pensando alla scrittura, ci sono autori che sente come dei maestri, e che hanno il merito di averla ispirata? O la spinta a scrivere è venuta solo dall'interno?
Ho cominciato a scrivere nel 1970, quando leggevo da decenni, e sicuramente le mie letture mi hanno sempre influenzata.
Ci sono stati i grandi amori letterri, condivisi anche con gli amici: dal Signore degli Anelli ai lavori di Virginia Woolf, a Stephen King.
Inoltre, da bambina mi facevano spesso leggere le riduzioni, e non immaginate la mia sorpresa nello scoprire come fossero davvero quei romanzi che ero convinta di avere letto!
Ci sono i romanzi che ho riletto più volte, come La lettera scarlatta, e che ogni volta mi hanno fatto scoprire nuovi punti di vista.
Vi confesso di avere anche un mio personalissimo guilty pleasure: i thriller di Anne Perry.
Quindi la spinta a scrivere è arrivata già durante l'adolescenza? O è qualcosa che ha sentito più avanti?
Sono diventata una scrittrice per caso. Ero una grande lettrice, ma ero decisa di voler lavorare nel mondo del cinema. Un giorno, mentre uscivo dal bagno, il mio capo ufficio mi ha fermata e mi ha chiesto se me la sarei sentita di scrivere, in un mese, un romanzo per ragazzi di 120 pagine.
C'era un buco in una nuova collana, e così ecco che mi trovai ad accettare la sfida, e provare a scrivere. Scrissi Sette Robinson su un'isola matta e da qui, il resto della storia la conoscete.


Il sogno della macchina da cucire di Bianca Pitzorno (Bompiani) è in libreria, al prezzo di copertina di 16€.

martedì 23 ottobre 2018

"The Outsider" di Stephen King

Il Re è tornato, ed è tornato in grande stile.
The Outsider (Sperling & Kupfer) arriva in libreria a pochi mesi di distanza dal debutto americano, e non c'è stagione migliore dell'autunno per immergersi nella lettura del nuovo lavoro di Stephen King.

Quando Terry Maitland, il classico americano tutto d'un pezzo, coach di baseball apprezzato da ragazzini e genitori senza eccezioni, è improvvisamente accusato di aver ucciso brutalmente un bimbo di soli undici anni, a Flint City dilaga il panico: Terry viene arrestato,e  la comunità gli si rivolta contro con ferocia.
Persino il detective al quale è affidato il caso, Ralph Anderson, è sconvolto: Terry gli è sempre piaciuto, e non riesce proprio a immaginarlo nelle vesti dell'assassino, nonostante ogni prova sembri incriminarlo: testimoni oculari (dei quali vengono riportate le dichiarazioni in forma di deposizioni ufficiali), impronte digitali, gruppo sanguigno, persino il DNA.
Ma può il più insospettabile dei cittadini, il gentile professore di inglese, allenatore di baseball dei pulcini, marito e padre esemplare, rivelarsi un mostro?

Se è vero che The Outsider è, per una buona parte, un ibrido tra thriller e legal thriller che vede in azione Ralph Anderson come molti detective prima di lui , non sarebbe Stephen King senza un forte elemento soprannaturale.
Se da un lato la risoluzione del caso sembra una sfida all'umano raziocinio - Terry non ha semplicemente un alibi, è stato addirittura ripreso mentre assisteva a un talk di Harlan Coben alla stessa ora in cui sembra essere avvenuto l'omicidio - dall'altro ritroviamo il crescendo di paura, orrore ed angoscia tipico dei romanzi più famosi dell'autore, a cominciare dall'inquietante figura senza nome che dona il titolo all'opera.

Stephen King, da decenni, padroneggia le tre S (sintassi, struttura, suspence) e regala ai lettori brividi di tensione. Che scavi nel profondo della psiche e delle paure più recondite, o che costruisca un thriller dalle tinte oscure, poco cambia: una prosa magistrale è alla base di tutto, e un cescendo di tensione e angoscia accompagna il lettore una pagina dopo l'altra.
Questo vale anche per The Outsider, che vede anche il ritorno sulla scena di Holly Gibney (indimenticabile per chi avesse letto la trilogia di Bill Hodges), impegnata al fianco dell'avvocato Howie Gold nella difesa di Terry Maitland.
Del resto, la caccia a personaggi già incontrati e riferimenti a opere precedenti è parte integrante dell'esperienza kinghiana.

530 pagine di tensione e paura (e non solo dovuta a quanto di spaventoso forgiato dalla mente dello scrittore: anche la società dipinta dallo scrittore, con Donald Trump non troppo sullo sfondo e il pregiudizio in primo piano, risulta più che inquietante), che nonostante una prosa elaborata si leggono tutte d'un fiato, col fiato sospeso e, probabilmente, qualche luce in più accesa. Non si sa mai.


The Outsider di Stephen King (Sperling & Kupfer) è in libreria al prezzo di copertina di 21,90€.

lunedì 22 ottobre 2018

Intervista a Valerio Varesi su "La paura nell'anima", il commissario Soneri e le infinite sfumature della paura

La paura nell'anima è sugli scaffali da una settimana, e il suo protagonista è uno dei più riusciti di Valerio Varesi: l'ultima indagine del commissario Soneri (Frassinelli) prende spunto da un reale fatto di cronaca, ed è proprio da qui che iniziamo la nostra chiacchierata con l'autore da Open, a Milano.

Ritroviamo il commissario Soneri e lo seguiamo mentre porta avanti una nuova indagine, ma stavolta lo spunto arriva dalla cronaca.
Mi colpiscono i fatti di cronaca che hanno al loro interno la possibilità di essere sviluppati e raccontare l'oggi, che è poi lo scopo che io perseguo col giallo. Per me è importante, ed è una legge inderogabile del giallo, arrivare a identificare l'assassino, ma quello che m'importa di più è capire perché è successo, quindi attraverso un'indagine riuscire a capire l'attualità. Quello che leggiamo sui giornali e non riusciamo a sviluppare del tutto perché siamo tenuti all'onere della prova.

Igor ci racconta la paura, una paura che non è riconducibile ad una cosa precisa, ma proprio perché invisibile fa ancora più paura: una presenza che aleggia, ma non c'è.
Rappresenta più in generale le nostre paure di quest'epoca, con uno sguardo alla politica e a chi usa la paura per avere consenso.

Indagine dopo indagine, il personaggio del commissario Soneri si sviluppa sempre di più, cresce nella sua caratterizzazione.
Ho scelto un personaggio che si racconta, che invecchia, che ha dei problemi, che in qualche modo attraversa la vita e quindi muta nel tempo. Mi piaceva che ogni episodio rivelasse qualcosa di lui, non solo per una ragione di interesse del lettore. Anzi, può capitare che il lettore preferisca un personaggio immutabile, come Maigret. Mi piaceva l'idea che Soneri si raccontasse, perchè tutti noi cambiamo: andiamo a letto la sera e ci svegliamo al mattino dopo un po' differenti, come se morissimo e rinascessimo. Questo lo rende più umano e più vicino a noi.
Pensando agli anni di scrittura, quanto c'è di Valerio Varesi nel commissario Soneri?
Tanto, anche se la sua vita non è proprio sovrapponibile alla mia.
Dal punto di vista della visione della realtà coincidiamo.
Guardo la realtà attraverso Soneri perché credo nella letteratura impegnata, nella quale l'autore deve rivelare ciò che pensa. Quando leggo un libro pretendo personaggi credibili e che rimangano vivi nella mente e una trama possibilimente significativa, ma soprattutotto mi piace trovare un autore che mi dica quello che pensa e mi restituisca una visione del mondo. Magari posso anche non essere d'accordo, ma esigo che lui lo faccia. La letteratura è un distillato di vita: dobbiamo raccontare quello che vediamo. Poi è evidente come le vicende sentimentali di Soneri o certi suoi gusti non siano i miei. In fondo, anche il personaggio televisivo era molto diverso: Luca Barbareschi è un bellone rispetto a Soneri, così come Angela non è una superdonna come la Stefanenko.

Leggendo il romanzo, la mia percezione è che non faccia paura tanto il serial killer, che in fondo è l'elemento concreto di cui tutti dobbiamo avere paura, quanto il fatto che la sua presenza vada a interferire nella vita di tutti i giorni: le abitudini stesse diventano pericolose, mentre non c'è nulla di più rassicurante della routine. Mi sembra che tu abbia lavorato tantissimo sulla paura delle piccole cose e mi è  piaciuta l'introduzione del tema dei social network, di solito visti come parte ludica della nostra vita e qui usati invece come presa in giro malefica, andando ad alimentare la paura.
Cosa pensi di questa influenza dei social e quanto è facile farli diventare strumento di paura?
Nella realtà, in qualche caso i social network sono stati alleati degli inquirenti rivelando, ad esempio nascondigli dei mafiosi. Qui servono a Igor, che sa come sfruttarli, per beffare il prossimo, per dire «sono qui, ma non riuscite a prendermi, ci sono e non ci sono».
L'uso dei social network rende ancora più impalpabile la minaccia che Igor rappresenta: spaventa sia perché ha ucciso delle persone, sia perché scatena le paure latenti che tutti portano dentro.
Nella realtà, lo stravolgimento delle abitudini per paura è esattamente ciò che è accaduto in quella parte della pianura padana tra Bologna e Ferrara: la vita è effettivamente cambiata. La gente ha smesso di uscire la sera e messo le inferriate alle finestre, i fari potenti, i cani doberman nei giardini. Si è messa a guardare con sospetto i vicini se compravano più cibo pensando che nascondessero qualcuno in casa. Igor nel romanzo corrode la vita sociale e i rapporti tra le persone, facendo da detonatore a paure esistenziali.
Il nostro è un mondo senza punti di riferimento, senza speranza nel futuro, con la paura di vivere. Non c'è un percorso collettivo, non c'è un collettore di idee e ci sentiamo sempre più isolati.
Tutto questo si innesta nella paura prodotta da Igor come un mozzicone che incendia un bosco.

A me è piaciuta molto l'ambientazione nel piccolo paese, in una piccola comunità montana chiusa in cui la presenza di Igor scatena vecchi rancori. Mi ha fatto pensare alla storia di Cogne, in cui si accusavano tra vicini di casa della morte del bambino. La comunità chiusa moltiplica le paure della gente rispetto alla grande città?
No, io credo sia più o meno la stessa cosa: anche in città tu vivi l'angoscia del vicino, dell'abitare magari in un grande palazzo di cui non conosci tutti i condimini.
Ho inventato il paese del romanzo per non condannare un luogo preciso, ma è vero che in un luogo chiuso le voci corrono più velocemente e alimentano le suggestioni collettive, molto più che in una città. L'elemento montano conta, perché nei miei romanzi voglio che l'ambiente sia uno dei protagonisti: questo mondo montano riscopre un'arcaicità che, forse, giudichiamo paradossale al tempo della razionalità tecnologica, ma che ritorna proprio in virtù del fallimento della razionalità e del controllo. Questa arcaicità si esprime attraverso le figure mitiche di cui si parla nel romanzo, a cui gli abitanti di quei luoghi attribuivano in passato tutti i fatti inspiegabili. La natura stessa a un certo punto diventa un elemento pauroso, perché ti fa sentire piccolo di fronte alla grandezza delle montagne.

Nella vicenda a un certo punto prevale la vergogna di ciò che accade, rispetto al dolore per il fatto stesso. È così anche nella vita?
Sì, molto spesso è così. Viviamo nell'epoca dell'immagine e la vergogna corrompe la tua immagine, ti distrugge dal punto di vista sociale. L'elemento della meschinità si trova anche in altre epoche. Pensate a Céline nel suo Viaggio al termine della notte, che da medico entra nelle case della piccola borghesia dei sobborghi parigini, dove trova famiglie disposte a lasciar morire dissanguata una ragazza dopo un aborto clandestino pur di non portarla in ospedale e denunciare così quanto accaduto. La vergogna prevale a discapito della vita, e in questo forse la comunità ristretta si rivela diversa dalla grande città.

Hai passato tanto tempo in compagnia di Soneri: gli hai dato tanto, ma sicuramente lui ha anche dato tanto a te. Dopo tante indagini diverse, pensi che esista un tipo di caso che potrebbe metterlo veramente in difficoltà?
Se volessimo veramente raccontare fino in fondo la realtà che ci circonda, a un certo punto dovremmo raccontare di un investigatore che fallisce, perché la metà dei delitti in Italia non viene risolta. È abbastanza strano che tutti i gialli finiscano con la cattura del colpevole.
Bisognerebbe costruire un giallo dove alla fine l'assassino svanisce, come ne "La Promessa" di Dürrematt, anche se si trattava di un investigatore sui generis.
Quest'idea mi stuzzica da molto tempo, ma probabilmente andrei in contrasto con tutto lo schema narrativo classico del giallo, e i lettori resterebbero sconcertati.
Del resto la società cambia in fretta, e con lei cambiano le città: nel romanzo precedente (Il commissario Soneri e la legge del Corano, ndr) racconto una parte di Parma in cui Soneri non si riconosce più. Spesso non riusciamo a stare al passo con i cambiamenti dei luoghi. Forse questo potrebbe mettere in crisi Soneri, più ancora dello sviluppo tecnologico che lui segue a fatica.
Oppure, come suggerivo all'inizio, trovare un assassino che gli sfugge, come capita a volte con certe indagini giornalistiche ma anche giudiziarie. Ho conosciuto molti commissari di polizia che nonostante conoscessero i colpevoli di certi delitti non avevano prove sufficienti a incastrarli.
La narrativa, e il romanziere, non ha l'onere della prova e può raccontare come sono andate le cose.

Parlando di lettori, come sono oggi?
Disorientati dalla grande produzione libraria. Io stesso quando entro in una libreria e vedo un bancone sterminato, non so cosa scegliere a meno di non averne già un'idea precisa.
Non c'è più una società letteraria che faccia da filtro, che indirizza un po' il lettore.
Puoi avere fiducia in un marchio editoriale, forse, ma anche questo non è semrpe una garanzia.
Alcuni editori fanno ancora il loro mestiere, altri inseguono solo il business.
Molti lettori finiscono per comprare i libri imposti dalla pubblicità, con risultati pericolosi: se uno compra il vincitore del Premio Strega che quell'anno è scadente, tende a pensare che gli altri concorrenti siano anche peggio e a non dare loro una possibilità.
E il commissario Soneri, col suo carattere introspettivo, cosa leggerebbe?
Di sicuro i classici. Non certo i gialli, che per uno del mestiere potrebbero risultare insopportabili.
I commissari spesso pensano di essere gli unici depositari dell'argomento: ce ne sono molti che scrivono romanzi, ma spesso dimenticano che seguire alla lettera la realtà delle procedure può rendere un romanzo noiosissimo.

Non hai mai l'impressione che quello che voi scrittori mettete nei libri sia del tutto inutile?
Tu già nel 2016 nel tuo Il commissario Soneri e la legge del Corano mettevi in guardia contro l'immigrazione incontrollata e il rischio della fine di certi equilibri che sono effettivamente saltati. Tanti romanzi oltre ai tuoi hanno anticipato la realtà (pensiamo a Gomorra, tra i più celebri) ma la mia impressione è che anche chi legge queste cose nei librimalla fine le rimuova.
Credo che chi fa lo scrittore abbia anche un'antenna in più, che gli permette di anticipare qualcosa. Pensate a Pasolini, che in tempi remoti aveva anticipato come saremmo finiti molto più tardi.
Ma se io, scrittore, penso e prevedo tutto ciò, perché la classe politica non lo fa, e se glielo dici non ascolta? È chiaro che la diffusione limitata dei libri nel nostro paese non ha la forza di cambiare le opinioni, ma questo dimostra anche che non c'è più una connessione tra mondo intellettuale e mondo politico. Oppure dimostra che la classe politica fa finta che questi problemi non esistano e prosegue ciecamente presentando sempre le stesse ricette.
Preoccuparsi dell'immigrazione non significa essere xenofobi, e ignorare certi segnali è sconsiderato. La sinistra italiana continua a essere troppo massimalista su questo punto.
Il problema del resto è ormai di tutti, anche di paesi come Francia e Germania che erano decisamente più attrezzati di noi per affrontarlo. Quando saltano le regole di convivenza e scoppia la guerra del "tutti contro tutti", come diceva Hobbes, è inevitabile che alla fine la gente cerchi qualcuno che prenda il potere e faccia la legge, e la destra è maestra in questo. Uno stato con leggi rigide e severe appare rassicurante, ed è sempre stato così, ma noi non abbiamo la memoria storica.


La paura nell'anima di Valerio Varesi (Frassinelli) è in libreria, al prezzo di copertina di 18,50€.

lunedì 15 ottobre 2018

"Il ladro gentiluomo" di Alessia Gazzola

Alice Allievi è tornata: Il ladro gentiluomo, ottavo volume della fortunatissima serie di Alessia Gazzola dedicata alla specializzanda di Medicina Legale preferita dai lettori, è in libreria.
E anche se specializzanda Alice non lo è più, la sua vita non è certo più tranquilla, anzi!

Alice e CC (ovvero Claudio Conforti) sono a un punto di svolta, in quella che è stata una relazione piena di tira e molla: lui si è finalmente convinto, è pronto a frae un passo avanti e le ha proposto di convivere. E sarebbe davvero perfetto, se non fosse che Alice, convinta di non avere un futuro con CC, ha chiesto di essere trasferita, ritrovandosi così a Domodossola.
Il tempismo non è mai stato il loro forte, ma nonostante lo scoramento Alice non ha nemmeno il tempo di piangersi addosso: il cadavere di Arsen Nazarovič Scherbakov viene rinvenuto nel giardino della proprietà del cavalier Luigi Megretti Savi. Il ragazzo di quasi trent'anni sembra essere precipitato, mentre fuggiva dopo aver commesso un furto (o meglio, averci provato).
L'autopsia porta alla luce un diamante rosa nello stomaco di Arsen, e se Alice crede di fare la cosa giusta convocando un ufficiale giudiziario per affidargli la gemma, è da lì che hanno inizio i suoi guai. A prendere in consegna il diamante, infatti, non sarà un ufficiale, ma un ladro abile nei travestimenti e dai modi cortesi, presentatosi con il falso nome (molto letterario) di Alessandro Manzoni. Che la caccia al ladro abbia inizio!

Da Roma a Domodossola, da specializzanda a specialista, per Alice tutto sembra essere cambiato: la ragazza imbranata e goffa di cui i lettori si sono innamorati sin dalle prima pagine di L'allieva esiste ancora, sì, ma con una nuova consapevolezza e qualche scivolone in meno.
La ragazza è diventata donna, insomma, e con lei le lettrici che da anni ne seguono le avventure.
Non ha però perso la sua capacità di provare empatia, nè il suo intuito, ma affronta il nuovo caso con un'oculatezza che raramente le si poteva attribuire agli inizi.

Quello che è chiaro da subito è che Alice e CC, di questo trasferimento, avevano bisogno: per quanto il loro rapporto sia sempre stato fuori dall'ordinario, il rischio di essere per sempre insegnante e allieva anche nel privato esiste, e affrontare la sfida di una relazione a distanza, fatta di telefonate, nostalgia e treni per passare almeno un po' di tempo insieme, porterà la loro relazione su un altro livello. Ci saranno momento no e momenti sì, buone giornate e giorni da dimenticare, ma soprattutto arriverà il momento delle confessioni.

Il ladro gentiluomo è un ulteriore, impeccabile tassello nel puzzle che compone la storia di Alice e Claudio, e Alessia Gazzola si rivela ancora una volta in grado di emozionare e stupire i suoi lettori con un romanzo che fonde alla perfezione giallo e rosa, indagine e storia d'amore.
Quando si tratta di Alessia Gazzola, l'unico problema è aspettare con ansia il romanzo successivo una volta raggiunta l'ultima pagina.

Il ladro gentiluomo di Alessia Gazzola (Longanesi) è in libreria.

sabato 13 ottobre 2018

[FEST] Butterfly: incontro con lo showrunner Tony Marchant, Francesca Vecchioni (Diversity Lab) e Luca Bersaglia (FOX)

Diversità è sicuramente una delle parole chiave di questa prima edizione di FEST - Il festival delle serie tv, insieme a rappresentazione.
Vanno di pari passo, in fondo, e non poteva esserci serie migliore di Butterfly, da presentare in anteprima assoluta, prima ancora del debutto inglese.
Sul palco insieme a Marina Pierri e Giorgio Viaro, lo showrunner della serie Tony Marchant, Francesca Vecchioni (Diversity Lab) e Luca Bersaglia (Fox).


Tra i drama più attesi della stagione invernale, Butterfly è una serie creata e firmata dallo sceneggiatore premio BAFTA Tony Marchant. Racconta la complessa relazione che vive una coppia di genitori separati, Vicky (il premio Emmy Anna Friel) e Stephen (Emmett J. Scanlan), che si trova ad affrontare la richiesta di avviare il processo di cambio di sesso da parte del figlio minore Max (Callum Booth-Ford), che fin da piccolissimo si sente una bambina intrappolata in un corpo maschile.
Sarà trasmessa da FoxLife a dicembre, e partiamo da qui: scoprendo perchè FOX ha scelto di puntare su questa serie.
Lo scopriamo insieme a Luca bersaglia, che sottolinea come Butterfly sia, prima di tutto, una serie tv splendida dal punto di vista tecnico e mravigliosamente interpretata da ognuno degli attori coinvolti. Suo punto di forza è «la delicatezza con cui è stato affrontato il tema della transizione.»
Butterfly rappresenta qualcosa di nuovo, che racconta la transizione in età infantile e in un'ottica famigliare. Sicuramente trasmettere questa serie si traduce in una presa di posizione, ma è una posizione a favore della diversità che FOX ha sempre preso.

Giorgio Viaro si rivolge direttamente a Tony Marchant, per scoprire come sia nato il progetto, ricordando al pubblico che la serie nasce da esperienze di vita reali.
«Ho iniziato recandomi presso Mermaids, un'organizzazione che si occupa di fornire assistenza ai bambini e alle famiglie durante il periodo difficile della transizione» spiega Marchant.
«Ascoltare le loro storie mi ha offerto molti spunti, ma non solo. Mi ha insegnato a parlare del tema con la giusta delicatezza: era un tema che comportava una responsabilità enorme, e ho ritenuto giusto documentarmi il più possibile prima di scrivere la sceneggiatura.»



Un aspetto importante che Tony Marchant mette in evidenza è il ruolo di Butterfly nello sfatare i miti sulla transizione, molto diffusi e molto epricolosi.
Prima tra tutti, la convinzione che la transizione in età prepuberale sia un processo affrontato con leggerezza. Che basti che un bambino esprima una preferenza e via, i genitori sono immedatamente d'accordo e nel giro di po tempo la transizione è compiuta. Non funziona così, ed è pericoloso crederlo.
Un altro punto di scontro è stata la scelta di non utilizzare un preadolescente in transizione per il ruolo: è una cosa sulla quale abbiamo riflettuto a lungo, ma ogni psicologo e medico consultato ce lo ha sconsigliato proprio perchè si sarebbe tradotto nel costringere un ragazzino in transizione a vivere sotto ai riflettori questa delicatissima fase della sua vita. È un processo doloroso, difficile, intimo: non sarebbe stato corretto.
Ad aiutarmi a trovare il linguaggio giusto per scrivere la mia sceneggiatura è stata la CEO di Mermaids, perchè sembra un aspetto frivolo ma persino i pronomi vanno usati nel modo giusto.
È importante non sbagliare.

E proprio pensando al tema trattato, è inevitabile chiedersi quale sia il target di riferimento di una serie come Butterfly. Per Francesca Vecchioni «sarebbe limitante ridurre il target alla comunità LGBTQ+ perchè il tema della transizione ha a che fare con le grandi domande che ci si deve fare oggi. Domande culturali su chi siamo, cosa siamo dentro e fuori, se riusciamo o meno a far combaciare ciò che siamo con ciò che rappresentiamo. In questo senso, Butterfly parla a tutti: ai ragazzi, alle famiglie, agli adulti.»
Si dice d'accordo Luca, che offre un meno «corollario tecnico a ciò che ha detto Francesca. Butterfly è una serie per tutti, e anzi, nasce proprio per parlare a tutti. Basti pensare che, in Inghilterra, andrà in onda in prima serata su un canale in chiaro, visibile a tutti.»

Famiglia, crisi generazionale, bullismo sono solo alcuni dei temi che Butterfly porta sul tavolo della discussione. È fondamentale che a trattarli siano soprattutto i prodotti della serialità ad alta diffusione, come suggerisce Giorgio Viaro. È sicuramente così per Francesca Vecchioni, che sottolinea come
«tutto ciò che vediamo è rappresentazione di ciò che siamo: la nostra società è eterogenea, e deve essere rappresentata come tale. La prima matrice della discriminazione è la paura, e la paura nasce dalla non conoscenza. Ogni volta che una perosona o una situazione non viene rappresentata, non si diffonde conoscenza al riguardo, e si alimenta la paura dell'incomprensibile.»
Ed è proprio questa l'aspettativa di Fox su Butterfly, aggiunge Luca Bersaglia: aumentare la consapevolezza. «Le cose bisogna conoscerle, così si evita di allontanarle e osteggiarle. Butterfly aiuta a conoscere una realtà che può essere concepita come lontana dalla nostra. La transizione esiste, e bisogna parlarne.»

FEST continua, con i prossimi panel e proiezioni in anteprima!

Le tappe precendenti:
Girls Just Wanna Binge-Watch: qui
Scrivere e interpretare le donne di Gomorra - La Serie e Il Miracolo: qui
La prima puntata di The Romanoffs in anteprima: qui
BABY - incontro con i registi Andrea De Sica e Anna Negri, il collettivo GRAMS e il produttore Nicola De Angelis: qui
Incontro con Bradley James e Aurora Ruffino per I Medici - Lorenzo il Magnifico: qui
ELITE: incontro con i protagonisti Ester Expòsito e Jaime Lorente: qui

[FEST] ELITE: incontro con i protagonisti Ester Expòsito e Jaime Lorente

Las Encinas è il liceo più esclusivo della Spagna, dove l’elite manda i propri figli a studiare. Tre ragazzi della classe operaia vengono ammessi proprio a Las Encinas dopo la decisione del consiglio locale di distribuire gli studenti di una scuola crollata in diversi istituti dell’area. Lo scontro tra chi possiede tutto e chi non ha nulla da perdere crea una tempesta perfetta che si conclude con un omicidio. Chi si cela dietro il crimine?


Questa la storyline di ELITE, seconda produzione originale spagnola di Netflix.
Diretta da Ramón Salazar e Dani de la Orden, e scritta da Carlos Montero e Darío Madrona, è una delle serie al centro di FEST - Il festival delle serie tv grazie alla partecipazione di Ester Expòsito e Jaime Lorente, due dei giovani (ma già molto amati) protagonisti.

Non è un caso che siano proprio Ester Expòsito e Jaime Lorente a dialogare con Marina Pierri e Giorgio Viaro, perchè i loro personaggi rappresentano appieno l'incontro e lo scontro tra classi al centro di ELITE. Iniziamo a scoprire Nano e Carla, attraverso gli occhi dei loro interpreti.

«Nano crede di essere il duro, ma in realtà non è come sembra» esordisce Jaime Lorente. «È appena uscito dal carcere, e cerca di recuperare il rapporto con la madre e il fratello minore. Per questo non vuole ammettere di avere un problema, un grosso debito contratto in carcere per avere protezione che deve saldare, e in fretta. Per farlo si avvicina a Marina: l'unica cosa che non aveva previsto era di innamorarsi.»
«Quello di Carla è un personaggio che non tranquillizza affatto il pubblico» si inserisce Ester Expòsito. «Il motivo profondo alla base della sua natura fredda e calcolatrice è che i genitori l’hanno sempre trattata con freddezza, volendola perfetta e all’altezza della situazione, pronta a portare avanti gli affari di famiglia. Non le hanno trasmesso amore, o sicurezza.
Il suo tratto nobile, però è il suo essere pronta a difendere ciò che le appartiene, anche se non sempre le riesce.

In ELITE, la città di Madrid e la scuola sono un personaggio aggiunto, e il liceo è un microcosmo che rappresenta le dinamiche della società spagnola. Era una delle volonta della serie, quella di raccontare la società? In parte sicuramente sì, ma come sottolinea Jaime Lorente, la serie va oltre, e lo fa trattando temi spesso trascurati quali l'omosessualità, la malattia e la convivenza con essa, le insicurezze. È d'accordo anche Ester Expòsito, che aggiunge che «il riflesso della società spagnola si basa su tutti i pregiudizi sociali, sull’etichettare una persona solo perchè fa o non fa una cosa, o perchè fa parte di una determinata classe sociale.»


Giorgio Viaro si rivolge a Jaime Lorente, per chiedergli come sia passare da un grande successo come La casa di carta a un'altra punta di diamante di Netflix: è qualcosa che entusiasma, o che spaventa anche un po'?
«È qualcosa che non potevo prevedere» ammette Jaime Lorente, «quando ci siamo accorti del successo di La casa di carta, ne eravamo contenti ma pensavamo fosse qualcosa che poteva accaderci una volta sola nella vita. Poi è arrivato ELITE. Due progetti bellissimi, da cui ho innanzitutto imparato molto. Provo un grande affetto per Denver (il ruolo che interpreta ne La casa di carta, ndr), perchè mi ha mostrato al mondo e fatto conoscere. Posso solo ringraziare Netflix, perchè grazie a entrambi i progetti sono cresciuto molto, come attore e come persona.»
Per Ester Expòsito è ancora difficile sentirsi una star. «Posso solo constatare quanto la serie sia piaciuta al pubblico. Mi sento una ragazza di 18 anni che vuole lavorare, contenta per riconoscimenti ma che vive con normalità.»

Credit: FEST
Il giallo, il mistero, l’omicidio: ELITE va vista tutta d’un fiato, oppure no?
Ester Expòsito e Jaime Lorente saranno binge-watcher, oppure no?
Se per Ester Expòsito la visione di ELITE dovrebbe procedere lentamente, capitolo per capitolo, è la prima a dire che il feedback ricevuto è stato diverso: iln pubblico che l’ha vista tutta in un giorno.
Per quanto la riguarda, alcune serie le ha viste tutte d'un fiato, altre le ha centellinate.
Jaime Lorente interviene per aggiungere che la sua serie preferita in assoluto è Suits, e che il personaggio di Harvey Specter rappresenta l'uomo che vorrebbe diventare da grande.
«La mia serie preferita è La casa di carta (in cui recita Jaime Lorente, ndr)» scherza Ester Expòsito, facendo ridere la sala, «ma adoro anche The Killing: il personaggio dell'agente Holder è straordinario.»

FEST continua, con la visione della prima puntata di ELITE.... e con i prossimi panel!

Le tappe precendenti:
Girls Just Wanna Binge-Watch: qui.
Scrivere e interpretare le donne di Gomorra - La Serie e Il Miracolo: qui
La prima puntata di The Romanoffs in anteprima: qui
BABY - incontro con i registi Andrea De Sica e Anna Negri, il collettivo GRAMS e il produttore Nicola De Angelis: qui
Incontro con Bradley James e Aurora Ruffino per I Medici - Lorenzo il Magnifico: qui

[FEST] Incontro con Bradley James e Aurora Ruffino per I Medici - Lorenzo il Magnifico

«Quanti di voi hanno amato la prima stagione de I Medici?» chiede Giorgio Viaro al pubblico, e la risposta è uno stuolo di mani alzate.
Uno dei panel più attesi di FEST - Il festival delle serie tv è proprio quello dedicato alla serie I Medici - Lorenzo il Magnifico disponibile su Timvision, e non a caso: le fan sono accorse in massa per la possibilità di incontrare Bradley James e Aurora Ruffino, creando una lunga coda ore prima dell'inizio del panel.


Al centro della serie, sicuramente la figura di Lorenzo il Magnifico (interpretato da Daniel Sharman, ndr), quindi perchè non partire da qui, dal rapporto dei loro personaggi con quello del protagonista?
«Bianca e Lorenzo hanno un rapporto complicato» inizia a spiegare Aurora Ruffino. «Si vogliono bene, ma il ruolo politico di Lorenzo mette in difficoltà la loro relazione. Quando Lorenzo prova a convincerla a cedere a un matrimonio combinato, Bianca punta i piedi. Rifiuta perchè innamorata di Guglielmo Pazzi. Farà di tutto per proteggere questo amore, perchè per lei non ci sono opzioni: o Guglielmo o nessun altro.»
Bradley James ride, nel definire il suo personaggio, Giuliano, il  fratello «più giovane, meno popolare e meno attraente di Lorenzo.»
Aggiunge che il suo legame con Lorenzo è però molto forte: i due sono cresciuti insieme, prendendosi cura l'uno dell'altro. Tuttavia il ruolo di Giuliano nella famiglia non è così definito, e quindi ha il compito difficile di scoprire quale sia il suo posto. Fa parte di una famiglia ricca e potente, ma non ne deve sopportare tutte le responsabilità.
È anche questo a renderlo molto protettivo nei confronti del fratello, soprattutto fisicamente: potremmo quasi definirlo la sua guardia del corpo. Una svolta, nella serie e nel loro rapporto, arriva quando le loro strade si separano, quando i loro desideri e le loro ambizioni li spingono verso direzioni differenti.»

Un ruolo dinamico, quello di Giuliano, ma non solo: è storicamente noto per la testardaggine, per l'ostinazione. Bradley James si riconosce in questo tratto del suo carattere?
L'attore scherza, dicendo che bisognerebbe chiederlo ai suoi amici, e Auroa interviene, sottolineando come sì, ci sia tanta ostinazione in Bradley, ma è l'ostinazione positiva, quella che gli fa desiderare di fare sempre meglio, senza fermarsi finchè non è soddisfatto.


E proprio dal punto di vista storico, I Medici è un prodotto molto curato: sarà stato necessario studiare, per calarsi al meglio nella parte? C'è un aspetto del periodo che ha conquistato i due attori?
«Per me è il periodo più bello della storia del nostro paese» risponde al volo Aurora Ruffino, «e quella dei Medici è stata la famiglia più forte e potente in un periodo di grande sviluppo e cambiamento. Era rivoluzionario iniziare a vedere l'uomo come autodeterminato e artefice del proprio destino: è stato interessante studiare più a fondo il periodo, e scoprire quanto non sapevo.»
Bradley James sottolinea invece come, in Italia, abbia trovato «un grandissimo rispetto per l'arte e l'architettura, e un'ancora più grande volontà di preservare ciò che è rimasto del Rinascimento.»

Siamo a un festival delle serie tv, ma Aurora Ruffino e Bradley James sono anche attori cinematografici. Avranno riscontrato delle differenze, nel lavorare su entrambi i tipi di set?
«Di una serie adoro il fatto che si giri per cinque, sei mesi: si diventa una famiglia» esordisce Aurora Ruffino, «e ci si vuole bene quanto in una famiglia. C'è più tempo per scavare nel personaggio e affezionarti a lui. Mi è capitato di essere sul set di un film per quattro settimane: è stato bello, però di sicuro non mi sono sentita coinvolta allo stesso modo!»
«Concordo. Quando si recita in un film, si lavora spesso da soli o con solo una minima parte del cast. Ci sono periodi in cui si sta lontani dal set, e quando si torna è difficile sentirsi di nuovo in sintonia con il personaggio» ribadisce Bradley James. «Quando fai parte di una serie tv, è molto diverso: si vive a strettissimo contatti, coltivando dei legami e delle amicizie, e soprattutto si continua a frequentarsi anche al di fuori del set tra una stagione e l'altra.
Per quanto riguarda I Medici, il cast è semplicemente fantastico: tra dieci anni, molto probabilmente saremo ancora amici, e questo non è scontato quando si partecipa a un film.»

Credit: FEST
Ogni ospite di FEST deve condividere con il pubblico la propria serie preferita, e se per Aurora Ruffino questa serie è La casa di carta, per Bradley James è Il trono di spade.
«E poi Killing Eve» aggiunge, «arrivando ho notato un poster della serie, e ho appena finito di vedere tutte le puntate disponibili.»

Giorgio Viaro coglie lo spunto de Il trono di spade per proporre un parallelismo tra l'iconica scena delle nozze rosse e la trasposizione della congiura dei pazzi che vedremo in I medici - Lorenzo il Magnifico. Si respirano le stesse atmosfere?
«In parte, sì» risponde Aurora Ruffino. «Sicuramente la differenza più forte è data dalla consapevolezza della realtà della storia che I Medici - Lorenzo il Magnifico racconta. La congiura dei pazzi è qualcosa di realmente accaduto, e vederla rappresentata è stato molto intenso e doloroso. Impossibile non pensare che quelle donne, quei bambini che vedi urlare e correr sul set siano realmente esistiti, e siano davvero morti in modo atroce.»
«Aggiungo solo una cosa: nessuna serie ha avuto così successo quanto Il trono di spade» interviene Bradley James, «e di sicuro c'è una forte pressione da stampa e pubblico al marketing della casa di produzione per trovare dei nessi, dei riferimenti. Dei ganci che rendano possibile venderla al pubblico. Il rischio, agendo così, è nel tentativo di emulare qualcosa che ha avuto successo senza trovare la tua identità. Penso che I Medici abbia trovato la sua identità e il suo posto nel cuore del pubblico, invece, e spero che sarà una serie di successo. Soprattutto, mi auguro che vi piacerà quando la vedrete!
Inoltre, ci vuole molto rispetto nel rappresentare le storie vere, e credo che abbiamo fatto un buon lavoro e reso giustizia a una storia tragica, oltre che bellissima.»

Il panel si ferma per permettere al pubblico di godersi l'ultima clip in anteprima, che vede i Medici vittima di un agguato nel bosco. Una scena ricca d'azione, che offre lo spunto a Bradley James per ribadire come quello di Giuliano sia un ruolo molto dinamico, soprattutto quando il personaggio deve protegger il fratello Lorenzo.

Un ultima domanda per entrambi: binge-watcher o old school?
Per Aurora Ruffino è facile rispondere che, quando inizia serie, deve «vedere tutte le puntate di fila. Anche facendo le sei di mattina!»
Bradley, invece, sottolinea come per lui sia difficile trovare il tempo di seguire le puntate di settimana in settimana, soprattutto quando si trova sul set, quindi ringrazia di poter recuperare una serie intera nel momento in cui ha il tempo. «Sostanzialmente ci si trova a guardare dei film di dieci ore» aggiunge, «ed è fantastico che la tecnologia ci permetta di fruire le serie tv in questo modo.»

I Medici - Lorenzo il Magnifico è disponibile su Timvision: buona visione!

Le tappe precedenti:
Girls Just Wanna Binge-Watch: qui.
Scrivere e interpretare le donne di Gomorra - La Serie e Il Miracolo: qui
La prima puntata di The Romanoffs in anteprima: qui
BABY - Incontro con i registi Andrea De Sica e Anna Negri, il collettivo GRAMS e il produttore Nicola De Angelis: qui

venerdì 12 ottobre 2018

[FEST] BABY: incontro con i registi Andrea De Sica e Anna Negri, il collettivo GRAMS e il produttore Nicola De Angelis

FEST continua, ed è il momento di scoprire quello che è uno degli arrivi più attesi della stagione: Baby, produzione tutta italiana firmata Netflix, che debutterà sulla piattaforma il 30 Novembre.


Un'anteprima assoluta, e la possibilità di scoprirla insieme al team creativo che ha dato vita al progetto: sei puntate, con la regia di Andrea De Sica e Anna Negri, per raccontare un'Italia che potesse coinvolgere il pubblico di tutto il mondo - o almeno, i 190 paesi sui quali la piattaforma pubblicherà la serie.

Baby nasce dalle idee di GRAMS, un collettivo di giovani scrittori composto da Antonio Le Fosse, Eleonora Trucchi, Marco Raspanti, Giacomo Mazzariol e Re Salvador: due di loro, Antonio ed Eleonora, sono intervenuti a FEST per raccontare le fasi del progetto e condividere con il pubblico qualche curiosità sulla serie prodotta da Fabula Pictures, rappresentata in questa sede da Nicola De Angelis. Accanto a loro, i due registi.

La serie racconta le vite segrete di quelli che sono ragazzi come tanti, e proprio da ragazzi è stata scritta, come sottolinea Marina Pierri, moderatrice dell'incontro insieme a Giorgio Viaro.
E partiamo da qui, dalla nascita del collettivo GRAMS e di quella che poi sarebbe diventata Baby.

«GRAMS è nato dopo qualche anno in cui abbiamo cercato, ognuno in autonomia, di trovare un posto all'interno dell'industria televisiva» spiega Antonio Le Fosse.
«Leggendo molte sceneggiature, ci siamo resi conto che era necessario fare un passo indietro e ripensare a quelle  che erano le storie da raccontare. Ci ha uniti la voglia di ripartire dalle storie, al di là dei budget e delle logiche di produzione: GRAMS è nato così, e tra i vari progetti in lavorazione c'era lo scheletro di Baby. Lo abbiamo portato in Fabula Pictures, e Nicola De Angelis è riuscito a portarlo in Netflix.»


«Di Baby ci ha subito appassionato l'idea di raccontare l'adolescenza, amore incluso, in modo realistico, e molto sentito visto che la nostra stessa sdolescenza non era ancora lontana nel tempo. È qualcosa che ci ha uniti, e siamo felici che oltre a crederci noi ci abbiano creduto anche Fabula Pictures e Netflix» aggiunge Eleonora Trucchi, sorridendo.

Di certo, iniziare il proprio percorso creativo con un'esperienza così non è da tutti, sottolinea Giorgio Viaro. Una collaborazione fortunata anche per Fabula Pictures.
«Baby era un'idea ben più definita di quanto vogliano far credere. Avevano solo bisogno di qualcuno che li aiutasse a tirarla fuori nella sua interezza» interviene Nicola De Angelis.
«È questa la sfida nel lavorare con i giovani autori, ed è ciò che spesso manca nella nostra industria: il coraggio di coltivare i talenti nuovi, e di investire nei giovani per farli crescere. Netflix sta cambiando le carte in tavola, in questo senso.»

Per Marina Pierri, Baby racconta un viaggio, dalle scelte alle conseguenze di tali scelte.
Come si racconta, da registi, questo tipo di percorso senza emettere giudizi, ma con empatia ed osservazione?
Per Anna Negri «l'empatia è una delle grandi chiavi attraverso le quali si può migliorare il mondo», e sottolinea come, nel contesto delle grandi serie tv, si faccia leva spesso su questo sentimento.
Un prodotto che funziona riesce a farti provare empatia verso i personaggi più impensabili, narcos inclusi.
«A me, da subito, è piaciuto vedere che, per una volta, il mondo dei Parioli non sia stato affrontato e dipinto con diffidenza e critica, ma che sia stato dato al tutto un tocco romantico, e una chiave di lettura decisamente più universale. Sta qui, la vera originalità della serie» interviene Andrea De Sica.
E universale deve esserlo davvero, perchè una delle esigenze principali nel costruire Baby era quella di renderla un prodotto fruibile e apprezzabile in tutto il mondo, non solo in Italia.
Tutto ciò che non poteva essere compreso al di fuori del territorio nazionale è stato modificato, riscritto, rielaborato.


Uno dei fil rouge di questa prima edizione di FEST è la rappresentazione femminile.
Netflix non è affatto estranea alla rappresentazione della diversità, ma cosa ne pensano Eleonora ed Anna della connotazione femminile di Baby?

«Ha sicuramente una forte connotazione femminile: è una serie che parla di donne, di amicizie femminili, di femminilità in ogni aspetto» risponde Eleonora Trucchi, supportata da Anna Negri che aggiunge che Baby è focalizzata su tre temi caldi: sessualità femminile, desiderio e consenso.
Questi tre elementi sono stati inespressi finora, almeno in Italia, e sono curiosa di scoprire la reazione del pubblico.

Una serie che oltre a temi nuovi porta sulla scena volti nuovi: molti degli interpreti sono alla loro prima esperienza, e questo da un lato è stato un rischio, dall'altro una sfida emozionante.
Emozionante anche la prospettiva di lavorare con un collettivo di giovani autori, ancora profondamente connessi con la loro stessa adolescenza ma allo stesso tempo già molto maturi dal punto di vista professionale.

La domanda che sorge spontanea è sicuramente questa: quale, tra tutti questi aspetti, colpirà di più il pubblico di Baby?
Per Anna Negri la forza della serie è il suo essere «la storia di ragazzi che cercano di dare un senso alla loro vita, anche contrapponendosi a una generazione di adulti che, nonostante il successo, risultano profondamente insoddisfatti.
«Io penso che in Baby si vedrà qualcosa di nuovo: una drammaturgia accompagnata da immagini autoriali, senza perdere di vista la storia o la psicologia dei personaggi, o anche un uso diverso della musica italiana» aggiunge Antonio Le Fosse.

È forse la dimostrazione di come, anche in Italia, siamo capaci di esplorare dei macrotemi e proporre contenuti capaci di superare i limiti della nazionalità? Sembra proprio di sì.
Farlo con una serie che, in fondo, racconta un coming of age, è una sfida ulteriore, ma proprio per questo lavorare con Netflix è stato fondamentale.


Per scoprire Baby bisognerà aspettare il 30 Novembre, ma il team creativo invita il pubblico a scoprire questa serie «dark, romantica, che tocca punti in grado di mettere a disagio i genitori» come propone Anna Negri, e Andrea De Sica scherza sul fatto che sì, genitori e figli guarderanno le puntate in stanze separate.
Per Eleonora Trucchi, che chiude il panel, si può dare al pubblico una piccola anticipazione sulle protagoniste femminili: Chiara ha una famiglia di genitori radical-chic che l'amano molto ma sono legati da un rapporto disfunzionale, mentre Ludovica è figlia di una madre single, divorziata. La loro interazione problematica con le famiglie le porterà a cercare conforto e supporto l'una nell'altra, unita alla ricerca di trasgressione e libertà.

FEST continua: prossima tappa, l'incontro con Bradley James e Aurora Ruffino per la serie I Medici - Lorenzo il Magnifico.

Le tappe precendenti:
Girls Just Wanna Binge-Watch: qui.
Scrivere e interpretare le donne di Gomorra - La Serie e Il Miracolo: qui
La prima puntata di The Romanoffs in anteprima: qui

[FEST] The Romanoffs: scopriamo in anteprima la prima puntata!

Dici Matthew Weiner, e immediatamente il pensiero corre verso Mad Men, e non è un caso: Weiner ha il merito di aver creato una delle serie che hanno contribuito a rivoluzionare la produzione per il piccolo schermo negli ultimi anni.


Una delle anteprime più ghiotte di FEST - Il festival delle serie tv era proprio la visione della prima puntata di The Romanoffs, serie antologica ideata, scritta e diretta da Weiner disponibile su Amazon Prime Video (le prime due puntate, in lingua originale: l'audio e i sottotitoli in lingua italiana non sono ancora disponibili, ndr).
La serie racconta, in otto episodi ambientati in diversi angoli del mondo, le vicissitudini di uomini e donne convinti di essere discendenti della famiglia reale russa.

Ed è della prima puntata, The Violet Hour, che possiamo parlare oggi.
Della tanto ricca quanto sola matrona (Marthe Keller) che vive in un appartamento di lusso a Parigi, stipato di mobili antichi e argenteria di ogni foggia, e del suo trovarsi a convivere con una giovane badante di origini tunisine (la bellissima Inès Melab). Proprio lei, il cui conservatorismo sfocia nel razzismo e nel rifiuto di accettare la realtà multietnica della sua stessa città.
L'unico parente a gravitare nella sua orbita è il nipote (Aaron Eckhart), animato però da un sentimento affettuoso contaminato dal desiderio di ereditare l'appartamento e il benessere che rappresenta, oltre che dalla voglia di compiacere l'irritante ma bellissima compagna (Louise Bourgoin, perfetta nel ruolo di francese tanto bella e affascinante quanto isterica e, oggettivamente, insopportabile).


Ma in fondo, il presunto legame alla famiglia reale russa è da subito un mero pretesto (ridotto di fatto alla scena d'apertura) per raccontare il mondo che cambia, ed è questa la potenza di The Violet Hour.
Nel legame sempre più stretto tra due universi apparentemente inconciliabili, che rappresentano appieno la moderna Parigi, nel change of mind di un uomo che ottiene miracolosamente tutto ciò che ha sempre sognato e non ha mai osato chiedere, nel finale da fiaba metropolitana che si dissolve come il fumo di una candela spenta nel buio.

Non manca la musica da caffè parigino, l'accordion che vibra in sottofondo e le note alte che si fondono con il chiacchiericcio delle strade, nè mancano le atmosfere di quella che è ormai per tutti "la Parigi di Woody Allen", con lo skyline illuminato sullo sfondo e la Senna che mormora nel buio.


Otto episodi, da novanta minuti ciascuno, per quella che di fatto sa più di antologia filmica che di prodotto per il piccolo schermo: le puntate successive vedono la presenza di nomi quali Isabelle Huppert, Christina Hendricks, Jack Huston e Corey Stoll.
Otto storie, otto universi da scoprire: da vedere con il telefono spento, perchè The Romanoffs merita di essere goduta senza distrazione alcuna.

FEST continua: prossima tappa, la presentazione in anteprima di BABY con i registi Andrea De Sica e Anna Negri, due rappresentanti del collettivo GRAMS e ilproduttore Nicola de Angelis.

Le tappe precendenti:
Girls Just Wanna Binge-Watch: qui.
Scrivere e interpretare le donne di Gomorra - La Serie e Il Miracolo: qui

giovedì 11 ottobre 2018

[FEST] Scrivere e interpretare le donne: Gomorra - La serie e Il Miracolo

Elena Lietti, Ivana Lotito e Cristina Donadio accolgono il pubblico del secondo incontro di FEST, il festival delle serie tv, per un confronto sul talento delle donne del piccolo schermo.
Accanto a loro, i due ideatori di FEST Marina Pierri e Giorgio Viaro.


Da Gomorra - La serie, Cristina Donadio (Scianèl) e Ivana Lotito (Azzurra), e da Il Miracolo Elena Lietti (Sole Pietromarchi), tre figure femminili che sembrano avere poco in comune, ma forse invece condividono unaspetto molto importante: la mancanza di vera libertà, come suggerisce Marina Pierri. Ma Azzurra è davvero schiacciata dal sistema?

«È figlia di un boss della camorra, trapiantato a Roma, e ha scelto di sposarne un altro. A muovere questa scelta è qualcosa di intrinseco, che deriva dall’ambiente in cui ha sempre vissuto» spiega Ivana Lotito. «Quando ho iniziato a interpretare questo personaggio, ho faticato: la trovavo piatta, e anche un po’ antipatica. Non vedevo dramma, nè conflitto. Dalla terza stagione in poi, ho capito quanto questa perfezione fosse solo un’illusione, e la sua vita una prigione. Quando diventa madre, la sua stessa natura cambia.”

Giorgio Viaro sottolinea invece come, dal personaggio di Scianel, si capisca che c’è un vissuto potente alle spalle.
«Scianèl meriterebbe un prequel!» esclama Cristina Donadio. «Per la prima volta abbiamo un personaggio così smaccatamente fuori dai canoni, eppure credibile. Ho scavato nei miei demoni più nascosti per far sì che questa donna così controversa risultasse credibile al pubblico.
Ho immaginato la sua vita antecedente alla serie: è una donna nata in una realtà malata, che ha fatto sì che per lei diventasse normale dar fuoco ad uomo. La sua vita è attraversata dall’orrore.»

«A contraddistinguerla, però, è la sua volontà di scendere in campo», contnua Donadio, «la sua mancanza di libertà, quella in cui si rivede ogni donna, è frutto di una scelta consapevole.
Ci mette i soldi, la faccia, la forza chiedendo a se stessa solo una cosa. essere alla pari. Una boss tra i boss. Non deve rendere conto a nessuno della sua femminilità o della capacità di sedurre, soprattutto a se stessa. Scianèl nella seconda stagione è un uomo tra gli uomini, ed è questa la sua forza, soprattutto se pensiamo alla sua evoluzione nella terza stagione.»

E sul metterci la faccia è inevitabile dare voce a Elena Lietti, che racconta come la sua Sole Pietromarchi sia «vittima di se stessa e della sua incapacità di scegliere in modo coerente alla sua natura. Ha fatto delle scelte sbagliate, e si è privata di ciò che avrebbe potuto renderla felice.»

Ma in cosa personaggi e interpreti si somigliano, chiede Marina Pierri?
E soprattutto, si somigliano davvero?

«Condivido con la mia Azzurra il senso di appartenenza, a una famiglia e a un luogo» sottolinea da subito Ivana Lotito. «Sono cresciuta con una madre brava in casa, con l’idea della donna come regina del focolare, e tutto ciò fa parte di me. È qualcosa contro cui mi ribello, in parte, e questo eterno conflitto interiose spesso mi porta ad esplodere. Quest’appartenenza a un sistema sociale e culturale mi ha sicuramente avvicinata ad Azzurra, mentre ho lavorato molto sull’acquisire una maggior consapevolezza di me stessa, cosa che al mio personaggio non manca di certo! Sto imparando da lei!»

Cristina Donadio sottolinea come, nel suo caso, sia dovuta diventare Scianèl. «Non si intepreta un ruolo così, lo si diventa. Se sei il tuo personaggio, ti appropri della sua testa, dei suoi pensieri.
Mi basterebbe infilare di nuovo un suo outfit per tornare ad essere lei, e questo perchè sono entrata in simbiosi con lei. Con il suo caschetto platino, le sue jumpsuit discutibili, le sue scarpe» aggiunge.

«Per me questo ruolo è stata una sorpresa» interviene Elena Lietti. «Quando ho iniziato, credevo che Sole fosse lontana da me, e invece ho realizzato che no, non lo era. Di fatto, lavorare su un personaggio ti porta a creare dei ponti e trovare dei punti di contatti inaspettati.
All’inizio pensavo di condividere con lei, soprattutto, la voglia di essere padrona di me stessa e della mia vita, e alla fine ho scoperto che erano solo alcuni dei mille pensieri che agitano entrambe le nostre menti.»

Donne non solo sulla scena di Gomorra - La serie e Il Miracolo, ma anche dientro le quinte di entrambe le serie. Ci sono delle differenze, quando a costruire questi personaggi sono donne?
«Ricordiamo che Sole Pietromarchi è stata creata in primo luogo da Ammaniti, e che anzi, basta guardare alla letteratura e ai grandi classici che sono animati da donne straordinarie ed indimenticabili, spesso create da uomini» specifica subito Elena Lietti.

«Gomorra è una sceneggiatura “al maschile”, e come anticipavo prima la seconda stagione parla di un mondo profondamente virile in cui Scianèl si fonde alla perfezione» rinforza Cristina Donadio, che però non si ferma qui. «Credo che nella terza stagione, l’evoluzione di Scianèl sia frutto anche di un lavoro maggiore sulla sua natura femminile e in questo avere donne tra gli scneggiatori aiuta, senza dubbio.»

«Non dimentichiamo anche che l’elemento femminile è più complesso di quello maschile» evidenzia Ivana Lotito. «Laddove una donna comprende e sa provare empatia, un uomo spesso non realizza e si stupisce. È importante vedere lo sguardo dello stupore di um uomo, e la sua fascinazione. Servono entrambe le scritture per una sceneggiatura che funzioni.»


Un'ultima riflessione in chiusura: tra sceneggiatura e prime prove sul set, quando e dove si trova davvero il personaggio?
«La sceneggiatura è solo l’incipit!» esclama Ivana Lotito. «Basta arrivare sul set per sentirsi come se tutto il lavoro fatto col copione venisse capovolto. Solo interpretando il tuo ruolo vai finalmente in profondità, ed è bello poter esplorare se stessi e le proprie sensazioni senza lasciarsi sopraffare.

Diverso il punto di vista di Elena Lietti, per la quale «la scrittura di Ammaniti è talmente ricercata, talmente perfetta, che per noi attori la sceneggiatura era la Bibbia. Credo di aver letto il copione cinquanta volte, e tutto ciò che ho immaginato sul mio personaggio era riferito esclusivamente al suo passato, il presente non riuscivo a immaginare di toccarlo. Neanche con la fantasia!.»

Di donne sul set e dietro le quinte si è parlato anche al panel di apertura, Girls Just Wanna Binge-Watch, che potete scoprire qui.

[FEST] Girls Just Wanna Binge-Watch

Si aprono le porte di FEST, il festival delle serie tv nato da un'idea di Marina Pierri e Giorgio Viaro che animerà Santeria Social Club a Milano dall'11 al 14 ottobre, e lo si fa con un panel al femminile, animato dalle voci entusiaste e frizzanti di Valentina Ariete, Eva Carducci e Gabriella Giliberti.


Girls Just Wanna Binge-Watch l'accattivante titolo (e ammettetelo: lo avete letto cantando), e il tema è uno dei più attuali: come le serie tv hanno cambiato e stanno cambiando il ruolo delle donne che lavorano dietro le quinte delle produzioni cinematografiche e televisive.

«Merito delle serie degli ultimi anni è quello di capovolgere gli stereotipi. Basta pensare a Glow» suggerisce Gabriella Giliberti, «che ribadisce quanto non si parli più di una donna-femme fatale, ma di donne vere. Nel bene e nel male (come nel caso di The Handmaid's Tale, che denuncia lo stupro e la violenza). Più forti e provocatorie non solo le sceneggiature, ma soprattutto le showrunner e le attrici, che hanno alzato la voce anche in occasione del movimento #MeToo.»

«Showrunner più famosa è sicuramente Shonda Rhimes» interviene Eva Carducci, «la prima ad aver offerto la possibilità di diversificare la figura femminile staccandosi nettamente dagli stereotipi alla Sex & The City. Rhimes ha saputo creare figure femminili dalle mille sfaccettature, più autentiche in cui riusciamo davvero ad identificarci.»


«E non dimentichiamo che, fino a pochi anni fa, i ruoli complessi per le donne mancavano, sia al cinema che in televisione. Lo scopo di molte attrici era essere, semplicemente, attraenti» sottolinea Valentina Ariete, raccontando un aneddoto su Thandie Newton costretta a recitare un'intera scena a seno scoperto, senza che la cosa avesse un senso al di là del mostrarne le curve.

La discussione continua, tra un veloce dibattito sui premi e sulla percentuale di vittorie al femminile (sono poche? Sono strumentali? È ancora corretto parlare di vittorie al femminile, o dovremmo limitarci a parlare di vittorie?), e un momento-verità sulla competizione al femminile perchè «nessuno gioca sporco come una donna!», anche in casi in cui fare rete sarebbe la scelta vincente.

Si chiude con la consapevolezza che «non bisogna discriminare nè sul genere nè sui generi», come sottolinea Eva Carducci, «perchè si fanno ancora troppe differenze, e si dà ancora troppo spazio a stereotipi e falsi miti.»

FEST continua: prossima tappa, l'incontro Scrivere e interpretare le donne: Gomorra - La Serie e Il Miracolo. Trovate la cronaca qui.

Nu Skin AgeLOC® LumiSpa™: il beauty device che ruberà anche lui!

E se anche lui, proprio lui - lo stesso che usa la stessa saponetta per viso, corpo e capelli - volesse un volto più tonico?
La risposta è solo una: AgeLOC® LumiSpa™!
Due minuti, due volte al giorno, tutti i giorni.


Un device dal design spaziale che lo incuriosirà da subito, dalla duplice azione (purifica a fondo la pelle, e la leviga rivelandone la naturale luminosità) e perfetto per allenare il viso.
Esatto, allenare. La stessa cosa che fa in palestra, con gli amici, tra un selfie scattato allo specchio e l'altro.

ageLOC® LumiSpa agisce stimolando i muscoli facciali grazie al movimento bidirezionale a frequenza precisa della testina, che rassoda ed esercita un effetto benefico sulla pelle, eliminando le cellule cutanee in eccesso e le impurità date dagli agenti atmosferici e ambientali, il sebo e il trucco (questo è per voi).


Quella di ageLOC® LumiSpa è una testina intercambiabile ed in silicone, ad alto tasso igienico e facile da pulire: per lavarla è sufficiente un solo risciacquo. È disponibile in due versioni, per pelli più sensibili o miste/grasse, ed entrambe agiscono delicatamente per una pelle più morbida e visibilmente liscia, mantenendone il livello naturale di idratazione.

ageLOC® LumiSpa™ è utilizzabile in doccia (questo gli piacerà!), è ricaricabile ed è studiato per offrire il miglior comfort d’utilizzo e performance efficace.
È consigliato l'utilizzo in sinergia con i detergenti della stessa linea, pensati per i diversi tipi di pelle: secca, normale/mista e grassa, e contribuiscono a proteggere, levigare ed interagire con la pelle, ottimizzando l’efficacia dell’azione elle testine in silicone di AgeLOC® LumiSpa™.


Nu Skin AgeLOC® LumiSpa™ è disponibile su www.nuskin.com al prezzo consigliato di €203.98 (dispositivo + cleanser).