lunedì 15 ottobre 2018

"Il ladro gentiluomo" di Alessia Gazzola

Alice Allievi è tornata: Il ladro gentiluomo, ottavo volume della fortunatissima serie di Alessia Gazzola dedicata alla specializzanda di Medicina Legale preferita dai lettori, è in libreria.
E anche se specializzanda Alice non lo è più, la sua vita non è certo più tranquilla, anzi!

Alice e CC (ovvero Claudio Conforti) sono a un punto di svolta, in quella che è stata una relazione piena di tira e molla: lui si è finalmente convinto, è pronto a frae un passo avanti e le ha proposto di convivere. E sarebbe davvero perfetto, se non fosse che Alice, convinta di non avere un futuro con CC, ha chiesto di essere trasferita, ritrovandosi così a Domodossola.
Il tempismo non è mai stato il loro forte, ma nonostante lo scoramento Alice non ha nemmeno il tempo di piangersi addosso: il cadavere di Arsen Nazarovič Scherbakov viene rinvenuto nel giardino della proprietà del cavalier Luigi Megretti Savi. Il ragazzo di quasi trent'anni sembra essere precipitato, mentre fuggiva dopo aver commesso un furto (o meglio, averci provato).
L'autopsia porta alla luce un diamante rosa nello stomaco di Arsen, e se Alice crede di fare la cosa giusta convocando un ufficiale giudiziario per affidargli la gemma, è da lì che hanno inizio i suoi guai. A prendere in consegna il diamante, infatti, non sarà un ufficiale, ma un ladro abile nei travestimenti e dai modi cortesi, presentatosi con il falso nome (molto letterario) di Alessandro Manzoni. Che la caccia al ladro abbia inizio!

Da Roma a Domodossola, da specializzanda a specialista, per Alice tutto sembra essere cambiato: la ragazza imbranata e goffa di cui i lettori si sono innamorati sin dalle prima pagine di L'allieva esiste ancora, sì, ma con una nuova consapevolezza e qualche scivolone in meno.
La ragazza è diventata donna, insomma, e con lei le lettrici che da anni ne seguono le avventure.
Non ha però perso la sua capacità di provare empatia, nè il suo intuito, ma affronta il nuovo caso con un'oculatezza che raramente le si poteva attribuire agli inizi.

Quello che è chiaro da subito è che Alice e CC, di questo trasferimento, avevano bisogno: per quanto il loro rapporto sia sempre stato fuori dall'ordinario, il rischio di essere per sempre insegnante e allieva anche nel privato esiste, e affrontare la sfida di una relazione a distanza, fatta di telefonate, nostalgia e treni per passare almeno un po' di tempo insieme, porterà la loro relazione su un altro livello. Ci saranno momento no e momenti sì, buone giornate e giorni da dimenticare, ma soprattutto arriverà il momento delle confessioni.

Il ladro gentiluomo è un ulteriore, impeccabile tassello nel puzzle che compone la storia di Alice e Claudio, e Alessia Gazzola si rivela ancora una volta in grado di emozionare e stupire i suoi lettori con un romanzo che fonde alla perfezione giallo e rosa, indagine e storia d'amore.
Quando si tratta di Alessia Gazzola, l'unico problema è aspettare con ansia il romanzo successivo una volta raggiunta l'ultima pagina.

Il ladro gentiluomo di Alessia Gazzola (Longanesi) è in libreria.

sabato 13 ottobre 2018

[FEST] Butterfly: incontro con lo showrunner Tony Marchant, Francesca Vecchioni (Diversity Lab) e Luca Bersaglia (FOX)

Diversità è sicuramente una delle parole chiave di questa prima edizione di FEST - Il festival delle serie tv, insieme a rappresentazione.
Vanno di pari passo, in fondo, e non poteva esserci serie migliore di Butterfly, da presentare in anteprima assoluta, prima ancora del debutto inglese.
Sul palco insieme a Marina Pierri e Giorgio Viaro, lo showrunner della serie Tony Marchant, Francesca Vecchioni (Diversity Lab) e Luca Bersaglia (Fox).


Tra i drama più attesi della stagione invernale, Butterfly è una serie creata e firmata dallo sceneggiatore premio BAFTA Tony Marchant. Racconta la complessa relazione che vive una coppia di genitori separati, Vicky (il premio Emmy Anna Friel) e Stephen (Emmett J. Scanlan), che si trova ad affrontare la richiesta di avviare il processo di cambio di sesso da parte del figlio minore Max (Callum Booth-Ford), che fin da piccolissimo si sente una bambina intrappolata in un corpo maschile.
Sarà trasmessa da FoxLife a dicembre, e partiamo da qui: scoprendo perchè FOX ha scelto di puntare su questa serie.
Lo scopriamo insieme a Luca bersaglia, che sottolinea come Butterfly sia, prima di tutto, una serie tv splendida dal punto di vista tecnico e mravigliosamente interpretata da ognuno degli attori coinvolti. Suo punto di forza è «la delicatezza con cui è stato affrontato il tema della transizione.»
Butterfly rappresenta qualcosa di nuovo, che racconta la transizione in età infantile e in un'ottica famigliare. Sicuramente trasmettere questa serie si traduce in una presa di posizione, ma è una posizione a favore della diversità che FOX ha sempre preso.

Giorgio Viaro si rivolge direttamente a Tony Marchant, per scoprire come sia nato il progetto, ricordando al pubblico che la serie nasce da esperienze di vita reali.
«Ho iniziato recandomi presso Mermaids, un'organizzazione che si occupa di fornire assistenza ai bambini e alle famiglie durante il periodo difficile della transizione» spiega Marchant.
«Ascoltare le loro storie mi ha offerto molti spunti, ma non solo. Mi ha insegnato a parlare del tema con la giusta delicatezza: era un tema che comportava una responsabilità enorme, e ho ritenuto giusto documentarmi il più possibile prima di scrivere la sceneggiatura.»



Un aspetto importante che Tony Marchant mette in evidenza è il ruolo di Butterfly nello sfatare i miti sulla transizione, molto diffusi e molto epricolosi.
Prima tra tutti, la convinzione che la transizione in età prepuberale sia un processo affrontato con leggerezza. Che basti che un bambino esprima una preferenza e via, i genitori sono immedatamente d'accordo e nel giro di po tempo la transizione è compiuta. Non funziona così, ed è pericoloso crederlo.
Un altro punto di scontro è stata la scelta di non utilizzare un preadolescente in transizione per il ruolo: è una cosa sulla quale abbiamo riflettuto a lungo, ma ogni psicologo e medico consultato ce lo ha sconsigliato proprio perchè si sarebbe tradotto nel costringere un ragazzino in transizione a vivere sotto ai riflettori questa delicatissima fase della sua vita. È un processo doloroso, difficile, intimo: non sarebbe stato corretto.
Ad aiutarmi a trovare il linguaggio giusto per scrivere la mia sceneggiatura è stata la CEO di Mermaids, perchè sembra un aspetto frivolo ma persino i pronomi vanno usati nel modo giusto.
È importante non sbagliare.

E proprio pensando al tema trattato, è inevitabile chiedersi quale sia il target di riferimento di una serie come Butterfly. Per Francesca Vecchioni «sarebbe limitante ridurre il target alla comunità LGBTQ+ perchè il tema della transizione ha a che fare con le grandi domande che ci si deve fare oggi. Domande culturali su chi siamo, cosa siamo dentro e fuori, se riusciamo o meno a far combaciare ciò che siamo con ciò che rappresentiamo. In questo senso, Butterfly parla a tutti: ai ragazzi, alle famiglie, agli adulti.»
Si dice d'accordo Luca, che offre un meno «corollario tecnico a ciò che ha detto Francesca. Butterfly è una serie per tutti, e anzi, nasce proprio per parlare a tutti. Basti pensare che, in Inghilterra, andrà in onda in prima serata su un canale in chiaro, visibile a tutti.»

Famiglia, crisi generazionale, bullismo sono solo alcuni dei temi che Butterfly porta sul tavolo della discussione. È fondamentale che a trattarli siano soprattutto i prodotti della serialità ad alta diffusione, come suggerisce Giorgio Viaro. È sicuramente così per Francesca Vecchioni, che sottolinea come
«tutto ciò che vediamo è rappresentazione di ciò che siamo: la nostra società è eterogenea, e deve essere rappresentata come tale. La prima matrice della discriminazione è la paura, e la paura nasce dalla non conoscenza. Ogni volta che una perosona o una situazione non viene rappresentata, non si diffonde conoscenza al riguardo, e si alimenta la paura dell'incomprensibile.»
Ed è proprio questa l'aspettativa di Fox su Butterfly, aggiunge Luca Bersaglia: aumentare la consapevolezza. «Le cose bisogna conoscerle, così si evita di allontanarle e osteggiarle. Butterfly aiuta a conoscere una realtà che può essere concepita come lontana dalla nostra. La transizione esiste, e bisogna parlarne.»

FEST continua, con i prossimi panel e proiezioni in anteprima!

Le tappe precendenti:
Girls Just Wanna Binge-Watch: qui
Scrivere e interpretare le donne di Gomorra - La Serie e Il Miracolo: qui
La prima puntata di The Romanoffs in anteprima: qui
BABY - incontro con i registi Andrea De Sica e Anna Negri, il collettivo GRAMS e il produttore Nicola De Angelis: qui
Incontro con Bradley James e Aurora Ruffino per I Medici - Lorenzo il Magnifico: qui
ELITE: incontro con i protagonisti Ester Expòsito e Jaime Lorente: qui

[FEST] ELITE: incontro con i protagonisti Ester Expòsito e Jaime Lorente

Las Encinas è il liceo più esclusivo della Spagna, dove l’elite manda i propri figli a studiare. Tre ragazzi della classe operaia vengono ammessi proprio a Las Encinas dopo la decisione del consiglio locale di distribuire gli studenti di una scuola crollata in diversi istituti dell’area. Lo scontro tra chi possiede tutto e chi non ha nulla da perdere crea una tempesta perfetta che si conclude con un omicidio. Chi si cela dietro il crimine?


Questa la storyline di ELITE, seconda produzione originale spagnola di Netflix.
Diretta da Ramón Salazar e Dani de la Orden, e scritta da Carlos Montero e Darío Madrona, è una delle serie al centro di FEST - Il festival delle serie tv grazie alla partecipazione di Ester Expòsito e Jaime Lorente, due dei giovani (ma già molto amati) protagonisti.

Non è un caso che siano proprio Ester Expòsito e Jaime Lorente a dialogare con Marina Pierri e Giorgio Viaro, perchè i loro personaggi rappresentano appieno l'incontro e lo scontro tra classi al centro di ELITE. Iniziamo a scoprire Nano e Carla, attraverso gli occhi dei loro interpreti.

«Nano crede di essere il duro, ma in realtà non è come sembra» esordisce Jaime Lorente. «È appena uscito dal carcere, e cerca di recuperare il rapporto con la madre e il fratello minore. Per questo non vuole ammettere di avere un problema, un grosso debito contratto in carcere per avere protezione che deve saldare, e in fretta. Per farlo si avvicina a Marina: l'unica cosa che non aveva previsto era di innamorarsi.»
«Quello di Carla è un personaggio che non tranquillizza affatto il pubblico» si inserisce Ester Expòsito. «Il motivo profondo alla base della sua natura fredda e calcolatrice è che i genitori l’hanno sempre trattata con freddezza, volendola perfetta e all’altezza della situazione, pronta a portare avanti gli affari di famiglia. Non le hanno trasmesso amore, o sicurezza.
Il suo tratto nobile, però è il suo essere pronta a difendere ciò che le appartiene, anche se non sempre le riesce.

In ELITE, la città di Madrid e la scuola sono un personaggio aggiunto, e il liceo è un microcosmo che rappresenta le dinamiche della società spagnola. Era una delle volonta della serie, quella di raccontare la società? In parte sicuramente sì, ma come sottolinea Jaime Lorente, la serie va oltre, e lo fa trattando temi spesso trascurati quali l'omosessualità, la malattia e la convivenza con essa, le insicurezze. È d'accordo anche Ester Expòsito, che aggiunge che «il riflesso della società spagnola si basa su tutti i pregiudizi sociali, sull’etichettare una persona solo perchè fa o non fa una cosa, o perchè fa parte di una determinata classe sociale.»


Giorgio Viaro si rivolge a Jaime Lorente, per chiedergli come sia passare da un grande successo come La casa di carta a un'altra punta di diamante di Netflix: è qualcosa che entusiasma, o che spaventa anche un po'?
«È qualcosa che non potevo prevedere» ammette Jaime Lorente, «quando ci siamo accorti del successo di La casa di carta, ne eravamo contenti ma pensavamo fosse qualcosa che poteva accaderci una volta sola nella vita. Poi è arrivato ELITE. Due progetti bellissimi, da cui ho innanzitutto imparato molto. Provo un grande affetto per Denver (il ruolo che interpreta ne La casa di carta, ndr), perchè mi ha mostrato al mondo e fatto conoscere. Posso solo ringraziare Netflix, perchè grazie a entrambi i progetti sono cresciuto molto, come attore e come persona.»
Per Ester Expòsito è ancora difficile sentirsi una star. «Posso solo constatare quanto la serie sia piaciuta al pubblico. Mi sento una ragazza di 18 anni che vuole lavorare, contenta per riconoscimenti ma che vive con normalità.»

Credit: FEST
Il giallo, il mistero, l’omicidio: ELITE va vista tutta d’un fiato, oppure no?
Ester Expòsito e Jaime Lorente saranno binge-watcher, oppure no?
Se per Ester Expòsito la visione di ELITE dovrebbe procedere lentamente, capitolo per capitolo, è la prima a dire che il feedback ricevuto è stato diverso: iln pubblico che l’ha vista tutta in un giorno.
Per quanto la riguarda, alcune serie le ha viste tutte d'un fiato, altre le ha centellinate.
Jaime Lorente interviene per aggiungere che la sua serie preferita in assoluto è Suits, e che il personaggio di Harvey Specter rappresenta l'uomo che vorrebbe diventare da grande.
«La mia serie preferita è La casa di carta (in cui recita Jaime Lorente, ndr)» scherza Ester Expòsito, facendo ridere la sala, «ma adoro anche The Killing: il personaggio dell'agente Holder è straordinario.»

FEST continua, con la visione della prima puntata di ELITE.... e con i prossimi panel!

Le tappe precendenti:
Girls Just Wanna Binge-Watch: qui.
Scrivere e interpretare le donne di Gomorra - La Serie e Il Miracolo: qui
La prima puntata di The Romanoffs in anteprima: qui
BABY - incontro con i registi Andrea De Sica e Anna Negri, il collettivo GRAMS e il produttore Nicola De Angelis: qui
Incontro con Bradley James e Aurora Ruffino per I Medici - Lorenzo il Magnifico: qui

[FEST] Incontro con Bradley James e Aurora Ruffino per I Medici - Lorenzo il Magnifico

«Quanti di voi hanno amato la prima stagione de I Medici?» chiede Giorgio Viaro al pubblico, e la risposta è uno stuolo di mani alzate.
Uno dei panel più attesi di FEST - Il festival delle serie tv è proprio quello dedicato alla serie I Medici - Lorenzo il Magnifico disponibile su Timvision, e non a caso: le fan sono accorse in massa per la possibilità di incontrare Bradley James e Aurora Ruffino, creando una lunga coda ore prima dell'inizio del panel.


Al centro della serie, sicuramente la figura di Lorenzo il Magnifico (interpretato da Daniel Sharman, ndr), quindi perchè non partire da qui, dal rapporto dei loro personaggi con quello del protagonista?
«Bianca e Lorenzo hanno un rapporto complicato» inizia a spiegare Aurora Ruffino. «Si vogliono bene, ma il ruolo politico di Lorenzo mette in difficoltà la loro relazione. Quando Lorenzo prova a convincerla a cedere a un matrimonio combinato, Bianca punta i piedi. Rifiuta perchè innamorata di Guglielmo Pazzi. Farà di tutto per proteggere questo amore, perchè per lei non ci sono opzioni: o Guglielmo o nessun altro.»
Bradley James ride, nel definire il suo personaggio, Giuliano, il  fratello «più giovane, meno popolare e meno attraente di Lorenzo.»
Aggiunge che il suo legame con Lorenzo è però molto forte: i due sono cresciuti insieme, prendendosi cura l'uno dell'altro. Tuttavia il ruolo di Giuliano nella famiglia non è così definito, e quindi ha il compito difficile di scoprire quale sia il suo posto. Fa parte di una famiglia ricca e potente, ma non ne deve sopportare tutte le responsabilità.
È anche questo a renderlo molto protettivo nei confronti del fratello, soprattutto fisicamente: potremmo quasi definirlo la sua guardia del corpo. Una svolta, nella serie e nel loro rapporto, arriva quando le loro strade si separano, quando i loro desideri e le loro ambizioni li spingono verso direzioni differenti.»

Un ruolo dinamico, quello di Giuliano, ma non solo: è storicamente noto per la testardaggine, per l'ostinazione. Bradley James si riconosce in questo tratto del suo carattere?
L'attore scherza, dicendo che bisognerebbe chiederlo ai suoi amici, e Auroa interviene, sottolineando come sì, ci sia tanta ostinazione in Bradley, ma è l'ostinazione positiva, quella che gli fa desiderare di fare sempre meglio, senza fermarsi finchè non è soddisfatto.


E proprio dal punto di vista storico, I Medici è un prodotto molto curato: sarà stato necessario studiare, per calarsi al meglio nella parte? C'è un aspetto del periodo che ha conquistato i due attori?
«Per me è il periodo più bello della storia del nostro paese» risponde al volo Aurora Ruffino, «e quella dei Medici è stata la famiglia più forte e potente in un periodo di grande sviluppo e cambiamento. Era rivoluzionario iniziare a vedere l'uomo come autodeterminato e artefice del proprio destino: è stato interessante studiare più a fondo il periodo, e scoprire quanto non sapevo.»
Bradley James sottolinea invece come, in Italia, abbia trovato «un grandissimo rispetto per l'arte e l'architettura, e un'ancora più grande volontà di preservare ciò che è rimasto del Rinascimento.»

Siamo a un festival delle serie tv, ma Aurora Ruffino e Bradley James sono anche attori cinematografici. Avranno riscontrato delle differenze, nel lavorare su entrambi i tipi di set?
«Di una serie adoro il fatto che si giri per cinque, sei mesi: si diventa una famiglia» esordisce Aurora Ruffino, «e ci si vuole bene quanto in una famiglia. C'è più tempo per scavare nel personaggio e affezionarti a lui. Mi è capitato di essere sul set di un film per quattro settimane: è stato bello, però di sicuro non mi sono sentita coinvolta allo stesso modo!»
«Concordo. Quando si recita in un film, si lavora spesso da soli o con solo una minima parte del cast. Ci sono periodi in cui si sta lontani dal set, e quando si torna è difficile sentirsi di nuovo in sintonia con il personaggio» ribadisce Bradley James. «Quando fai parte di una serie tv, è molto diverso: si vive a strettissimo contatti, coltivando dei legami e delle amicizie, e soprattutto si continua a frequentarsi anche al di fuori del set tra una stagione e l'altra.
Per quanto riguarda I Medici, il cast è semplicemente fantastico: tra dieci anni, molto probabilmente saremo ancora amici, e questo non è scontato quando si partecipa a un film.»

Credit: FEST
Ogni ospite di FEST deve condividere con il pubblico la propria serie preferita, e se per Aurora Ruffino questa serie è La casa di carta, per Bradley James è Il trono di spade.
«E poi Killing Eve» aggiunge, «arrivando ho notato un poster della serie, e ho appena finito di vedere tutte le puntate disponibili.»

Giorgio Viaro coglie lo spunto de Il trono di spade per proporre un parallelismo tra l'iconica scena delle nozze rosse e la trasposizione della congiura dei pazzi che vedremo in I medici - Lorenzo il Magnifico. Si respirano le stesse atmosfere?
«In parte, sì» risponde Aurora Ruffino. «Sicuramente la differenza più forte è data dalla consapevolezza della realtà della storia che I Medici - Lorenzo il Magnifico racconta. La congiura dei pazzi è qualcosa di realmente accaduto, e vederla rappresentata è stato molto intenso e doloroso. Impossibile non pensare che quelle donne, quei bambini che vedi urlare e correr sul set siano realmente esistiti, e siano davvero morti in modo atroce.»
«Aggiungo solo una cosa: nessuna serie ha avuto così successo quanto Il trono di spade» interviene Bradley James, «e di sicuro c'è una forte pressione da stampa e pubblico al marketing della casa di produzione per trovare dei nessi, dei riferimenti. Dei ganci che rendano possibile venderla al pubblico. Il rischio, agendo così, è nel tentativo di emulare qualcosa che ha avuto successo senza trovare la tua identità. Penso che I Medici abbia trovato la sua identità e il suo posto nel cuore del pubblico, invece, e spero che sarà una serie di successo. Soprattutto, mi auguro che vi piacerà quando la vedrete!
Inoltre, ci vuole molto rispetto nel rappresentare le storie vere, e credo che abbiamo fatto un buon lavoro e reso giustizia a una storia tragica, oltre che bellissima.»

Il panel si ferma per permettere al pubblico di godersi l'ultima clip in anteprima, che vede i Medici vittima di un agguato nel bosco. Una scena ricca d'azione, che offre lo spunto a Bradley James per ribadire come quello di Giuliano sia un ruolo molto dinamico, soprattutto quando il personaggio deve protegger il fratello Lorenzo.

Un ultima domanda per entrambi: binge-watcher o old school?
Per Aurora Ruffino è facile rispondere che, quando inizia serie, deve «vedere tutte le puntate di fila. Anche facendo le sei di mattina!»
Bradley, invece, sottolinea come per lui sia difficile trovare il tempo di seguire le puntate di settimana in settimana, soprattutto quando si trova sul set, quindi ringrazia di poter recuperare una serie intera nel momento in cui ha il tempo. «Sostanzialmente ci si trova a guardare dei film di dieci ore» aggiunge, «ed è fantastico che la tecnologia ci permetta di fruire le serie tv in questo modo.»

I Medici - Lorenzo il Magnifico è disponibile su Timvision: buona visione!

Le tappe precedenti:
Girls Just Wanna Binge-Watch: qui.
Scrivere e interpretare le donne di Gomorra - La Serie e Il Miracolo: qui
La prima puntata di The Romanoffs in anteprima: qui
BABY - Incontro con i registi Andrea De Sica e Anna Negri, il collettivo GRAMS e il produttore Nicola De Angelis: qui

venerdì 12 ottobre 2018

[FEST] BABY: incontro con i registi Andrea De Sica e Anna Negri, il collettivo GRAMS e il produttore Nicola De Angelis

FEST continua, ed è il momento di scoprire quello che è uno degli arrivi più attesi della stagione: Baby, produzione tutta italiana firmata Netflix, che debutterà sulla piattaforma il 30 Novembre.


Un'anteprima assoluta, e la possibilità di scoprirla insieme al team creativo che ha dato vita al progetto: sei puntate, con la regia di Andrea De Sica e Anna Negri, per raccontare un'Italia che potesse coinvolgere il pubblico di tutto il mondo - o almeno, i 190 paesi sui quali la piattaforma pubblicherà la serie.

Baby nasce dalle idee di GRAMS, un collettivo di giovani scrittori composto da Antonio Le Fosse, Eleonora Trucchi, Marco Raspanti, Giacomo Mazzariol e Re Salvador: due di loro, Antonio ed Eleonora, sono intervenuti a FEST per raccontare le fasi del progetto e condividere con il pubblico qualche curiosità sulla serie prodotta da Fabula Pictures, rappresentata in questa sede da Nicola De Angelis. Accanto a loro, i due registi.

La serie racconta le vite segrete di quelli che sono ragazzi come tanti, e proprio da ragazzi è stata scritta, come sottolinea Marina Pierri, moderatrice dell'incontro insieme a Giorgio Viaro.
E partiamo da qui, dalla nascita del collettivo GRAMS e di quella che poi sarebbe diventata Baby.

«GRAMS è nato dopo qualche anno in cui abbiamo cercato, ognuno in autonomia, di trovare un posto all'interno dell'industria televisiva» spiega Antonio Le Fosse.
«Leggendo molte sceneggiature, ci siamo resi conto che era necessario fare un passo indietro e ripensare a quelle  che erano le storie da raccontare. Ci ha uniti la voglia di ripartire dalle storie, al di là dei budget e delle logiche di produzione: GRAMS è nato così, e tra i vari progetti in lavorazione c'era lo scheletro di Baby. Lo abbiamo portato in Fabula Pictures, e Nicola De Angelis è riuscito a portarlo in Netflix.»


«Di Baby ci ha subito appassionato l'idea di raccontare l'adolescenza, amore incluso, in modo realistico, e molto sentito visto che la nostra stessa sdolescenza non era ancora lontana nel tempo. È qualcosa che ci ha uniti, e siamo felici che oltre a crederci noi ci abbiano creduto anche Fabula Pictures e Netflix» aggiunge Eleonora Trucchi, sorridendo.

Di certo, iniziare il proprio percorso creativo con un'esperienza così non è da tutti, sottolinea Giorgio Viaro. Una collaborazione fortunata anche per Fabula Pictures.
«Baby era un'idea ben più definita di quanto vogliano far credere. Avevano solo bisogno di qualcuno che li aiutasse a tirarla fuori nella sua interezza» interviene Nicola De Angelis.
«È questa la sfida nel lavorare con i giovani autori, ed è ciò che spesso manca nella nostra industria: il coraggio di coltivare i talenti nuovi, e di investire nei giovani per farli crescere. Netflix sta cambiando le carte in tavola, in questo senso.»

Per Marina Pierri, Baby racconta un viaggio, dalle scelte alle conseguenze di tali scelte.
Come si racconta, da registi, questo tipo di percorso senza emettere giudizi, ma con empatia ed osservazione?
Per Anna Negri «l'empatia è una delle grandi chiavi attraverso le quali si può migliorare il mondo», e sottolinea come, nel contesto delle grandi serie tv, si faccia leva spesso su questo sentimento.
Un prodotto che funziona riesce a farti provare empatia verso i personaggi più impensabili, narcos inclusi.
«A me, da subito, è piaciuto vedere che, per una volta, il mondo dei Parioli non sia stato affrontato e dipinto con diffidenza e critica, ma che sia stato dato al tutto un tocco romantico, e una chiave di lettura decisamente più universale. Sta qui, la vera originalità della serie» interviene Andrea De Sica.
E universale deve esserlo davvero, perchè una delle esigenze principali nel costruire Baby era quella di renderla un prodotto fruibile e apprezzabile in tutto il mondo, non solo in Italia.
Tutto ciò che non poteva essere compreso al di fuori del territorio nazionale è stato modificato, riscritto, rielaborato.


Uno dei fil rouge di questa prima edizione di FEST è la rappresentazione femminile.
Netflix non è affatto estranea alla rappresentazione della diversità, ma cosa ne pensano Eleonora ed Anna della connotazione femminile di Baby?

«Ha sicuramente una forte connotazione femminile: è una serie che parla di donne, di amicizie femminili, di femminilità in ogni aspetto» risponde Eleonora Trucchi, supportata da Anna Negri che aggiunge che Baby è focalizzata su tre temi caldi: sessualità femminile, desiderio e consenso.
Questi tre elementi sono stati inespressi finora, almeno in Italia, e sono curiosa di scoprire la reazione del pubblico.

Una serie che oltre a temi nuovi porta sulla scena volti nuovi: molti degli interpreti sono alla loro prima esperienza, e questo da un lato è stato un rischio, dall'altro una sfida emozionante.
Emozionante anche la prospettiva di lavorare con un collettivo di giovani autori, ancora profondamente connessi con la loro stessa adolescenza ma allo stesso tempo già molto maturi dal punto di vista professionale.

La domanda che sorge spontanea è sicuramente questa: quale, tra tutti questi aspetti, colpirà di più il pubblico di Baby?
Per Anna Negri la forza della serie è il suo essere «la storia di ragazzi che cercano di dare un senso alla loro vita, anche contrapponendosi a una generazione di adulti che, nonostante il successo, risultano profondamente insoddisfatti.
«Io penso che in Baby si vedrà qualcosa di nuovo: una drammaturgia accompagnata da immagini autoriali, senza perdere di vista la storia o la psicologia dei personaggi, o anche un uso diverso della musica italiana» aggiunge Antonio Le Fosse.

È forse la dimostrazione di come, anche in Italia, siamo capaci di esplorare dei macrotemi e proporre contenuti capaci di superare i limiti della nazionalità? Sembra proprio di sì.
Farlo con una serie che, in fondo, racconta un coming of age, è una sfida ulteriore, ma proprio per questo lavorare con Netflix è stato fondamentale.


Per scoprire Baby bisognerà aspettare il 30 Novembre, ma il team creativo invita il pubblico a scoprire questa serie «dark, romantica, che tocca punti in grado di mettere a disagio i genitori» come propone Anna Negri, e Andrea De Sica scherza sul fatto che sì, genitori e figli guarderanno le puntate in stanze separate.
Per Eleonora Trucchi, che chiude il panel, si può dare al pubblico una piccola anticipazione sulle protagoniste femminili: Chiara ha una famiglia di genitori radical-chic che l'amano molto ma sono legati da un rapporto disfunzionale, mentre Ludovica è figlia di una madre single, divorziata. La loro interazione problematica con le famiglie le porterà a cercare conforto e supporto l'una nell'altra, unita alla ricerca di trasgressione e libertà.

FEST continua: prossima tappa, l'incontro con Bradley James e Aurora Ruffino per la serie I Medici - Lorenzo il Magnifico.

Le tappe precendenti:
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Scrivere e interpretare le donne di Gomorra - La Serie e Il Miracolo: qui
La prima puntata di The Romanoffs in anteprima: qui

[FEST] The Romanoffs: scopriamo in anteprima la prima puntata!

Dici Matthew Weiner, e immediatamente il pensiero corre verso Mad Men, e non è un caso: Weiner ha il merito di aver creato una delle serie che hanno contribuito a rivoluzionare la produzione per il piccolo schermo negli ultimi anni.


Una delle anteprime più ghiotte di FEST - Il festival delle serie tv era proprio la visione della prima puntata di The Romanoffs, serie antologica ideata, scritta e diretta da Weiner disponibile su Amazon Prime Video (le prime due puntate, in lingua originale: l'audio e i sottotitoli in lingua italiana non sono ancora disponibili, ndr).
La serie racconta, in otto episodi ambientati in diversi angoli del mondo, le vicissitudini di uomini e donne convinti di essere discendenti della famiglia reale russa.

Ed è della prima puntata, The Violet Hour, che possiamo parlare oggi.
Della tanto ricca quanto sola matrona (Marthe Keller) che vive in un appartamento di lusso a Parigi, stipato di mobili antichi e argenteria di ogni foggia, e del suo trovarsi a convivere con una giovane badante di origini tunisine (la bellissima Inès Melab). Proprio lei, il cui conservatorismo sfocia nel razzismo e nel rifiuto di accettare la realtà multietnica della sua stessa città.
L'unico parente a gravitare nella sua orbita è il nipote (Aaron Eckhart), animato però da un sentimento affettuoso contaminato dal desiderio di ereditare l'appartamento e il benessere che rappresenta, oltre che dalla voglia di compiacere l'irritante ma bellissima compagna (Louise Bourgoin, perfetta nel ruolo di francese tanto bella e affascinante quanto isterica e, oggettivamente, insopportabile).


Ma in fondo, il presunto legame alla famiglia reale russa è da subito un mero pretesto (ridotto di fatto alla scena d'apertura) per raccontare il mondo che cambia, ed è questa la potenza di The Violet Hour.
Nel legame sempre più stretto tra due universi apparentemente inconciliabili, che rappresentano appieno la moderna Parigi, nel change of mind di un uomo che ottiene miracolosamente tutto ciò che ha sempre sognato e non ha mai osato chiedere, nel finale da fiaba metropolitana che si dissolve come il fumo di una candela spenta nel buio.

Non manca la musica da caffè parigino, l'accordion che vibra in sottofondo e le note alte che si fondono con il chiacchiericcio delle strade, nè mancano le atmosfere di quella che è ormai per tutti "la Parigi di Woody Allen", con lo skyline illuminato sullo sfondo e la Senna che mormora nel buio.


Otto episodi, da novanta minuti ciascuno, per quella che di fatto sa più di antologia filmica che di prodotto per il piccolo schermo: le puntate successive vedono la presenza di nomi quali Isabelle Huppert, Christina Hendricks, Jack Huston e Corey Stoll.
Otto storie, otto universi da scoprire: da vedere con il telefono spento, perchè The Romanoffs merita di essere goduta senza distrazione alcuna.

FEST continua: prossima tappa, la presentazione in anteprima di BABY con i registi Andrea De Sica e Anna Negri, due rappresentanti del collettivo GRAMS e ilproduttore Nicola de Angelis.

Le tappe precendenti:
Girls Just Wanna Binge-Watch: qui.
Scrivere e interpretare le donne di Gomorra - La Serie e Il Miracolo: qui

giovedì 11 ottobre 2018

[FEST] Scrivere e interpretare le donne: Gomorra - La serie e Il Miracolo

Elena Lietti, Ivana Lotito e Cristina Donadio accolgono il pubblico del secondo incontro di FEST, il festival delle serie tv, per un confronto sul talento delle donne del piccolo schermo.
Accanto a loro, i due ideatori di FEST Marina Pierri e Giorgio Viaro.


Da Gomorra - La serie, Cristina Donadio (Scianèl) e Ivana Lotito (Azzurra), e da Il Miracolo Elena Lietti (Sole Pietromarchi), tre figure femminili che sembrano avere poco in comune, ma forse invece condividono unaspetto molto importante: la mancanza di vera libertà, come suggerisce Marina Pierri. Ma Azzurra è davvero schiacciata dal sistema?

«È figlia di un boss della camorra, trapiantato a Roma, e ha scelto di sposarne un altro. A muovere questa scelta è qualcosa di intrinseco, che deriva dall’ambiente in cui ha sempre vissuto» spiega Ivana Lotito. «Quando ho iniziato a interpretare questo personaggio, ho faticato: la trovavo piatta, e anche un po’ antipatica. Non vedevo dramma, nè conflitto. Dalla terza stagione in poi, ho capito quanto questa perfezione fosse solo un’illusione, e la sua vita una prigione. Quando diventa madre, la sua stessa natura cambia.”

Giorgio Viaro sottolinea invece come, dal personaggio di Scianel, si capisca che c’è un vissuto potente alle spalle.
«Scianèl meriterebbe un prequel!» esclama Cristina Donadio. «Per la prima volta abbiamo un personaggio così smaccatamente fuori dai canoni, eppure credibile. Ho scavato nei miei demoni più nascosti per far sì che questa donna così controversa risultasse credibile al pubblico.
Ho immaginato la sua vita antecedente alla serie: è una donna nata in una realtà malata, che ha fatto sì che per lei diventasse normale dar fuoco ad uomo. La sua vita è attraversata dall’orrore.»

«A contraddistinguerla, però, è la sua volontà di scendere in campo», contnua Donadio, «la sua mancanza di libertà, quella in cui si rivede ogni donna, è frutto di una scelta consapevole.
Ci mette i soldi, la faccia, la forza chiedendo a se stessa solo una cosa. essere alla pari. Una boss tra i boss. Non deve rendere conto a nessuno della sua femminilità o della capacità di sedurre, soprattutto a se stessa. Scianèl nella seconda stagione è un uomo tra gli uomini, ed è questa la sua forza, soprattutto se pensiamo alla sua evoluzione nella terza stagione.»

E sul metterci la faccia è inevitabile dare voce a Elena Lietti, che racconta come la sua Sole Pietromarchi sia «vittima di se stessa e della sua incapacità di scegliere in modo coerente alla sua natura. Ha fatto delle scelte sbagliate, e si è privata di ciò che avrebbe potuto renderla felice.»

Ma in cosa personaggi e interpreti si somigliano, chiede Marina Pierri?
E soprattutto, si somigliano davvero?

«Condivido con la mia Azzurra il senso di appartenenza, a una famiglia e a un luogo» sottolinea da subito Ivana Lotito. «Sono cresciuta con una madre brava in casa, con l’idea della donna come regina del focolare, e tutto ciò fa parte di me. È qualcosa contro cui mi ribello, in parte, e questo eterno conflitto interiose spesso mi porta ad esplodere. Quest’appartenenza a un sistema sociale e culturale mi ha sicuramente avvicinata ad Azzurra, mentre ho lavorato molto sull’acquisire una maggior consapevolezza di me stessa, cosa che al mio personaggio non manca di certo! Sto imparando da lei!»

Cristina Donadio sottolinea come, nel suo caso, sia dovuta diventare Scianèl. «Non si intepreta un ruolo così, lo si diventa. Se sei il tuo personaggio, ti appropri della sua testa, dei suoi pensieri.
Mi basterebbe infilare di nuovo un suo outfit per tornare ad essere lei, e questo perchè sono entrata in simbiosi con lei. Con il suo caschetto platino, le sue jumpsuit discutibili, le sue scarpe» aggiunge.

«Per me questo ruolo è stata una sorpresa» interviene Elena Lietti. «Quando ho iniziato, credevo che Sole fosse lontana da me, e invece ho realizzato che no, non lo era. Di fatto, lavorare su un personaggio ti porta a creare dei ponti e trovare dei punti di contatti inaspettati.
All’inizio pensavo di condividere con lei, soprattutto, la voglia di essere padrona di me stessa e della mia vita, e alla fine ho scoperto che erano solo alcuni dei mille pensieri che agitano entrambe le nostre menti.»

Donne non solo sulla scena di Gomorra - La serie e Il Miracolo, ma anche dientro le quinte di entrambe le serie. Ci sono delle differenze, quando a costruire questi personaggi sono donne?
«Ricordiamo che Sole Pietromarchi è stata creata in primo luogo da Ammaniti, e che anzi, basta guardare alla letteratura e ai grandi classici che sono animati da donne straordinarie ed indimenticabili, spesso create da uomini» specifica subito Elena Lietti.

«Gomorra è una sceneggiatura “al maschile”, e come anticipavo prima la seconda stagione parla di un mondo profondamente virile in cui Scianèl si fonde alla perfezione» rinforza Cristina Donadio, che però non si ferma qui. «Credo che nella terza stagione, l’evoluzione di Scianèl sia frutto anche di un lavoro maggiore sulla sua natura femminile e in questo avere donne tra gli scneggiatori aiuta, senza dubbio.»

«Non dimentichiamo anche che l’elemento femminile è più complesso di quello maschile» evidenzia Ivana Lotito. «Laddove una donna comprende e sa provare empatia, un uomo spesso non realizza e si stupisce. È importante vedere lo sguardo dello stupore di um uomo, e la sua fascinazione. Servono entrambe le scritture per una sceneggiatura che funzioni.»


Un'ultima riflessione in chiusura: tra sceneggiatura e prime prove sul set, quando e dove si trova davvero il personaggio?
«La sceneggiatura è solo l’incipit!» esclama Ivana Lotito. «Basta arrivare sul set per sentirsi come se tutto il lavoro fatto col copione venisse capovolto. Solo interpretando il tuo ruolo vai finalmente in profondità, ed è bello poter esplorare se stessi e le proprie sensazioni senza lasciarsi sopraffare.

Diverso il punto di vista di Elena Lietti, per la quale «la scrittura di Ammaniti è talmente ricercata, talmente perfetta, che per noi attori la sceneggiatura era la Bibbia. Credo di aver letto il copione cinquanta volte, e tutto ciò che ho immaginato sul mio personaggio era riferito esclusivamente al suo passato, il presente non riuscivo a immaginare di toccarlo. Neanche con la fantasia!.»

Di donne sul set e dietro le quinte si è parlato anche al panel di apertura, Girls Just Wanna Binge-Watch, che potete scoprire qui.

[FEST] Girls Just Wanna Binge-Watch

Si aprono le porte di FEST, il festival delle serie tv nato da un'idea di Marina Pierri e Giorgio Viaro che animerà Santeria Social Club a Milano dall'11 al 14 ottobre, e lo si fa con un panel al femminile, animato dalle voci entusiaste e frizzanti di Valentina Ariete, Eva Carducci e Gabriella Giliberti.


Girls Just Wanna Binge-Watch l'accattivante titolo (e ammettetelo: lo avete letto cantando), e il tema è uno dei più attuali: come le serie tv hanno cambiato e stanno cambiando il ruolo delle donne che lavorano dietro le quinte delle produzioni cinematografiche e televisive.

«Merito delle serie degli ultimi anni è quello di capovolgere gli stereotipi. Basta pensare a Glow» suggerisce Gabriella Giliberti, «che ribadisce quanto non si parli più di una donna-femme fatale, ma di donne vere. Nel bene e nel male (come nel caso di The Handmaid's Tale, che denuncia lo stupro e la violenza). Più forti e provocatorie non solo le sceneggiature, ma soprattutto le showrunner e le attrici, che hanno alzato la voce anche in occasione del movimento #MeToo.»

«Showrunner più famosa è sicuramente Shonda Rhimes» interviene Eva Carducci, «la prima ad aver offerto la possibilità di diversificare la figura femminile staccandosi nettamente dagli stereotipi alla Sex & The City. Rhimes ha saputo creare figure femminili dalle mille sfaccettature, più autentiche in cui riusciamo davvero ad identificarci.»


«E non dimentichiamo che, fino a pochi anni fa, i ruoli complessi per le donne mancavano, sia al cinema che in televisione. Lo scopo di molte attrici era essere, semplicemente, attraenti» sottolinea Valentina Ariete, raccontando un aneddoto su Thandie Newton costretta a recitare un'intera scena a seno scoperto, senza che la cosa avesse un senso al di là del mostrarne le curve.

La discussione continua, tra un veloce dibattito sui premi e sulla percentuale di vittorie al femminile (sono poche? Sono strumentali? È ancora corretto parlare di vittorie al femminile, o dovremmo limitarci a parlare di vittorie?), e un momento-verità sulla competizione al femminile perchè «nessuno gioca sporco come una donna!», anche in casi in cui fare rete sarebbe la scelta vincente.

Si chiude con la consapevolezza che «non bisogna discriminare nè sul genere nè sui generi», come sottolinea Eva Carducci, «perchè si fanno ancora troppe differenze, e si dà ancora troppo spazio a stereotipi e falsi miti.»

FEST continua: prossima tappa, l'incontro Scrivere e interpretare le donne: Gomorra - La Serie e Il Miracolo. Trovate la cronaca qui.