La ricamatrice di Winchester, protagonista dell'ultimo romanzo di Tracy Chevalier (Neri Pozza), è molto più di questo. È la voce di una generazione di donne inglesi - ma non solo - che la prima guerra mondiale ha privato di un futuro dato per scontato, portando via quasi 900.000 uomini.
I mariti e i padri di domani, oltre che i figli di oggi, e alle donne rimaste non è rimasto altro da fare che rimboccarsi le maniche e cercare di sopravvivere, mantenendosi in un mondo che riservava loro lavori a bassa, anzi, bassissima retribuzione, e costringendole a pesare sulle spalle dei fratelli e dei genitori.
Tracy Chevalier prende così spunto da quella che, per l'Inghilterra e l'Europa, fu la prima spinta verso una rivoluzione sociale che troverà pieno compimento con il secondo conflitto mondiale, e che porterà le donne fuori di casa, per raccontare la storia di Violet Speedwell.
Nel 1932, a trentotto anni, Violet è quella che tutti definiscono - con compassione mista a disapprovazione - una zitella. Vive a Southampton con una madre che definire terribile sarebbe una delicatezza, che le riversa addosso la rabbia e il disappunto verso un mondo che le ha portato via un marito e un figlio (quest'ultimo caduto in guerra), e che le ha lasciato in cambio una figlia nubile, ed è in un momento di particolare mestizia che il coraggio di cambiare vita si fa strada in lei, facendole trovare un lavoro e un alloggio a Winchester. Da sola.
Qui l'aspetta un lavoro d'ufficio, ma soprattutto scopre il ricamo. Non un ricamo qualsiasi, ma i piccoli capolavori creati dalle ricamatrici guidate dalle signorine Pesel e Biggs, destinati agli inginocchiatoi della cattedrale. Violet sente che questa è la sua possibilità per lasciare un pezzetto di sè ai posteri, sotto forma di filo e punti, destinati a decorare la cattedrale per decenni a venire.
Tra vivaci personaggi di contorno (Gilda, ma anche Maureen, e ovviamente Arthur, campanaro a cui la legherà ben presto più di una semplice conoscenza) e un'Inghilterra che non esiste più ma nella quale il paese attuale affonda con decisione le proprie radici, Le ricamatrici di Winchester è un romanzo che si legge tutto d'un fiato.
Si è da subito partecipi della frustrazione di Violet, che si è vista portare via il fratello maggiore e il fidanzato da una guerra che ha capito solo fino a un certo punto, e che una volta perso anche il padre si è trovata da sola con una madre ingestibile.
C'è il secondo fratello, Tom, ma è sposato e ha due figli, e in fondo ha una vita sua di cui lei farà sempre parte fino a un certo punto.
Da questo punto di vista, il romanzo è la storia della sua emancipazione, un passo alla volta, da un modello in cui non si ritrova e da una società fondata sul matrimonio che la considera una cittadina di serie B. Tracy Chevalier mette sul tavolo tutto, dalla delusione per le aspettative disattese al dolore per una perdita incolmabile, quella di una nazione intera e di ogni singola donna.
Le donne del romanzo hanno perso padri, mariti, figli, promessi sposi: hanno perso il loro passato e il loro futuro, e nanche il presente sembra essere dalla loro parte... a meno di non rimboccarsi le maniche e ridisegnarlo, un punto colorato alla volta.
Attraverso il ricamo, e l'attenzione che richiede (la precisione con cui va eseguito ogni punto, la tensione costante del filo, l'importanza di creare sfumature e giochi di ombre perchè il ricamo non sia "piatto" sono solo alcune delle nozioni che Violet apprende una pagina dopo l'altra, e i lettori con lei), saranno determinanti per la sua crescita e la sua affermazione.
La Violet che prende congedo dal lettore a volume ultimato è una donna più consapevole, con un capitolo importante della sua vita da vivere, e circondata da persone che non avrebbe mai immaginato accanto a sè ma che si riveleranno perfette nel ricamo della sua esistenza. Tanti punti perfettamente eseguiti, e nella giusta posizione sulla tela.
Consigliatissimo.
La ricamatrice di Winchester di Tracy Chevalier (Neri Pozza) è in libreria dal 16 gennaio, al prezzo di copertina di 18€.
Leggete anche: Intervista a Tracy Chevalier su I frutti del vento (Neri Pozza)
Visualizzazione post con etichetta neri pozza. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta neri pozza. Mostra tutti i post
venerdì 3 gennaio 2020
martedì 8 ottobre 2019
Dietro ai libri: gli scrittori, e le donne che hanno amato
Avete letto i loro romanzi, amandone e odiandone i protagonisti, e ne avete studiato i profili sui banchi: ma quanto sapete delle loro vite di ogni giorno, e delle donne che hanno fatto parte del loro quotidiano, nel bene e nel male?
Fëdor Dostoevskij, Lev Tolstòj, Ernest Hemingway devono molto alle donne che li hanno accompagnati per tutta o per una parte della loro vita, artistica e privata, e le loro storie sono raccolte tra le pagine di questi libri.
Quanti conoscono la storia di Anja, giovane stenografa destinata a diventare la moglie di uno dei più grandi romanzieri e filosofi russi della storia: Fëdor Michajlovič Dostoevskij.
La segretaria di Dostoevskij di Giuseppe Manfridi (La Lepre Edizioni) racconta l’incontro e l'amore sbocciato in meno di un mese tra Dostoevskij e la giovane stenografa. È il 1866, a Pietroburgo. Lo scrittore, ultracinquantenne, è afflitto dall’epilessia e reduce dall’aver firmato un contratto capestro col suo mefistofelico editore, che lo impegna a consegnare un nuovo romanzo nell’arco di un mese. In caso contrario perderà i diritti su tutte le sue opere passate e future. Consigliato dagli amici, si rivolge a una scuola di stenografia che gli mette a disposizione la migliore delle sue allieve: Anja Grigor’evna, una graziosa adolescente curiosa del mondo, che ha ereditato dal padre la passione per la letteratura. Fra i due, in ventisei giorni, nascerà un amore estremo a dispetto dello scandaloso divario di età. Anja rimarrà la fedele custode dell’opera di Dostoevskij fino alla propria morte, avvenuta trentasette anni dopo quella del marito.
E che dire di Lev Nikolàevič Tolstòj, autore di pagine straordinarie sull'amore, la passione, la guerra e la sofferenza? Sof'ja Behrs aveva solo diciotto anni quando lo sposò. Dal 1862 fino alla sua morte tenne un diario: la storia del matrimonio tra un uomo che ebbe tanti amori - la letteratura, il popolo, la scuola, la natura - e lei, Sof'ja, che aveva soltanto lui per dare un senso alla propria esistenza.
Quello narrato da I diari 1862-1910 di Sof'ja Tolstaja (La Tartaruga) è un racconto denso di fatti, impressioni, emozioni, in cui l'ansia e la paura di non essere amata lasciano affiorare il ritratto sincero e appassionato di una donna e di una moglie che per tutta la vita dovette fare i conti con il genio del marito.
«Per il genio bisogna creare un ambiente tranquillo, allegro, comodo», scrive, «al genio bisogna dare da mangiare, bisogna lavarlo, vestirlo, bisogna trascrivere le sue opere un numero infinito di volte, bisogna amarlo, non fornire pretesti alla sua gelosia, perché sia sereno.»
Del tutto impotente di fronte a ciò che accade attorno e dentro di lei, Sof'ja è travolta da una spirale inesorabile, fatta di noia, solitudine, gelosia e tristezza, a cui si aggiungono il fastidio e il distacco di Lev. In lei non viene mai meno l'esigenza di interrogarsi, di sfogarsi e di sognare, pur provando inevitabilmente rancore e odio, che la portano a inscenare commedie isteriche e falsi suicidi. Ma accanto alla debolezza di Sof'ja, al suo costante bisogno di attenzione, stupisce in questo diario la forza con cui non accetta di tacere le sue idee e la sua opposizione: «Lev», scrive, «parla per frasi fatte», servendo così a dovere il grande e ammirato scrittore.
Infine, Ernest Hemingway, uomo carismatico e appassionato, che di mogli ne ha avute quattro, ma che poco prima di mettere fine alla propria vita telefonò proprio a lei, Hadley Richardson, la prima ad aver portato al dito un suo anello. I due si incontrano nell'ottobre del 1920, quando il futuro scrittore è ospite della famiglia di Kate Smith, e finisce per conquistare una sua amica: Hadley.
È una ragazza di una ventotto anni che, dopo la morte dei genitori, vive con la severa sorella Fonnie e la sua famiglia a St. Louis. Una volta tornata a casa, riceve, meravigliosamente stropicciata, la lettera di Hemingway che esordisce con «Penso sempre a Roma; ma che ne diresti di venirci con me... come mia moglie?». Senza soldi e alla ricerca di vita, felicità e successo, Hadley e il giovane Hemingway partono alla volta della vecchia Europa. Non si stabiliscono a Roma, ma a Parigi.
Una moglie a Parigi di Paula McLain (Beat) racconta quello che per Ernest è il periodo dell'elaborazione delle ferite interiori lasciate dalla guerra e della frequentazione dei salotti letterari. Quando, però, dopo un figlio, arrivano anche il denaro e la fama, nell'inquieto scrittore esplode il desiderio di una vita libera, accanto a nuove e stimolanti conoscenze come John Dos Passos e Scott e Zelda Fitzgerald. Una vita che Ernest finirà col non condividere più con la riservata Hadley. Così diversa da Pauline Pfeiffer, irresistibilmente chic con quella frangetta scura e un'esuberanza da ragazzino, e che diventerà la seconda moglie del tormentato scrittore.
Fëdor Dostoevskij, Lev Tolstòj, Ernest Hemingway devono molto alle donne che li hanno accompagnati per tutta o per una parte della loro vita, artistica e privata, e le loro storie sono raccolte tra le pagine di questi libri.
Quanti conoscono la storia di Anja, giovane stenografa destinata a diventare la moglie di uno dei più grandi romanzieri e filosofi russi della storia: Fëdor Michajlovič Dostoevskij.
La segretaria di Dostoevskij di Giuseppe Manfridi (La Lepre Edizioni) racconta l’incontro e l'amore sbocciato in meno di un mese tra Dostoevskij e la giovane stenografa. È il 1866, a Pietroburgo. Lo scrittore, ultracinquantenne, è afflitto dall’epilessia e reduce dall’aver firmato un contratto capestro col suo mefistofelico editore, che lo impegna a consegnare un nuovo romanzo nell’arco di un mese. In caso contrario perderà i diritti su tutte le sue opere passate e future. Consigliato dagli amici, si rivolge a una scuola di stenografia che gli mette a disposizione la migliore delle sue allieve: Anja Grigor’evna, una graziosa adolescente curiosa del mondo, che ha ereditato dal padre la passione per la letteratura. Fra i due, in ventisei giorni, nascerà un amore estremo a dispetto dello scandaloso divario di età. Anja rimarrà la fedele custode dell’opera di Dostoevskij fino alla propria morte, avvenuta trentasette anni dopo quella del marito.
E che dire di Lev Nikolàevič Tolstòj, autore di pagine straordinarie sull'amore, la passione, la guerra e la sofferenza? Sof'ja Behrs aveva solo diciotto anni quando lo sposò. Dal 1862 fino alla sua morte tenne un diario: la storia del matrimonio tra un uomo che ebbe tanti amori - la letteratura, il popolo, la scuola, la natura - e lei, Sof'ja, che aveva soltanto lui per dare un senso alla propria esistenza.
Quello narrato da I diari 1862-1910 di Sof'ja Tolstaja (La Tartaruga) è un racconto denso di fatti, impressioni, emozioni, in cui l'ansia e la paura di non essere amata lasciano affiorare il ritratto sincero e appassionato di una donna e di una moglie che per tutta la vita dovette fare i conti con il genio del marito.
«Per il genio bisogna creare un ambiente tranquillo, allegro, comodo», scrive, «al genio bisogna dare da mangiare, bisogna lavarlo, vestirlo, bisogna trascrivere le sue opere un numero infinito di volte, bisogna amarlo, non fornire pretesti alla sua gelosia, perché sia sereno.»
Del tutto impotente di fronte a ciò che accade attorno e dentro di lei, Sof'ja è travolta da una spirale inesorabile, fatta di noia, solitudine, gelosia e tristezza, a cui si aggiungono il fastidio e il distacco di Lev. In lei non viene mai meno l'esigenza di interrogarsi, di sfogarsi e di sognare, pur provando inevitabilmente rancore e odio, che la portano a inscenare commedie isteriche e falsi suicidi. Ma accanto alla debolezza di Sof'ja, al suo costante bisogno di attenzione, stupisce in questo diario la forza con cui non accetta di tacere le sue idee e la sua opposizione: «Lev», scrive, «parla per frasi fatte», servendo così a dovere il grande e ammirato scrittore.
Infine, Ernest Hemingway, uomo carismatico e appassionato, che di mogli ne ha avute quattro, ma che poco prima di mettere fine alla propria vita telefonò proprio a lei, Hadley Richardson, la prima ad aver portato al dito un suo anello. I due si incontrano nell'ottobre del 1920, quando il futuro scrittore è ospite della famiglia di Kate Smith, e finisce per conquistare una sua amica: Hadley.
È una ragazza di una ventotto anni che, dopo la morte dei genitori, vive con la severa sorella Fonnie e la sua famiglia a St. Louis. Una volta tornata a casa, riceve, meravigliosamente stropicciata, la lettera di Hemingway che esordisce con «Penso sempre a Roma; ma che ne diresti di venirci con me... come mia moglie?». Senza soldi e alla ricerca di vita, felicità e successo, Hadley e il giovane Hemingway partono alla volta della vecchia Europa. Non si stabiliscono a Roma, ma a Parigi.
Una moglie a Parigi di Paula McLain (Beat) racconta quello che per Ernest è il periodo dell'elaborazione delle ferite interiori lasciate dalla guerra e della frequentazione dei salotti letterari. Quando, però, dopo un figlio, arrivano anche il denaro e la fama, nell'inquieto scrittore esplode il desiderio di una vita libera, accanto a nuove e stimolanti conoscenze come John Dos Passos e Scott e Zelda Fitzgerald. Una vita che Ernest finirà col non condividere più con la riservata Hadley. Così diversa da Pauline Pfeiffer, irresistibilmente chic con quella frangetta scura e un'esuberanza da ragazzino, e che diventerà la seconda moglie del tormentato scrittore.
martedì 13 agosto 2019
"Pranzi di famiglia" di Romana Petri
Da quest'anno, il blog ospita le recensioni di Veronica Lempi, già collaboratrice de Gli Amanti dei Libri. Ecco cosa ha pensato di Pranzi di famiglia di Romana Petri (Neri Pozza)!
Recensire Pranzi di famiglia è meno semplice di quello che sembra, uno di quei classici per cui non ci si deve far ingannare dal titolo. È un libro astratto, soggettivo, personale, interpretabile. Come una di quelle cartoline che, in base all’inclinazione dello sguardo, assume colore e sfumature diverse.
Ecco, qui l’inclinazione è dell’anima, o meglio, della storia di vita di chi lo legge.
Pranzi di famiglia è l’ultimo libro scritto da Romana Petri, autrice romana esperta appassionata del Portogallo, che trasmette in queste pagine tutto il suo amore controverso nei confronti di una cultura conosciuta per antonomasia con il termine “saudade”: l’arte di contenersi, di non abbandonarsi mai troppo alla felicità, la malinconia perenne di qualcosa che non si sa dire cos’è.
Una madre che non c’è più da meno di sei mesi, tre figli con pochi anni di differenza e vite completamente diverse, un padre assente - o meglio, presente solo per apparenza.
Rancore ed emozioni che implodono e trovano il massimo loro non-sfogo, durante i pranzi della domenica. Tutto si svolge in un perfetto equilibrio da imminente catastrofe.
414 pagine in attesa di un epilogo che (forse) arriva all’ultimo.
Romana Petri porta il lettore, pagina dopo pagina, a desiderare che vi sia una discussione, uno sfogo, una lite furente. Ma bisogna aspettare la fine del libro per capire.
Rita è nata con evidenti problemi di asimmetria del viso, Joana è nata bellissima, ma tra le due è colei che soffre di più. Vasco è l’uomo, l’unico maschio in famiglia, colui che fa da collante tra sorelle parallele, come quelle che in geometria si dice: "mai si incontreranno".
Una storia in cui tutto si rimescola e si capovolge, l’evidenza che perde gloriosamente contro l’essenza. E sarà proprio un’italiana, artista e squilibrata - ma molto più genuina e vera di tutti loro così contenuti, a stravolgere le carte in tavola.
Pranzi di famiglia apre gli occhi su dinamiche familiari comuni a tutti e sempre troppo poco discusse, perché «i panni sporchi si lavano in casa».
Racconta una generazione di padri a cui «il senso di colpa pare non appartenga». Storie di vita e di glaciali relazioni routinarie tanto esagerate quanto consuete.
Un libro in cui riflettere è la parola d’ordine è in base a cui ognuno interpreta il libro.
Un libro che se capita al momento giusto, consola ed istruisce.
Un libro che nasconde tanta essenza.
Un libro che, come scrive l'autrice, «a giocarci un po’, poteva essere tutta un’altra storia».
Pranzi di famiglia di Romana Petri (Neri Pozza) è in libreria, al prezzo di copertina di 18€.
Recensire Pranzi di famiglia è meno semplice di quello che sembra, uno di quei classici per cui non ci si deve far ingannare dal titolo. È un libro astratto, soggettivo, personale, interpretabile. Come una di quelle cartoline che, in base all’inclinazione dello sguardo, assume colore e sfumature diverse.
Ecco, qui l’inclinazione è dell’anima, o meglio, della storia di vita di chi lo legge.
Pranzi di famiglia è l’ultimo libro scritto da Romana Petri, autrice romana esperta appassionata del Portogallo, che trasmette in queste pagine tutto il suo amore controverso nei confronti di una cultura conosciuta per antonomasia con il termine “saudade”: l’arte di contenersi, di non abbandonarsi mai troppo alla felicità, la malinconia perenne di qualcosa che non si sa dire cos’è.
Una madre che non c’è più da meno di sei mesi, tre figli con pochi anni di differenza e vite completamente diverse, un padre assente - o meglio, presente solo per apparenza.
Rancore ed emozioni che implodono e trovano il massimo loro non-sfogo, durante i pranzi della domenica. Tutto si svolge in un perfetto equilibrio da imminente catastrofe.
414 pagine in attesa di un epilogo che (forse) arriva all’ultimo.
Romana Petri porta il lettore, pagina dopo pagina, a desiderare che vi sia una discussione, uno sfogo, una lite furente. Ma bisogna aspettare la fine del libro per capire.
Rita è nata con evidenti problemi di asimmetria del viso, Joana è nata bellissima, ma tra le due è colei che soffre di più. Vasco è l’uomo, l’unico maschio in famiglia, colui che fa da collante tra sorelle parallele, come quelle che in geometria si dice: "mai si incontreranno".
Una storia in cui tutto si rimescola e si capovolge, l’evidenza che perde gloriosamente contro l’essenza. E sarà proprio un’italiana, artista e squilibrata - ma molto più genuina e vera di tutti loro così contenuti, a stravolgere le carte in tavola.
Pranzi di famiglia apre gli occhi su dinamiche familiari comuni a tutti e sempre troppo poco discusse, perché «i panni sporchi si lavano in casa».
Racconta una generazione di padri a cui «il senso di colpa pare non appartenga». Storie di vita e di glaciali relazioni routinarie tanto esagerate quanto consuete.
Un libro in cui riflettere è la parola d’ordine è in base a cui ognuno interpreta il libro.
Un libro che se capita al momento giusto, consola ed istruisce.
Un libro che nasconde tanta essenza.
Un libro che, come scrive l'autrice, «a giocarci un po’, poteva essere tutta un’altra storia».
Pranzi di famiglia di Romana Petri (Neri Pozza) è in libreria, al prezzo di copertina di 18€.
sabato 14 maggio 2016
"Aspettando Bojangles" di Olivier Bourdeaut
Buongiorno a tutte, fanciulle (e fanciulli)!
La chiacchiera librosa di oggi è dedicata a "Aspettando Bojangles" di Olivier Bourdeaut, edito da Neri Pozza (brossurato a 15€):
Immaginate di essere un bambino e di avere un padre che non chiama mai vostra madre con lo stesso nome. Immaginate poi che a vostra madre quest'abitudine non dispiaccia affatto, poiché tutte le mattine, in cucina, tiene lo sguardo fisso e allegro su vostro padre, col naso dentro la tazza di latte oppure col mento tra le mani, in attesa del verdetto; e poi, felice, si volta verso lo specchio salutando la nuova Renée, o la nuova Joséphine, o la nuova Marylou... Se immaginate tutto questo, potete mettere piede nel fantastico universo familiare descritto dal bambino in queste pagine. Un universo in cui a reggere le sorti di tutto e tutti è Renée, Joséphine, Marylou... la madre. Di lei, suo marito dice che da del tu alle stelle, ma in realtà da del voi a tutti, a suo marito, al bambino e alla damigella di Numidia che vive nel loro appartamento, un grosso uccello strambo ed elegante che passeggia oscillando il lungo collo nero, le piume bianche e gli occhi di un rosso violento. Renée, Joséphine, Marylou, o anche, ogni 15 febbraio, Georgette, ama ballare con suo marito sempre e ovunque, di giorno e di notte, da soli e in compagnia degli amici, al suono soprattutto di Mister Bojangles di Nina Simone, una canzone gaia e triste allo stesso tempo.
La recensione è già apparsa sulla pagina Facebook del blog martedì.
Questa infatti è stata la lettura fuori programma dello scorso fine settimana: iniziato sabato mattina per puro sfizio, incuriosita dalla copertina e dalla trama parecchio strampalata.
Una storia famigliare davvero peculiare, narrata sia dalla voce di quello che al tempo era il bambino di casa sia dai brani di diario del padre.
Se la storia raccontata dal bimbo è quella di una famiglia felice, scherzosa e rumorosa, che vive una vita costellata da feste, musica e personaggi pittoreschi, dai quaderni paterni emerge invece con chiarezza sempre maggiore la vera natura della madre e dei suoi disturbi mentali.
Quella che all'inizio sembra un mix tra una comune hippie e Villa Villacolle inizia a manifestarsi per quello che è davvero, ovvero una casa in cui comanda una persona non in sè, e prende il via un crescendo di situazioni che condurrà i nostri protagonisti a un viaggio incredibile, forse senza possibilità di ritorno.
Questo romanzo è un piccolo gioiello, perchè nulla in "Aspettando Bojangles" è prevedibile.
Dai genitori che vivono la vita come se fosse un interminabile cocktail party, ballando sulle note di "Mr. Bojangles" di Nina Simone, allo stravagante uccello esotico che fa da fratello surrogato e animale domestico, arrivando all'ambiguo senatore, amico dei genitori e ospite fisso della famiglia, che mangia e beve più di quanto sembri umanamente possibile.
Uno dei passaggi più affascinanti è sicuramente quello che vede il protagonista in visita alla madre in clinica psichiatrica, perchè l'autore fa un lavoro davvero eccellente nel mostrarci quelle persone e i loro comportamenti attraverso gli occhi di un bambino e a rendere il mix di divertimento, curiosità e paura che caratterizza il suo scoprire questa realtà a lui sconosciuta.
Un romanzo breve ma di grandissimo effetto, che consiglio a tutti perchè Olivier Bourdeaut ha un talento raro che va assolutamente assaporato.
Se cercate qualcosa di curioso e di inaspettato, è davvero la storia che fa per voi.
Un bacio a tutte, fanciulle (e fanciulli)!
A presto <3
La chiacchiera librosa di oggi è dedicata a "Aspettando Bojangles" di Olivier Bourdeaut, edito da Neri Pozza (brossurato a 15€):
Immaginate di essere un bambino e di avere un padre che non chiama mai vostra madre con lo stesso nome. Immaginate poi che a vostra madre quest'abitudine non dispiaccia affatto, poiché tutte le mattine, in cucina, tiene lo sguardo fisso e allegro su vostro padre, col naso dentro la tazza di latte oppure col mento tra le mani, in attesa del verdetto; e poi, felice, si volta verso lo specchio salutando la nuova Renée, o la nuova Joséphine, o la nuova Marylou... Se immaginate tutto questo, potete mettere piede nel fantastico universo familiare descritto dal bambino in queste pagine. Un universo in cui a reggere le sorti di tutto e tutti è Renée, Joséphine, Marylou... la madre. Di lei, suo marito dice che da del tu alle stelle, ma in realtà da del voi a tutti, a suo marito, al bambino e alla damigella di Numidia che vive nel loro appartamento, un grosso uccello strambo ed elegante che passeggia oscillando il lungo collo nero, le piume bianche e gli occhi di un rosso violento. Renée, Joséphine, Marylou, o anche, ogni 15 febbraio, Georgette, ama ballare con suo marito sempre e ovunque, di giorno e di notte, da soli e in compagnia degli amici, al suono soprattutto di Mister Bojangles di Nina Simone, una canzone gaia e triste allo stesso tempo.
La recensione è già apparsa sulla pagina Facebook del blog martedì.
Questa infatti è stata la lettura fuori programma dello scorso fine settimana: iniziato sabato mattina per puro sfizio, incuriosita dalla copertina e dalla trama parecchio strampalata.
Una storia famigliare davvero peculiare, narrata sia dalla voce di quello che al tempo era il bambino di casa sia dai brani di diario del padre.
Se la storia raccontata dal bimbo è quella di una famiglia felice, scherzosa e rumorosa, che vive una vita costellata da feste, musica e personaggi pittoreschi, dai quaderni paterni emerge invece con chiarezza sempre maggiore la vera natura della madre e dei suoi disturbi mentali.
Quella che all'inizio sembra un mix tra una comune hippie e Villa Villacolle inizia a manifestarsi per quello che è davvero, ovvero una casa in cui comanda una persona non in sè, e prende il via un crescendo di situazioni che condurrà i nostri protagonisti a un viaggio incredibile, forse senza possibilità di ritorno.
Questo romanzo è un piccolo gioiello, perchè nulla in "Aspettando Bojangles" è prevedibile.
Dai genitori che vivono la vita come se fosse un interminabile cocktail party, ballando sulle note di "Mr. Bojangles" di Nina Simone, allo stravagante uccello esotico che fa da fratello surrogato e animale domestico, arrivando all'ambiguo senatore, amico dei genitori e ospite fisso della famiglia, che mangia e beve più di quanto sembri umanamente possibile.
Uno dei passaggi più affascinanti è sicuramente quello che vede il protagonista in visita alla madre in clinica psichiatrica, perchè l'autore fa un lavoro davvero eccellente nel mostrarci quelle persone e i loro comportamenti attraverso gli occhi di un bambino e a rendere il mix di divertimento, curiosità e paura che caratterizza il suo scoprire questa realtà a lui sconosciuta.
Un romanzo breve ma di grandissimo effetto, che consiglio a tutti perchè Olivier Bourdeaut ha un talento raro che va assolutamente assaporato.
Se cercate qualcosa di curioso e di inaspettato, è davvero la storia che fa per voi.
Un bacio a tutte, fanciulle (e fanciulli)!
A presto <3
Etichette:
devilishly stylish
,
neri pozza
,
olivier bourdeaut aspettando bojangles
,
Pagine e Parole
,
recensione aspettando bojangles
,
recensione olivier bourdeaut aspettando bojangles
martedì 2 febbraio 2016
Chiacchierata con Tracy Chevalier, tra "I frutti del vento" e piste da ballo
Buongiorno a tutte, fanciulle (e fanciulli)!
Oggi vi propongo la chiacchierata con Tracy Chevalier, arrivata a Milano lunedì per presentare il suo nuovo romanzo, I frutti del vento, edito da Neri Pozza (brossurato a €17):
Nella prima metà del XIX secolo James e Sadie Goodenough giungono nella Palude Nera dell'Ohio dopo aver abbandonato la fattoria dei Goodenough nel Connecticut. La legge dell'Ohio prevede che un colono possa fare sua la terra se riesce a piantarvi un frutteto di almeno cinquanta alberi. Una sfida irresistibile per James Goodenough che ama gli alberi più di ogni altra cosa, poiché gli alberi durano e tutte le altre creature invece attraversano il mondo e se ne vanno in fretta. In quella terra, dove gli acquitrini si alternano alla selva più fitta, James pianta e cura con dedizione i suoi meli. Un frutteto che diventa la sua ossessione; la prova, ai suoi occhi, che la natura selvaggia della terra, con il suo groviglio di boschi e pantani, si può domare. La malaria si porta via cinque dei dieci figli dei Goodenough, ma James non piange, scava la fossa e li seppellisce. Si fa invece cupo e silenzioso quando deve buttare giù un albero. Finché, un giorno, la natura selvaggia non della terra, ma della moglie di James, Sadie, esplode e segna irrimediabilmente il destino dei Goodenough nella Palude Nera. Romanzo che si iscrive nella tradizione della grande narrativa americana di frontiera, "I frutti del vento" è un'opera in cui Tracy Chevalier penetra nel cuore arido, selvaggio e inaccessibile della natura e degli uomini, là dove crescono i frutti più ambiti e più dolci che sia dato cogliere.
L'autrice ha risposto a tantissime domande sul suo libro, ma anche sul suo lavoro e sui suoi progetti futuri: via alla carrellata!
Come primissima cosa, come le è venuto in mente di inserire nel suo romanzo un personaggio disturbante come quello di Sadie, che non ha davvero nulla delle donne idealizzate?
L'idea per questo romanzo mi è venuta leggendo libri sugli alberi di mele in Ohio nel 1800, mentre scoprivo che venivano coltivati per due motivi: le mele dolci venivano mangiate, ma le mele aspre venivano utilizzate per il sidro ed il brandy, bevuti per raggiungere l'ebbrezza e sopportare meglio le condizioni difficili e la fatica derivate da quella vita.
Da qui l'idea di un marito e una moglie impegnati in una lite furibonda, perchè uno preferisce le mele dolci (per mangiarle) e l'altro quelle aspre (per bere).
La terribile Sadie è arrivata così: l'aspettativa comune vorrebbe che la donna volesse la dolcezza e l'uomo fosse schiavo dell'alcol, così ho deciso di rovescare i ruoli rendendo lei quella bisognosa di ubriacarsi per andare avanti: se non fosse che in realtà lei non è terribile, perchè quello che ho cercato di fare (e non so se ci sono riuscita) è costringere il lettore a simpatizzare per lei, anche mentre si comporta male sia nei confronti del marito che nei sonfronti dei suoi figli.
Ho un'amica scrittrice, Lionel Schriver ("Dobbiamo parlare di Kevin", ndr), che mi ha detto che il romanzo senza Sadie sarebbe stata quasi dolce, ma non lo è proprio grazie alla sua presenza.
A volte credo di aver creato lei, e di aver poi cercato per l'intero libro di bilanciare la sua bruttezza con altri personaggi ed altre storie.
Un altro modo per leggere il personaggio di Sadie è anche quello di vederla come una donna del 1800, povera, che probabilmente non aveva nessun altro mezzo per uscire dalla sua situazione se non quella di perdersi nel sidro.
Sadie è una donna in trappola, questo sì, sia letteralmente nella Palude nera, sia metaforicamente in un matrimonio che non fa per lei.
Questo è l'inizio della mia storia, e mano a mano si mettono in luce gli effetti di questo matrimonio sbagliato anche sui figli.
Apriamo una piccola parentesi sul nome della famiglia, Goodenough. È molto curioso.
Il modo in cui scelgo i nomi per i miei personaggi parte dal mio trascriverli tutti sul retro del mio quaderno delle ricerche.
Non ricordo dove ho scovato Goodenough ("non è poi così male", buono in modo accettabile ma non di più) ma ricordo di aver pensato di adorarlo per la sua natura comprometttente. Mi faceva sorridere, ma anche pensare che quel nome dovesse essere un bel fardello da portare perchè da te non ci si aspetta granchè in nessun caso.
Ho voluto darlo ai miei protagonisti per vedere se sarebbero riusciti a superarne i limiti impliciti.
Dietro a romanzo di questo tipo c'è un lavoro di ricerca enorme, soprattutto dal punto di vista storiografico e sociologico. Non ama essere definita una romanziera storica, anche se, in realtà, il suo lavoro è proprio quello di un ricercatore.
Trovo che le ettichette siano un limite. Se si dice "romanzo storico" questo si traduce in un posizionamento preciso in libreria e il mio romanzo non viene trovato da chi lo cerca ma non cerca un romanzo storico.
Però sono stata definita così per molto tempo e mi sto abituando, o almeno credo.
Di mio, preferisco pensare ai miei romanzi come storie che sì, sono ambientate nel passato, ma nei quali a contare sono le interazioni tra personaggi e il loro sviluppo, a prescindere dal luogo e dal tempo in cui si trovano.
Per quanto riguarda la ricerca, ho iniziato dove inizio sempre: in biblioteca.
Ho letto libri sulle mele, sui frutteti, sul'Ohio e sulla Palude Nera, ma anche sulla California perchè una parte del libro è ambientata tra le sequoie presenti in quello Stato.
Ovviamente dopo tutto questo ricercare e leggere sono andata fisicamente negli Stati Uniti, visitando la Palude nera di cui resta solo una piccola parte e vedendo le sequoie di cui volevo raccontare.
La cosa bella della ricerca, però, è che mi dà costantemente nuove idee che non avrei mai potuto avere da sola. Quando sono andata in California e mi sono trovata davanti quelle sequoie gigantesche, ho deciso di recarmi a Calaveras Grove, dove furono viste per la prima volta nel 1852.
Qui ho scoperto che nel 1853 ne venne abbattuta una da chi arrivò e reclamo la terra per sè, e la base dell'albero era vasta a sufficienza da poter essere trasformata in pista da ballo.
Con il tronco invece venne realizzata una pista da bowling: o almeno questo è ciò che fecero nel 1853 e mai, in un milione di anni, avrei potuto pensare a una cosa del genere da sola.
In California seguiamo Robert, uno dei figli di Sadie Goodenough. Quando lascia la casa di famiglia, la vita lo porta a seguire le orme di un personaggio che, sebbene abbia un ruolo minore nel romanzo, ha invece avuto per l'autrice un ruolo importante. Si tratta di John Chapman (nel romanzo appare con il suo nomignolo "Appleseed"), un commerciante di semi realmente esistito che forniva le sementi agli agricoltori che cercavano poi disperatamente di far attecchire le colture.
Robert si trova a fare lo stesso tipo di lavoro, anche se non con i semi di mele ma con le sequoie giganti. Che ruolo ha avuto questa figura del folklore americano, sia durante la ricerca che durante la stesura del romanzo?
Anche se la grande maggioranza dei personaggi sono frutto della mia fantasia, ci sono due di loro a cui spetta il ruolo di fondamenta dell'intero romanzo: uno di loro è John "Appleseed" Chapman, l'altro è William Lobb (botanico inglese, il cui mestiere è spedire semi in Inghilterra per far sì che vi si possano arricchire i giardini con piante esotiche, seguendo la moda del momento). Mi è piaciuto avere due persone "vere" nel mio romanzo, prima di tutto perchè è un trucchetto utilizzato dai romanzieri storici: se inserisci nella tua opera almeno due personaggi realmente esistiti, tutto il resto sembrerà ugualmente reale. Ma anche perchè il romanzo parla di persone in viaggio, e di alberi che le seguono: gli alberi migrano esattamente come le persone, e per sì che questo accada hai bisogno di persone che commercino in semi. William Lobb e John Chapman rappresentano questo, uno nell'Est e l'altro nell'Ovest.
Hai parlato di migrazioni, e ora è un tema decisamente caldo. Anche lei, trentun anni fa ha scelto di migrare dagli Stati Uniti all'Inghilterra. Da persona che ha affrontato la condizione di migrante, come vede la situazione che l'Europa sta affrontando in questo momento?
Non sono un politico, ma credo sia cosa buona ricordare che l'uomo migra da migliaia di anni.
L'homo sapiens veniva dall'Africa e ha migrato in tutto il mondo, quindi credo sia proprio parte del nostro DNA. E' ciò che facciamo.
Spesso le persone migrano per sfuggire a qualcosa di brutto e raggiungere qualcosa di migliore, ed è ciò che sta accandendo ora.
Non ho una soluzione al problema, ma so che è una situazione orribile ed è sicuramente diverso guardare a questa situazione per me, in Inghilterra, rispetto a come lo è per voi qui in Italia perchè questo flusso arriva quasi per intero sulle vostre coste.
E' sicuramente superficiale dire, da persone esterne, "Dovreste accogliere più persone", perchè il peso e le difficoltà sono tutte di chi accoglie. E' impossibile per qualsiasi Paese assumersi il ruolo di ospite dell'intero flusso, ed è sicuramente l'Unione Europea a dover parlare del problema e trovare una situazione che coinvolga tutti. Non è una situazione temporanea, è una questione che avrà le sue conseguenze nel lungo periodo. Non possiamo pensare che la guerra in Siria finirà e tutte queste persone se ne andranno, perchè non succederà.
Quando Robert si sposta ad Ovest incontra una donna, di nome Molly, che è il contraltare di Sadie: tanto la madre era scontrosa, quanto Molly è accogliente.
Abbiamo queste due donne dalla presenza molto forte, che pur non essendo le protagoniste indirizzano la storia. E' una scelta consapevole?
Gli autori non dovrebbero mai ammettere di aver "fatto casino" (l'autrice ha usato "messed up" invece di dire "did wrong" or "made a mistake", quindi lascio la forma più vicina alla sua anche se colloquiale, ndr), ma io credo di averlo fatto.
Sapevo, anche mentre scrivevo, quanto le donne fossero più forti degli uomini, e credevo che avrei corretto questa situazione in corso d'opera. Quando non è successo, allora mi sono detta che forse Robert non era più debole, solo più sottile ed enigmatico.
E' vero che i personaggi femminili del mio lavoro sono più sviluppati e definiti, e questo perchè io sono una donna: ne comprendo la psiche in modo naturale.
Mi sono divertita molto a creare Sadie e Molly, e sicuramente loro indirizzano la trama ognuna a modo suo: mi piacciono al punto da non volermi scusare per questo.
Aggiungo un aneddoto su Robert.
Nella prima parte del romanzo è un bambino di circa 8, 9 anni e il suo è l'unico personaggio inventato basato però su una persona che ho conoscuto davvero.
Quando ho finito "L'ultima fuggitiva" sono tornata dalla famiglia di contadini Amish che mi aveva aiutata nelle mie ricerche per donare una copia del romanzo alla padrona di casa, la quale mi ha fatto fare un giro nella proprietà. Uno dei suoi undici figli aveva circa 8, 9 anni e ci ha seguite in giro per la fattoria. Aveva questi occhi castani grandi e luminosi, e mi fissava con curiosità e nervosismo, ma abbiamo trovato un punto d'incontro chiacchierando della sua gatta e dei gattini appena nati.
Lui... Lui era Robert. L'ho sentito fin dal primo momento, e anche se non lo vedrò mai più ricorderò sempre di aver pensato "Sì, sei tu!".
Dopo aver scritto questo romanzo, ha sentito l'impulso di coltivare lei stessa qualcosa, magari influenzata dai suoi stessi personaggi?
Abitiamo in una piccola casa in campagna, con un giardino, e mentre lavoravo al mio libro abbiamo effettivamente piantato due meli.
Uno è morto, perchè è questo che sccede con me e le piante.
Poi, a romanzo finito, continuavo a pensare a un'antica varietà di mele che avevo citato, chiamata Pitmaston Pineapple, che risale al diciottesimo secolo e oggi viene coltivata raramente.
Ho deciso di volerci riprovare, e abbiamo piantato uno di quest meli a metà Dicembre.
Servono due anni prima che l'albero dia i primi frutti, e in questo caso sarebbero piccoli, gialli e con un retrogusto di ananas che mi è piaciuto quando ho potuto assaggiarle in un'occasione precedente.
Sono molto speranzosa, riguardo il mio piccolo melo.
E a questo punto è d'obbligo chiederlo: perchè le mele?
Adoro le mele, e sono arrivata a conoscerle così bene!
Ho imparato così tanto dalle ricerche fatte per il mio libro che non ho saputo resistere: dovevo avere un melo tutto mio.
Forse però dovrei precisare perchè ho scelto di parlare dei frutteti nel romanzo: all'epoca, in Ohio, quando ti stabilivi sulla terra vergine eri tenuto per legge a piantare 50 alberi da frutto entro tre anni per dichiarare la tua intenzione di rimanere.
Può anticipare qualcosa sul suo prossimo lavoro?
Un editore inglese ha creato un progetto editoriale molto interessante di nome "Shakespeare Project", che prevede il convolgimento di numerosi autori contemporanei al quali spetta la scelta di una tragedia o commedia shakesperiana e la sua trasformazione in romanzo, senza vincoli di ambientazione. Una vera e propria reinterpretazione.
Jeanette Winterson, Jo Nesbø e Margaret Atwood ne fanno parte, e anch'io, che ho scelto "Otello".
Ho scelto di ambientare la vicenda della tragedia nel cortile di una scuola nella periferia di Washington negli anni Settanta, e tutti i personaggi hanno undici anni.
La mia sensazione era che il tema centrale dell'Otello fosse il bullismo, e il significato dell'essere un outsider non realmente accettato dalla società.
Io stessa ho frequentato una scuola nella quale rappresentavo la minoranza etnica: la grande maggioranza dei miei compagni era nera, mentre io ero una dei pochissimi ragazzi bianchi dell'istituto.
Mi sto divertendeo molto a scriverlo, ed è sicuramente un'esperienza nuova non dovermi preoccupare della storia.
Ultima domanda: se Tracy Chevalier non fosse diventata una scrittrice, cos'avrebbe fatto?
Sarei una designer di imballaggi ecosostenibili.
Quando entri in un qualasiasi negozio è impossibile non notare lo spreco e il ridicolo sovrabbondare di imballaggi che ci si presentano davanti.
Ora va meglio, ma dieci anni fa era tragico.
Io ci penso sempre, chiedendomi se non esista un modo più efficiente e meno dannoso per il pianeta di distribuire ciò che ci occorre.
Spero che vi sia piaciuto leggere le risposte di Tracy Chevalier, e che il romanzo vi incuriosisca quanto incuriosiva me.
Un bacio a tutte, fanciulle (e fanculli)!
A presto <3
Oggi vi propongo la chiacchierata con Tracy Chevalier, arrivata a Milano lunedì per presentare il suo nuovo romanzo, I frutti del vento, edito da Neri Pozza (brossurato a €17):
Nella prima metà del XIX secolo James e Sadie Goodenough giungono nella Palude Nera dell'Ohio dopo aver abbandonato la fattoria dei Goodenough nel Connecticut. La legge dell'Ohio prevede che un colono possa fare sua la terra se riesce a piantarvi un frutteto di almeno cinquanta alberi. Una sfida irresistibile per James Goodenough che ama gli alberi più di ogni altra cosa, poiché gli alberi durano e tutte le altre creature invece attraversano il mondo e se ne vanno in fretta. In quella terra, dove gli acquitrini si alternano alla selva più fitta, James pianta e cura con dedizione i suoi meli. Un frutteto che diventa la sua ossessione; la prova, ai suoi occhi, che la natura selvaggia della terra, con il suo groviglio di boschi e pantani, si può domare. La malaria si porta via cinque dei dieci figli dei Goodenough, ma James non piange, scava la fossa e li seppellisce. Si fa invece cupo e silenzioso quando deve buttare giù un albero. Finché, un giorno, la natura selvaggia non della terra, ma della moglie di James, Sadie, esplode e segna irrimediabilmente il destino dei Goodenough nella Palude Nera. Romanzo che si iscrive nella tradizione della grande narrativa americana di frontiera, "I frutti del vento" è un'opera in cui Tracy Chevalier penetra nel cuore arido, selvaggio e inaccessibile della natura e degli uomini, là dove crescono i frutti più ambiti e più dolci che sia dato cogliere.
L'autrice ha risposto a tantissime domande sul suo libro, ma anche sul suo lavoro e sui suoi progetti futuri: via alla carrellata!
Come primissima cosa, come le è venuto in mente di inserire nel suo romanzo un personaggio disturbante come quello di Sadie, che non ha davvero nulla delle donne idealizzate?
L'idea per questo romanzo mi è venuta leggendo libri sugli alberi di mele in Ohio nel 1800, mentre scoprivo che venivano coltivati per due motivi: le mele dolci venivano mangiate, ma le mele aspre venivano utilizzate per il sidro ed il brandy, bevuti per raggiungere l'ebbrezza e sopportare meglio le condizioni difficili e la fatica derivate da quella vita.
Da qui l'idea di un marito e una moglie impegnati in una lite furibonda, perchè uno preferisce le mele dolci (per mangiarle) e l'altro quelle aspre (per bere).
La terribile Sadie è arrivata così: l'aspettativa comune vorrebbe che la donna volesse la dolcezza e l'uomo fosse schiavo dell'alcol, così ho deciso di rovescare i ruoli rendendo lei quella bisognosa di ubriacarsi per andare avanti: se non fosse che in realtà lei non è terribile, perchè quello che ho cercato di fare (e non so se ci sono riuscita) è costringere il lettore a simpatizzare per lei, anche mentre si comporta male sia nei confronti del marito che nei sonfronti dei suoi figli.
Ho un'amica scrittrice, Lionel Schriver ("Dobbiamo parlare di Kevin", ndr), che mi ha detto che il romanzo senza Sadie sarebbe stata quasi dolce, ma non lo è proprio grazie alla sua presenza.
A volte credo di aver creato lei, e di aver poi cercato per l'intero libro di bilanciare la sua bruttezza con altri personaggi ed altre storie.
Un altro modo per leggere il personaggio di Sadie è anche quello di vederla come una donna del 1800, povera, che probabilmente non aveva nessun altro mezzo per uscire dalla sua situazione se non quella di perdersi nel sidro.
Sadie è una donna in trappola, questo sì, sia letteralmente nella Palude nera, sia metaforicamente in un matrimonio che non fa per lei.
Questo è l'inizio della mia storia, e mano a mano si mettono in luce gli effetti di questo matrimonio sbagliato anche sui figli.
Apriamo una piccola parentesi sul nome della famiglia, Goodenough. È molto curioso.
Il modo in cui scelgo i nomi per i miei personaggi parte dal mio trascriverli tutti sul retro del mio quaderno delle ricerche.
Non ricordo dove ho scovato Goodenough ("non è poi così male", buono in modo accettabile ma non di più) ma ricordo di aver pensato di adorarlo per la sua natura comprometttente. Mi faceva sorridere, ma anche pensare che quel nome dovesse essere un bel fardello da portare perchè da te non ci si aspetta granchè in nessun caso.
Ho voluto darlo ai miei protagonisti per vedere se sarebbero riusciti a superarne i limiti impliciti.
Dietro a romanzo di questo tipo c'è un lavoro di ricerca enorme, soprattutto dal punto di vista storiografico e sociologico. Non ama essere definita una romanziera storica, anche se, in realtà, il suo lavoro è proprio quello di un ricercatore.
Trovo che le ettichette siano un limite. Se si dice "romanzo storico" questo si traduce in un posizionamento preciso in libreria e il mio romanzo non viene trovato da chi lo cerca ma non cerca un romanzo storico.
Però sono stata definita così per molto tempo e mi sto abituando, o almeno credo.
Di mio, preferisco pensare ai miei romanzi come storie che sì, sono ambientate nel passato, ma nei quali a contare sono le interazioni tra personaggi e il loro sviluppo, a prescindere dal luogo e dal tempo in cui si trovano.
Per quanto riguarda la ricerca, ho iniziato dove inizio sempre: in biblioteca.
Ho letto libri sulle mele, sui frutteti, sul'Ohio e sulla Palude Nera, ma anche sulla California perchè una parte del libro è ambientata tra le sequoie presenti in quello Stato.
Ovviamente dopo tutto questo ricercare e leggere sono andata fisicamente negli Stati Uniti, visitando la Palude nera di cui resta solo una piccola parte e vedendo le sequoie di cui volevo raccontare.
La cosa bella della ricerca, però, è che mi dà costantemente nuove idee che non avrei mai potuto avere da sola. Quando sono andata in California e mi sono trovata davanti quelle sequoie gigantesche, ho deciso di recarmi a Calaveras Grove, dove furono viste per la prima volta nel 1852.
Qui ho scoperto che nel 1853 ne venne abbattuta una da chi arrivò e reclamo la terra per sè, e la base dell'albero era vasta a sufficienza da poter essere trasformata in pista da ballo.
Con il tronco invece venne realizzata una pista da bowling: o almeno questo è ciò che fecero nel 1853 e mai, in un milione di anni, avrei potuto pensare a una cosa del genere da sola.
In California seguiamo Robert, uno dei figli di Sadie Goodenough. Quando lascia la casa di famiglia, la vita lo porta a seguire le orme di un personaggio che, sebbene abbia un ruolo minore nel romanzo, ha invece avuto per l'autrice un ruolo importante. Si tratta di John Chapman (nel romanzo appare con il suo nomignolo "Appleseed"), un commerciante di semi realmente esistito che forniva le sementi agli agricoltori che cercavano poi disperatamente di far attecchire le colture.
Robert si trova a fare lo stesso tipo di lavoro, anche se non con i semi di mele ma con le sequoie giganti. Che ruolo ha avuto questa figura del folklore americano, sia durante la ricerca che durante la stesura del romanzo?
Anche se la grande maggioranza dei personaggi sono frutto della mia fantasia, ci sono due di loro a cui spetta il ruolo di fondamenta dell'intero romanzo: uno di loro è John "Appleseed" Chapman, l'altro è William Lobb (botanico inglese, il cui mestiere è spedire semi in Inghilterra per far sì che vi si possano arricchire i giardini con piante esotiche, seguendo la moda del momento). Mi è piaciuto avere due persone "vere" nel mio romanzo, prima di tutto perchè è un trucchetto utilizzato dai romanzieri storici: se inserisci nella tua opera almeno due personaggi realmente esistiti, tutto il resto sembrerà ugualmente reale. Ma anche perchè il romanzo parla di persone in viaggio, e di alberi che le seguono: gli alberi migrano esattamente come le persone, e per sì che questo accada hai bisogno di persone che commercino in semi. William Lobb e John Chapman rappresentano questo, uno nell'Est e l'altro nell'Ovest.
Hai parlato di migrazioni, e ora è un tema decisamente caldo. Anche lei, trentun anni fa ha scelto di migrare dagli Stati Uniti all'Inghilterra. Da persona che ha affrontato la condizione di migrante, come vede la situazione che l'Europa sta affrontando in questo momento?
Non sono un politico, ma credo sia cosa buona ricordare che l'uomo migra da migliaia di anni.
L'homo sapiens veniva dall'Africa e ha migrato in tutto il mondo, quindi credo sia proprio parte del nostro DNA. E' ciò che facciamo.
Spesso le persone migrano per sfuggire a qualcosa di brutto e raggiungere qualcosa di migliore, ed è ciò che sta accandendo ora.
Non ho una soluzione al problema, ma so che è una situazione orribile ed è sicuramente diverso guardare a questa situazione per me, in Inghilterra, rispetto a come lo è per voi qui in Italia perchè questo flusso arriva quasi per intero sulle vostre coste.
E' sicuramente superficiale dire, da persone esterne, "Dovreste accogliere più persone", perchè il peso e le difficoltà sono tutte di chi accoglie. E' impossibile per qualsiasi Paese assumersi il ruolo di ospite dell'intero flusso, ed è sicuramente l'Unione Europea a dover parlare del problema e trovare una situazione che coinvolga tutti. Non è una situazione temporanea, è una questione che avrà le sue conseguenze nel lungo periodo. Non possiamo pensare che la guerra in Siria finirà e tutte queste persone se ne andranno, perchè non succederà.
Quando Robert si sposta ad Ovest incontra una donna, di nome Molly, che è il contraltare di Sadie: tanto la madre era scontrosa, quanto Molly è accogliente.
Abbiamo queste due donne dalla presenza molto forte, che pur non essendo le protagoniste indirizzano la storia. E' una scelta consapevole?
Gli autori non dovrebbero mai ammettere di aver "fatto casino" (l'autrice ha usato "messed up" invece di dire "did wrong" or "made a mistake", quindi lascio la forma più vicina alla sua anche se colloquiale, ndr), ma io credo di averlo fatto.
Sapevo, anche mentre scrivevo, quanto le donne fossero più forti degli uomini, e credevo che avrei corretto questa situazione in corso d'opera. Quando non è successo, allora mi sono detta che forse Robert non era più debole, solo più sottile ed enigmatico.
E' vero che i personaggi femminili del mio lavoro sono più sviluppati e definiti, e questo perchè io sono una donna: ne comprendo la psiche in modo naturale.
Mi sono divertita molto a creare Sadie e Molly, e sicuramente loro indirizzano la trama ognuna a modo suo: mi piacciono al punto da non volermi scusare per questo.
Aggiungo un aneddoto su Robert.
Nella prima parte del romanzo è un bambino di circa 8, 9 anni e il suo è l'unico personaggio inventato basato però su una persona che ho conoscuto davvero.
Quando ho finito "L'ultima fuggitiva" sono tornata dalla famiglia di contadini Amish che mi aveva aiutata nelle mie ricerche per donare una copia del romanzo alla padrona di casa, la quale mi ha fatto fare un giro nella proprietà. Uno dei suoi undici figli aveva circa 8, 9 anni e ci ha seguite in giro per la fattoria. Aveva questi occhi castani grandi e luminosi, e mi fissava con curiosità e nervosismo, ma abbiamo trovato un punto d'incontro chiacchierando della sua gatta e dei gattini appena nati.
Lui... Lui era Robert. L'ho sentito fin dal primo momento, e anche se non lo vedrò mai più ricorderò sempre di aver pensato "Sì, sei tu!".
Dopo aver scritto questo romanzo, ha sentito l'impulso di coltivare lei stessa qualcosa, magari influenzata dai suoi stessi personaggi?
Abitiamo in una piccola casa in campagna, con un giardino, e mentre lavoravo al mio libro abbiamo effettivamente piantato due meli.
Uno è morto, perchè è questo che sccede con me e le piante.
Poi, a romanzo finito, continuavo a pensare a un'antica varietà di mele che avevo citato, chiamata Pitmaston Pineapple, che risale al diciottesimo secolo e oggi viene coltivata raramente.
Ho deciso di volerci riprovare, e abbiamo piantato uno di quest meli a metà Dicembre.
Servono due anni prima che l'albero dia i primi frutti, e in questo caso sarebbero piccoli, gialli e con un retrogusto di ananas che mi è piaciuto quando ho potuto assaggiarle in un'occasione precedente.
Sono molto speranzosa, riguardo il mio piccolo melo.
E a questo punto è d'obbligo chiederlo: perchè le mele?
Adoro le mele, e sono arrivata a conoscerle così bene!
Ho imparato così tanto dalle ricerche fatte per il mio libro che non ho saputo resistere: dovevo avere un melo tutto mio.
Forse però dovrei precisare perchè ho scelto di parlare dei frutteti nel romanzo: all'epoca, in Ohio, quando ti stabilivi sulla terra vergine eri tenuto per legge a piantare 50 alberi da frutto entro tre anni per dichiarare la tua intenzione di rimanere.
Può anticipare qualcosa sul suo prossimo lavoro?
Un editore inglese ha creato un progetto editoriale molto interessante di nome "Shakespeare Project", che prevede il convolgimento di numerosi autori contemporanei al quali spetta la scelta di una tragedia o commedia shakesperiana e la sua trasformazione in romanzo, senza vincoli di ambientazione. Una vera e propria reinterpretazione.
Jeanette Winterson, Jo Nesbø e Margaret Atwood ne fanno parte, e anch'io, che ho scelto "Otello".
Ho scelto di ambientare la vicenda della tragedia nel cortile di una scuola nella periferia di Washington negli anni Settanta, e tutti i personaggi hanno undici anni.
La mia sensazione era che il tema centrale dell'Otello fosse il bullismo, e il significato dell'essere un outsider non realmente accettato dalla società.
Io stessa ho frequentato una scuola nella quale rappresentavo la minoranza etnica: la grande maggioranza dei miei compagni era nera, mentre io ero una dei pochissimi ragazzi bianchi dell'istituto.
Mi sto divertendeo molto a scriverlo, ed è sicuramente un'esperienza nuova non dovermi preoccupare della storia.
Ultima domanda: se Tracy Chevalier non fosse diventata una scrittrice, cos'avrebbe fatto?
Sarei una designer di imballaggi ecosostenibili.
Quando entri in un qualasiasi negozio è impossibile non notare lo spreco e il ridicolo sovrabbondare di imballaggi che ci si presentano davanti.
Ora va meglio, ma dieci anni fa era tragico.
Io ci penso sempre, chiedendomi se non esista un modo più efficiente e meno dannoso per il pianeta di distribuire ciò che ci occorre.
Spero che vi sia piaciuto leggere le risposte di Tracy Chevalier, e che il romanzo vi incuriosisca quanto incuriosiva me.
Un bacio a tutte, fanciulle (e fanculli)!
A presto <3
Etichette:
devilishly stylish
,
intervista tracy chevalier
,
intervista tracy chevalier i frutti del vento
,
neri pozza
,
Pagine e Parole
,
tracy chevalier i frutti del vento
Iscriviti a:
Post
(
Atom
)













