venerdì 21 settembre 2018

"EVERLAND. Attraverso lo specchio" di Luigi Nunziante

Leggere "EVERLAND. Attraverso lo specchio" è come fare un tuffo nel mondo delle favole che costella i sogni dell'infanzia. Lo stesso immaginario fantastico che ha reso un successo editoriale "La terra delle storie" di Chris Colfer o "Once Upon A Time", serie che dopo sette stagioni non mostra segni di cedimento, alimenta il mondo delle storie di Luigi Nunziante, e non deluderà gli amanti di favole e retelling.

«Tutte le storie iniziano da qualche parte.
Quella di Lara, una giovane adolescente di Denver,
inizia nel preciso istante in cui viene costretta dal padre
a trasferirsi dai nonni a Wichita, dove dovrà necessariamente
ricominciare “da capo” per superare il lutto per la perdita della madre.
Arrivata nella nuova casa, Lara mai avrebbe immaginato che
l’amicizia con il giovanissimo vicino appena conosciuto,
di nome Damian, l’avrebbe catapultata in una folle e pericolosa avventura
in un altro mondo di nome Everland.
Tra amori e incantesimi e tanti personaggi, più o meno noti,
Lara e Damian dovranno far ritorno a casa,
ricorrendo alla magia... in un mondo dove la magia non esiste.»

Lara e Damian si incontrano in quello che potrebbe essere il momento peggiore, entrambi chiusi in una bolla e privi della voglia di aprirsi all'altro.
Solo scoprire nell'altro un riflesso del proprio dolore li avvicina, perchè apre la strada verso la comprensione reciproca: perdere qualcuno segna nel profondo, e solo chi vive lo stesso dolore comprende davvero cosa si provi.
E forse è anche per questo che, precipitati all'improvviso (durante quella che doveva essere un semplice serata al parco divertimenti) in un mondo parallelo in cui "tutte le storie sono vere", si rivelano in grado di affrontare insieme l'inaspettata avventura.
Perchè Damian sia stato costretto a varcare la soglia di Everland va scoperto affrontando la lettura, una lettura che scivola veloce tra le dita, pagina dopo pagina, grazie a capitoli brevi perfetti per chi legge fuori casa.
La prosa semplice, senza fronzoli e un lessico adatto ai più giovani rendono "Everland. Attraverso lo specchio" l'avventura letteraria perfetta dai dodici anni in su.

Impossibile, per le lettrici, non ritrovarsi in Lara, che condivide le principali doti del maghetto inglese più famoso al mondo: coraggio e lealtà. Lara sarebbe stata una Grifondoro perfetta.
La sua storia è ricca di colpi di scena, di cambi di rotta e di decisioni da prendere, e il suo viaggio attraverso Everland una perfetta metafora dei tumulti dell'adolescenza.

Nello spirito del retelling e dei modelli letterari da cui prende ispirazione, ritroviamo in "Everland. Attravrso lo specchio" i personaggi delle favole, dai più famosi ai meno noti, proposti in una chiave più - o meno - originale. Di ognuno di loro, però, è stato mantenuto il tratto distintivo che ne permette l'identificazione, rendendo la lettura un vero e proprio gioco, una caccia al personaggio che divertirà i lettori di ogni età. La scoperta delle storie personali di ogni personaggio è sicuramente uno dei punti di forza del romanzo, e uno degli elementi trainanti durante la lettura.

E l'amore? L'amore c'è, e tanto, ma in ogni sfumatura. Non solo nella sua accezione più romantica, ma anche in quella più tenera dell'amicizia, e in quella dell'affetto famigliare.
Di famiglie ne incontriamo tante, ed è impossibile non vedere in questo un messaggio per Lara, che deve imparare ad accettare la sua "nuova" famiglia, in cui manca una persona, sì, ma che non smette di essere tale.

Se in questo primo capitolo delle avventure di Lara e Damian ci si diverte e si ride, ci si emoziona e si piange, una cosa va tenuta a mente: è solo l'inizio.
Il viaggio dei giovani protagonisti è appena agli inizi, e chissà dove porterà i lettori!


Everland. Attraverso lo specchio di Luigi Nunziante (Decima Musa Edizioni) sarà in libreria dal 27 settembre.

martedì 18 settembre 2018

Intervista a Jean-Gabriel Causse: una vita a colori è una vita felice

In libreria da maggio con "La felicità ha il colore dei sogni", (HarperCollins), Jean-Gabriel Causse è stato ospite a Milano de "Il tempo delle donne", e abbiamo potuto incontrarlo e scoprire qualcosa di più sul ruolo dei colori nella nostra vita.


Sembra che ci siamo ingrigiti un po', e mi chiedevo se questo ritorno al bianco e nero fosse un effetto collaterale del tentativo di abbracciare il minimalismo. Soprattutto pensando a fenomeni come Marie Kondo, o la tendenza capsule-wardrobe.
Inoltre, pensando all'estremo opposto, il colore può essere troppo? E se sì, cosa succede?
E' qualcosa che mi sento dire di frequente, ma credo sia vero il contrario.
Basta pensare a un luogo caratterizzato dai colori forti, come ad esempio i Caraibi, caratterizzati da mille sfumature di verde, di blu, di rosso. Crede che possa essere troppo?
In realtà studi scientifici hanno dimostrato che sono i luoghi bianchi e neri ad annoiarci di più e a deprimerci: dovremmo prendere le distanze da questa combinazione.
Circa tre quarti della popolazione globale ritiene che vivere in un ambiente ricco di colore faccia sentire bene.
E come invertire questa tendenza al bianco e nero?
Suggerendo l'uso dei colori nel modo giusto. C'è un movimento di fondo, sempre più forte negli ultimi anni e nato nella Silicon Valley, che sostiene fermamente l'utilizzo di colori vivaci anche all'interno delle aziende, perchè rendono più produttivi i dipendenti.
Suggeriscono anche "un'uniforme" colorata, che non sia il completo nero o grigio.

Color Designer di professione, e autore di un romanzo in cui ai colori spetta il ruolo da protagonisti: com'è stato far confluire le sue conoscenze tecniche, e scientifiche in quella che è, in fondo, una storia di pura invenzione?
Come si coniugano narrazione e competenza tecnica?
Ho voluto raccontare questa storia per far comprendere il potere che hanno i colori, la loro influenza sulla nostra vita. Ho scelto il romanzo per poter raggiungere più lettori possibili.
Quello che voglio dire è che i colori sono fondamentali nei veicolare la nostra gioia, e volevo farlo sì fornendo informazioni tecniche e in modo coerente, ma attraverso una storia.
Ho sviluppato circa cinquanta scenari differenti prima di focalizzarmi sulla storia che è poi diventata "La felicità ha il colore dei sogni".

Quanto di lei ritroviamo nei suoi protagonisti?
Raccontare una storia le ha permesso di raccontare se stesso, magari anche lavorando sui suoi pregi, difetti e aspirazioni?
C'è un po' di me in ogni personaggio, ma non solo: i miei amici, persone incontrate per caso e altri ancora fanno capolino nel corso della narrazione.
All'inizio rivedevo me stesso in Arthur, ma ho finito per riconoscermi di più nella mia eroina: in fondo, portare colore ovunque è anche la mia missione!

Portare il colore equivale a portare la felicità?
Assolutamente sì, è qualcosa che sento ogni giorno, e di cui ho conferma dai miei clienti e dai miei lettori.

Sono curiosa: lavorare con i colori al suo livello permette di avere un colore preferito?
In linea di principio amo tutti i colori, ma il mio preferito dipende dal contesto in cui mi trovo e dal momento della giornata.
Al risveglio amo un arancione caldo, ma mi basta bere un caffè per amare un marrone intenso.
Certo non vorrei bere un caffè arancione!
Grazie davvero a Jean-Gabriel Causse e ad HarperCollins per la splendida occasione di confronto.
Con l'augurio di una vita più colorata, per ognuno di noi.

lunedì 17 settembre 2018

«È la stampa, bellezza!», e su BBC One arriva PRESS

«È la stampa, bellezza! E tu non puoi farci niente! Niente!» esclamava Ed Hutcheson (Humphrey Bogart), e la sua iconica battuta potrebbe essere senza difficoltà alcuna (copyright a parte) il sottotitolo di PRESS, ultima creatura targata Lookout Point Ltd. in onda su BBC One.

Premessa: partendo dalla rivalità di due quotidiani inglese, The Post e The Herald, e sul loro affrontare il cambiamento di ritmi e di pubblico dovuto al web. The Herald è un quotidiano tendente a sinistra, The Post un tabloid, e nel corso della miniserie si occupano delle stesse storie, permettendo agli spettatori di vedere due modi assolutamente diversi di fare indagine, di fare informazione e di fare i conti con la concorrenza di internet.

Sei puntate, delle quali due già trasmesse, per raccontare il mondo del giornalismo d'assalto, della caccia alla notizia, del «dovete scoprire tutto su quest'uomo!» esclamato battendo il pugno sul tavolo.
Quel giornalismo che ha un gusto retrò, in un momento storico che vede articoli impostati copiano parola per parola un'ANSA e siti di quotidiani nazionali fin troppo generosi con refusi ed imprecisioni, ma che forse proprio per questo non smette di affascinare.


PRESS cerca di portare sul piccolo schermo ogni aspetto dell'attività giornalistica, dalle riunioni di redazione alle crisi personali. Cominciando da quella di Holly Evans (Charlotte Riley), news editor all'Herald che da troppo tempo non segue e porta sulla carta una storia scritta di suo pugno ma che torna a farlo quando la sua coinquilina viene investita da un'auto che non si ferma a prestare soccorso.
O da quella di Duncan Allen (Ben Chaplin), editor del Post che si trova ad affrontare la fine del suo matrimonio e un cambio di rotta nella scelta dei contenuti da pubblicare sul giornale che dirige.


Non manca un personaggio che permetta al pubblico più giovane di rivedere, almeno in parte, la propria voglia di sfondare nel mondo del lavoro, e si tratta di Leona Manning-Lynd (Ellie Kendrick), junior reporter all'Herald divisa tra la personale inclinazione al restare in disparte e la voglia di avere l'occasione di mettersi alla prova.

Il ritmo incalzante e il sempre fluido passaggio da una storia all'altra, e da un personaggio all'altro, rendono PRESS una serie che, se disponibile su Netflix, sarebbe facilmente fruibile in un'unica visione: è impossibile arrivare alla fine di una puntata e non bramare la successiva.
Così come è impossibile non essere, ancora oggi, affascinati dal mondo della caccia alla notizia.
Siete pronti a camminare per i corridoi delPost e dell'Herald?
Mettetevi in marcia, perchè è un mondo in cui si corre. Per davvero.

venerdì 14 settembre 2018

Confessioni di un neet: intervista a Sandro Frizziero

Sapete chi sono i neet? Se ne parla poco, fatta eccezione per qualche articolo tappabuchi sulle testate web, ma quella dei neet è forse la categoria di individui più a rischio: sono coloro che non studiano, non lavorano e non cercano attivmente di fare nessuna delle due cose. Sono quelli che hanno gettato la spugna, delusi da una società che non include e da un mondo del lavoro che certo non facilita l'avvio di una carriera professionale.
Di loro (e non solo) parla anche "Confessioni di un neet", romanzo d'esordio di Sandro Frizziero (Fazi Editore), ed ecco cosa ci ha raccontato l'autore sul suo romanzo, la scrittura e l'umorismo.

Nel tuo romanzo, racconti una categoria di persone spesso trascurate dalla cronaca e dalla stampa: si parla di disoccupazione e di studenti, o di cervelli in fuga, ma non di chi non rientra in nessuna di queste caselle.
Pensi che derivi anche da questa mancanza di considerazione l’alienazione del Neet?
Ogni Neet si sente solo, questo è sicuro. Che faccia una vita da hikikomori, che decida cioè di rinchiudersi in camera davanti al pc, o che ami bighellonare in città andando da un bar all’altro, magari giocando al videopoker, il Neet si sente solo e poco considerato. Certo, qualcuno potrebbe sostenere che questa sua particolare situazione sia il risultato, oltre che di scelte fallimentari, anche di una certa indolenza, ma generalizzare è sbagliato. Alcune persone, con delle sfortunatissime se non tragiche storie alle spalle, meriterebbero certamente più empatia e comprensione.

Quello del social network usato per proiettare una versione fasulla e diversa di se stessi sul mondo è un tema caldo, anzi, caldissimo. Credo che sia facile per i lettori ritrovare, nel “tuo” Neet, almeno un paio di punti di contatto. Ma come ci si accorge che, a forza di fingere, si sta perdendo di vista il nostro io vero? Qual è il punto di rottura?
Nel momento in cui ci poniamo in relazione con gli altri in un certo modo fingiamo, tentiamo di costruirci un’immagine di noi stessi che corrisponda alle nostre aspirazioni e ai nostri modelli. Ciò avviene attraverso l’abbigliamento, il modo di parlare, la gestualità. Nei social questa dinamica è più evidente e più intenzionale. La “vetrinizzazione” di cui ha scritto il sociologo Vanni Codeluppi, è, contemporaneamente, esposizione dei momenti più intimi della vita e una sorta di marketing di se stessi. Tuttavia non è detto che il nostro “io vero” sia quello al di fuori dei social. Pensiamo a una persona pacata, educata nel parlare, apparentemente rispettosa degli altri che poi, una volta a casa, si lascia andare a commenti razzisti sui social. Qual è il suo “vero io”?


Il tema della responsabilità, nel tuo romanzo, è affrontato da un punto di vista interessante. Se all’inizio è facile pensare che sia il Neet a non volere impegni, è facile anche cambiare idea leggendo, e realizzare che la sua, in fondo, è una reazione al mondo esterno che non si prende nessuna responsabilità nei suoi confronti.
È una sensazione comune a quella dei precari, dei lavoratori con contratti fantasiosi che portano a tutto tranne che all’assunzione, e dei disoccupati.
Riesci a vedere, nel futuro, un momento in cui ci assumeremo più responsabilità in questo senso, o pensi che la strada sia ancora lunga?
Ho pensato a un personaggio del genere proprio per creare nel lettore un sentimento di attrazione e repulsione. Lui è antipatico, misantropo, fatalista, nichilista; sembra che la situazione difficile di cui è vittima sia in gran parte il risultato delle sue scelte. Proseguendo la lettura, cercando di andare oltre le sue boutade, però, bisogna riconoscergli una certa intelligenza, una certa capacità di demistificare i luoghi comuni, i valori su cui basiamo la nostra vita e che sono tutt’altro che immodificabili. Mi piacerebbe, dunque, che questo personaggio facesse nascere, più che un senso di empatia, alcuni dubbi in chi lo incontra nel mio romanzo.
Non sono un esperto del mercato del lavoro, ma ciò che vedo parlando con molti giovani è che sempre più alcune logiche di sfruttamento vengono accettate come se fossero normali, pienamente giustificabili nell’ottica del guadagno. L’incremento dei cosiddetti “lavoretti”, a cui molti si aggrappano per vivere, non mi lascia davvero ben sperare. Bisognerebbe recuperare il ruolo sociale del lavoro, ma sul come e sul quando non posso fare previsioni.

A rendere il tuo libro una lettura da consigliare è anche il tuo uso singolare dell’ironia, e quindi ti chiedo: qual è il tuo rapporto con l’umorismo, e quanto è difficile essere divertenti scrivendo?
Maneggiare il registro dell’ironia è difficilissimo e non sempre è un’operazione destinata al successo. L’ironia, soprattutto quando è sottile, può essere difficile da comprendere perché non tutti colgono le provocazioni e spesso si rischiano fraintendimenti e incomprensioni. D’altronde, ironia e umorismo producono uno spazio interessante tra il significato letterale di un testo e il suo contenuto che permette di aprire prospettive nuove.

Qual è il messaggio che vorresti trasmettere a chi scoprirà il tuo romanzo, e a tutti i Neet là fuori?
Il mio romanzo non ha certo l’ambizione di trasmettere un messaggio, soprattutto edificante, al lettore; e neppure mi sento in grado di giudicare la vita e le scelte degli altri. Posso solo dire a chi si sente sfiduciato, soprattutto se molto giovane, che ognuno trova la propria strada, prima o poi. Senza cadere nella facile retorica del successo a tutti costi, del mettersi in gioco, del credere ai propri sogni (che poi è quella che canzono nel libro), occorre credere che con pazienza e sacrifici qualcosa di buono si possa costruire e, dal mio punto di vista, ciò è vero proprio perché il momento storico è difficile. Sarei felice se, leggendo le paradossali e deliranti invettive del protagonista, il lettore vi riconoscesse qualcosa di vero, un’ulteriore chiave di lettura della realtà a cui magari non aveva pensato.

Confessioni di un neet di Sandro Frizziero (Fazi Editore) è in libreria.

venerdì 7 settembre 2018

Elena Triolo racconta (e disegna) l'ansia

Elena Triolo: un nome, una garanzia.
Una delle fumettiste più amate, perchè è impossibile non ritrovare se stesse nelle sue buffe protagoniste di carta e inchiostro alle prese con la linea, gli amori, le amiche o lo shopping.
Stavolta, però, ci racconta un lato di noi stessi sul quale è spesso difficile scherzare, e riesce a strapparci una risata sin dalle prime pagine.


Ecco cosa ci ha raccontato Elena Triolo su Ansia (HOP! Edizioni), il suo rapporto con l'agitazione e l'evoluzione dei suoi disegni!

Raccontare l'ansia divertendo i lettori e allo stesso tempo rispettando le sensazioni di chi è, effettivamente, ansioso: quanto è stato difficile (e quanta ansia ti ha messo addosso)? 
Credo che l'Ansia vada presa con ironia e che chi è ansioso sia effettivamente tragicomico di suo, in pratica uno spettacolo da guardare. Rispettare le sensazioni di chi soffre d'ansia è stato facile dato che ne soffro pure io. Non direi che mi ha messo ansia addosso, piuttosto direi che me l'ha levata!

Ho adorato il look che hai regalato ad Ansia: da dove è nata la scelta di rappresentarla così?
L'idea dell'abito vittoriano nasce dalla mia passione per la moda e in particolare per la storia del costume. Lady Ansia ha l'aspetto fisico della protagonista perché del resto è una sua creatura ma indossa uno scuro ed opprimente abito ottocentesco perché allo stesso tempo è minacciosa e soprattutto angosciante, come l'idea di vivere in un'epoca in cui non esistevano antibiotici o in cui potevi morire bruciato se passavi troppo vicino ad una candela.

Impossibile non ritrovare almeno un po' di se stessi nella tua ansiosa protagonista, e sono curiosa: sei una persona ansiosa? Come immagini la tua, di ansia?
Sono ansiosa a periodi, come tutti, ma per le cose più assurde: l'uscita di un mio libro non mi rende ansiosa, nemmeno le presentazioni o le consegne urgenti. In queste situazioni sono l'emblema della buddità. Ma se devo fare il saggio del corso di teatro davanti a 20 persone vado in paranoia due settimane prima. La mia Ansia è come la vedete, supponente, altezzosa e vittoriana.

Quanto è cambiato il tuo modo di disegnare nel tempo, e quanto questo titolo ti ha cambiata? Vedi l'ansia e te stessa in modo diverso?
Il mio modo di disegnare si è fatto via via meno realistico e il segno forse un po' più graffiante e meno ingenuo ma questa forse è un'evoluzione (se di tale si può parlare) che avevo già fatto con il libro precedente "Coco. Vita di Coco Chanel". Più che vedere l'Ansia e me stessa in modo diverso posso dire di conoscerla e conoscermi meglio quindi so esattamente come prenderla e come prendermi.

Hai una sezione preferita all'interno di questo volume? Perchè?
La mia sezione preferita è quella sull'Ansia da bambina/ragazzina, è stato divertentissimo crearla.

Puoi già anticipare qualcosa dei tuoi prossimi lavori? C'è qualche idea su cui ti piacerebbe lavorare?
In uscita a fine mese c'è la prima storia breve scritta e disegnata da me (in precedenza ho lavorato ad un paio di graphic novel ma erano sempre scritti da altri).
Si tratta di una storia realizzata per Manticora Autoproduzioni ambientata in epoca vittoriana.

Grazie a Elena Triolo e a HOP! Edizioni per la disponibilità: Ansia è superconsigliato, anche se c'è un rischio. Potreste affezionarvi a lei e non farla andare più via!

mercoledì 5 settembre 2018

Come diventare una buona capitana: la lezione (fantasy) di Sarah Driver

Sarah Driver ha firmato una delle trilogie fantasy per ragazzi più attese del 2018, e La predatrice dei mari (Rizzoli), il primo volume, è uno dei titoli "caldi"dell'autunno.

La Predatrice altro non è che il veliero che, sotto la guida di Capitan Codibugnola, compie scorribande nei mari più lontani.
Ma diffidate dalle apparenze, perché Sarah Driver rovescia ogni canone della letteratura piratesca per ragazzi (e non). Il capitano della nave, infatti, è la nonna della protagonista e voce narrante Topo, la cui vita da quando è rimasta orfana è stata spesa nel prendersi cura del fratellino, Passerotto, in attesa che si compisse il suo destino: diventare la nuova capitana della Predatrice.
Quando anche il padre scompare e Passerotto si trova in pericolo, Topo deve prendere in mano la situazione prima del tempo: qualcosa non quadra, e tutti gli indizi conducono a Cervo, il nuovo navigatore che mira al comando della Predatrice.

Consigliato agli aspiranti navigatori, e a chi sogna di solcare i sette mari, ai quali insegna come diventare capitani (e capitane) senza paura.
Topo crede che essere capitana significhi combattere con ferocia e sconfiggere ogni nemico, ma la nonna e gli ostacoli che dovrà affrontare le insegneranno che per essere una buona comandante serve anche lucidità, controllo delle proprie emozioni e raziocinio.
Serve la capacità di non prendere decisioni avventate che potrebbero mettere in pericolo l'intero equipaggio, perché una capitana senza il proprio equipaggio non è niente e perché la stima e il rispetto dei sottoposti non sono assoluti: vanno conquistati.
C'è differenza tra coraggio e irruenza, e tra determinazione e ostinazione.

Leggere Sarah Driver da bambini permette di sognare di solcare i mari misteriosi a caccia di tesori e balene, ma leggerla da adulti è altrettanto speciale: in modo più o meno consapevole, l'autrice regala ai più grandi una lezione di leadership e team building decisamente attuale.
Da scoprire.


La predatrice dei mari di Sarah Driver (Rizzoli) è in libreria.

Pierre Lemaitre, e i colori dell'incendio: il ritorno a quattro anni da Ci rivediamo lassù

Con Ci rivediamo lassù Pierre Lemaitre conquistò i lettori e il premio Goncourt 2013: il romanzo, primo capitolo di una trilogia, è stato tradotto in ventisei lingue e ad oggi le copie vendute nel mondo superano il milione.
Oggi, i lettori italiani possono scoprire I colori dell'incendio, e appassionarsi sin dalle prime righe alla storia di Madeleine e di suo figlio Paul, mentre sullo sfondo Parigi e la Francia intera si avviano inesorabilmente verso un nuovo conflitto mondiale (siamo nel 1927).

Marcel Péricourt è morto, e tutta l'alta società parigina si è radunata per rendergli omaggio. È anche l'occasione per gettare occhiate non tropppo discrete a Madeleine, sua figlia ed erede, perchè è a lei che toccherà amministrare i beni del padre. Un vero e proprio impero finanziario, e chi può dire se ne sarà all'altezza? Di sicuro si sta dimostrando in grado di gestire il funerale.
In effetti, Madeleine è pronta a tutto. Tutto, tranne vedere suo figlio precipitare dalla finestra, atterrando sulla bara e poi sul lastricato.
Una corsa in ospedale, e la diagnosi: il bambino è salvo, sì, ma le conseguenze non saranno indifferenti.
Ed è da qui che inizia il suo percorso in salita, irto di ostacoli e di occasioni in cui la crudeltà e l'avidità altrui riescono quasi ad abbatterne ogni resistenza, senza mai riuscirci.

Quella di Madeleine è una storia di lotta, di affermazione di sè e sì, anche di rinascita.
Di frontiere da superare in treno, due faldoni di document nascosti nella sedia a rotelle del figlio; di uomini pronti a metterla in un angolo (ma nessuno mette Baby in un angolo!); di atti di coraggio quando essere temerari è l'unica alternativa possibile.

Il suo mondo è popolato di personaggi difficili da dimenticare, a cominciare dal figlio Paul, protagonista di una vita piena e affascinante vissuta in sedia a rotelle, prendendo parte alla Resistenza e scoprendo un vero e proprio talento per la comunicazione: il ragazzo che fatica a parlare diventa uno degli uomini più in gamba e richiesti del marketing pubblicitario, in una sorta di paradosso positivo che spesso ritroviamo nei lavori di Lemaitre.

Molto interessante anche la scelta dell'autore di affrontare il tema della vendetta, oltre che quello della lotta e della rinascita: non solo la volontà di tornare in cima, quindi, ma anche quella di farla pagare a chi ha provocato la caduta (o ha semplicemente assistito senza intervenire).

Pierre Lemaitre si conferma capace di costruire una trama ricca, e di condurre il lettore attraverso 500 pagine dense, senza provocare in lui la minima stanchezza. Non è da tutti.
L'invito a scoprire il suo ultimo lavoro è da estendere anche a chi, ancora, non avesse avuto la fortuna di apprezzare i suoi romanzi: impossibile, a lettura ultimata, non voler correre in libreria a cercare una copia di Ci rivediamo lassù.

I colori dell'incendio di Pierre Lemaitre (Mondadori) è in libreria.

martedì 4 settembre 2018

"Il grande inverno", e un grande ritorno per Kristin Hannah

Ci sono ritorni attesi, e poi ci sono quelli per i quali il termine "attesa" non sembra sufficiente.
Quello di Kristin Hannah è uno di questi: dopo il successo mondiale di pubblico e critica ottenuto da "L'usignolo", le aspettative per il suo lavoro successivo erano altissime.
E non sono state disattese.

Quando Ernt Allbright torna dalla guerra del Vietnam è un uomo profondamente instabile. Dopo aver perso l'ennesimo posto di lavoro, prende una decisione impulsiva: trasferirsi con tutta la famiglia nella selvaggia Alaska, l'ultima frontiera americana, e cominciare una nuova vita. Sua figlia Leni, tredici anni e protagonista de Il grande inverno (Mondadori), è nel pieno del tumulto adolescenziale: soffre per i continui litigi dei genitori e spera che questo cambiamento porti a tutti un futuro migliore.
Non è entusiasta di lasciare ancora una volta la scuola, perdere altri amici e dover ricominciare da capo, ma è qualcosa a cui ha dovuto abituarsi.
Lo stesso vale per la madre Cora, pronta a fare qualsiasi cosa per l'uomo che ama, anche se questo vuol dire seguirlo in un'avventura sconosciuta. All'inizio l'Alaska sembra la risposta ai problemi di sempre: in un paesino isolato, gli Allbright si uniscono a una comunità di uomini e donne estremamente temprati, fieri di essere autosufficienti in un territorio così ostile e pronti ad aiutarli in ogni modo. Però quando l'inverno avanza e il buio invade ogni cosa, il fragile stato mentale di Ernt peggiora e il delicato equilibrio della famiglia comincia a vacillare. Ora, i tanto temuti pericoli esterni - il ghiaccio, la mancanza di provviste, gli orsi - sembrano nulla in confronto alle minacce che provengono dall'interno del loro nucleo famigliare.

Come si raccontano l'angoscia crescente di una madre disperata e di una moglie rassegnata, o la paura di una figlia che stenta a riconoscere nell'uomo spaventoso che si aggira per casa come una bestia fuori controllo il suo papà? Esattamente così.
Il grande inverno, quello dell'Alaska e delle sue anche diciotto ore di buio al giorno, è protagonista silenzioso e sfondo perfetto per quello che è il culmine della follia distruttiva di un uomo e la lotte di una donna per salvare sua figlia.
La stessa follia che lo rende entusiasta all'inverosimile all'inizio della loro avventura, impegnato in lavori di falegnameria, mentre solo moglie e figlia sembrano rendersi conto davvero della vita a cui stanno andando incontro. Ernt sembra non vedere la sporcizia e non sentire il freddo, sembra pensare solo a quanto quella nuova vita potrebbe cancellare quella precedente.

Scegliere Leni come personaggio centrale permette all'autrice, anche con una narrazione in terza persona, di guidare il lettore lungo il crescendo di follia di Ernt attraverso lo sguardo più ingenuo, fresco e spaventato che ci sia: quello di una figlia.
Persino la neve, che per i bambini è simbolo di gioia e giochi scatenati, per Leni diventa un motivo di paura: la neve, questa neve, copre ogni cosa, è inarrestabile e fredda, molto più fredda di quanto avrebbe mai immaginato. La neve li isola, rendendo la fuga impossibile e quella piccola catapecchia ancora più claustrofobica. Il costante contrasto tra la vastità del territorio circostante e la claustrofobia asfissiante dell'abitazione degli Allbright è uno degli elementi più riusciti del romanzo.

Il grande inverno è un romanzo perfetto, in cui, come in Alaska in inverno, bellezza e pericolo si intrecciano e si fondono fino a diventare una cosa sola.
Una lettura che non delude, e non solo: conquista, coinvolge, appassiona.
Da non perdere.

Il grande inverno di Kristin Hanna (Mondadori) è in libreria.