giovedì 8 novembre 2018

#FOREOmakesyouhappy: una serata in rosa per scoprire FOREO

Che serata, questa.
Palloncini di ogni colore, cocktail arcobaleno e gadget rigorosamente in rosa per festeggiare il successo di FOREO (da "For Everyone", ci avevate mai pensato?) in Italia e nel mondo, e per presentare non solo la già nota gamma di beauty gadget, ma anche una novità che conquisterà le beauty addict.

Una festa per scoprire innanzitutto com'è nata FOREO, l'azienda svedese fondata da Filip Sedic nel 2013: oggi, nel mondo, viene venduto un gadget tecnologico FOREO ogni 3 secondi.
Fin dalla sua fondazione, lo scopo di Sedic è stata l'innovazione, e questo ha reso FOREO non solo l'azienda svedese dal più alto tasso di crescita, ma anche l'azienda leader nel settore del beauty-tech.


La prima spazzola LUNA è nata dalle esigenze della moglie dello stesso Filip Sedic, insoddisfatta della spazzola tradizionale che risultava non solo troppo aggressiva anche un vero e proprio magnete per i batteri: studiare i dispositivi disponibili sul mercato fece sì che Sedic si mettesse all'opera per creare un'alternativa migliore, ed è stato un successo.
Un successo da oltre 15 milioni di pezzi venduti nel mondo.

A LUNA è seguito ISSA, il primo spazzolino da denti elettrico in silicone: una mossa coraggiosa, fatta nel momento in cui la svolta naturale sarebbe stata la creazione di prodotti per la cura del viso e, forse, anche una linea di makeup. Ma sicuramente una mossa vincente, e lo spazzolino è stato accolto con entusiasmo dai consumatori e venduto nei beauty store di tutto il mondo.


E che dire di UFO, device smart per l'applicazione di maschere viso?
La risposta di FOREO al trend del masking, forte in Asia e che iniziava ad incuriosire anche l'Europa,  per rendere l'esperienza della maschera viso più veloce e più efficace grazie alla tecnologia, oltre che a una linea di maschere realizzate apposta per il device.


Ma la serata era anche dedicata alla scoperta di una novità molto attesa, nascosta in una mistery room tutta rosa.
Diamo infatti il benvenuto a LUNA fofo (89€), la prima spazzola di pulizia personalizzata 2-in-1 al mondo.
LUNA fofo offre non solo la perfetta pulizia garantita da ogni spazzola FOREO, ma anche l’analisi della pelle in un dispositivo compatto. I suoi sensori avanzati si collegano all’app FOREO per misurare il livello di idratazione e per fornirti una panoramica sulla salute della tua pelle. Alla pressione di un pulsante, le letture si sincronizzano da sole con la spazzola per un programma di pulizia con le delicate pulsazioni T-Sonic™ su misura per il tuo profilo unico della pelle.

Ma come si usa LUNA fofo?
Scopriamolo!
Una splendida occasione per scoprire FOREO, toccare con mano una delle novità più attese del mondo beauty e divertirsi con test interattivi per scoprire quali prodotti fossero i più adatti alla pelle di ognuno.


Ora non resta altro da fare che rimuovere il trucco, accendere FOREO LUNA play plus e provare in prima persona l'esperienza di pulizia e massaggio che ha già conquistato milioni di clienti nel mondo.
La perfetta conclusione di una serata magica.

mercoledì 7 novembre 2018

Wakeup Cosmetics inaugura a Milano e risveglia una nuova voglia di bellezza: save the date!

Energia, vitalità, unicità, un mondo di cosmetici all’insegna della joie de vivre, una gamma vastissima di prodotti per trasformare il make up quotidiano in un’esperienza artistica e la naturale bellezza di ogni donna in un capolavoro.
É questa la filosofia di Wakeup Cosmetics Milano, il brand specializzato in make up, skincare e accessori, che il 17 novembre 2018 inaugura a Milano la prima boutique italiana in Corso Buenos Aires 16, nel cuore della città dove l’azienda è nata, grazie alla passione per l’arte e il beauty del suo fondatore, l’artista Siriano Jamal.


Basta seguire il logo - un sole dorato e brillante che racchiude una spirale, simbolo di forza e dinamismo, l’astro più luminoso che, grazie alla sua luce, dà vita a un magnifico caleidoscopio di colori - per immergersi in un universo del tutto inedito: non un semplice negozio di cosmetici ma uno spazio avveniristico, dal design sofisticato e inconfondibile, avvolgente e divertente, che oltre a offrire infiniti prodotti in infiniti colori, regala consigli e servizi personalizzati per rendere il trucco la più piacevole e sorprendente delle attività.
Far risplendere gli occhi e le labbra, il viso e le mani, scegliere un accessorio o una fragranza, sarà un gioco per chiunque ami inventare nuovi look; grazie ai suggerimenti del Beauty Team di Wakeup Cosmetics Milano, sempre a disposizione dei clienti, le tecniche per realizzare un trucco a regola d’arte saranno a portata di mano e di pennello.


Wakeup Cosmetics Milano, il marchio di cosmetici innamorato dell’arte, intende così risvegliare la naturale bellezza di tutte le donne, esaltando la peculiarità di ognuna con tavolozze e textures, proposte di tendenza e attenzioni mirate e professionali: nessun limite alla creatività, nessun compromesso sulla qualità e un prezzo accessibile, il mix che ha porterà Wakeup Cosmetics Milano al successo.


Dopo l’apertura della boutique  di Milano, infatti, il brand inaugurerà nuovi punti vendita nelle principali città italiane ed europee.
La gioia dei colori, l’energia della bellezza e la magia del dipingere un volto come fosse un quadro, vi aspettano il 17 novembre in Corso Buenos Aires 16 alle ore 11.00: Wakeup and Save the date!

martedì 6 novembre 2018

"Sweet. Una dolce ricompensa" di J. Daniels

Dylan Sparks e Reese Carroll sono lieti di invitarvi al loro matrimonio...
Ebbene sì, il momento è giunto: ricordate Dylan e Reese, la sfrontata pasticcera e l'affascinante commercialista innamoratisi follemente dopo che una sveltina a un matrimonio li aveva fatti incontrare? Stavolta il matrimonio in preparazione... è il loro!
La prima lezione di J. Daniels è che le scappatelle ai matrimoni non portano mai nulla di buono, a meno che non portino al tuo, ed è proprio il caso della felice coppia, che non vede l'ora di dire di sì.
Più che altro per liberarsi dalle mille incombenze che sì, rendono un matrimonio perfetto, ma anche incredibilmente stressante: i preparativi mettono a dura prova la pazienza di Dylan, questo è sicuro!

Sweet. Una dolce ricompensa porta in Italia il lieto - e dolcissimo - fine di una delle coppie più accattivanti della letteratura romance, nata dalla penna di J. Daniels e scoperta dalle lettrici italiane grazie a Always Publishing.
Un lieto fine a cui si arriva con tante risate, qualche sospiro e sì, anche qualche lacrima di commozione perchè l'esuberanza di Dylan e il romanticismo spesso nascosto di Reese non lasciano scampo: anche la lettrice più cinica non potrà fare a meno di divorare il romanzo, magari accompagnandolo a una fetta di torta per sentirsi parte dei festeggiamenti.

Una trama abbastanza semplice, che sostanzialmente vede al centro i preparativi e la celebrazione del matrimonio, ma che lascia spazio all'imprevisto e ai piccoli conflitti che rendono ogni storia appassionante. A cominciare dal fatto che, mentre Dylan sogna una fuga d'amore, Reese preferisce una cerimonia tradizionale di fronte a parenti ed amici. Il che vuol dire coinvolgere le madri, e Dylan deve ricordarsi più volte di quanto ami Reese per non perdere la pazienza tra una commissione e l'altra.
A movimentare il tutto, Reese deve partire per un viaggio di lavoro, ma incapace di lasciare sola Dylan le propone di accompagnarlo: una cosa tira l'altra, e tutta la gang di innamorati ed amici ci mette in strada, destinazione lavoro... e addio al celibato e al nubilato!

Non si può raccomandare abbastanza un'autrice come J. Daniels: il suo amore per la scrittura, e l'affetto sincero che prova per i suoi personaggi, traspaiono da ogni pagina.
Quasi si invidiano le lettrici che devono ancora scoprire Reese, perchè avranno modo di innamorarsi per la prima volta di questo personaggio così sexy, determinato, inaspettatamente dolce.
Come uno dei cupcake ripieni di Dylan, ai quali non manca però un tocco di peperoncino.


Sweet. Una dolce ricompensa di J. Daniels (Always Publishing) sarà in libreria dall'8 novembre, al prezzo di copertina di 13,90€.

lunedì 5 novembre 2018

"Sei il mio danno" di Jamie McGuire

Se per molte lettrici salutare i fratelli Maddox è stato difficile, il mese di ottobre ha portato loro un motivo di gioia: Jamie McGuire è di nuovo in libreria, e con lei la coppia protagonista di Sei il mio danno (Garzanti).

Il sipario si apre su Darby Dixon, bellissima ragazza dai morbidi capelli color miele, che al momento di attraversare la navata e sposare Shawn, realizza di non poterlo fare.
Non può passare la vita accanto all'uomo violento che l'aspetta all'altare, e con l'aiuto di un'amica, carly, fugge non vista e salta sul primo pullman in partenza dalla stazione: direzione, Colorado Springs.

Proprio la stessa Colorado Springs in cui abbiamo incontrato i gemelli Maddox, esatto, ed è nello stesso hotel che Darby trova lavoro come receptionist.
Del resto, non deve pensare solo a se stessa: la ragazza è incinta, e anche se la prospettiva di crescere un figlio da sola la terrorizza, non pensa nemmeno per un istante di tornare indietro per crescerlo insieme a Shawn.
E per fortuna, perchè a Colorado Springs non ci sono solo affascinanti guardie forestali, ma anche Scott Trexler. Ex-Marine, ora alla guida di una squadra di sorveglianza privata ingaggiata da una struttura segreta , incapace di lasciarsi alle spalle il passato e il dolore per i compagni persi in missione.
Una storia non è certo in cima alla lista delle sue priorità, ma più parla con Darby, più ne apprezza la freschezza, la dolcezza, la gentilezza.
La ragazza, dal canto suo, sa di doversi concentrare sul bambino e sul restare al sicuro, impedendo a Shawn di trovarla, ma come resistere al fascino di Trex e alla sua generosità?

Jamie McGuire torna a incantare le lettrici con una storia d'amore appassionante, e senza far mancare loro nulla.
Un amore forte, che non si ferma di fronte a nessun ostacolo? C'è: quello di Trex è incrollabile, dal primo momento in cui ha realizzato che il suo cuore batteva per Darby per lui non ci sono stati dubbi.
L'uomo crede nell'anima gemella, nella donna giusta, e per lui è Darby, senza se e senza ma.
Sarà la ragazza a dover superare le sue reticenze e vincere la sua ritrosia... e non sarà facile!
Un mistero, per rendere il tutto più eccitante? C'è: molte domande sul luogo segreto in cui lavora Trex e sugli strani progetti che hanno luogo al suo interno restano senza risposta, ma c'è abbastanza carne al fuoco da far ben sperare per i volumi successivi della serie.
Un'importante riflessione sull'amore tra genitori e figli? C'è: è tuo padre chi ti ama senza condizioni ed è disposto a crescerti con entusiasmo e dolcezza, o conta solo la biologia?
Facile immaginare da che parte stia Jamie McGuire.

L'autrice, amatissima dalle lettrici italiane auto-promossesi in massa fidanzate di Travis Maddox sin dal 2011 (ebbene sì, sono già passati sette anni) fa nuovamente centro, con una coppia alla quale è impossibile non affezionarsi, e una nuova serie di cui, si sa già, si amerà ogni volume.


Sei il mio danno di Jamie McGuire (Garzanti) è in libreria, al prezzo di copertina di 17,60€.

martedì 30 ottobre 2018

Intervista a Benedetta Cibrario su "Il rumore del mondo", l'emancipazione femminile e la scrittura

Incontrare Benedetta Cibrario a dieci anni di distanza dal Premio Campiello (vinto nel 2008, con Rossovermiglio, ndr) per saperne di più sul suo nuovo romanzo, Il rumore del mondo (Mondadori), è un'esperienza emozionante.
Abbiamo potuto scoprire qualcosa in più su Anne, la protagonista del romanzo, e sul processo di scrittura che ha impegnato l'autrice per quasi quattro anni.

Quella di Anne è una storia di emancipazione femminile. In questo senso, nel raccontarla ha buttato un occhio anche sul presente?
A me interessava molto partire da una domanda: cosa succede quando pensi che la tua vita sia sulla rampa di lancio, perché tutto va meravigliosamente bene, ma poi arriva una battuta d'arresto?
Volevo che Anne fosse giovane, ma che avesse un'educazione particolare, con un'infanzia piena di affetto e di accessibilità alla cultura perchè se dai a qualcuno gli strumenti per cavarsela, poi in qualche modo verranno utili.
Anne è bella, ricca e trova l'amore, e quando la sua situazione cambia trova in sè la forza di non tornare indietro, di non tornare a casa come forse sarebbe più semplice per lei.
Nelle donne in generale, del resto, il senso del dovere è molto forte: davanti alle difficoltà, o alle malattie, gli uomini si spaventano di più. L'emancipazione di Anne coincide con una serie di difficoltà che lei affronta, che alla fine le donano una nuova bellezza interiore, fatta di forza e coraggio. Ma Il rumore del mondo racconta tante donne, e tutte le donne del romanzo vivono una storia di emancipazione.

Di solito il periodo del Risorgimento nei romanzi storici viene affrontato dal punto di vista politico. Come mai qui invece l'accento è puntato sullo sviluppo economico? È stata una scelta voluta o dettata dagli sviluppi della storia di Anne?
È stata una scelta. Quando ho iniziato a leggere e a studiare un po' di libri sul Risorgimento, uno dei primi libri letti è stata la raccolta dei diari di viaggio di Cavour. A 23 anni, Cavour ha fatto un viaggio in Inghilterra, notando che, in un paese con un'economia che funziona e soldi che girano, lo stato sociale funziona di più, ma che non basta per raggiungere il benessere economico.
Volevo che Anne venisse da un mondo economicamente forte come l'Inghilterra per arrivare in un paese più debole come il Piemonte, dove prima di arrivare alle riforme politiche ci sono stati vent'anni di lente riforme economiche e commerciali, che hanno preparato e mostrato la necessità di riformare anche la politica. Oggi per noi è ovvio considerare politica ed economia strettamente legate: ci era meno chiaro quando studiavamo a scuola il Risorgimento.
I temi importanti oggi lo erano anche allora: la ricerca di fonti di energia alternative, ad esempio. Cavour si rendeva già conto del fatto che un problema del Piemonte era la mancanza di materie prime, ma vedeva il futuro nell'industria manufatturiera, come dovrebbe essere anche oggi.
C'è anche il tema attualissimo delle vaccinazioni, di cui si discuteva al principio dell'Ottocento.

Conosci bene i luoghi in cui è ambientato il romanzo?
Sì, mi è venuto naturale scrivere di luoghi che conosco, come ho fatto anche negli altri miei romanzi. Non sono uno di quegli scrittori che hanno una meravigliosa immaginazione, come Salgari che descriveva la giungla senza averla mai vista. Io ho bisogno di sapere, di conoscere.
Vivendo in Inghilterra, e tornando spesso in Italia. Mi è venuto naturale appaiare i due paesi.

Ci sono molte contrapposizioni, nel tuo romanzo, a partire da quelle tra i luoghi: quella tra Londra, città viva, moderna, e Torino che appare un po' più indietro; quella tra la figura femminile e quella maschile.
Da cosa sei partita per raccontarle?
Mi è venuto spontaneo scrivendo. Uno scrittore mette i suoi personaggi in una situazione di conflitto, e se all'inizio le loro posizioni sono molto distanti, quello che interessa è vedere cosa succede.
Nel romanzo ci sono distanze culturali importanti tra la ragazza inglese, figlia di un mercante fatto da sè, e il marito, membro di una famiglia di antica nobiltà. Poi c'è la differenza tra il paese più democratico dell'epoca, l'Inghilterra, e il Piemonte, più chiuso. Infine, c'è la distanza tra le generazioni. Sperimentare come, anche quando c'è una grande differenza di età, come tra Anne il suocero o tra lei e il nonno inglese, in realtà non solo la gioventù abbia molto da imparare dagli anziani, ma anche il contrario. Mi sembrava interessante questo scambio.

Ora però la domanda è d'obbligo: qual è il rumore del mondo?
Il rumore prima di tutto di pensieri, speranze, delusioni: quello che accompagna tutti noi. Poi in questo caso c'è il rumore esterno, come quello delle industrie, o il ticchettio dei telai; i mormorii di chi cerca una nuova forma politica e rischia di essere messo in galera per questo.
Anche il rumore dell'energia del cambiamento, e dello sgretolamento di una società.
Nella contemporaneità di Anne, cominciano a sentirsi gli scricchiolii di una società che nel giro di qualche decennio si sgretolerà completamente.

Benedetta Cibrario

Al principio Anne viene spesso rimessa al suo posto: le viene ricordato che come figlia di un bottegaio non può pensare di compiere determinate azioni, per esempio. Eppure siamo in un momento in cui il mondo sta cambiando, e da borghese può conquistarsi una posizione al di là dei titoli. Oggi discutiamo invece di un'altra trasformazione sociale, su chi è italiano e chi non lo è, lo è in parte o non lo è ancora. Stiamo forse andando verso un nuovo Risorgimento?

Quella delle continue trasformazioni sociali non è una caratteristica solo del Risorgimento.
Pensate all'Impero Romano, in cui per diventare cittadini bastava aderire alle regole e persino molti imperatori non erano romani in senso stretto. Pensate agli Stati Uniti, costruiti da persone arrivate da decine di paesi diversi. Dall'Italia sono passati tutti: se andassimo a fare l'esame del DNA chissà cosa verrebbe fuori! La mescolanza per me è una forma di arricchimento. Suscita diffidenza nel diverso, ma studiando il passato, e comprendendo che le nuove immissioni sono state quasi sempre frutto di arricchimento culturale, arroccarsi su delle posizioni negative significa andare in controtendenza rispetto a quello che la storia ci insegna.

Quanto tempo ha impiegato per scrivere questo romanzo?
Circa quattro anni. Oltre ad ambientarlo nell'Ottocento, volevo anche usare il modo ottocentesco di raccontarsi, usando molto anche le lettere e i diari. Volevo calarmi e far calare il lettore per un po' di tempo nel mondo di quasi duecento anni fa, vincendo la scommessa di farglielo sentire come vivo.
Le lettere hanno la funzione di interrompere la narrativa in terza persona che è più articolata e densa, di riportare l'immediatezza della storia. I toni molto colloquiali e freschi che i personaggi hanno nelle lettere sono una caratteristica dell'Ottocento: l'ho scoperto leggendo diversi epistolari. La stessa cosa ho cercato di farla andando a vedere, per esempio, come si vestivano. Un inciso: non avrei potuto comunque scrivere questo romanzo in quattro anni, se non ci fosse l'enorme disponibilità di materiale in digitale. Americani e francesi hanno digitalizzato quasi tutto, e grazie a loro ho potuto documentarmi moltissimo. Andare per musei, soprattutto quelli di storia del costume, mi è servito: vedere quegli abiti pieni di costrizioni mi ha fatto pensare che per le donne anche far uscire la propria interiorità fosse faticoso. Un giorno mi sono perfino fatta acconciare i capelli per una festa come usavano allora, con un mare di forcine e altro: ho resistito mezz'ora. Nessuna di noi oggi riuscirebbe a vestirsi come allora: non potremmo nemmeno muoverci con il peso di quegli abiti addosso.
E come ci si sente quando si scrive la parola fine di un romanzo così impegnativo?
È una sensazione molto strana: da un lato sei felicissima di esserci riuscita, perché ogni libro che si inizia a scrivere è un'avventura, una navigazione con infiniti incidenti di percorso, compreso il rischio di un'interruzione dell'energia creativa (cosa che non puoi prevedere in partenza), dall'altro provi un enorme senso di vuoto. Sei stata chiusa nella tua immaginazione con questi personaggi per molto tempo - perché quando sei immerso in una storia ci pensi tutto il giorno, anche quando non stai scrivendo e tutto il resto lo fai a bassa tensione - e di colpo tutto questo sparisce, e il tuo libro va per il mondo, che poi è la ragione per cui ti sei messo a scriverlo.
Si scrive per comunicare qualcosa e per avere un rapporto coi lettori.
Quando mi è arrivato il libro stampato a casa ho fatto veramente fatica a capire che quell'oggetto con la copertina celeste racchiudeva le mie parole e i miei pensieri.
Devo abituarmi a questo libro stampato, tant'è vero che non lo prendo nemmeno in mano.
Il senso di vuoto è grande: meno male che c'è la fase di lancio e ci sono le presentazioni, perché subito dopo averlo finito non sapevo più cosa fare delle mie giornate.
Non ero nemmeno più abituata a uscire di casa!

E l'energia creativa, da dove ti viene?
Mi sono sempre raccontata storie, come credo facciano tanti bambini, quando giocano a "facciamo che io ero", ma sono andata avanti a farlo anche da adulta. Ho un'enorme passione per le storie: mi piace immaginarle guardando la gente intorno a me, su un treno o su un tram. Mi diverto a inventarle e a confezionarle, mi sento una cantastorie.
Einstein diceva che «la creatività è il momento in cui l'intelligenza si diverte», e mi piace pensare che siamo tutti creativi in qualche cosa. Io, ad esempio, quando smetto di scrivere devo cucinare, ma le donne hanno bisogno in modo particolare di impegnare il cervello in qualcosa.

Quanto t'influenza quello che leggi quando poi scrivi, e cosa leggi?
Quando scrivo leggere altri romanzi mi è praticamente impossibile, perché non sono più capace di affrontarli da lettrice: li leggo da scrittrice, e mi mancano il divertimento e l'abbandono alla lettura. Mi deprimo pensando che gli altri scrittori siano più bravi di me, oppure trovo pessimi romanzi che hanno avuto successo e mi chiedo come mai. Ovviamente non sono stata quattro anni senza leggere romanzi, però leggevo così tanto altro materiale ogni giorno che ho un po' lasciato da parte la narrativa. La mia lingua è abbastanza articolata, ogni volta che ho provato a semplificarla, ho scoperto di non esserne capace. Anche parlando uso tantissime subordinate: in casa impazziscono quando mi metto a raccontare qualcosa. Risento sicuramente dell'influenza delle mie letture, che sono soprattutto classici.


Il rumore del mondo di Benedetta Cibrario (Mondadori) è in libreria, al prezzo di copertina di 22€.

lunedì 29 ottobre 2018

Intervista a Bianca Pitzorno su "Il sogno della macchina da cucire", le donne e la scrittura

Bianca Pitzorno: come riassumere l'impatto che la voce di questa scrittrice ha avuto su lettori di ogni età dal 1973 a oggi in una frase? Impossibile.
In libreria con Il sogno della macchina da cucire (Bompiani), ci ha raccontato a Milano com'è nata la storia della sartina al centro del romanzo, e quella delle donne che le gravitano attorno.
E proprio da loro ha inizio la nostra conversazione.

Questo è un romanzo di donne, di ogni estrazione sociale e di ogni età, e anche il punto di vista è quello di una giovane donna.
Sì, e vi dirò di più: ogni storia che trovate nel romanzo è vera.
Sono donne vicine alla mia famiglia (per esempio, nel libro è racchiusa anche la storia della sorella della mia bisnonna), o donne la cui storia mi è stata raccontata, o che ho scoperto leggendo e facendo ricerca. Poi ovviamente ci ho aggiunto del mio.

Ed è vero anche il sogno della macchina da cucire, che dona il titolo al tuo libro.
Il sogno della macchina da cucire è quello dell'indipendenza economica: per una ragazza povera, senza un marito o una famiglia a occuparsi di lei, era fondamentale poter dimostrare di essere in grado di provvedere a se stessa, e possedere una macchina da cucire voleva dire poter esercitare una professione in autonomia.
Grazie alla macchina da cucire, molte ragazze si sono liberate: nonostante l'analfabetismo, sono riuscite a passare da semplici operaie a padrone di se stesse, artigiane a tutti gli effetti.

Avere una sarta al centro della storia offre un punto di vista peculiare: pur essendo estranea e alla famiglia, vede ogni cliente (ricca o povera, nobile  o borghese) nella massima vulnerabilità, priva di qualsiasi ornamento o di qualsiasi scudo. È uno dei motivi per cui ha scelto di raccontare queste storie dal suo punto di vista?
Questo libro mi si è srotolato tra le mani come un gomitolo: non avevo molte idee, prima di iniziare a scrivere. L'unica che sentivo "forte", era questa, che una sartina povera vivesse la sua intera esistenza come sotto la minaccia di un coltello puntato: una sola settimana senza lavoro poteva farla finire prigioniera in una casa di tolleranza.
Ho cercato di evocarla, di darle una voce, e questo è stato il seme da cui è nato il libro.
Mi ha anche imposto l'uso di una lingua semplice, chiara, per rispettare quello che poteva essere il modo di esprimersi e di pensare di una sartina.
Però quello che dici è vero, ed è qualcosa di cui mi sono resa conto scrivendo.
La sarta è quella che vede il sovrappeso che di solito nascondi, che scopre che sei invidiosa dell'amica o della sorella perchè più benestanti di te, che svela ogni tua insicurezza.
Questo è emerso di capitolo in capitolo.

In tutte le storie che vengono raccontate, di tutte le donne che la sartina incontra, è evidente come, anche quando si tratta di incontri fugaci, si possa vedere non solo il momento presente delle loro vite, ma anche il loro futuro. Poche azioni e poche parola sono sufficienti a delinearle alla perfezione, e quindi è inevitabile chiedersi come sia stato scelto il momento dell'incontro, e quanto lavoro di limatura e pulizia ci sia stato sul testo prima di arrivare alla forma finale.
La scelta del momento dipende essenzialmente dalle storie che ho deciso di raccontare, che vengono da racconti  che mi sono stati fatti nel tempo o da ritagli di giornale.
Quello che volevo raccontare era la scoperta, da parte della sartina, che in fondo lei è la più libera: le sue clienti sono più ricche, sì, ma i loro matrimoni e la loro estrazione sociale sono spesso una prigione. Persino la donna più libera di tutte, la giornalista americana, si trova legata dalla passione e dallo stereotipo del grande amore... e il suo finale non è felice, anzi.
Volevo fotografare il momento in cui l'invidia della sartina nei confronti di ognuna di queste donne scemasse, con l'affiorare della consapevolezza della sua maggiore libertà.
Per la scrittura, non ho scritto due volte.


L'indipendenza che la protagonista riesce a conquistare le fa affrontare in modo differente anche il rapporto con gli uomini. Non sogna il matrimonio a ogni costo, anzi.
È disincantata nei confronti degli uomini perchè ha fattoun errore iniziale, che ho potuto osservare nella realtà.
Con questo desiderio di emancipazione, di farsi anche, nel suo piccolo, una cultura, si è trovata a distaccarsi leggermente dalla sua classe sociale di appartenenza. Sa leggere e scrivere, apprezza l'opera. Sa che non potrà mai sposare un uomo di ceto superiore, e allo stesso tempo non si può accontentare di un garzone analfabeta.
In un certo senso, è fuori dal mercato del matrimonio.
E anche per gli uomini, il fatto che sia una donna con un minimo di cultura è pericoloso.

Raccontando una storia di inizio Novecento, si parla in realtà di un tema ancora fortemente attuale, quello dell'occupazione femminile, della parità di diritti sul lavoro. Offre numerosi spunti di riflessione sulla strada che abbiamo fatto, e su quella ancora da fare.
Posso chiederle una riflessione in questo senso, e magari un consiglio per le donne di oggi?
È molto difficile dare consigli alle donne di oggi, perchè la mia generazione è stata molto più fortunata della vostra.
Al termine degli studi trovavamo subito lavoro, e con un buono stipendio. Potevamo addirittura scartarli, i lavori. Desideri come vivere da sole, sposarci, viaggiare erano facilmente realizzabili.
Quando vedo donne competenti, piene di entusiasmo e che nonostante tutto non trovano nulla che vada oltre il tirocinio, mi sento privilegiata rispetto a loro, e purtroppo non ho consigli da dare loro.
È cambiato il mondo, sono cambiate le regole del gioco.

Non ha dato un nome al paese in cui si muovono le tue protagoniste, e se da un lato questo lo fa sembrare una scenografia teatrale, dall'altro arriva il senso di chiuso, di "nido".
Aveva in mente un luogo specifico durante la scrittura?
Non ho battezzato il luogo, ma avevo in mente la mia città, Sassari.
Nella mia città, forse più una volta rispetto ad oggi, ho avuto modo di assistere a tutte le dinamiche sociali che descrivo nel mio libro. Volevo creare un archetipo della città italiana di provincia.
Per lo stesso motivo non ho mai citato una data, anche se si riesce a capire a quale periodo mi riferisco perchè cito la nascita delle principesse, figlie della regina Elena, e un vestito realizzato in modo da assomigliare a un pezzo del corredino della principessina Mafalda.

Pensando alla scrittura, ci sono autori che sente come dei maestri, e che hanno il merito di averla ispirata? O la spinta a scrivere è venuta solo dall'interno?
Ho cominciato a scrivere nel 1970, quando leggevo da decenni, e sicuramente le mie letture mi hanno sempre influenzata.
Ci sono stati i grandi amori letterri, condivisi anche con gli amici: dal Signore degli Anelli ai lavori di Virginia Woolf, a Stephen King.
Inoltre, da bambina mi facevano spesso leggere le riduzioni, e non immaginate la mia sorpresa nello scoprire come fossero davvero quei romanzi che ero convinta di avere letto!
Ci sono i romanzi che ho riletto più volte, come La lettera scarlatta, e che ogni volta mi hanno fatto scoprire nuovi punti di vista.
Vi confesso di avere anche un mio personalissimo guilty pleasure: i thriller di Anne Perry.
Quindi la spinta a scrivere è arrivata già durante l'adolescenza? O è qualcosa che ha sentito più avanti?
Sono diventata una scrittrice per caso. Ero una grande lettrice, ma ero decisa di voler lavorare nel mondo del cinema. Un giorno, mentre uscivo dal bagno, il mio capo ufficio mi ha fermata e mi ha chiesto se me la sarei sentita di scrivere, in un mese, un romanzo per ragazzi di 120 pagine.
C'era un buco in una nuova collana, e così ecco che mi trovai ad accettare la sfida, e provare a scrivere. Scrissi Sette Robinson su un'isola matta e da qui, il resto della storia la conoscete.


Il sogno della macchina da cucire di Bianca Pitzorno (Bompiani) è in libreria, al prezzo di copertina di 16€.

martedì 23 ottobre 2018

"The Outsider" di Stephen King

Il Re è tornato, ed è tornato in grande stile.
The Outsider (Sperling & Kupfer) arriva in libreria a pochi mesi di distanza dal debutto americano, e non c'è stagione migliore dell'autunno per immergersi nella lettura del nuovo lavoro di Stephen King.

Quando Terry Maitland, il classico americano tutto d'un pezzo, coach di baseball apprezzato da ragazzini e genitori senza eccezioni, è improvvisamente accusato di aver ucciso brutalmente un bimbo di soli undici anni, a Flint City dilaga il panico: Terry viene arrestato,e  la comunità gli si rivolta contro con ferocia.
Persino il detective al quale è affidato il caso, Ralph Anderson, è sconvolto: Terry gli è sempre piaciuto, e non riesce proprio a immaginarlo nelle vesti dell'assassino, nonostante ogni prova sembri incriminarlo: testimoni oculari (dei quali vengono riportate le dichiarazioni in forma di deposizioni ufficiali), impronte digitali, gruppo sanguigno, persino il DNA.
Ma può il più insospettabile dei cittadini, il gentile professore di inglese, allenatore di baseball dei pulcini, marito e padre esemplare, rivelarsi un mostro?

Se è vero che The Outsider è, per una buona parte, un ibrido tra thriller e legal thriller che vede in azione Ralph Anderson come molti detective prima di lui , non sarebbe Stephen King senza un forte elemento soprannaturale.
Se da un lato la risoluzione del caso sembra una sfida all'umano raziocinio - Terry non ha semplicemente un alibi, è stato addirittura ripreso mentre assisteva a un talk di Harlan Coben alla stessa ora in cui sembra essere avvenuto l'omicidio - dall'altro ritroviamo il crescendo di paura, orrore ed angoscia tipico dei romanzi più famosi dell'autore, a cominciare dall'inquietante figura senza nome che dona il titolo all'opera.

Stephen King, da decenni, padroneggia le tre S (sintassi, struttura, suspence) e regala ai lettori brividi di tensione. Che scavi nel profondo della psiche e delle paure più recondite, o che costruisca un thriller dalle tinte oscure, poco cambia: una prosa magistrale è alla base di tutto, e un cescendo di tensione e angoscia accompagna il lettore una pagina dopo l'altra.
Questo vale anche per The Outsider, che vede anche il ritorno sulla scena di Holly Gibney (indimenticabile per chi avesse letto la trilogia di Bill Hodges), impegnata al fianco dell'avvocato Howie Gold nella difesa di Terry Maitland.
Del resto, la caccia a personaggi già incontrati e riferimenti a opere precedenti è parte integrante dell'esperienza kinghiana.

530 pagine di tensione e paura (e non solo dovuta a quanto di spaventoso forgiato dalla mente dello scrittore: anche la società dipinta dallo scrittore, con Donald Trump non troppo sullo sfondo e il pregiudizio in primo piano, risulta più che inquietante), che nonostante una prosa elaborata si leggono tutte d'un fiato, col fiato sospeso e, probabilmente, qualche luce in più accesa. Non si sa mai.


The Outsider di Stephen King (Sperling & Kupfer) è in libreria al prezzo di copertina di 21,90€.

lunedì 22 ottobre 2018

Intervista a Valerio Varesi su "La paura nell'anima", il commissario Soneri e le infinite sfumature della paura

La paura nell'anima è sugli scaffali da una settimana, e il suo protagonista è uno dei più riusciti di Valerio Varesi: l'ultima indagine del commissario Soneri (Frassinelli) prende spunto da un reale fatto di cronaca, ed è proprio da qui che iniziamo la nostra chiacchierata con l'autore da Open, a Milano.

Ritroviamo il commissario Soneri e lo seguiamo mentre porta avanti una nuova indagine, ma stavolta lo spunto arriva dalla cronaca.
Mi colpiscono i fatti di cronaca che hanno al loro interno la possibilità di essere sviluppati e raccontare l'oggi, che è poi lo scopo che io perseguo col giallo. Per me è importante, ed è una legge inderogabile del giallo, arrivare a identificare l'assassino, ma quello che m'importa di più è capire perché è successo, quindi attraverso un'indagine riuscire a capire l'attualità. Quello che leggiamo sui giornali e non riusciamo a sviluppare del tutto perché siamo tenuti all'onere della prova.

Igor ci racconta la paura, una paura che non è riconducibile ad una cosa precisa, ma proprio perché invisibile fa ancora più paura: una presenza che aleggia, ma non c'è.
Rappresenta più in generale le nostre paure di quest'epoca, con uno sguardo alla politica e a chi usa la paura per avere consenso.

Indagine dopo indagine, il personaggio del commissario Soneri si sviluppa sempre di più, cresce nella sua caratterizzazione.
Ho scelto un personaggio che si racconta, che invecchia, che ha dei problemi, che in qualche modo attraversa la vita e quindi muta nel tempo. Mi piaceva che ogni episodio rivelasse qualcosa di lui, non solo per una ragione di interesse del lettore. Anzi, può capitare che il lettore preferisca un personaggio immutabile, come Maigret. Mi piaceva l'idea che Soneri si raccontasse, perchè tutti noi cambiamo: andiamo a letto la sera e ci svegliamo al mattino dopo un po' differenti, come se morissimo e rinascessimo. Questo lo rende più umano e più vicino a noi.
Pensando agli anni di scrittura, quanto c'è di Valerio Varesi nel commissario Soneri?
Tanto, anche se la sua vita non è proprio sovrapponibile alla mia.
Dal punto di vista della visione della realtà coincidiamo.
Guardo la realtà attraverso Soneri perché credo nella letteratura impegnata, nella quale l'autore deve rivelare ciò che pensa. Quando leggo un libro pretendo personaggi credibili e che rimangano vivi nella mente e una trama possibilimente significativa, ma soprattutotto mi piace trovare un autore che mi dica quello che pensa e mi restituisca una visione del mondo. Magari posso anche non essere d'accordo, ma esigo che lui lo faccia. La letteratura è un distillato di vita: dobbiamo raccontare quello che vediamo. Poi è evidente come le vicende sentimentali di Soneri o certi suoi gusti non siano i miei. In fondo, anche il personaggio televisivo era molto diverso: Luca Barbareschi è un bellone rispetto a Soneri, così come Angela non è una superdonna come la Stefanenko.

Leggendo il romanzo, la mia percezione è che non faccia paura tanto il serial killer, che in fondo è l'elemento concreto di cui tutti dobbiamo avere paura, quanto il fatto che la sua presenza vada a interferire nella vita di tutti i giorni: le abitudini stesse diventano pericolose, mentre non c'è nulla di più rassicurante della routine. Mi sembra che tu abbia lavorato tantissimo sulla paura delle piccole cose e mi è  piaciuta l'introduzione del tema dei social network, di solito visti come parte ludica della nostra vita e qui usati invece come presa in giro malefica, andando ad alimentare la paura.
Cosa pensi di questa influenza dei social e quanto è facile farli diventare strumento di paura?
Nella realtà, in qualche caso i social network sono stati alleati degli inquirenti rivelando, ad esempio nascondigli dei mafiosi. Qui servono a Igor, che sa come sfruttarli, per beffare il prossimo, per dire «sono qui, ma non riuscite a prendermi, ci sono e non ci sono».
L'uso dei social network rende ancora più impalpabile la minaccia che Igor rappresenta: spaventa sia perché ha ucciso delle persone, sia perché scatena le paure latenti che tutti portano dentro.
Nella realtà, lo stravolgimento delle abitudini per paura è esattamente ciò che è accaduto in quella parte della pianura padana tra Bologna e Ferrara: la vita è effettivamente cambiata. La gente ha smesso di uscire la sera e messo le inferriate alle finestre, i fari potenti, i cani doberman nei giardini. Si è messa a guardare con sospetto i vicini se compravano più cibo pensando che nascondessero qualcuno in casa. Igor nel romanzo corrode la vita sociale e i rapporti tra le persone, facendo da detonatore a paure esistenziali.
Il nostro è un mondo senza punti di riferimento, senza speranza nel futuro, con la paura di vivere. Non c'è un percorso collettivo, non c'è un collettore di idee e ci sentiamo sempre più isolati.
Tutto questo si innesta nella paura prodotta da Igor come un mozzicone che incendia un bosco.

A me è piaciuta molto l'ambientazione nel piccolo paese, in una piccola comunità montana chiusa in cui la presenza di Igor scatena vecchi rancori. Mi ha fatto pensare alla storia di Cogne, in cui si accusavano tra vicini di casa della morte del bambino. La comunità chiusa moltiplica le paure della gente rispetto alla grande città?
No, io credo sia più o meno la stessa cosa: anche in città tu vivi l'angoscia del vicino, dell'abitare magari in un grande palazzo di cui non conosci tutti i condimini.
Ho inventato il paese del romanzo per non condannare un luogo preciso, ma è vero che in un luogo chiuso le voci corrono più velocemente e alimentano le suggestioni collettive, molto più che in una città. L'elemento montano conta, perché nei miei romanzi voglio che l'ambiente sia uno dei protagonisti: questo mondo montano riscopre un'arcaicità che, forse, giudichiamo paradossale al tempo della razionalità tecnologica, ma che ritorna proprio in virtù del fallimento della razionalità e del controllo. Questa arcaicità si esprime attraverso le figure mitiche di cui si parla nel romanzo, a cui gli abitanti di quei luoghi attribuivano in passato tutti i fatti inspiegabili. La natura stessa a un certo punto diventa un elemento pauroso, perché ti fa sentire piccolo di fronte alla grandezza delle montagne.

Nella vicenda a un certo punto prevale la vergogna di ciò che accade, rispetto al dolore per il fatto stesso. È così anche nella vita?
Sì, molto spesso è così. Viviamo nell'epoca dell'immagine e la vergogna corrompe la tua immagine, ti distrugge dal punto di vista sociale. L'elemento della meschinità si trova anche in altre epoche. Pensate a Céline nel suo Viaggio al termine della notte, che da medico entra nelle case della piccola borghesia dei sobborghi parigini, dove trova famiglie disposte a lasciar morire dissanguata una ragazza dopo un aborto clandestino pur di non portarla in ospedale e denunciare così quanto accaduto. La vergogna prevale a discapito della vita, e in questo forse la comunità ristretta si rivela diversa dalla grande città.

Hai passato tanto tempo in compagnia di Soneri: gli hai dato tanto, ma sicuramente lui ha anche dato tanto a te. Dopo tante indagini diverse, pensi che esista un tipo di caso che potrebbe metterlo veramente in difficoltà?
Se volessimo veramente raccontare fino in fondo la realtà che ci circonda, a un certo punto dovremmo raccontare di un investigatore che fallisce, perché la metà dei delitti in Italia non viene risolta. È abbastanza strano che tutti i gialli finiscano con la cattura del colpevole.
Bisognerebbe costruire un giallo dove alla fine l'assassino svanisce, come ne "La Promessa" di Dürrematt, anche se si trattava di un investigatore sui generis.
Quest'idea mi stuzzica da molto tempo, ma probabilmente andrei in contrasto con tutto lo schema narrativo classico del giallo, e i lettori resterebbero sconcertati.
Del resto la società cambia in fretta, e con lei cambiano le città: nel romanzo precedente (Il commissario Soneri e la legge del Corano, ndr) racconto una parte di Parma in cui Soneri non si riconosce più. Spesso non riusciamo a stare al passo con i cambiamenti dei luoghi. Forse questo potrebbe mettere in crisi Soneri, più ancora dello sviluppo tecnologico che lui segue a fatica.
Oppure, come suggerivo all'inizio, trovare un assassino che gli sfugge, come capita a volte con certe indagini giornalistiche ma anche giudiziarie. Ho conosciuto molti commissari di polizia che nonostante conoscessero i colpevoli di certi delitti non avevano prove sufficienti a incastrarli.
La narrativa, e il romanziere, non ha l'onere della prova e può raccontare come sono andate le cose.

Parlando di lettori, come sono oggi?
Disorientati dalla grande produzione libraria. Io stesso quando entro in una libreria e vedo un bancone sterminato, non so cosa scegliere a meno di non averne già un'idea precisa.
Non c'è più una società letteraria che faccia da filtro, che indirizza un po' il lettore.
Puoi avere fiducia in un marchio editoriale, forse, ma anche questo non è semrpe una garanzia.
Alcuni editori fanno ancora il loro mestiere, altri inseguono solo il business.
Molti lettori finiscono per comprare i libri imposti dalla pubblicità, con risultati pericolosi: se uno compra il vincitore del Premio Strega che quell'anno è scadente, tende a pensare che gli altri concorrenti siano anche peggio e a non dare loro una possibilità.
E il commissario Soneri, col suo carattere introspettivo, cosa leggerebbe?
Di sicuro i classici. Non certo i gialli, che per uno del mestiere potrebbero risultare insopportabili.
I commissari spesso pensano di essere gli unici depositari dell'argomento: ce ne sono molti che scrivono romanzi, ma spesso dimenticano che seguire alla lettera la realtà delle procedure può rendere un romanzo noiosissimo.

Non hai mai l'impressione che quello che voi scrittori mettete nei libri sia del tutto inutile?
Tu già nel 2016 nel tuo Il commissario Soneri e la legge del Corano mettevi in guardia contro l'immigrazione incontrollata e il rischio della fine di certi equilibri che sono effettivamente saltati. Tanti romanzi oltre ai tuoi hanno anticipato la realtà (pensiamo a Gomorra, tra i più celebri) ma la mia impressione è che anche chi legge queste cose nei librimalla fine le rimuova.
Credo che chi fa lo scrittore abbia anche un'antenna in più, che gli permette di anticipare qualcosa. Pensate a Pasolini, che in tempi remoti aveva anticipato come saremmo finiti molto più tardi.
Ma se io, scrittore, penso e prevedo tutto ciò, perché la classe politica non lo fa, e se glielo dici non ascolta? È chiaro che la diffusione limitata dei libri nel nostro paese non ha la forza di cambiare le opinioni, ma questo dimostra anche che non c'è più una connessione tra mondo intellettuale e mondo politico. Oppure dimostra che la classe politica fa finta che questi problemi non esistano e prosegue ciecamente presentando sempre le stesse ricette.
Preoccuparsi dell'immigrazione non significa essere xenofobi, e ignorare certi segnali è sconsiderato. La sinistra italiana continua a essere troppo massimalista su questo punto.
Il problema del resto è ormai di tutti, anche di paesi come Francia e Germania che erano decisamente più attrezzati di noi per affrontarlo. Quando saltano le regole di convivenza e scoppia la guerra del "tutti contro tutti", come diceva Hobbes, è inevitabile che alla fine la gente cerchi qualcuno che prenda il potere e faccia la legge, e la destra è maestra in questo. Uno stato con leggi rigide e severe appare rassicurante, ed è sempre stato così, ma noi non abbiamo la memoria storica.


La paura nell'anima di Valerio Varesi (Frassinelli) è in libreria, al prezzo di copertina di 18,50€.