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lunedì 14 ottobre 2019

#ParoleComeMunizioni: la nuova collana Bompiani diretta da Roberto Saviano

È stata presentata a Milano Munizioni, la collana Bompiani pensata e diretta da Roberto Saviano.
Un progetto che non includerà solo libri, ma anche podcast, reportage, immagini: un unico fil rouge, quello della testimonianza e della lotta contro crimini e ingiustizie.


Al fianco di Roberto Saviano, Antonio Franchini, che ha introdotto la collana partendo proprio dalla scelta della parola Munizioni, che «nonostante di primo acchito suoni come aggressiva, in realtà da certi punti di vista, può essere l’esatto contrario. Le parole sono come una munizione, e ritornare alla parola è la cosa più importante in un momento come questo, in cui le parole sono buttate lì o non ascoltate. C’è un particolare bisogno di ritornare allo scambio, alla parola, al ragionamento attraverso la parola».

La collana prende il via con due volumi, dei quali il primo è già in libreria: Dì la verità anche se la tua voce trema di Daphne Caruana Galizia (304 pagine, 18€).
Daphne Caruana Galizia è stata una delle più attive nella protesta contro la corruzione della politica maltese. «Ci sono corrotti ovunque si guardi, la situazione è disperata», recita l'ultimo post di Daphne Caruana Galizia sul suo blog, Running Commentary, alle 14.35 del 16 ottobre 2017.
Pochi minuti dopo la Peugeot bianca su cui Daphne si allontanava da Dar Rihana, la Casa del vento, saltava in aria, e quella frase diventava un testamento involontario consegnato ai suoi lettori.
Daphne ha pagato con la vita trent'anni di giornalismo investigativo in cui ha denunciato i lati più scuri di Malta, dalla corruzione dei suoi politici al narcotraffico al riciclaggio di denaro sporco, dall'influenza del regime azero sulla politica locale al ruolo di Malta nello scandalo dei Panama Papers al sistema della vendita della cittadinanza maltese che vale il 2,5% del PIL dell'isola.
Oggi, a quasi due anni di distanza dall'uccisione di Daphne, le sue ultime parole sono ancora lì, sulla homepage del blog e tra i fiori negati del suo memoriale, a ricordarci che la situazione non si è fatta meno disperata e che i mandanti del suo omicidio restano ancora ignoti e impuniti.
Quello di un libro che raccogliesse il suo lavoro era uno dei progetti e dei desideri di Daphne Caruana Galizia, ed esce grazie all'impegno dei figli che ne introducono ogni sezione, ed esce in anteprima mondiale in Italia.
Per Roberto Saviano «è importante quest'opera, perché ho sempre sognato di costruire una collana sulla parola perseguitata; su chi rischia per scrivere rischia la denuncia, la pressione, la vita, l’odio. È una vendetta su chi voleva spegnere la denuncia. E lo considero un libro sacro perché sacro è tutto ciò che a che fare con la vita.»
Ha poi continuato ricordando che «per Daphne, le donne sanno che devono combattere per loro diritti e lei esprimeva la sua volontà di andare alla radice dei problemi. I problemi veri non sono la questione dei migranti, ma la situazione economica che ha portato a queste vicende.
A Malta una società paga il 5% di tasse, e quindi le aziende arrivano qui perché così possono nascondere i loro soldi. Dentro alla storia di Daphne c’è il racconto di come la pressione fiscale e l’inferno del quotidiano siano addosso a chi non può scappare. Chi ha potere scappa sulle isole e nei paradisi fiscali. Nel libro c’è la storia personale di  una donna che scrive con quaranta e oltre cause. I suoi assassini sapevano con certezza che il giorno della sua morte sarebbe andata in banca, perché la banca le aveva congelato il conto dietro pressioni. Le era stata tolta persino la scorta, dato che il parlamento la riteneva un inutile privilegio per chi sputava sul governo di Malta.»
Abbiamo avuto modo di scoprire anche il secondo titolo della collana Munizioni, Fariña. La porta europea della cocaina di Nacho Carretero, già in libreria (368 pagine, 18€).
Coca, farlopa, perico, fariña: nella storia spagnola nessun prodotto è mai stato commercializzato con tanto successo. Negli anni ottanta e novanta infatti quasi tutta la cocaina che sbarcava in Europa faceva il suo ingresso dai porti della Galizia, che allora ha rischiato di trasformarsi in un vero e proprio narcostato. Oltre alla posizione geografica privilegiata, la Galizia aveva tutte le carte per diventare una "nuova Sicilia": ritardo economico, una tradizione secolare di contrabbando via terra, mare e fiumi, e un atteggiamento di tolleranza ammirata verso una cultura criminale ereditata dall'epoca degli "inoffensivi" e "benevoli" boss del tabacco. I clan, potenti e intoccabili, sono cresciuti in un clima di massima impunità grazie all'inerzia - se non alla complicità - della classe politica e delle forze dell'ordine. Attraverso le testimonianze dirette di boss, piloti di aerei, pentiti, giudici, poliziotti, giornalisti e madri di tossicodipendenti, Nacho Carretero disegna con minuzia uno scenario criminale spesso sottovalutato, ma che ha annientato il tessuto sociale, economico e politico della regione spagnola, che ancora oggi paga il prezzo delle attività dei clan del narcotraffico, tutt'altro che estinti.
Dì la verità anche se la tua voce trema di Daphne Caruana Galizia e Fariña. La porta europea della cocaina di Nacho Carretero (Bompiani) sono già in libreria, al prezzo di copertina di 18€.

giovedì 3 ottobre 2019

"Planimetria di una famiglia felice": intervista a Lia Piano

Da quest'anno, il blog ospita le recensioni e le interviste di Veronica Lempi, già collaboratrice de Gli Amanti dei Libri. Ha intervistato per noi Lia Piano, autrice de Planimetria di una famiglia felice (Bompiani), ed ecco cosa le ha svelato!


Una famiglia non convenzionale, una casa da film ed una scansione del tempo del tutto personale e un modo di vivere così teatrale che sembra scritto a copione.
Lia Piano approda nel mondo dell’editoria con un libro in cui spazio, tempo, e ordine non hanno confini solidi. Planimetria di una famiglia felice è un romanzo in cui la liquidità regna sovrana e tutto ciò che conta, per davvero, sono i rapporti umani e le loro conseguenze.
Una storia che unisce autobiografia e invenzione.
Un esordio di penna che lascia già il sapore di ritorno.

Quando hai iniziato a recuperare i ricordi della tua infanzia per scrivere questo libro?
La scintilla è sicuramente autobiografica, e lo specifico anche brevemente in una nota d’autore che introduce il romanzo. Mi sono trovata qualche anno fa, nel 2015, ad aiutare mia madre nell’apparente trasloco - perché alla fine non c’è stato! - dalla nostra casa di famiglia, una casa molto grande con spazi davvero ampi, che non finiscono mai. Una casa che, nonostante cinque abitanti e un numero incalcolabile di animali, non siamo mai riusciti a riempire in quarant’anni, ma che ci siamo trovati a dover svuotare in qualche settimana. A quel punto ho sentito proprio la necessità di salutarla.
La prima idea in realtà non era di raccontarla, ho solo visto davanti a me, improvvisamente, quello spazio che ho sempre visto pieno. Una visione che mi ha dato la stessa sensazione che provavo da piccola quando uno spazio mi sembrava immenso e poi, qualche anno dopo, la percezione delle dimensioni cambiava completamente. Per cui la scintilla è stata il desiderio di salutare e ringraziare quella casa, che è stata teatro di un periodo estremamente felice della mia vita. E poi il senso di disorientamento: da qui è nata l’idea di raccontarla come la vedevo da piccola, perché parlarne con la visione dei miei quarant’anni e tutte le consapevolezze che la vita mi ha insegnato nel frattempo, non sarebbe stata la stessa cosa.
È proprio qua che ho tratto lo spunto per raccontare tutto con la visione di una bimba alta un metro, infatti il libro inizia con la protagonista alta esattamente 1m e finisce, con la piccola che misura 1.15m, il cambiamento dell’arco dei tre anni. Per farcela ho fatto l’esperienza fisica di posizionarmi varie volte ad altezza metro, esercitandomi a guardare tutto ad altezza di bambino. Cambia tutto, sia il modo di vedere le cose, sia il modo poi di raccontarle.

Partire da un ricordo ed arricchirlo o completarlo, per necessità, con l’invenzione, non comportava il rischio che la tua memoria, poi, venisse contaminata e quindi che alla tua mente non rimanesse la versione autentica di un fatto accaduto?
È una domanda sottile questa, ma ti dico la verità: me lo sono spesso chiesta anche io. Quello che secondo me, però, impedisce questa confusione, è il fatto che i sentimenti che racconto sono veri. Poi li trasfiguro, ed infatti questo è decisamente un romanzo. Ma i sentimenti e le immagini sono reali. Ho preso qualche punto fermo, uno è sicuramente la casa, ovvero l’unico personaggio realmente esistito e gestito per quello che è; l’altro è il fatto che sono sentimenti che davvero io ho provato e poi le immagini. Per cui anche per me diventa molto difficile discernere e dire quali dettagli sono veri e quali no: è veramente "non sbrogliabile", come se si trattasse di un capo fatto a maglia, ho costruito tutto punto per punto intersecando realtà e invenzione.

Come ha reagito la tua famiglia a questo libro? 
Me ne hanno dette di ogni, persino che mi avrebbero denunciata! Ma poi si sono riconosciuti e hanno convenuto con me che siamo molto simili a quella famiglia un po' sgangherata, non così tanto come quella del libro, ma un po' sì. L’unico intervento che ho dovuto ascoltare prima della pubblicazione, è stato quello di mio padre, che è un po' impiccione e non riusciva proprio a non starne fuori: mi ha corretta in merito alle misure. Ha capito che l’unico personaggio esistito era la casa e allora lì si è scatenato.

Descrivi una casa piena di libri: quali sono state le tue letture da bambina, e poi crescendo?
Io ho imparato a leggere per invidia, perché ero piccola e analfabeta (aveva meno di 6 anni, ndr) e tutti in casa leggevano. Ti immagini la sera, quando tutti sono sul divano con il libro di fronte al viso e nessuno ti parla? Io mi ritrovavo lì in silenzio, con il mio cane, Pippo, e tutti questi lettori concentrati. Il mio amore per le parole, secondo me, deriva dal fatto che mi obbligavo a leggere pur non sapendolo fare e riconoscevo solo qualche parola qua e là. Per cui arrivavo a leggere un romanzo, inventandomi tutta un’altra storia che interpretavo a mio modo, perché non capivo nulla. E da qui deriva il grosso lavoro che ho fatto sulla scelta delle parole, per scrivere questo libro.

Subito dalle prime pagine, si nota che parli di una famiglia un po' nomade, che ha affrontato vari spostamenti. Quando finalmente approda in questa meravigliosa villa, a Genova, la piccola protagonista dice di scoprire per la prima volta tutti i colori del mondo, mentre "nel mondo prima"conosceva solo infinite sfumature di grigio: cosa volevi dire?
Mi riferivo a Parigi. Ho vissuto vent’anni e tutt’ora in parte vivo a Parigi, e non potevo non inserirla. L’ho voluta descrivere “a togliere”, ovvero dicendo quello che non c’era, non quello che c’era, perché ha talmente tanto di bello, ma di sicuro qualcosa che non le appartiene è il colore. 

È un libro che parla di felicità?
È un libro che nasce con l’intenzione di raccontare un fallimento, e cioè l’obiettivo non raggiunto di una famiglia che prova in tutti i modi a diventare una famiglia normale ma non ci riesce. Certo è che, un fallimento di questo genere, raccontato e visto con gli occhi di una bambina, tutto è tranne che, appunto, un fallimento: primo, perché a lei non interessa minimamente diventare normale e secondo, perché non si rende conto che questo mancato obiettivo può essere un fallimento. Ora, mi sembra di esagerare dicendo che sono stupita che ne sia uscito un libro divertente, perché comunque mi sono divertita anche io scrivendolo. Ci tengo però che venga letto con parsimonia, con attenzione e senza divorarlo, perché è molto più profondo di quello che sembra. Molti mi dicono che è veloce e si legge in un pomeriggio: ecco, io sarei davvero felice di sapere che si riesce anche a cogliere quel qualcosa in più che va oltre il sorriso.

Come mai all’inizio il titolo del libro era Trinitina?
È un termine difficile da pronunciare, per me che ho la “r moscia” ancora di più, per questo mi piaceva. Ero a pranzo con due mie amiche e avevo portato una serie di titoli che erano in qualche modo correlati con la storia, quello è stato il prescelto perché prima di riuscire a dirlo correttamente ho dovuto ripeterlo quattro volte e siamo tutte scoppiate a ridere. Era incredibile che volessi chiamare il mio primo libro con un termine che non sapevo nemmeno pronunciare. E sono così astuta, che mi è sembrata una bellissima idea, ho subito pensato: "pazzesco!". È stata la mia editor Giulia Ichino, poi, a salvarmi da questa catastrofe!


Planimetria di una famiglia felice di Lia Piano (Bompiani) è in libreria, al prezzo di copertina di 15€.

lunedì 29 ottobre 2018

Intervista a Bianca Pitzorno su "Il sogno della macchina da cucire", le donne e la scrittura

Bianca Pitzorno: come riassumere l'impatto che la voce di questa scrittrice ha avuto su lettori di ogni età dal 1973 a oggi in una frase? Impossibile.
In libreria con Il sogno della macchina da cucire (Bompiani), ci ha raccontato a Milano com'è nata la storia della sartina al centro del romanzo, e quella delle donne che le gravitano attorno.
E proprio da loro ha inizio la nostra conversazione.

Questo è un romanzo di donne, di ogni estrazione sociale e di ogni età, e anche il punto di vista è quello di una giovane donna.
Sì, e vi dirò di più: ogni storia che trovate nel romanzo è vera.
Sono donne vicine alla mia famiglia (per esempio, nel libro è racchiusa anche la storia della sorella della mia bisnonna), o donne la cui storia mi è stata raccontata, o che ho scoperto leggendo e facendo ricerca. Poi ovviamente ci ho aggiunto del mio.

Ed è vero anche il sogno della macchina da cucire, che dona il titolo al tuo libro.
Il sogno della macchina da cucire è quello dell'indipendenza economica: per una ragazza povera, senza un marito o una famiglia a occuparsi di lei, era fondamentale poter dimostrare di essere in grado di provvedere a se stessa, e possedere una macchina da cucire voleva dire poter esercitare una professione in autonomia.
Grazie alla macchina da cucire, molte ragazze si sono liberate: nonostante l'analfabetismo, sono riuscite a passare da semplici operaie a padrone di se stesse, artigiane a tutti gli effetti.

Avere una sarta al centro della storia offre un punto di vista peculiare: pur essendo estranea e alla famiglia, vede ogni cliente (ricca o povera, nobile  o borghese) nella massima vulnerabilità, priva di qualsiasi ornamento o di qualsiasi scudo. È uno dei motivi per cui ha scelto di raccontare queste storie dal suo punto di vista?
Questo libro mi si è srotolato tra le mani come un gomitolo: non avevo molte idee, prima di iniziare a scrivere. L'unica che sentivo "forte", era questa, che una sartina povera vivesse la sua intera esistenza come sotto la minaccia di un coltello puntato: una sola settimana senza lavoro poteva farla finire prigioniera in una casa di tolleranza.
Ho cercato di evocarla, di darle una voce, e questo è stato il seme da cui è nato il libro.
Mi ha anche imposto l'uso di una lingua semplice, chiara, per rispettare quello che poteva essere il modo di esprimersi e di pensare di una sartina.
Però quello che dici è vero, ed è qualcosa di cui mi sono resa conto scrivendo.
La sarta è quella che vede il sovrappeso che di solito nascondi, che scopre che sei invidiosa dell'amica o della sorella perchè più benestanti di te, che svela ogni tua insicurezza.
Questo è emerso di capitolo in capitolo.

In tutte le storie che vengono raccontate, di tutte le donne che la sartina incontra, è evidente come, anche quando si tratta di incontri fugaci, si possa vedere non solo il momento presente delle loro vite, ma anche il loro futuro. Poche azioni e poche parola sono sufficienti a delinearle alla perfezione, e quindi è inevitabile chiedersi come sia stato scelto il momento dell'incontro, e quanto lavoro di limatura e pulizia ci sia stato sul testo prima di arrivare alla forma finale.
La scelta del momento dipende essenzialmente dalle storie che ho deciso di raccontare, che vengono da racconti  che mi sono stati fatti nel tempo o da ritagli di giornale.
Quello che volevo raccontare era la scoperta, da parte della sartina, che in fondo lei è la più libera: le sue clienti sono più ricche, sì, ma i loro matrimoni e la loro estrazione sociale sono spesso una prigione. Persino la donna più libera di tutte, la giornalista americana, si trova legata dalla passione e dallo stereotipo del grande amore... e il suo finale non è felice, anzi.
Volevo fotografare il momento in cui l'invidia della sartina nei confronti di ognuna di queste donne scemasse, con l'affiorare della consapevolezza della sua maggiore libertà.
Per la scrittura, non ho scritto due volte.


L'indipendenza che la protagonista riesce a conquistare le fa affrontare in modo differente anche il rapporto con gli uomini. Non sogna il matrimonio a ogni costo, anzi.
È disincantata nei confronti degli uomini perchè ha fattoun errore iniziale, che ho potuto osservare nella realtà.
Con questo desiderio di emancipazione, di farsi anche, nel suo piccolo, una cultura, si è trovata a distaccarsi leggermente dalla sua classe sociale di appartenenza. Sa leggere e scrivere, apprezza l'opera. Sa che non potrà mai sposare un uomo di ceto superiore, e allo stesso tempo non si può accontentare di un garzone analfabeta.
In un certo senso, è fuori dal mercato del matrimonio.
E anche per gli uomini, il fatto che sia una donna con un minimo di cultura è pericoloso.

Raccontando una storia di inizio Novecento, si parla in realtà di un tema ancora fortemente attuale, quello dell'occupazione femminile, della parità di diritti sul lavoro. Offre numerosi spunti di riflessione sulla strada che abbiamo fatto, e su quella ancora da fare.
Posso chiederle una riflessione in questo senso, e magari un consiglio per le donne di oggi?
È molto difficile dare consigli alle donne di oggi, perchè la mia generazione è stata molto più fortunata della vostra.
Al termine degli studi trovavamo subito lavoro, e con un buono stipendio. Potevamo addirittura scartarli, i lavori. Desideri come vivere da sole, sposarci, viaggiare erano facilmente realizzabili.
Quando vedo donne competenti, piene di entusiasmo e che nonostante tutto non trovano nulla che vada oltre il tirocinio, mi sento privilegiata rispetto a loro, e purtroppo non ho consigli da dare loro.
È cambiato il mondo, sono cambiate le regole del gioco.

Non ha dato un nome al paese in cui si muovono le tue protagoniste, e se da un lato questo lo fa sembrare una scenografia teatrale, dall'altro arriva il senso di chiuso, di "nido".
Aveva in mente un luogo specifico durante la scrittura?
Non ho battezzato il luogo, ma avevo in mente la mia città, Sassari.
Nella mia città, forse più una volta rispetto ad oggi, ho avuto modo di assistere a tutte le dinamiche sociali che descrivo nel mio libro. Volevo creare un archetipo della città italiana di provincia.
Per lo stesso motivo non ho mai citato una data, anche se si riesce a capire a quale periodo mi riferisco perchè cito la nascita delle principesse, figlie della regina Elena, e un vestito realizzato in modo da assomigliare a un pezzo del corredino della principessina Mafalda.

Pensando alla scrittura, ci sono autori che sente come dei maestri, e che hanno il merito di averla ispirata? O la spinta a scrivere è venuta solo dall'interno?
Ho cominciato a scrivere nel 1970, quando leggevo da decenni, e sicuramente le mie letture mi hanno sempre influenzata.
Ci sono stati i grandi amori letterri, condivisi anche con gli amici: dal Signore degli Anelli ai lavori di Virginia Woolf, a Stephen King.
Inoltre, da bambina mi facevano spesso leggere le riduzioni, e non immaginate la mia sorpresa nello scoprire come fossero davvero quei romanzi che ero convinta di avere letto!
Ci sono i romanzi che ho riletto più volte, come La lettera scarlatta, e che ogni volta mi hanno fatto scoprire nuovi punti di vista.
Vi confesso di avere anche un mio personalissimo guilty pleasure: i thriller di Anne Perry.
Quindi la spinta a scrivere è arrivata già durante l'adolescenza? O è qualcosa che ha sentito più avanti?
Sono diventata una scrittrice per caso. Ero una grande lettrice, ma ero decisa di voler lavorare nel mondo del cinema. Un giorno, mentre uscivo dal bagno, il mio capo ufficio mi ha fermata e mi ha chiesto se me la sarei sentita di scrivere, in un mese, un romanzo per ragazzi di 120 pagine.
C'era un buco in una nuova collana, e così ecco che mi trovai ad accettare la sfida, e provare a scrivere. Scrissi Sette Robinson su un'isola matta e da qui, il resto della storia la conoscete.


Il sogno della macchina da cucire di Bianca Pitzorno (Bompiani) è in libreria, al prezzo di copertina di 16€.

giovedì 12 aprile 2018

Il fallimento non è la fine di tutto, è una lezione per ripartire. Andrea Dusi, le startup e le seconde opportunità

Buongiorno a tutte, fanciulle (e fanciulli)!
Dalla mia scrivania tutta bianca, ogni volta che alzo lo sguardo mi trovo a fissare una cornice al cui centro è leggibile la frase "time to get stuff done".
Da un lato inspirational quote, dall'altro tentativo di autocostringermi a essere produttiva invece di guardare per aria, è anche una frase che, spesso, mi viene in mente pensando a chi, lungo il percorso, ha fallito.
Il fallimento è forse ciò che temiamo di più, quando affrontiamo una nuova sfida: abbiamo paura di sbagliare, di inciampare, di non riuscire ad arrivare in vetta. Eppure, la verità è che i momenti in cui impariamo di più sono quelli in cui sbagliamo.
Impariamo a tenere la temperatura del forno più bassa dopo aver bruciato un plumcake, a tracciare una perfetta linea di eyeliner nero dopo esserci ripetutamente dipinti l'intera palpebra mobile, a padroneggiare una lingua straniera dopo tanti, tantissimi strafalcioni e forse anche qualche gaffe imbarazzante.
Spesso scopriamo le nostre attitudini nascoste dopo aver trovato lavoro in quello che credevamo essere il nostro settore ideale, e aver realizzato di non essere proprio adatti o, soprattutto, felici,
Una meravigliosa riflessione su fallimento è quella proposta da Andrea Dusi nel suo "Come far fallire una startup ed essere felici" (Bompiani14€).
Cento pagine che si leggono tutte d'un fiato, decine di storie di insuccesso che però, nella maggior parte dei casi, hanno poi portato i loro protagonisti a riscattarsi con risultati straordinari.
"Errare è umano", quindi, ma non solo: è necessario. È necessario per testare i propri limiti, la propria preparazione, la propria forza d'animo. A volta è necessario anche solo per capire che forse, in quel progetto, non ci si era messo il cuore.
Se il mito delle startup si riassume in «un garage, una buona dose di genio e altrettanta di fortuna, un'idea rivoluzionaria destinata a cambiare il mondo. E poi soldi, successo, felicità», la realtà è che nove startup su dieci non sopravvivono ai primi tre anni di attività.
La domanda è: è drammatico? Assolutamente no.
In un paese come l'Italia, in cui manca una cultura del fallimento (laddove invece, negli Stati Uniti, esistono addirittura seminari universitari sull'argomento, ndr), quella di Andrea Dusi è una riflessione fresca, sincera, disinibita sull'importanza di sbagliare rotta, e di riconoscere che «il fallimento non è la fine di tutto, è una lezione per ripartire», e che «non ci sono colpe, ma errori da non ripetere».

Non sono una startupper, ma non ho potuto fare a meno di pensare ai miei, di fallimenti.
Alle relazioni chiuse male, ai risultati che non ho raggiunto, alle cose che - nonostante l'impegno - non sono riuscita a fare: ebbene, se oggi faccio un lavoro che mi stimola, mi diverte, e mi permette di incontrare persone straordinarie, viaggiare, mettermi alla prova lo devo anche a tutto ciò che ho sbagliato prima. Lo devo forse più agli errori, che non ai successi, perchè sono stati gli errori a farmi capire cosa non volevo fare e chi non volevo essere.
Forse voleva scrivere un saggio sulle startup, ma Andrea Dusi ha fatto molto di più.
Ci ha ricordato che la fallibilità è componente intrinseca della natura umana, e che va abbracciata, non combattuta. E che solo così si può, alla fine, essere felici (e di successo. Non dimentichiamo il successo).

Un bacio a tutte, fanciulle (e fanciulli)!
A presto <3

venerdì 6 ottobre 2017

"Ho taciuto" di Mathieu Menegaux

Buon pomeriggio a tutte, fanciulle (e fanciulli)!
La chiacchiera librosa di oggi è dedicata a "Ho taciuto" di Mathieu Menegaux, edito Bompiani (brossurato a 15€):
Dall'isolamento della sua cella nel carcere femminile di Fresnes, Claire Beyle ripercorre la catena di eventi che l'hanno condotta fin lì: la storia di una donna vittima di un crimine odioso. Incapace di reagire di fronte all'orrore, Claire sceglie di portare da sola il proprio peso barricandosi dietro a un silenzio assordante e finendo per commettere l'irreparabile. Solo alla vigilia del verdetto decide finalmente di uscire dal suo mutismo e spiegare al marito Antoine e ai giudici il motivo per cui fino a quel momento ha taciuto.

Mathieu Menegaux entra nell'Olimpo degli autori capaci di emozionarmi nel profondo con le loro parole, con "Ho taciuto" e la storia dolorosa e, ahimè, fin troppo realistica, di Claire, vittima di violenza e del silenzio che si autoimpone cercando di superare il trauma da sola.

Claire apostrofa il lettore dalla sua cella, in cui è rinchiusa in attesa del processo, e se non ci dato di sapere da subito di cosa si sia resa colpevole, lo scopriamo 90 pagine dopo.
90 pagine in cui la donna ci racconta come, tornando a casa da una tranquilla - anzi, addirittura noiosa - cena a casa di amici, sia stata aggredita e violentata.
Mathieu menegaux non ci risparmia nulla, nemmeno un dettaglio o una sensazione, rendendo palpabile ogni emozione provata dalla donna prima, dopo e durante lo stupro: la paura, la rabbia, la tristezza, la rassegnazione.
E soprattutto, la sua decisione del decidere di non dire nulla a nessuno.
Al marito Antoine, al quale la lega un matrimonio felice ma non del tutto (a causa della mancanza di figli, dovuta alla'impossibilità di lui a concepire); alla famiglia; ai colleghi e amici.
Claire vorrebbe solo dimenticare, al punto da fare l'amore con Antoine il giorno dopo senza dire una parola, ma nel giro di poche settimane, la disgrazia: dopo anni di tentativi infruttuosi di concepire, ecco che sullo stick appaiono le tanto attese due linee.
Che fare? La soluzione ovvia sembra quella dell'aborto, perchè la sola idea di portare avanti una gravidanza nata dallo stupro le sembra insostenibile... ma poi pensa al marito, al loro matrimonio, e cambia idea. E se fosse figlio del marito? Se ci fosse anche solo una possibilità su cento...
Non è una lettura facile, ma credo sia impossibile come donna non restare profondamente colpita da ogni pensiero o gesto di Claire.
Il suo senso di profonda inadeguatezza nel non essere riuscita a diventare madre e la sua paura di un futuro in cui non ci sarà più il lavoro a riempire le giornate sono propri di ogni donna nella sua stessa situazione, soprattutto in una società come quella odierna che, nonostante il tanto decantato femminismo a oltranza, non tollera ancora del tutto l'idea di un matrimonio senza figli.
La donna e suo marito vengono interrogati e compatiti al riguardo con ben poca delicatezza da amici già genitori, parenti, a volte emeriti sconosciuti.
A questo dolore se ne aggiunge uno ancora più grande e profondo, quello per la violenza subita.
Non è facile raccontare uno stupro, reale o fittizio che sia, ma Mathieu Menegaux sceglie le parole e il tono giusti per testimoniare quello che è il momento in cui la vita della donna cambia drasticamente.
Le viene tolta la sua sicurezza, che le aveva permesso di prendere la bici e tornare a casa prima da quella cena che le sembrava così noiosa, e così anche la sua serenità: quando chiude gli occhi rivede quelli pieni di rabbia del suo stupratore, quando il marito l'accarezza e la stringe riesce a sentire solo dolore. Sembra impossibile poter anche solo pensare di tornare alla vita di ogni giorno, dopo.

A rendere "Ho taciuto" un romanzo straordinario, perfetto in ogni parola e struggente come pochi altri, è la prosa di Mathieu Menegaux: l'autore non solo ha saputo dare voce a un personaggio femminile profondo, dalla voce forte e limpida, portatore di emozioni strazianti e delle tante, dolorose contraddizioni del mondo di oggi, no. Ha anche saputo raccontare la maternità in due dei suoi aspetti più difficili, la sua assenza e la sua imposizione, con una delicatezza che, lo ammetto senza paura, non mi aspettavo di trovare in un uomo.
"Ho taciuto" entra nel mio personale Olimpo letterario insieme a "Fato e furia" di Lauren Groff e a "La strada stretta verso il profondo Nord" di Richard Flanagan, e bramo già un altro romanzo di quest'autore appena conosciuto ma che, lo so, seguirò a lungo.
Consigliatissimo: sono cinque stelline piene, anche sei potendo.

Un bacio a tutte, fanciulle (e fanciulli)!
A presto <3

martedì 22 novembre 2016

"Tre volte noi" di Laura Barnett

Buongiorno a tutte, fanciulle (e fanciulli)!
La chiacchiera librosa di oggi è dedicata a "Tre volte noi" di Laura Barnett, edito Bompiani (brossurato a 18€):
Si sono conosciuti per caso in una strada di Cambridge e tra loro è scattata una scintilla destinata a durare per sempre. Ma il seguito della storia è tutto da scrivere: si innamoreranno follemente o ciascuno seguirà la propria strada? Si baceranno oppure no? Si sposeranno senza perdere tempo o trascorreranno solo qualche settimana insieme prima di lasciarsi?
"Tre volte noi", il romanzo d’esordio di Laura Barnett, ci proietta in una realtà magica e coinvolgente, ci suggerisce ipotesi come hanno fatto altre storie, da "Un giorno" a "Vita dopo vita". 
Un racconto di possibilità che scorre dagli anni sessanta ad oggi e ci dice che anche le scelte più insignificanti possono cambiare il corso della nostra vita.

Laura Barnett esordisce con un romanzo singolare, che forse non fa per tutti ma che di sicuro faceva per me.
L'ho acquistato in vacanza, per poi leggerlo solo al mio rientro, e ora eccomi qui a raccontarvelo.

E vorrei farlo non tanto parlando di trama, ma di struttura, perchè è questa a rendere speciale il lavoro di Laura Barnett.
La storia di Eva e Jim ci viene raccontata tre volte, a capitoli alterni, nei suoi differenti sviluppi a seconda che l'uno o l'altra prendano determinate decisioni.
In tutte e tre le storie lui diventerà un artista e lei una scrittrice, ma questa è l'unica costante.
Un meccanismo alla "Sliding Doors" che a tratti può risultare un freno allo scorrere fluido delle tre storyline, ma che invece permettere di conoscere i protagonisti di questo trittico narrativo a fondo.
In una l'amore si conquista presto, in un'altra il godimento vero di questo sentimento arriva solo in tarda età, ma è sempre o stesso sentimento, profondo e ineluttabile.
Tutto ha inizio a Cambridge nel 1958, quando Eva e Jim hanno solo 19 anni, e da quel momento seguiamo affascinati e molto incuriositi lo svolgersi della loro storia secondo tre diverse modalità.
In una storia i due si piacciono subito, in un'altra Eva decide di restare insieme al suo compagno del momento perchè incinta, e in un'altra...
Ma non voglio rovinarvi al lettura.
Voglio che scopriate questo romanzo così come ho fatto io, e che ne siate catturati così come è accaduto a me.
Non perdete di vista i personaggi minori, perchè alcuni di loro riservano soprese e influenzano l'andamento delle tre "versioni" di Eva e Jim più di quanto potreste credere.

Laura Barnett racconta, in una forma singolare e solo apparentemente meno accessibile, una storia d'amore così "vera" da poter essere vissuta tre volte, dai suoi protagonisti ma soprattutto dal lettore.
Ci sono libri che ti conquistano sin dalle prime righe, e libri che invece ti conquistano pagina dopo pagina, e "Tre volte noi" appartiene senza dubbio alla seconda categoria.
Scoprire - e ricostruire - le tre storie di Jim ed Eva è come comporre un puzzle, e se da un lato non si può negare che la lettura di questo libro sia un esercizio mentale di tutto rispetto, ho trovato la triplice trama estremamente coinvolgente.
Impossibile non avere una versione preferita, e impossibile non cambiare idea almeno tre o quattro volte al riguardo.
Raggiunta l'ultima pagina, resta una sola certezza: quella che l'amore tra i due protagonisti sia il vero motore del romanzo e che non importa cosa accada o quali decisioni si prendano.
Due cuori innamorati trovano sempre la strada di casa, insieme o da soli.

È una storia d'amore? Assolutamente sì, ma è anche molto, molto di più.
Assolutamente da scoprire.

Un bacio a tutte, fanciulle (e fanciulli)!
A presto <3

"41 perché di dubbio interesse" di Riccardo Froscianti

Buongiorno a tutte, fanciulle (e fanciulli)!
La chiacchiera librosa di oggi è dedicata a "41 perché di dubbio interesse" di Riccardo Froscianti, edito Bompiani (rilegato a 9,90€):
Perché il bagno è sempre in fondo a destra? Perché oggi l'ombrello ci ricorda solo il gesto? Perché il tavolo balla anche senza musica? Perché chi si sveglia all'alba lo sottolinea fino al tramonto? E perché i conti non tornano mai? Ecco il primo libro con tante domande e con poche risposte che sa porre quesiti non essenziali ma essenzialmente veri.

Lo dico fin da ora: questo libro finirà nella mia guida ai regali di Natale sotto ai 10€.
Divertente e adatto davvero a tutti, è perfetto anche da infilare nella calza della Befana (possibilmente in mezzo a un sacco di cioccolato: il cioccolato e i libri non sono mai abbastanza).

Mi fido sempre dei consigli di chi lavora a stretto contatto con i libri, e quindi quando mi è stato proposto come lettura ho subito detto di sì, per poi iniziarlo appena estratto dalla busta.
Mi sono trovata a ridere mentre andavo al lavoro sul (non troppo) fidato tram numero 9, a sorridere mentre salivo quattro piani di scale causa ascensore occupato, e a godermi una pausa caffè post momento critico insieme a un capitolo davvero esilarante.

"41 perché di dubbio interesse" è ciò che pensiamo ogni giorno ma mai riusciremmo a verbalizzare con tale ironia, ed è ciò che involontariamente siamo ogni giorno, nonostante la prima reazione leggendo sarà, per molti, quella di dire "ma io non sono così!".
Rassegnatevi: lo siamo.
Io non so fischiare e non so fare l'occhiolino, mi irrita terribilmente trovare la tavoletta alzata e sono fermamente convinta che gli uomini in casa non trovino mai nulla.
Mi chiedo da sempre perchè gli anziani trovino affascinanti i cantieri aperti, e soprattutto mi chiedo perchè le zanzare in estate pungano solo me.
Mi rispecchio in moltissimi dei 41 perchè del libro, e in queste 105 pagine nette non ci si annoia mai.
Anzi, forse ridendo si scopre qualcosa in più di noi.

Vi riporto uno dei "perchè", per farvi capire di cosa stiamo parlando e soprattutto per strapparvi un sorriso in questo grigio martedì:

Perchè il tavolo balla anche senza musica?

Perchè la musica ce l'ha nel legno. O nel'acciaio. in base al materiale. E quando il tavolo non è in equilibrio, balla. e noi con lui. Il piatto invita il braccio a un passo rapido verso il basso mentre le gambe si muovono a tempo. Il pasto si trasforma ben presto in un tango pieno di energia. Ma la passione dura poco. Come la nostra calma. Così, ognuno di noi, fa appello alla propria cultura televisiva, diventando:

MacGyver
Mentre canticchia ta-ta-ta-ta-ta-ta-ta-taaa-ta-ta-taaa, prende e usa qualsiasi materiale all'internod el locale. Con uno scatto veloce, si precipita in maniera maldestra verso un tavolo e afferra qualcosa che sa benissimo diventerà qualcos'altro. La carta (del tovagliolo, della tovaglietta, del sottobicchiere) diventa il nuovo coltellino svizzero.

John "Hannibal" Smith
Da buon colonnello, dirige il Team di amici in maniera ordinata, assegnando compiti e ruoli. C'è chi va alla ricerca di materiali, chi li assembla e chi controlla la situazione. Solitamente alla fine guarda soddisfatto il lavoro finito accennando un leggero sorriso. Dopo aver accso un sigaro all'interno del locale viene fatto accomodare fuori.

La signora in giallo 1
Indaga, s'interroga, cercando di scoprire i punti deboli del tavolo per consegnare l'angolo (colpevole) alla giustizia (del cameriere). Dove c'è lei c'è sempre un tavolo sospetto.

La signora in giallo 2
"Cameriereeeee" urla disperata. Non è fame, è un leggero fastidio. E così aspetta, come al solito, l'intervento dell'uomo in divisa. Festeggia chiedendo qualcosa di dolce.

Pegasus
Fa appello a tutto il suo cosmo (infinito) e alla sua pazienza (finita) per decidere la prossima mossa. Da buon cavaliere interviene per salvare donna e serata: con un colpo ben assestato cerca la soluzione che spesso non trova, finendo per peggiorare la situazione.

Che ne dite?
Non è carino?
Io ho apprezzato molto questo volumetto, e ho già in mente un paio di persone alle quali regalarlo per Natale.

Un bacio a tutte, fanciulle (e fanciulli)!
A presto <3

lunedì 21 novembre 2016

"Guida al giro del mondo" di Nanni Delbecchi

Buongiorno a tutte, fanciulle (e fanciulli)!
Oggi parliamo di un romanzo speciale, "Guida al giro del mondo" di Nanni Delbecchi, edito Bompiani (brossurato a 13€) in uscita il 24 Novembre:
Chi non ha sognato di fare il giro del mondo una volta nella vita? 
Questa è la storia di due amici che decidono di farlo per davvero, a bordo di una Renault 4 immatricolata nell’89. 
Da Ventimiglia a Zanzibar passando per Lisbona, Buenos Aires, Tokyo, Saigon, il succedersi delle tappe diventa un racconto picaresco fatto di luoghi noti e sconosciuti, incontri, scoperte e contrattempi... 
Ogni giro del mondo è unico e irripetibile, proprio come il viaggio che ognuno fa attorno alla propria vita, e lì non c’è guida che tenga. Romanzo, reportage, novella di viaggio, autofiction, parodia: "Guida al giro del mondo" è anche un girovagare attorno alle giurisdizioni della scrittura in una sequenza dipanata dal caso, dove ogni tanto s’intravede un filo conduttore. 
Ma forse è solo un’impressione.

Un romanzo che mi ha conquistata subito, oltre a mettermi una gran voglia di fare la valigia e partire senza fare troppi programmi.
Grazie a Nanni Delbecchi e alla sua "Guida al giro del mondo" ho potuto rivedere città che ho avuto modo di visitare personalmente e sognare a occhi aperti di vederne altre, e quindi perchè non portarvi con me proprio in uno dei luoghi che ancora devo scoprire?
Che il nostro giro del mondo abbia inizio!
Cinque luoghi da scoprire, cinque blog pronti a raccontarveli, e io ho l'onore di iniziare, portandovi ad Al Hoceima!
È un porto e una cittadina marocchina nel Mediterraneo, ed è una delle principali città della regione marocchina del Rif, capoluogo dell'omonima provincia, nella regione di Tangeri-Tetouan-Al Hoceima.
Ma cosa ci sarà mai di così bello da vedere ad Al-Hoceima, direte voi.
Ecco cosa:
Sarà che a Milano è buio, fa freddo e piove, ma la vista di questo mare turchese e di quella spiaggia bianca mi hanno fatto venire voglia di correre a prenotare un biglietto, perchè come restare indifferenti?
Dico davvero, come si fa a non voler partire subito?
Io non sapevo molto di Al-Hoceima, e anzi, ammetto di conoscerne il nome solo per via dei terremoti che hanno scosso la città nel 1994 e nel 2004, ma la sua storia è una storia di lotta contro il colonialismo francese e spagnolo, segnata da numerose sconfitte.
Oggi è una meta turistica apprezzata per le sue spiagge e il suo mare, e a me piacerebbe davvero visitarla, un giorno!
Riporto per voi un passaggio del romanzo in cui l'autore racconta di Al-Hoceima e della loro esperienza in un suk, dove resistere alla tentazione di trattare con i mercanti locali è impossibile:

La cittadina di Al Hoceima si profila abbarbicata su uno sperone di roccia, a guardia di una piccola baia, proprio mentre il disco rosso del sole tramonta, e dal mare vediamo sorgere un’enorme luna piena, come se si stessero dando il cambio della guardia. È il primo centro abitato in 120 chilometri di Rue Nationale, ce ne vorrebbero altri cento per raggiungere il prossimo, dunque sosta obbligata. L’Africa ha questi tempi lenti ma anche questi ritmi perfetti, la nenia da cui germoglia il rullo di tamburo.
Il quarto giorno su sei mesi di viaggio bisognerebbe evitare di fare acquisti, ma resistere al suk di Al Hoceima è impossibile, troppe botteghe, troppa merce a buon mercato, troppi venditori pronti a tutto pur di risucchiare i clienti nei loro bugigattoli. Perfino Pietro vacilla, tratta un panciuto portacenere in terracotta formato gigante. Io non ricordavo che lo zaino catarifrangente fosse anche così pesante, metto gli occhi su una borsa di cuoio perfetta per alleggerirlo e mi imbarco in un’estenuante trattativa che si conclude a un terzo del prezzo iniziale. Lo so, lo so: gli arabi non vogliono vendere, vogliono trattare.
Quando riemergo dal bazar gongolante per la borsa e soprattutto per la brillante trattativa, Pietro mi aspetta da un pezzo alle prese con un tè alla menta; anche ad Al Hoceima c’è un café a ogni passo, tutti affollatissimi. Vi si servono solo bevande, il servizio al banco non esiste, e pure noi ci stiamo appassionando alla semplice arte di stare al café: aspettare che il tè si raffreddi, fumare, tacere, guardare chi passa, tenere accesa la televisione senza degnarla di uno sguardo – i marocchini fanno finta di vederla come noi italiani facciamo finta di non vederla.

Spero di avervi incuriositi, e che vi sia venuta voglia di leggere questo romanzo in uscita proprio questa settimana. E non è tutto!
Abbiamo avuto l'opportunità di porre a Nanni Delbecchi (che ringrazio moltissimo per la disponbilità), autore di questo bellissimo libro che vi invito di cuore a scoprire, una domanda a testa e di proporvi una sorta di "intervista a tappe: ecco la mia!

Mi ha incuriosita molto la componente fotografica del romanzo: era previsto fin dall'inizio che facesse parte del libro? come e da chi sono state scelte le foto? C'è qualche scatto speciale che è rimasto fuori, e che vorresti raccontare ai lettori?
Questa alternanza di testo e immagini, tutte scattate durante il vero viaggio, è un omaggio a W.G. Sebald, a mio avviso uno dei più grandi scrittori contemporanei. Anch'essa vuole confermare la mescolanza tra cose vissute e immaginate; le fotografie sono indizi che abbiamo vissuto, ma mai prove certe. Le ho scelte io e naturalmente qualche scatto speciale è rimasto fuori. Non bisogna mai dire tutto.

Non tutto... ma qualcosa in più sì, e quindi non perdete le prossime tappe del viaggio, per scoprire foto e curiosità di altri luoghi raggiunti da due amici pronti a mettere in gioco tutto per esplorare il mondo intero insieme:
Vi aspettiamo domani su Jess in Wonderland per scoprire L'Avana e per una seconda domanda a Nanni Delbecchi: non mancate!

Un bacio a tutte, fanciulle (e fanciulli)!
A presto <3

martedì 22 settembre 2015

"Central Park" di Guillaume Musso

Buongiorno a tutte, fanciulle (e fanciulli)!
La chiacchiera librosa di oggi è dedicata a "Central Park" di Guillaume Musso, edito da Bompiani (brossurato a 18€):
New York. Otto del mattino. Alice, una giovane poliziotta di Parigi, e Gabriel, pianista jazz americano, si svegliano ammanettati tra loro su una panchina di Central Park. Non si conoscono e non ricordano nulla del loro incontro. La sera prima, Alice era a una festa sugli Champs-Elysées con i suoi amici, mentre Gabriel era in un pub di Dublino a suonare. Impossibile? Eppure... Dopo lo stupore iniziale le domande sono inevitabili: come sono finiti in una situazione simile? Da dove arriva il sangue di cui è macchiata la camicetta di Alice? Perché dalla sua pistola manca un proiettile? Per capire cosa sta succedendo e riannodare i fili delle loro vite, Alice e Gabriel non possono fare altro che agire in coppia. La verità che scopriranno finirà per sconvolgere le loro vite.

Guillaume Musso è un romanziere di grande successo, di cui ho apprezzato diversi romanzi in precedenza tra cui "L'uomo che credeva di non avere più tempo" e "La ragazza di carta", ed ero molto curiosa di leggere "Central Park".
Ringrazio moltissimo Bompiani per la copia cartacea del romanzo, che mi ha fatto compagnia per due sere tenendomi sveglia fino a tardi perché DOVEVO sapere cosa sarebbe successo dopo.

La situazione di apertura è quella presentata dalla trama, e mi ha incuriosita moltissimo da subito: due sconosciuti si svegliano ammanettati e seduti su una panchina a Central Park.
Non si sono mai visti in vita loro, visto che lei vive e lavora a Parigi e lui stava tenendo un concerto a Dublino, e nessuno dei due ha la benché minima idea di come possano trovarsi a New York.
Strani numeri sono stati scarabocchiati e incisi sulla loro pelle, hanno una pistola a cui manca un proiettile e gli abiti di Alice sono macchiati di sangue.

Il romanzo è una lunga corsa attraverso New York, tra furti d'auto e di telefoni cellulare, ventiquattrore dal misterioso contenuto e rivelazioni sconcertanti.
Quello che Musso ha costruito con grande abilità è l'incrocio perfetto tra un thriller d'ispirazione anglosassone e un romanzo contemporaneo dal contenuto profondamente emotivo.

Alice, infatti, ha una storia straziante alle spalle, avendo perso le due persone più importanti della sua vita nello stesso giorno e sentendosi profondamente responsabile di entrambe le morti.
Gabriel, dal canto suo, arriviamo fino a pochi capitoli dalla fine senza sapere veramente chi sia, e questo mi ha resa sempre più curiosa.
Mi è piaciuto molto il suo personaggio, e una volta svelata la sua identità ne ho apprezzato ancora di più lo sviluppo nel corso del libro.

La prosa di Musso è scorrevole e pulita, senza che però manchino descrizioni in grado di catapultarti a New York accanto ad Alice e Gabriel.
I dialoghi sono semplicemente perfetti, soprattutto le parti in cui Alice è dispotica e Gabriel imperturbabile. Gli ho invidiato la sua flemma, perché ad Alice un paio di volte una tirata di capelli l'avrei data.
Il finale è quasi del tutto a sorpresa, e una volta raggiunto permette di apprezzare ancora di più l'intreccio e il suo sviluppo: è un romanzo costruito in modo ineccepibile, in cui tutto fila tutto quadra. 
Nulla è affrettato o tirato via, e proprio per questo funziona.
Unica nota negativa: io proprio no avrei appiccicato a una storia così quelle quattro facciate (di numero) "rosa" alla fine. Non servivano e non sono coerenti con il resto del romanzo.
Non so se fossero un "contentino" per il suo pubblico femminile o no, ma a me hanno fatto questa impressione.

L'intreccio funziona, la trama è avvincente e lo stile accattivante.
Ci ho trovato una cura incredibilmente nell'analisi psicologica dei personaggi, soprattutto quello di Alice,
Per me sono 4/5 meritatissime stelline, perché è un romanzo ben scritto, la cui trama mi ha incuriosita molto e che non si è fatto mettere giù fino a tarda notte. Ne ho tolta una per l'aggiunta smielata a mio parere del tutto superflua e incoerente.

Se amate Musso è sicuramente da leggere, e se come me siete nuovi ai thriller e magari ne preferite una versione più "morbida" questo è sicuramente adatto a voi.
Vi avverto che le pagine in cui Alice racconta a Gabriel la sua storia vi daranno una bella strizzata al cuore, ma il finale in parte vi consolerà.

Un bacio a tutte, fanciulle (e fanciulli)!
A presto <3

domenica 13 settembre 2015

"La strada stretta verso il profondo Nord" di Richard Flanagan

Buongiorno a tutte, fanciulle (e fanciulli)!
La chiacchiera librosa di oggi è dedicata a "La strada stretta verso il profondo Nord" di Richard Flanagan, edito da Bompiani (brossurato a 20€):
Dorrigo Evans, medico di origine tasmaniana, è stato deportato in un campo di prigionia giapponese dove, insieme a molti connazionali, viene impiegato nella costruzione della Ferrovia della Morte, la linea ferroviaria tra Bangkok e la Birmania che avrebbe dovuto permettere all’esercito nipponico d’invadere l’India. Un’impresa sovrumana, che costerà la vita a centinaia di migliaia di uomini. Dorrigo fa il possibile per salvare i suoi compagni dalla fame, dalle malattie e dalle violenze delle guardie. A sostenerlo il ricordo di una fugace storia d’amore, vissuta anni prima con la giovane moglie di suo zio. Una manciata di giorni che vale una vita. Una promessa mai pronunciata.
"La strada stretta verso il profondo Nord" è una storia epica d’amore e morte, disperazione e speranza, e Richard Flanagan, con una lingua densa e uno stile superbo, riesce a toccare tutte le corde dell’animo umano, avvolgendo il lettore con una storia sorprendente, dolorosa e di tremenda bellezza.

Da dove iniziare, per parlare di questo romanzo a dir poco travolgente?
Forse dalla guerra, di cui Flanagan racconta una delle pagine più disperate.
O forse da Dorrigo, che vive per Amy e per il ricordo del loro amore passionale e fugace.

Molto è stato scritto sui campi di sterminio tedeschi, e ogni anno puntualmente esce qualche nuovo romanzo ambientato in uno dei teatri dell'ecatombe per mano nazista.
Ma Flanagan ci parla invece del Giappone, e di un ideale di trionfo e superiorità fondati sul sacrificio che è costato centinaia di migliaia di vite umane.
Teatro della parentesi più dolorosa e significativa della vita di Dorrigo Evans è infatti un campo di prigionia giapponese, dove insieme a migliaia di australiani viene costretto a lavorare a un progetto folle e disperato: la costruzione della ferrovia che andrà da Bangkok alla Birmania (il cui scopo era l'invasione dell'India, almeno nei folli progetti originari).

Il romanzo si apre su un Dorrigo ragazzino, salta a un Dorrigo di mezza età che ripensa alla sua giovinezza, ci catapulta in un infernale campo di prigionia e poi ci riporta di nuovo a Amy: la narrazione procede tra salti nel tempo e tra i ricordi, ogni capitolo legato al precedente e al successivo con una maestria tale da rasentare la perfezione.
E' molto difficile ottenere un romanzo fluido quando la narrazione procede in modo così apparentemente disordinato, ma Flanagan ci riesce, catturando la nostra attenzione e non lasciandoci andare fino alla fine.

La storia di Dorrigo non è quella di un eroe, anzi: Dorrigo non è particolarmente bello; è un chirurgo ma non arriverà mai ad essere un vero e proprio luminare del settore; il suo matrimonio sarà privo di amore e di tenerezza, e questo si riverserà anche sul suo rapporto con i figli.
Dorrigo è un uomo qualunque, pieno di difetti e vittima dei suoi stessi errori e delle sue stesse debolezze, più che del mondo circostante.
Il sollievo e la gioia per essere sopravvissuto saranno sempre in guerra con il senso di colpa nei confronti dei compagni che non è riuscito a salvare, in un feroce conflitto interiore che lo accompagnerà fino alla fine dei suoi giorni.

La scelta più coraggiosa di Flanagan, però, non è quella di scegliere come eroe un uomo che di eroico ha ben poco, no.
La scelta più coraggiosa è quella di dare spazio al nemico, perché sarebbe stato fin troppo facile limitarsi a dipingere i giapponesi come un "lupo cattivo".
Flanagan invece li porta uno per uno davanti al lettore, dando spazio ai loro ricordi, alla loro percezione del mondo, e alla società e alla cultura di cui sono frutto.
E' impossibile giustificarne le atrocità, ma di sicuro è possibile comprenderne l'umanità.
Ho trovato angosciante lo sconforto e lo smarrimento di uno degli ufficiali che, in seguito ai processi per crimini di guerra e alla condanna all'impiccagione, realizza che l'imperatore, il "dio" per il volere del quale lui ha ucciso ripetutamente, resterà al suo posto mentre lui morirà.
Alla fine sarà solo una questione di soldi e convenienze politiche, e l'uomo (perché non è più un dio, nemmeno ai suoi occhi) che ha ordinato i massacri resterà nel suo palazzo, lasciando che le colpe vengano pagate da loro, i suoi fedeli servitori.
E' un atto degno di un Dio, questo?
Questa è la condanna vera, non l'impiccagione: vedere tutte le tue certezze, gli ideali che ti hanno forgiato e accompagnato per una vita intera, ridursi a mera polvere.

Il filo conduttore della storia di Dorrigo è sicuramente l'amore per Amy, la giovane moglie dello zio Keith. Un amore al quale sono dedicati gli unici pensieri dolci, teneri e passionali della vita dell'uomo, un amore per il quale si può sopravvivere alla malaria, alla denutrizione, alle piaghe.
Lui e la donna si incontrano, si perdono, si ritrovano a più riprese nel corso degli anni, in un turbinio di attrazione, passione e sogni evanescenti di un futuro insieme.
Ma amore a parte, in questo romanzo ci sono descrizioni decisamente crude degli orrori della prigionia, di cui proprio non è possibile parlare con poesia e svenevolezza.
Mi risulta davvero difficile definire questo romanzo, incasellarlo in uno scaffale e dargli un'etichetta.
E' una storia d'amore? Assolutamente sì: è impossibile separare la storia di Dorrigo dal suo amore per Amy, dalla prima all'ultima pagina. Amy è già lì che lo aspetta, ancora prima di conoscerlo.
O è invece un romanzo sulla guerra, e di condanna?
La guerra occupa più di metà delle pagine, e non riguarda solo Dorrigo.
Riguarda Darky Gardiner, Bonox Baker, Sheephead Morton, Tiny Middleton, Rabbit Hendricks, Jimmy Bigelow: chi sopravvive, chi no.
Rappresentano una generazione distrutta che passerà il resto della vita (se ne avrà una) a chiedersi, in fondo, per che cosa ha effettivamente combattuto.
Sogni spezzati, vite a metà o vissute a mille all'ora, cercando di seppellire sempre più a fondo orrori che nessuno dovrebbe vedere e urla che nessuno dovrebbe sentire.

E' un romanzo unico e straordinario, a cui darei la sesta stella su cinque se si potesse.
Consigliatissimo e promosso che più promosso non si può.

Un bacio a tutte, fanciulle (e fanciulli)!
A presto <3

venerdì 31 luglio 2015

"Latte di tigre" di Stefanie De Velasco

Buongiorno a tutte, fanciulle (e fanciulli)!
La chiacchiera librosa di oggi è dedicata a "Latte di tigre" di Stefanie De Velasco, edito da Bompiani (brossurato a 18€):

"Latte di tigre" è la storia di Nini e Jameelah, due ragazze di quattordici anni che bevono di nascosto nei bagni della scuola, rubano vestiti nei negozi per puro divertimento e portano calze a rete per provocare i passanti su Ku’Damm. È la storia di un quartiere di Berlino poco frequentato dai turisti, di un territorio indefinito e di una stazione abbandonata della metropolitana. Qui si trovano persone di tutte le nazionalità, spesso le migliori, a volte le peggiori. È la storia di un crimine commesso per onore che finirà per distruggere qualsiasi cosa. È la storia di giovani disincantati che cercano tra droga, sesso e alcol uno stordimento che gli permetta di affrontare la realtà. La storia dell’amicizia tra due ragazze che, in una sera d’estate, esplode in mille pezzi...

È un romanzo molto particolare, che parla di amicizia e di famiglia, di adolescenza e del primo amore, in un contesto singolare come quello della Berlino meno conosciuta.
La Berlino dei sottopassaggi abbandonati, dei graffiti realizzati in fretta di notte e delle prime volte "sbagliate": la prima sigaretta, la prima canna, la prima sbronza.
Un libro che mi ha ricordato moltissimo "Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino" di Christiane F., e che ho letto in un giorno e mezzo, incapace di staccarmi.

Nini e Jameelah sono amiche per la pelle, e condividono tutto: il banco a scuola, lo stesso gruppo di amici e la vita in un quartiere povero e non troppo raccomandabile.
La loro è una vita sregolata e consumata a tutta velocità, perchè ogni lasciata è persa e perchè se vivi qui nessuno ti dà nulla: devi prendertelo da solo, con le unghie e con i denti.
Jameelah è irachena, in attesa del giorno in cui potrà chiedere la cittadinanza tedesca: "diventare una tedesca" è il suo obbiettivo, mentre quello di Nini...
Nini non ne ha uno.
La nostra voce narrante all'inizio ci sembra la classica ragazzina che va a rimorchio dell'amica più determinata: sembra che a decidere tutto sia sempre Jameelah.
Ma la verità è che Nini riflette, e sì, non sempre arriva a capire le cose cosí in fretta come l'amica, ma ci regala alcuni pensieri davvero profondi per una ragazzina di quell'etá.
In ansia per la madre (che dalle sue descrizioni sembra malata di depressione, anche se non viene detto esplicitamente) e per la sorellina minore, che è in quel momento delicato a cavallo tra infanzia e adolescenza ed è totalmente abbandonata a se stessa; piena di domande sul padre, e sul perchè del suo essere sparito dalla sua vita all'improvviso; insicura riguardo ai suoi sentimenti per Nico, il suo migliore amico fin dall'infanzia e per cui ora crede di provare qualcosa di più: tutto questo me l'ha fatta percepire come un personaggio complesso, a tutto tondo, e molto realistico.
Letture in spiaggia <3
Mi è piaciuta molto la scelta di Stefanie De Velasco di ambientare la sua storia in una zona di Berlino sconosciuta ai più, e di affrontare temi come quelli dell'immigrazione (in particolare della situazione di chi, come Jameelah, è cresciuto in Germania e si sente tedesco ma allo stesso tempo vive con la paura di essere cacciato da un giorno all'altro) e della famiglia.
È un libro pieno di famiglie, tutte a modo loro "mancanti" di qualcosa o qualcuno.
In quella di Nini manca una madre che sia davvero presente; in quella di Jameelah manca il padre, ucciso in Iraq; in quella di Amir, uno dei loro più cari amici, mancano l'amore e la compassione.
È in questa famiglia che un delitto imperdonabile viene consumato, e le conseguenze saranno terribili per tutti.
Per Amir, incarcerato ingiustamente, e per Nino e Jameelah che vedranno la loro amicizia messa a dura prova.
Riusciranno a riappacificarsi prima che sia troppo tardi?

Dal punto di vista della forma è un romanzo ben scritto, dal ritmo incalzante.
Voglio fare inoltre i complimenti a chi ha curato quest'edizione per la scelta di mantenere alcune espressioni nell'originale tedesco e proporne la traduzione sotto: ha mantenuto l'autenticità e lo spirito originale del libro, e questa è sempre un'ottima cosa.

Un romanzo molto intenso e struggente, che mi ha conquistata subito e che, oltre a ricordarmi uno dei miei libri preferiti degli anni del liceo, mi ha fatto riflettere molto su cosa siano davvero l'amore e l'amicizia.
Consigliatissimo a tutti (esclusi i lettori esclusivi di romance e YA, perchè credo che non sia il libro per voi) perchè è una piccola perla.

Un bacio a tutte, fanciulle (e fanciulli)!
A presto <3

giovedì 23 luglio 2015

"Come diventare una ragazza" di Caitlin Moran

Buongiorno fanciulle (e fanciulli)!
La chiacchiera librosa di oggi è dedicata a "Come diventare una ragazza" di Caitlin Moran, edito da Bompiani (brossurato con sovraccoperta a 19€):
Cosa fa un’adolescente quando scopre che gli insegnamenti dei genitori sono insufficienti per affrontare la vita? È il 1990. Johanna Morrigan ha 14 anni, un padre strampalato, eterno aspirante star del rock, una madre paziente e remissiva, un fratello maggiore e un fratellino, Lupin, dagli occhi grandi “come due pianeti blu che ruotano nella galassia del suo cranio”. Un giorno, dopo l’ennesima delusione suscitata da una promessa di futuro che entra dalla porta ed esce con disinvoltura dalla finestra, Johanna Morrigan dice basta! Decide di cambiare tutto e trasformarsi in Dolly Wilde, di lasciare Wolverhampton e intraprendere una nuova vita, fatta di avventura, sesso, letture erotiche, musica. Dolly Wilde è un’eroina gotica, con la parlantina sciolta, senza alcuna inibizione, alla conquista del piacere, degli uomini, di Londra. Sarà lei, Dolly, a salvare la sua famiglia sempre più in affanno economico, come Jo in "Piccole donne", o come le sorelle Brontë (senza pensare minimamente di morire giovane). Ma cosa succede quando Johanna realizza che Dolly, il personaggio che lei stessa ha costruito pezzo per pezzo, ha un enorme difetto? Dopotutto, una scatola di dischi, molto sesso, e una testa piena di libri possono bastare per diventare una ragazza?

Vi ho anticipato su Instagram quanto questo libro mi stesse piacendo, ed infatti eccomi qui come promesso a recensirlo.
Un romanzo spassoso, esilarante ma allo stesso tempo intriso di una vaga (a volte non molto vaga, in effetti) amarezza, perché Johanna Morrigan è una ragazza completamente smarrita.
Vive in un quartiere "sbagliato" in povertà, con una famiglia che forse è persa più di lei: il padre accentua la sua disabilità per ricevere un sussidio di disoccupazione maggiore, la madre è sopraffatta da due neonati arrivati al momento sbagliato, il fratello maggiore affronta l'adolescenza con la consapevolezza di essere gay (e siamo in una cittadina di provincia nel primi anni 90. Non esattamente il contesto migliore in cui scoprirsi omosessuali) mentre il minore...
Bè, il fratello minore è il membro più normale della famiglia, perché è tenero e un po' capriccioso come tutti i bambini di quell'età.

E' in questo contesto, spinta dal desiderio di migliorare le cose per la sua famiglia e di diventare "qualcuno", che Joahnna inizia a riflettere su come si costruisca una ragazza (il titolo originale, "How to build a girl", si riferiva proprio a una riflessione di Joahnna su come costruire una nuova se stessa).
Cambia colore di capelli, modo di vestire e modo di parlare, cercando con tutte le sue forze di diventare ciò che sogna di essere: un'affermata giornalista musicale.
Johanna diventa Dolly Wilde, una ragazza sfacciata e provocante, con uno smaliziato senso dell'umorismo e pronta a demolire con ferocia ogni gruppo che non le va a genio.
Fino a quando la situazione non le sfugge di mano, e Dolly non diventa una persona di cui Johanna vorrebbe sbarazzarsi.

La voce frizzante e spigliata di Joahnna ci racconta dei sogni infranti da rockstar del padre, delle sue prime esperienze sessuali a cominciare dalla masturbazione (di cui parla come sono una donna estremamente sincera e diretta potrebbe fare, senza alcun eufemismo di sorta), del desiderio di reinventare se stessi e soprattutto ci parla di musica.
Tra gruppi storici e artisti inventati "per esigenze di copione", ripercorriamo la scena musicale anglosassone dalla fine degli anni ottanta agli anni Novanta, sulle note di grandi classici del pop e del rock che è impossibile non conoscere.
E' il romanzo che solo un'appassionata di musica poteva scrivere, e che tutti gli appassionati della musica del periodo non possono non leggere.
Un'autobiografia fittizia (Johanna NON è Caitlin Moran) di grande effetto, un'adolescenza raccontata con onestà e senza alcun pudore: di Johanna vediamo il meglio, ma anche, e soprattutto, il peggio.
La vediamo sbagliare, inciampare, scivolare, mentire, rubare, ubriacarsi, drogarsi, scegliere mille uomini sbagliati, precipitando in quella che a tratta ci pare una spirale senza fine e da cui non ha possibilità di risalire.
Ne cogliamo però anche l'affetto per quel padre scapestrato, per il fratello maggiore che non capisce a fondo ma stima moltissimo, per il fratellino minore che è sempre felice di coccolare.
La vediamo vivere il suo primo amore con intensità, donando il suo cuore e tutta se stessa, senza mai fingere di essere migliore di quanto sia in realtà.
Mostra le sue mancanze, i suoi difetti, il desiderio di fuga dalla povertà e la sua "fame di vita" con una sincerità a volte disarmante.

E' un libro che a tratti mi ha messa leggermente a disagio, che mi ha commossa e che mi ha fatta ridere: volevo che Johanna ce la facesse, lo volevo con tutte le mie forze.
Mi sono sempre sentita coinvolta, in ogni suo capitombolo e in ogni sua conquista.
Questo anche grazie alla splendida prosa di Caitlin Moran, perché questo romanzo è stato davvero un sorso d'acqua fresca in un pomeriggio di fuoco.
Promosso a pieni voti e consigliatissimo, anche se riconosco che non è per tutti.

Lo consiglio a chi ama le voci femminili forti ed irriverenti e a chi apprezza una battuta spinta ogni tanto; a chi avrebbe tanto voluto intrufolarsi nel backstage degli Smashing Pumpkins quando erano ancora agli esordi (magari comportandosi meglio di Johanna/Dolly); a chi ama le storie di formazione e crescite personale, anche e soprattutto quelle fuori dagli schemi.
A chi si reinventa giorno dopo giorno, e a chi non smette di cercarsi.

Un bacio a tutte, fanciulle (e fanciulli)!
A presto <3