Si fa presto a dire principesse. Quando si parla di principesse Disney, poi...
Ma è altrettanto facile parlare ai più giovani di talento, di come scoprire il proprio e come coltivarlo?
Non esattamente.
Per questo Disney e Giunti hanno dato vita insieme a un progetto strepitoso, Storie di talenti, concretizzatosi in una nuova collana omonima con un obbiettivo ambizioso: insegnare alle lettrici a credere in se stesse e nel proprio talento, perchè dietro ogni ragazza che sogna in grande c'è una principessa che attende di realizzare il proprio destino!
Il progetto è stato presentato a Torino, al Salone Internazionale del Libro, e a raccontarlo ai lettori è stata Veronica di Lisio, affiancata da due madrine d'eccezione: la webstar Ludovica Olgiati e Naomi Rivieccio, che ha inciso le parti cantate di Jasmine nel live-action Aladdin, nelle sale dal 22 maggio.
E proprio in questa occasione Veronica Di Lisio, direttore editoriale Disney Publishing Division presso Giunti Editore, ha potuto raccontarci qualcosa di più sulla nuova collana, sulle principesse Disney di ieri e quelle di oggi... e non solo!
La scelta di raccontare il coraggio e la gentilezza, che di solito riteniamo non tanto dei talenti quanto dei tratti caratteriali, in questa chiave è vincente, perchè li si presenta ai bambini come "doti da coltivare e allenare".
Era proprio questo il nostro scopo, ma dobbiamo fare un passo indietro.
Perchè alla base del talento, e della capacità di coltivarlo, ci sono quelle doti e quei valori che lo rendono possibile e che ti permettono di avere magari anche quell'incontro determinante nella vita.
Pensiamo alla gentilezza, e a quanto è fondamentale nel momento dell'incontro e della comunicazione!
Vogliamo promuovere l'importanza della scoperta e della consapevolezza nelle ragazze verso i propri valori, che serviranno loro nella vita, se allenati, per scoprire e coltivare il proprio talento.
Molto interessante anche la rivisitazione delle principesse Disney "della vecchia guardia" (Biancaneve arriva sugli schermi per la prima volta nel 1937, ndr), apparentemente diverse e meno determinate e indipendenti di quelle nate negli ultimi anni.
C'era il desiderio di mettere invece in luce alcuni aspetti di queste principesse che, per forza di cose, nei decenni scorsi erano rimaste in seondo piano?
Esattamente, e anzi, è questa la carta vincente che abbiamo voluto giocare con queste storie.
Abbiamo scelto storie inedite, che fotografassero le principesse nel momento in cui avevano la stessa età delle nostre lettrici.
Quello che non abbiamo visto, ma che c'è stato.
Che c'è stato, perchè di molte di loro abbiamo visto emergere solo in parte le doti.
Pensiamo a Belle, della quale sicuramente abbiamo visto tutti l'amore per la lettura e il coraggio (anche se limitato a ciò che era il suo rapporto con il principe, e a ciò che era disposta a fare per un uomo), ma non del tutto.
Cenerentola la conosciamo nel momento dell'incontro con il principe, ma non sappiamo niente della sua infanzia e di chi l'ha aiutata a sviluppare quel coraggio e la gentilezza poi messi in pratica da adulta.
Anche la modalità del racconto è sicuramente più moderna, più vicina al gusto di oggi.
In fondo le principesse sono cambiate anche nel mondo reale, e i reali inglesi sono solo l'esempio più lampante, ma non certo l'unico. Di conseguenza, per le ragazzine di oggi è sicuramente stato "forte" vedere l'attrice di una serie tv sposare un principe: nell'immaginario collettivo, sono due mondi separati. Ma in fondo, le principesse Disney sono (quasi) sempre ragazze comuni che sposano un principe.
Erano di una modernità straordinaria: rappresentavano e rappresentano coloro che ce l'hanno fatta.
Noi abbiamo questo slogan, «dietro ogni ragazza che sogna in grande c'è una principessa che attende di realizzare il proprio destino», laddove per destino, o destinazione, c'è l'obbiettivo verso cui ti muovi.
Obbiettivo che tutte le principesse Disney hanno raggiunto, grazie ai loro talenti.
Questo è solo il primo volume di una collana: puoi anticiparci le protagoniste del secondo volume (in uscita in autunno, ndr)?
Certamente: saranno Jasmine e Aurora.
Questo anche seguendo una volontà ben precisa: sarebbe stato più facile partire da Merida - soprattutto pensando al coraggio -, mentre noi vogliamo andare a riprendere quei personaggi che sembrano "datati", ma che sono in realtà d'attualità.
Vogliamo farle conoscere in una luce nuova, diversa, e spero davvero che scatti l'immedesimazione anche per le lettrici di oggi.
Una curiosità personale: una parte importante del mondo Disney degli ultimi anni è stata sicuramente quella dei live-action movie, che hanno riportato sullo schermo storie ormai classiche, ma in una veste nuova. La mia percezione è quella di prodotti che, sebbene perfetti per i più piccoli, servissero almeno in parte anche per riconnettere con il mondo Disney un pubblico più adulto, che ha riscoperto storie che facevano parte della sua infanzia.
Avete avuto un feedback di questo tipo?
È successo esattamente questo. Guarda un film come Il Re Leone, che arriva 25 anni dopo la versione animata, e che in questa veste ha avuto un gancio incredibile sulle nuove generazioni, e allo stesso tempo ha scatenato l'entusiasmo di quelle precedenti. È il film che andranno a vedere nonni, genitori, figli, nipoti... tutta la famiglia!
Storie di talenti. Ragazze che hanno allenato il coraggio e la gentilezza (Giunti) è in libreria, al prezzo di copertina di 16€.
Il progetto ha un sito dedicato, consultabile qui.
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mercoledì 15 maggio 2019
Intervista a Veronica Di Lisio su "Storie di talenti", le principesse Disney e come raccontarle ai bambini di oggi
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lunedì 8 aprile 2019
Intervista a Francesco Gungui su "Il meglio di noi", il coaching e l'ipersensibilità
È possibile imparare a vivere meglio quando la vita sembra avere la meglio su di noi?
La ricerca di Francesco Gungui parte da qui, e tutto ciò che ha scoperto, studiato e provato è finito tra le pagine di Il meglio di noi (Giunti), il suo ultimo libro, appena arrivato in libreria.
Abbiamo incontrato l'autore a Milano grazie a un'inviata d'eccezione, Annamaria Trevale, già collaboratrice di Sul Romanzo, ed ecco cosa ci ha raccontato!
Cosa puoi raccontarci di questo nuovo romanzo, senza fare troppi spoiler ai lettori?
Considero questo libro molto diverso dal precedente: ci ho messo molta più vita e meno commedia.
È il frutto di tre anni di indagini in un mondo a parte, che comprende il coaching e tante altre cose, molto sintetizzate. La difficoltà con la mia povera editor Annalisa è stata che io avevo un bagaglio infinito di cose possibili da raccontare, ma la storia ne richiedeva solo alcune. Ho cercato di mettere quello che è stato importante per me: le parti sul coaching sono quelle che sono servite a me nella vita reale. Altri temi sono quelli dell'ipersensibilità e dei separati in casa. Quest'ultimo si riallaccia in parte al romanzo precedente, ma è trattato un po' fuori dai soliti cliché. Il percorso di Sara è come il viaggio dell'eroe nella mitologia: io sono un fan del mito del viaggio dell'eroe, ma ho disobbedito il più possibile allo schema classico per lasciare una struttura narrativa molto più libera.
Il meglio di noi di Francesco Gungui (Giunti) è in libreria, al prezzo di copertina di 14,90€.
La ricerca di Francesco Gungui parte da qui, e tutto ciò che ha scoperto, studiato e provato è finito tra le pagine di Il meglio di noi (Giunti), il suo ultimo libro, appena arrivato in libreria.
Abbiamo incontrato l'autore a Milano grazie a un'inviata d'eccezione, Annamaria Trevale, già collaboratrice di Sul Romanzo, ed ecco cosa ci ha raccontato!
Cosa puoi raccontarci di questo nuovo romanzo, senza fare troppi spoiler ai lettori?
Considero questo libro molto diverso dal precedente: ci ho messo molta più vita e meno commedia.
È il frutto di tre anni di indagini in un mondo a parte, che comprende il coaching e tante altre cose, molto sintetizzate. La difficoltà con la mia povera editor Annalisa è stata che io avevo un bagaglio infinito di cose possibili da raccontare, ma la storia ne richiedeva solo alcune. Ho cercato di mettere quello che è stato importante per me: le parti sul coaching sono quelle che sono servite a me nella vita reale. Altri temi sono quelli dell'ipersensibilità e dei separati in casa. Quest'ultimo si riallaccia in parte al romanzo precedente, ma è trattato un po' fuori dai soliti cliché. Il percorso di Sara è come il viaggio dell'eroe nella mitologia: io sono un fan del mito del viaggio dell'eroe, ma ho disobbedito il più possibile allo schema classico per lasciare una struttura narrativa molto più libera.
E a proposito di Sara, come mai hai scelto di raccontare questa storia attraverso un personaggio femminile? Come hai lavorato per arrivare a un risultato più che convincente?
Mi fa piacere che lo consideriate credibile. Il mio primo romanzo per adolescenti, scritto nel 2008, era raccontato da un punto di vista femminile, quello di una ragazza di sedici anni.
Io sono uomo, sposato e con figli, ma sono consapevole da sempre di avere un tipo di sensibilità femminile: esisto anche dentro il personaggio di Michele, ma sono proprio Sara al cento per cento. Per me è stata una scelta naturale, non il frutto di una ricerca.
La coppia oggi ha ruoli non tanto invertiti, ma piuttosto molto variegati, incertezze comprese.
Di fatto, penso che una coppia in crisi si ritrovi completamente nella storia che ho raccontato, ma qualsiasi coppia normale può riconoscersi in qualcosa che ho scritto.
Avevi già in mente la sua storia familiare dall'inizio, oppure si è costruita scrivendo?
In parte sì e in parte no. Sapevo che Sara doveva seguire un suo percorso e che Nicolò doveva avere certe caratteristiche, il resto è nato a poco a poco.
È il personaggio a cui è più legato?
Direi di sì, perché facevo il tifo per lei mentre scrivevo. È possibile seguire in pochi mesi un percorso di crescita e migliorare davvero la propria vita. L'importante forse è capire che non è necessario pianificare tutto e subito, ma che un cambiamento può avvenire iniziando con un piccolo passo per volta, fermandosi e ripartendo. Esiste anche il diritto di regalarsi delle pause.
Anche quello del libraio Achille è un personaggio molto particolare.
Si è ispirato a persone reali?
Ho conosciuto tanti coach che sono spesso un po' esaltati, perché molte volte in loro mancano un po' di saggezza e di esperienza della vita, per cui ho creato un coach invecchiato e realista. Quello del mentore del resto è un archetipo letterario, ma è sempre una persona delusa dalla vita, che spera che il suo allievo riesca meglio di lui. Pensando al mito del viaggio dell'eroe, mi sono sempre appassionato alla figura del mentore, a partire da Virgilio che guida Dante: lui conosce la strada per il Paradiso, ma si deve fermare prima e lasciare che sia solo Dante a entrarci, e questa è una delle maggiori ingiustizie della storia della letteratura. Achille è una specie di Virgilio.
Il problema maggiore dei percorsi di coaching, secondo me, è che quelli che li intraprendono si lasciano affabulare un po' troppo dai coach.
E del personaggio di Michele, cosa possiamo anticipare ai lettori?
Che era nato come puro maschio egoista. Ne ho discusso tanto con la mia editor, ma a un certo punto ho deciso di dargli una possibilità di riscatto. Il mondo è pieno di uomini che reprimono la propria sensibilità sotto birre e calcett ... Rispecchia comunque quella percentuale di maschi italiani, siamo all'incirca all'uno su tre, che non fa nulla in casa. Si riscatta perché in questa storia alla fine non ci sono buoni e cattivi.
In questo romanzo affronti moltissimi temi e argomenti: per esempio, troviamo la teoria dell'ipersensibilità.
Riguardo alla teoria dell'ipersensibilità, devo dire che l'ho scoperta qualche tempo fa: è una teoria del 1999 secondo la quale almeno una persona su cinque ne sarebbe afflitta. La trovo molto affascinante, un bel tema da approfondire. Per il bambino Nicolò non ho inventato nulla: da bambino io ero proprio così. La meditazione l'ho sperimentata in tempi recenti e la trovo ormai indispensabile, a me dà una ricarica energetica incredibile. Prendersi cura di se stessi è anche quello: sembrano poche cose - meditare, andare a correre - ma messe insieme funzionano tantissimo.
mercoledì 27 marzo 2019
Intervista a Valentina Schifilliti su "L'ora del te", la scrittura e The Rotten Salad
Per i suoi 102000 follower su Instagram è @larotten, ma in libreria ci arriva co il suo nome e cognome:Valentina Schifilliti, autrice di L'ora del te. Le (dis)avventure di Alice in Fashionland (Giunti) ha una personalità travolgente e una prosa che conquista.
L'abbiamo incontrata a Milano, nella sede di Giunti, ed ecco cosa ci ha raccontato!
Partiamo dal sottotitolo del tuo romanzo: da dove viene l'affinità con il personaggio di Alice nel paese delle Meraviglie?
Non sono scelte che si fanno a tavolino, ma nascono d'istinto. Confesso che per la protagonista mi sono ispirata alla mia amica Alice Basso, che è una delle poche persone che conosco a essersi mantenuta pura e coerente nel mondo social - mi piaceva che il personaggio avesse il suo nome - ma non saprei dire quando ho iniziato a pensare anche al romanzo di Carroll: in un certo senso, è come se fosse stato sempre lì. Ho letto e riletto il libro da bambina e anche crescendo, ho amato il cartone Disney anche se lo trovo un po' inquietante. Sicuramente mi ritrovo nella curiosità di Alice.
Hai un personaggio preferito, all'interno del tuo romanzo?
Quello di Margherita è l'unico personaggio che esiste davvero, mentre tutti gli altri sono frutto della mia fantasia. Lei nella realtà è una mia amica che, come Margherita, gestiva un bar. È il mio personaggio preferito di tutto il romanzo, ed è nella vita reale la prima persona che mi ha spinto a stare sui social nonostante il bello e il cattivo tempo.
Il tuo libro segue molti stilemi tipici della narrativa di sentimenti, anche se con degli scarti abbastanza marcati. Che rapporto hai con la narrativa rosa?
Da lettrice, nessuno. Amo i gialli e dei thriller, ma mi piacciono anche i libri di Guido Catalano. In generale, mi piace mixare i generi, che poi è anche una caratteristica del mio stile, perché mi piace sempre sdrammatizzare e mescolare argomenti seri e meno seri.
Gestisci un profilo instagram, per cui lavori associando sempre parole e immagini, ma scrivendo un romanzo hai dovuto lasciare da parte le immagini. Il tuo rapporto con la scrittura è cambiato molto passando dai post al romanzo?
No, ho scritto i capitoli del romanzo esattamente come scrivo di solito i post da mettere in rete: a mano, su una Moleskine. Io non sono una pura nativa digitale e resto legata alle agende, ai fogli e alle penne. Ho scritto i capitoli a mano trasferendoli a poco a poco sul computer. Con la penna riesco a seguire i pensieri meglio che attraverso la tastiera.
Quando hai aperto il tuo profilo Instagram era già il 2013. Com'era la tua vita prima di approdare in rete?
Lavoravo in comunità per tossicodipendenti e detenuti in misura alternativa al carcere, però sapevamo che gli ultimi arrivati tra noi sarebbero stati presto rimandati a casa. Instagram stava prendendo piede in quel periodo e avevo iniziato a seguire diversi profili. Una sera, a cena con amici, mi sono ritrovata a commentare le foto di alcune fashion blogger, finché qualcuno mi ha suggerito di aprire una pagina in cui prendere in giro quel mondo. Così ho cominciato a postare parodie delle foto di moda, a seguire le Fashion Week, cosa che poi mi è servita per scrivere una parte del libro. Non avete idea di quanto poco sappia di moda la gente che frequenta le sfilate...
A un certo punto volevo chiudere il profilo, poi ho cercato di migrare con calma verso altri argomenti: come avevo iniziato smitizzando il mondo della moda, poi mi sono divertita a parlare delle tisane, dei bibitoni, delle varie mode pseudoscientifiche.
L'importante era parlare di argomenti che mi piacessero. E poi le dinamiche del web sono strane: anche se hai trent'anni e pensi di essere una persona sana e razionale, capita che ti chiedi perché un tuo post abbia meno like di un altro.
E il personaggio della influencer che descrivi così bene nel romanzo?
È un mix di persone che ho conosciuto in questi anni, sono tutte in lotta una con l'altra contando i rispettivi follower.
È un mondo in cui si possono fare anche incontri autentici?
Assolutamente sì. Pochi, ma io ho amiche a cui sono legata fin dall'inizio. Cerco la compagnia di persone a cui, come me, in realtà non importi molto di quel mondo. Non mi preoccupo più di tanto dei follower, perché parto dal presupposto che loro sanno chi sono io, ma io non so chi sono loro, per cui non può mancarmi qualcuno che non conosco.
Se Instagram ti venisse a mancare continueresti a scrivere di te?
Sì, certo. Del resto sto scrivendo un altro libro, che avevo iniziato prima che Giunti mi chiedesse di scrivere questo, che perla delle mie esperienze in comunità.
C'è un contrasto tra il mondo effimero della rete e il fatto che Alice voglia fare la sarta, prima ancora che la stilista, perché le piace cucire fisicamente i suoi vestiti. Da dove è venuta l'idea di questo contrasto? L'abbandono del mondo concreto, materiale, anche creativo, in favore dell'effimero non è in fondo un problema che interessa le ultime generazioni?
Alice riesce a compiere il suo percorso proprio perché parte da una base materiale: è molto legata alla nonna sarta e al suo mondo di affetti. Lei stessa si percepisce come una mosca bianca rispetto alle influencer con cui entra in contatto: è proprio la materialità a renderla speciale e diversa.
Alice ha qualcosa di me e molto di diverse persone che conosco, che sono riuscite a vivere le loro esperienze in rete con delle difficoltà, ma senza perdere mai di vista se stessi e senza farsi schiavi del numero dei follower. Alice è il lato buono delle influencer.
Eppure anche Alice a un certo punto si perde dietro alle lusinghe della rete.
A te è capitato di trovarti in quella situazione?
A me è capitato di trovarmi a corto di argomenti o di foto da postare, perché non riuscivo più a mettere quello che sapevo che la gente si aspettava da me. Evitavo di mostrare me stessa, finché ho capito cosa volessi fare veramente. Bisogna anche dire che quando ho aperto il mio profilo avevo già ventisette anni, non ero più una ragazzina.
Cosa consigli per non smarrirsi nel mondo dei social?
Dipende molto dal punto da cui parti tu, da quanto tu cerchi di piacere agli altri anche nella vita offline. La ricerca del consenso può diventare un'ossessione anche fuori dalla rete. Io mi sento una persona completa: ho la mia vita, la famiglia, il lavoro, le amicizie e non cerco completamenti in rete
Come ti senti col tuo libro in mano?
Dopo due anni passati a scriverlo, correggerlo, editarlo, è una soddisfazione e una rivincita, pensando per esempio ai professori per i quali non dovevo nemmeno frequentare il liceo... Il pensiero di aver pubblicato un libro senza dover andare a bussare alle porte degli editori basta per dire che il web non è poi tutto il male. Senza Instagram non sarebbe stato possibile.
La mia sensazione comunque è che la gente si stia stancando di seguire un certo tipo di influencer, che adesso sia più alla ricerca di cose concrete. Per esempio consigli utili, pratici, da usare nella vita di ogni giorno.
L'ora del te. Le (dis)avventue di Alice in Fashionland di Valentina Schifilliti (Giunti) è in libreria, al prezzo di copertina di 14,90€.
L'abbiamo incontrata a Milano, nella sede di Giunti, ed ecco cosa ci ha raccontato!
Partiamo dal sottotitolo del tuo romanzo: da dove viene l'affinità con il personaggio di Alice nel paese delle Meraviglie?
Non sono scelte che si fanno a tavolino, ma nascono d'istinto. Confesso che per la protagonista mi sono ispirata alla mia amica Alice Basso, che è una delle poche persone che conosco a essersi mantenuta pura e coerente nel mondo social - mi piaceva che il personaggio avesse il suo nome - ma non saprei dire quando ho iniziato a pensare anche al romanzo di Carroll: in un certo senso, è come se fosse stato sempre lì. Ho letto e riletto il libro da bambina e anche crescendo, ho amato il cartone Disney anche se lo trovo un po' inquietante. Sicuramente mi ritrovo nella curiosità di Alice.
Hai un personaggio preferito, all'interno del tuo romanzo?
Quello di Margherita è l'unico personaggio che esiste davvero, mentre tutti gli altri sono frutto della mia fantasia. Lei nella realtà è una mia amica che, come Margherita, gestiva un bar. È il mio personaggio preferito di tutto il romanzo, ed è nella vita reale la prima persona che mi ha spinto a stare sui social nonostante il bello e il cattivo tempo.
Il tuo libro segue molti stilemi tipici della narrativa di sentimenti, anche se con degli scarti abbastanza marcati. Che rapporto hai con la narrativa rosa?
Da lettrice, nessuno. Amo i gialli e dei thriller, ma mi piacciono anche i libri di Guido Catalano. In generale, mi piace mixare i generi, che poi è anche una caratteristica del mio stile, perché mi piace sempre sdrammatizzare e mescolare argomenti seri e meno seri.
Gestisci un profilo instagram, per cui lavori associando sempre parole e immagini, ma scrivendo un romanzo hai dovuto lasciare da parte le immagini. Il tuo rapporto con la scrittura è cambiato molto passando dai post al romanzo?
No, ho scritto i capitoli del romanzo esattamente come scrivo di solito i post da mettere in rete: a mano, su una Moleskine. Io non sono una pura nativa digitale e resto legata alle agende, ai fogli e alle penne. Ho scritto i capitoli a mano trasferendoli a poco a poco sul computer. Con la penna riesco a seguire i pensieri meglio che attraverso la tastiera.
Quando hai aperto il tuo profilo Instagram era già il 2013. Com'era la tua vita prima di approdare in rete?
Lavoravo in comunità per tossicodipendenti e detenuti in misura alternativa al carcere, però sapevamo che gli ultimi arrivati tra noi sarebbero stati presto rimandati a casa. Instagram stava prendendo piede in quel periodo e avevo iniziato a seguire diversi profili. Una sera, a cena con amici, mi sono ritrovata a commentare le foto di alcune fashion blogger, finché qualcuno mi ha suggerito di aprire una pagina in cui prendere in giro quel mondo. Così ho cominciato a postare parodie delle foto di moda, a seguire le Fashion Week, cosa che poi mi è servita per scrivere una parte del libro. Non avete idea di quanto poco sappia di moda la gente che frequenta le sfilate...
A un certo punto volevo chiudere il profilo, poi ho cercato di migrare con calma verso altri argomenti: come avevo iniziato smitizzando il mondo della moda, poi mi sono divertita a parlare delle tisane, dei bibitoni, delle varie mode pseudoscientifiche.
L'importante era parlare di argomenti che mi piacessero. E poi le dinamiche del web sono strane: anche se hai trent'anni e pensi di essere una persona sana e razionale, capita che ti chiedi perché un tuo post abbia meno like di un altro.
E il personaggio della influencer che descrivi così bene nel romanzo?
È un mix di persone che ho conosciuto in questi anni, sono tutte in lotta una con l'altra contando i rispettivi follower.
È un mondo in cui si possono fare anche incontri autentici?
Assolutamente sì. Pochi, ma io ho amiche a cui sono legata fin dall'inizio. Cerco la compagnia di persone a cui, come me, in realtà non importi molto di quel mondo. Non mi preoccupo più di tanto dei follower, perché parto dal presupposto che loro sanno chi sono io, ma io non so chi sono loro, per cui non può mancarmi qualcuno che non conosco.
Se Instagram ti venisse a mancare continueresti a scrivere di te?
Sì, certo. Del resto sto scrivendo un altro libro, che avevo iniziato prima che Giunti mi chiedesse di scrivere questo, che perla delle mie esperienze in comunità.
C'è un contrasto tra il mondo effimero della rete e il fatto che Alice voglia fare la sarta, prima ancora che la stilista, perché le piace cucire fisicamente i suoi vestiti. Da dove è venuta l'idea di questo contrasto? L'abbandono del mondo concreto, materiale, anche creativo, in favore dell'effimero non è in fondo un problema che interessa le ultime generazioni?
Alice riesce a compiere il suo percorso proprio perché parte da una base materiale: è molto legata alla nonna sarta e al suo mondo di affetti. Lei stessa si percepisce come una mosca bianca rispetto alle influencer con cui entra in contatto: è proprio la materialità a renderla speciale e diversa.
Alice ha qualcosa di me e molto di diverse persone che conosco, che sono riuscite a vivere le loro esperienze in rete con delle difficoltà, ma senza perdere mai di vista se stessi e senza farsi schiavi del numero dei follower. Alice è il lato buono delle influencer.
Eppure anche Alice a un certo punto si perde dietro alle lusinghe della rete.
A te è capitato di trovarti in quella situazione?
A me è capitato di trovarmi a corto di argomenti o di foto da postare, perché non riuscivo più a mettere quello che sapevo che la gente si aspettava da me. Evitavo di mostrare me stessa, finché ho capito cosa volessi fare veramente. Bisogna anche dire che quando ho aperto il mio profilo avevo già ventisette anni, non ero più una ragazzina.
Cosa consigli per non smarrirsi nel mondo dei social?
Dipende molto dal punto da cui parti tu, da quanto tu cerchi di piacere agli altri anche nella vita offline. La ricerca del consenso può diventare un'ossessione anche fuori dalla rete. Io mi sento una persona completa: ho la mia vita, la famiglia, il lavoro, le amicizie e non cerco completamenti in rete
Come ti senti col tuo libro in mano?
Dopo due anni passati a scriverlo, correggerlo, editarlo, è una soddisfazione e una rivincita, pensando per esempio ai professori per i quali non dovevo nemmeno frequentare il liceo... Il pensiero di aver pubblicato un libro senza dover andare a bussare alle porte degli editori basta per dire che il web non è poi tutto il male. Senza Instagram non sarebbe stato possibile.
La mia sensazione comunque è che la gente si stia stancando di seguire un certo tipo di influencer, che adesso sia più alla ricerca di cose concrete. Per esempio consigli utili, pratici, da usare nella vita di ogni giorno.
L'ora del te. Le (dis)avventue di Alice in Fashionland di Valentina Schifilliti (Giunti) è in libreria, al prezzo di copertina di 14,90€.
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mercoledì 13 febbraio 2019
"Tutte le volte che ho pianto" di Catena Fiorello
Da quest'anno, il blog ospita le recensioni di Veronica Lempi, già collaboratrice de Gli Amanti dei Libri. Ecco cosa ha pensato di Tutte le volte che ho pianto di Catena Fiorello (Giunti)!
Catena Fiorello, in uscita oggi con il suo Tutte le volte che ho pianto (Giunti), è pronta a toccare le corde dell’anima, ancora una volta.
Un romanzo dedicato all'amore in tutte le sue forme, comunemente e non convenzionalmente inteso, incondizionato come quello di una mamma per una figlia e - allo stesso tempo - di una figlia per una mamma; inaspettato come quello di una nuova passione giunta, e colta, improvvisamente dopo una travagliata separazione; fedele, come quello di un siciliano per la sua terra ed il suo immenso mare; straziante ed eterno come quello per una sorella, strappata troppo presto alla vita.
Flora è una mamma single, ora, dopo un matrimonio vissuto in nome dell’amore e della menzogna a causa di un marito adultero. Ha una figlia di 15 anni in piena adolescenza, innamorata - ça va sans dire - follemente del suo papà, ed una madre caduta nella trappola della depressione in seguito alla morte del marito. Avendo vissuto molte delusioni fin da piccola, Flora si chiude in sé stessa, alza le barriere e abbassa le serrande: di fidarsi di qualcuno - un uomo soprattutto - non se ne parla più. È a quel punto che arriva Leo, bello e (im)possibile, reale e allo stesso tempo così utopico: conosce Flora e la sua storia prima che lei venga a conoscenza del suo nome, sa molto di lei e ancor più di quanto lei conosca di se stessa.
Leo riporta nella vita il dolore e l’amore: confida a Flora qualcosa di inedito, sconvolgente e inaspettato riguardo alla sua storia e alla sua esistenza, ed è proprio qui che lei rinasce.
Flora è una donna semplice, che potremmo ritrovare sul volto della vicina di casa, nello sguardo della panettiera, nel profumo di caffè in coda alla cassa di un bar la mattina. È la donna che tutte potremmo, e che alla fine del libro vorremmo, essere. Vera come tutti i personaggi raccontati da Catena Fiorello, che narra ancora una volta una storia di vita immaginata, che potrebbe a tutti gli effetti essere reale.
Co-protagonista e amica fedele di Flora è la Sicilia, presente in ogni scena attraverso il racconto di paesaggi veraci, espressioni autentiche e dettagli così precisi che solo la Sicilia potrebbe vantare.
Tutte le volte che ho pianto emoziona, diverte, ispira.
Ogni lettore può essere un potenziale ascoltatore perché ci sono messaggi chiari e forti, validi e valorosi a seconda di chi li legge, della sua esperienza e della sua esistenza.
Tutte le volte che ho pianto di Catena Fiorello (Giunti) è in libreria, al prezzo di copertina di 18€.
Catena Fiorello, in uscita oggi con il suo Tutte le volte che ho pianto (Giunti), è pronta a toccare le corde dell’anima, ancora una volta.
Un romanzo dedicato all'amore in tutte le sue forme, comunemente e non convenzionalmente inteso, incondizionato come quello di una mamma per una figlia e - allo stesso tempo - di una figlia per una mamma; inaspettato come quello di una nuova passione giunta, e colta, improvvisamente dopo una travagliata separazione; fedele, come quello di un siciliano per la sua terra ed il suo immenso mare; straziante ed eterno come quello per una sorella, strappata troppo presto alla vita.
Flora è una mamma single, ora, dopo un matrimonio vissuto in nome dell’amore e della menzogna a causa di un marito adultero. Ha una figlia di 15 anni in piena adolescenza, innamorata - ça va sans dire - follemente del suo papà, ed una madre caduta nella trappola della depressione in seguito alla morte del marito. Avendo vissuto molte delusioni fin da piccola, Flora si chiude in sé stessa, alza le barriere e abbassa le serrande: di fidarsi di qualcuno - un uomo soprattutto - non se ne parla più. È a quel punto che arriva Leo, bello e (im)possibile, reale e allo stesso tempo così utopico: conosce Flora e la sua storia prima che lei venga a conoscenza del suo nome, sa molto di lei e ancor più di quanto lei conosca di se stessa.
Leo riporta nella vita il dolore e l’amore: confida a Flora qualcosa di inedito, sconvolgente e inaspettato riguardo alla sua storia e alla sua esistenza, ed è proprio qui che lei rinasce.
Flora è una donna semplice, che potremmo ritrovare sul volto della vicina di casa, nello sguardo della panettiera, nel profumo di caffè in coda alla cassa di un bar la mattina. È la donna che tutte potremmo, e che alla fine del libro vorremmo, essere. Vera come tutti i personaggi raccontati da Catena Fiorello, che narra ancora una volta una storia di vita immaginata, che potrebbe a tutti gli effetti essere reale.
Co-protagonista e amica fedele di Flora è la Sicilia, presente in ogni scena attraverso il racconto di paesaggi veraci, espressioni autentiche e dettagli così precisi che solo la Sicilia potrebbe vantare.
Tutte le volte che ho pianto emoziona, diverte, ispira.
Ogni lettore può essere un potenziale ascoltatore perché ci sono messaggi chiari e forti, validi e valorosi a seconda di chi li legge, della sua esperienza e della sua esistenza.
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mercoledì 11 aprile 2018
A pranzo con Silena Santoni, per scoprire "Una ragazza affidabile"
Buongiorno a tutte, fanciulle (e fanciulli)!
Oggi il blog ha un'ospite davvero speciale, autrice di un romanzo che mi è piaciuto moltissimo e che ho avuto la fortuna di leggere in anteprima.
Ecco cosa ci ha raccontato a pranzo Silena Santoni sul suo romanzo d'esordio, "Una ragazza affidabile", in libreria grazie a Giunti (rilegato a 18€):
Un'eredità inattesa costringe Agnese a tornare a Firenze, la città in cui è nata e cresciuta e da cui è fuggita molti anni prima. Qui l'attende la sorella Micaela, che non vede da anni. La vita di Micaela ha seguito un percorso assai diverso, lontanissimo dalle scelte che Agnese ha fatto per sé: una vita tranquilla e sicura nella provinciale Ancona, un bravo marito benestante, due figlie allevate nell'agio, tutti valori che Micaela, sola, senza un'occupazione fissa, precaria per vocazione e per convinzione, irride. Attraverso un confronto che assume sempre più il carattere dello scontro, Agnese rivive, sullo sfondo dell'Italia degli anni Sessanta e Settanta, i ricordi dell'infanzia e della giovinezza: l'impegno nello studio, la lotta contro l'obesità, l'attrazione che evolve in amore per il cugino Sergio, il rapporto complesso con la sorella, l'invidia, mai del tutto riconosciuta, per quella propensione di Micaela a cavalcare le tumultuose vicende del suo tempo con naturalezza e incoscienza. Sembra un romanzo classico su uno dei temi narrativi ed esistenziali più archetipici: la conflittualità che spesso caratterizza i legami tra sorelle dal carattere opposto - una tranquilla e disciplinata, l'altra seduttiva e ribelle - e la resa dei conti che finalmente arriva dopo anni di incomprensioni e di silenzi. E invece, poco alla volta, inesorabilmente, il romanzo familiare si trasforma in qualcosa d'altro e di molto più inquietante. Mentre il viaggio nella memoria, negli anni più complicati e bui dell'adolescenza, sollecitato dal confronto con la sorella, riconduce Agnese al momento più doloroso e rimosso, quello che ha segnato per sempre la sua vita, un'altra preoccupazione interviene a caricarla d'ansia: le sue due figlie, in vacanza da sole e non raggiungibili telefonicamente, non danno notizie da giorni... In un susseguirsi di colpi di scena, le tessere del presente e del passato finalmente si ricompongono in un quadro imprevedibile. Tra una Firenze grigia e spenta e un paesaggio dolomitico dal quale salgono fumo e nebbie, la verità si fa largo solo all'ultimo, come un lampo accecante.
"Una ragazza affidabile" parla di sorelle, di donne, di lotte femministe e di segreti da svelare.
E di tutto questo ci ha parlato Silena Santoni, quando l'abbiamo incontrata in Giunti per una chiacchierata e un pranzo al femminile.
Leggendo il tuo romanzo - e senza svelare nulla della storia - viene quasi da pensare a quella "banalità del male" di cui parlò per prima Hannah Arendt, anche se forse nel caso delle tue protagoniste è un'espressione troppo forte.
Sì, io per prima faccio fatica a parlare del "male". Credo che Agnese e Micaela non siano tanto malvagie, quanto profondamente umane. La banalità del male è qualcosa di strutturato, mentre la vita delle mie protagoniste è vittima più volte della casualità. Forse possiamo parlare di banalità del caso?
Le due sorelle, nel loro lato malvagio e quello umano, sono anche diametralmente opposte. Sembrano quasi nate per evidenziare le reciproche differenze.
Sono figlia unica, ed avevo molta voglia d'indagare il legame tra sorelle proprio perchè non ne avevo esperienza diretta. Il fatto di non avere una sorella, poi, mi ha anche fatta sentire particolarmente libera, nel moemnto in cui sviluppavo i miei personaggi e i loro caratteri.
Non mi identifico in Agnese o in Micaela, anzi: le sento molto distanti da me.
Ho dato loro qualcuno dei miei ricordi, però, qualche luogo della mia giovinezza anche se trasfigurato. Non volevo assolutamente parlare di me, soprattutto perchè la mia vita non è stata particolarmente avventurosa.
Prese singolarmente, le due sorelle sono personaggi in fondo positivi, ma una volta insieme scatenano una forte negatività.
Questo perchè rivedersi scatena problemi e dolori del passato mai sopiti, oltre a una forte invidia, motivata in parte dalla loro paura di invecchiare (Micaela, per esempio, non accetta di non essere più la donna affascinante che era un tempo).
Agnese è la più crudele?
È sicuramente un personaggio negativo. All'inizio ho voluto raccontare i suoi problemi legati al peso, e forse qualcuno proverà simpatia per lei proprio per questo, ma resta una persona disturbata, cresciuta all'ombra di una sorella bella, estroversa, che l'ha ferita più volte, per la quale prova un rancore profondo e viscerale.
Nel romanzo ci porti indietro nel tempo, e racconti le lotte femministe della generazione precedente (alla mia, ndr). Quanto c'è della tua esperienza personale, in questa parte del libro?
Ci sono i miei ricordi, sicuramente, e un eco di tutto ciò che ho letto sull'argomento.
Ovviamente poi questo mix di materiali è stato filtrato e rielaborato, perchè volevo che quelli che sono i ricordi di Agnese e Micaela sembrassero autentici, che sembrassero proprio i loro.
Per esempio, io non sono stata una studentessa fuori sede, però il clima delle case dello studente l'ho respirato anch'io, indirettamente.
Ha parlato di letture: com'è stato il lavoro di ricerca?
Molto breve! Posso dire, però, che il personaggio di Sergio è ispirato a Guido Rossa, mentre per il fidanzato degli anni della lotta studentesca e dei brigatisti mi sono ispirata a Luca Mantini.
Parliamo di scrittura, e del suo ruolo nella tua vita.
Ho sempre adorato scrivere, fin da ragazza. Però non mi ero mai cimentata davvero, ad esempio nella stesura di un romanzo, perchè non era qualcosa di cui avessi maturato una vera e propria esigenza.
Il lavoro, la famiglia, la vita non mi hanno lasciato molto tempo, e gli amici che si cimentavano spesso mi parlavano delle dieci pagine critiche, quelle che una volta finite erano anche le uniche scritte prima di abbandonare il progetto. Non volevo finire così!
Quando ho sentito un vero e proprio bisogno di sedermi e scrivere, e ho avuto una storia da raccontare, ho iniziato a lavorare a "Una ragazza affidabile", e per fortuna sono andata oltre il blocco delle dieci pagine.
Per fortuna davvero, perchè "Una ragazza affidabile" è stata una lettura coinvolgente, ed è uno degli esordi più intriganti degli ultimi anni: è stato splendido incontrarne l'autrice, e ringrazio sia lei sia Giunti per la splendida opportunità.
Un bacio a tutte, fanciulle (e fanciulli)!
A presto <3
Oggi il blog ha un'ospite davvero speciale, autrice di un romanzo che mi è piaciuto moltissimo e che ho avuto la fortuna di leggere in anteprima.
Ecco cosa ci ha raccontato a pranzo Silena Santoni sul suo romanzo d'esordio, "Una ragazza affidabile", in libreria grazie a Giunti (rilegato a 18€):
Un'eredità inattesa costringe Agnese a tornare a Firenze, la città in cui è nata e cresciuta e da cui è fuggita molti anni prima. Qui l'attende la sorella Micaela, che non vede da anni. La vita di Micaela ha seguito un percorso assai diverso, lontanissimo dalle scelte che Agnese ha fatto per sé: una vita tranquilla e sicura nella provinciale Ancona, un bravo marito benestante, due figlie allevate nell'agio, tutti valori che Micaela, sola, senza un'occupazione fissa, precaria per vocazione e per convinzione, irride. Attraverso un confronto che assume sempre più il carattere dello scontro, Agnese rivive, sullo sfondo dell'Italia degli anni Sessanta e Settanta, i ricordi dell'infanzia e della giovinezza: l'impegno nello studio, la lotta contro l'obesità, l'attrazione che evolve in amore per il cugino Sergio, il rapporto complesso con la sorella, l'invidia, mai del tutto riconosciuta, per quella propensione di Micaela a cavalcare le tumultuose vicende del suo tempo con naturalezza e incoscienza. Sembra un romanzo classico su uno dei temi narrativi ed esistenziali più archetipici: la conflittualità che spesso caratterizza i legami tra sorelle dal carattere opposto - una tranquilla e disciplinata, l'altra seduttiva e ribelle - e la resa dei conti che finalmente arriva dopo anni di incomprensioni e di silenzi. E invece, poco alla volta, inesorabilmente, il romanzo familiare si trasforma in qualcosa d'altro e di molto più inquietante. Mentre il viaggio nella memoria, negli anni più complicati e bui dell'adolescenza, sollecitato dal confronto con la sorella, riconduce Agnese al momento più doloroso e rimosso, quello che ha segnato per sempre la sua vita, un'altra preoccupazione interviene a caricarla d'ansia: le sue due figlie, in vacanza da sole e non raggiungibili telefonicamente, non danno notizie da giorni... In un susseguirsi di colpi di scena, le tessere del presente e del passato finalmente si ricompongono in un quadro imprevedibile. Tra una Firenze grigia e spenta e un paesaggio dolomitico dal quale salgono fumo e nebbie, la verità si fa largo solo all'ultimo, come un lampo accecante.
"Una ragazza affidabile" parla di sorelle, di donne, di lotte femministe e di segreti da svelare.
E di tutto questo ci ha parlato Silena Santoni, quando l'abbiamo incontrata in Giunti per una chiacchierata e un pranzo al femminile.
Leggendo il tuo romanzo - e senza svelare nulla della storia - viene quasi da pensare a quella "banalità del male" di cui parlò per prima Hannah Arendt, anche se forse nel caso delle tue protagoniste è un'espressione troppo forte.
Sì, io per prima faccio fatica a parlare del "male". Credo che Agnese e Micaela non siano tanto malvagie, quanto profondamente umane. La banalità del male è qualcosa di strutturato, mentre la vita delle mie protagoniste è vittima più volte della casualità. Forse possiamo parlare di banalità del caso?
Le due sorelle, nel loro lato malvagio e quello umano, sono anche diametralmente opposte. Sembrano quasi nate per evidenziare le reciproche differenze.
Sono figlia unica, ed avevo molta voglia d'indagare il legame tra sorelle proprio perchè non ne avevo esperienza diretta. Il fatto di non avere una sorella, poi, mi ha anche fatta sentire particolarmente libera, nel moemnto in cui sviluppavo i miei personaggi e i loro caratteri.
Non mi identifico in Agnese o in Micaela, anzi: le sento molto distanti da me.
Ho dato loro qualcuno dei miei ricordi, però, qualche luogo della mia giovinezza anche se trasfigurato. Non volevo assolutamente parlare di me, soprattutto perchè la mia vita non è stata particolarmente avventurosa.
Prese singolarmente, le due sorelle sono personaggi in fondo positivi, ma una volta insieme scatenano una forte negatività.
Questo perchè rivedersi scatena problemi e dolori del passato mai sopiti, oltre a una forte invidia, motivata in parte dalla loro paura di invecchiare (Micaela, per esempio, non accetta di non essere più la donna affascinante che era un tempo).
Agnese è la più crudele?
È sicuramente un personaggio negativo. All'inizio ho voluto raccontare i suoi problemi legati al peso, e forse qualcuno proverà simpatia per lei proprio per questo, ma resta una persona disturbata, cresciuta all'ombra di una sorella bella, estroversa, che l'ha ferita più volte, per la quale prova un rancore profondo e viscerale.
Nel romanzo ci porti indietro nel tempo, e racconti le lotte femministe della generazione precedente (alla mia, ndr). Quanto c'è della tua esperienza personale, in questa parte del libro?
Ci sono i miei ricordi, sicuramente, e un eco di tutto ciò che ho letto sull'argomento.
Ovviamente poi questo mix di materiali è stato filtrato e rielaborato, perchè volevo che quelli che sono i ricordi di Agnese e Micaela sembrassero autentici, che sembrassero proprio i loro.
Per esempio, io non sono stata una studentessa fuori sede, però il clima delle case dello studente l'ho respirato anch'io, indirettamente.
Ha parlato di letture: com'è stato il lavoro di ricerca?
Molto breve! Posso dire, però, che il personaggio di Sergio è ispirato a Guido Rossa, mentre per il fidanzato degli anni della lotta studentesca e dei brigatisti mi sono ispirata a Luca Mantini.
Parliamo di scrittura, e del suo ruolo nella tua vita.
Ho sempre adorato scrivere, fin da ragazza. Però non mi ero mai cimentata davvero, ad esempio nella stesura di un romanzo, perchè non era qualcosa di cui avessi maturato una vera e propria esigenza.
Il lavoro, la famiglia, la vita non mi hanno lasciato molto tempo, e gli amici che si cimentavano spesso mi parlavano delle dieci pagine critiche, quelle che una volta finite erano anche le uniche scritte prima di abbandonare il progetto. Non volevo finire così!
Quando ho sentito un vero e proprio bisogno di sedermi e scrivere, e ho avuto una storia da raccontare, ho iniziato a lavorare a "Una ragazza affidabile", e per fortuna sono andata oltre il blocco delle dieci pagine.
Per fortuna davvero, perchè "Una ragazza affidabile" è stata una lettura coinvolgente, ed è uno degli esordi più intriganti degli ultimi anni: è stato splendido incontrarne l'autrice, e ringrazio sia lei sia Giunti per la splendida opportunità.
Un bacio a tutte, fanciulle (e fanciulli)!
A presto <3
mercoledì 15 novembre 2017
"Crossover" di Kwame Alexander
Buon pomeriggio a tutte, fanciulle (e fanciulli)!
La chiacchiera librosa di oggi è dedicata a "Crossover" di Kwame Alexander, edito Giunti (rilegato a 14€):
Josh Bell ha la testa piena di dreadlock e un talento naturale per il basket. Lui e suo fratello gemello Jordan sono i principi del campo. Ma oltre al basketball, nelle vene di Josh scorre anche il beat, con cui racconta - in versi veloci e furiosi - la sua difficoltà ad attenersi alle regole, in campo come nella vita. Ma chi sfida le regole spesso non si rende conto che il prezzo da pagare può essere altissimo, non solo per lui ma anche per chi gli sta accanto.
Un libro raro: veloce, trascinante e poetico, che fa vibrare corde profonde.
Dopo "One" di Sarah Crossan, che mi ha preso il cuore come pochi altri libri quest'anno (lo ritroverete tra i dieci preferiti del 2017? Probabile!), sono tornata a immergermi in un romanzo in versi: stavolta si tratta di quello che solo apparentemente è un romanzo sul basket, e che in realtà è un piccolo gioiello che parla di famiglia, amicizia, coraggio, sportività e molto, molto altro.
Ma partiamo dall'inizio!
Josh e Jordan Bell sono una coppia di fratelli gemelli che dà il maglio di sè sul campo di basket.
Il loro è talento vero, e mentre uno aspira ad andare alla Duke e l'altro brama di poter un giorno emulare il suo idolo, noi lettori possiamo godere di un racconto in forma di poesia onomatopeica (ma non solo) delle loro prodezze sul campo.
Kwame Alexander vi farà sentire i rumori, gli odori e persino i cambi di temperatura che caratterizzano un apartita di basket: sentirete il rimbalzare del pallone, il fruscio della rete del canestro, persino lo stridere delle suole in gomma delle scarpe dei fratelli Bell.
Questo perchè Josh non è solo un piccolo, grande giocatore: è anche un curioso mix di rapper e slam poet, capace di mettere la sua intera vita in versi e di recitarla al ritmo del battito del suo cuore.
La sua voce è così reale, vulnerabile, confusa, arrabbiata: è la voce di un adolescente, e mentre apparentemente le sue parole ci accompagnano attraverso quella che è una stagione di basket, in realtà il ragazzo condivide con noi lettori ogni sua emozione e sensazione, e ogni dettaglio della sua vita - da quelli più futili ai più rilevanti.
È un romanzo sul cambiamento, sulla crescita, sulla rottura degli equilibri e su quello che accade quando chi è accanto a te non si comporta più come vorresti (da Jordan, il gemello di Josh, che improvvisamente ha una ragazza ed è quindi meno interessato al basket, al padre dei gemelli Chuck che nonostante abbia problemi di salute si rifiuta di prenderli sul serio, lasciando Josh confuso e preoccupato).
"Crossover" è un piccolo gioiello perchè la voce di Josh arriva dritto al cuore, attraverso un diverso stile di composizione poetica in ogni capitolo e un vocabolario ricco, che vi farà venire voglia di rileggerlo anche in lingua originale per poterne apprezzare ogni sfumatura - cosa che ho prontamente fatto, rimanendone incantata.
E sì, vi troverete a leggere ad alta voce alcuni pezzi e a improvvisare un piccolo concerto rap nella vostra camera da letto, perchè le parole di Josh vanno anche ascoltate oltre che lette.
È un romanzo sul basket? Sì, senza dubbio: di basket ce n'è tantissimo, e ammetto che a tratti sono tornati utili gli anni passati a guardare "One Tree Hill" perchè abitualmente non seguo questo sport, ma in "Crossover" c'è tanto, tantissimo di più.
È un romanzo americano? Indubbiamente: il rap e l'hip-hop sono parte integrante della black culture, e non sempre l'appropriazione culturale ha dato esiti brillanti (con eccezioni luminose, quali Eminem e i Beastie Boys), ma credo che ci siano cose che trascendano l'identità culturale.
Quello che prova Josh sul e fuori dal campo è quello che agita il cuore di ogni adolescente là fuori, quel mix di voglia di sfondare e paura di un futuro che sembra complicato che abbiamo provato tutti - e che forse continuiamo a provare.
Mi ha conquistata da subito, mi ha costretta a una rilettura armata di matita e a un confronto con l'originale, mandando all'aria qualsiasi scaletta di letture io avessi fatto, e si è guadagnato le cinque stelle che non assegno quasi mai.
Rivedrete anche questo, tra i preferiti del 2017? Probabilmente ;)
Un bacio a tutte, fanciulle (e fanciulli)!
A presto <3
La chiacchiera librosa di oggi è dedicata a "Crossover" di Kwame Alexander, edito Giunti (rilegato a 14€):
Josh Bell ha la testa piena di dreadlock e un talento naturale per il basket. Lui e suo fratello gemello Jordan sono i principi del campo. Ma oltre al basketball, nelle vene di Josh scorre anche il beat, con cui racconta - in versi veloci e furiosi - la sua difficoltà ad attenersi alle regole, in campo come nella vita. Ma chi sfida le regole spesso non si rende conto che il prezzo da pagare può essere altissimo, non solo per lui ma anche per chi gli sta accanto.
Un libro raro: veloce, trascinante e poetico, che fa vibrare corde profonde.
Dopo "One" di Sarah Crossan, che mi ha preso il cuore come pochi altri libri quest'anno (lo ritroverete tra i dieci preferiti del 2017? Probabile!), sono tornata a immergermi in un romanzo in versi: stavolta si tratta di quello che solo apparentemente è un romanzo sul basket, e che in realtà è un piccolo gioiello che parla di famiglia, amicizia, coraggio, sportività e molto, molto altro.
Ma partiamo dall'inizio!
Josh e Jordan Bell sono una coppia di fratelli gemelli che dà il maglio di sè sul campo di basket.
Il loro è talento vero, e mentre uno aspira ad andare alla Duke e l'altro brama di poter un giorno emulare il suo idolo, noi lettori possiamo godere di un racconto in forma di poesia onomatopeica (ma non solo) delle loro prodezze sul campo.
Kwame Alexander vi farà sentire i rumori, gli odori e persino i cambi di temperatura che caratterizzano un apartita di basket: sentirete il rimbalzare del pallone, il fruscio della rete del canestro, persino lo stridere delle suole in gomma delle scarpe dei fratelli Bell.
Questo perchè Josh non è solo un piccolo, grande giocatore: è anche un curioso mix di rapper e slam poet, capace di mettere la sua intera vita in versi e di recitarla al ritmo del battito del suo cuore.
La sua voce è così reale, vulnerabile, confusa, arrabbiata: è la voce di un adolescente, e mentre apparentemente le sue parole ci accompagnano attraverso quella che è una stagione di basket, in realtà il ragazzo condivide con noi lettori ogni sua emozione e sensazione, e ogni dettaglio della sua vita - da quelli più futili ai più rilevanti.
È un romanzo sul cambiamento, sulla crescita, sulla rottura degli equilibri e su quello che accade quando chi è accanto a te non si comporta più come vorresti (da Jordan, il gemello di Josh, che improvvisamente ha una ragazza ed è quindi meno interessato al basket, al padre dei gemelli Chuck che nonostante abbia problemi di salute si rifiuta di prenderli sul serio, lasciando Josh confuso e preoccupato).
"Crossover" è un piccolo gioiello perchè la voce di Josh arriva dritto al cuore, attraverso un diverso stile di composizione poetica in ogni capitolo e un vocabolario ricco, che vi farà venire voglia di rileggerlo anche in lingua originale per poterne apprezzare ogni sfumatura - cosa che ho prontamente fatto, rimanendone incantata.
E sì, vi troverete a leggere ad alta voce alcuni pezzi e a improvvisare un piccolo concerto rap nella vostra camera da letto, perchè le parole di Josh vanno anche ascoltate oltre che lette.
È un romanzo sul basket? Sì, senza dubbio: di basket ce n'è tantissimo, e ammetto che a tratti sono tornati utili gli anni passati a guardare "One Tree Hill" perchè abitualmente non seguo questo sport, ma in "Crossover" c'è tanto, tantissimo di più.
È un romanzo americano? Indubbiamente: il rap e l'hip-hop sono parte integrante della black culture, e non sempre l'appropriazione culturale ha dato esiti brillanti (con eccezioni luminose, quali Eminem e i Beastie Boys), ma credo che ci siano cose che trascendano l'identità culturale.
Quello che prova Josh sul e fuori dal campo è quello che agita il cuore di ogni adolescente là fuori, quel mix di voglia di sfondare e paura di un futuro che sembra complicato che abbiamo provato tutti - e che forse continuiamo a provare.
Mi ha conquistata da subito, mi ha costretta a una rilettura armata di matita e a un confronto con l'originale, mandando all'aria qualsiasi scaletta di letture io avessi fatto, e si è guadagnato le cinque stelle che non assegno quasi mai.
Rivedrete anche questo, tra i preferiti del 2017? Probabilmente ;)
Un bacio a tutte, fanciulle (e fanciulli)!
A presto <3
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giovedì 9 novembre 2017
"Wonder. Tutte le storie" di R.J. Palacio
Buon pomeriggio a tutte, fanciulle (e fanciulli)!
La chiaccheira librosa di oggi è dedicata a "Wonder. Tutte le storie" di R.J. Palacio, edito Giunti (rilegato a 29,90€):
Da quanti punti di vista può essere letta una storia? C'è il punto di vista di Auggie naturalmente, ma anche quello di Julian, il più controverso dei personaggi di Wonder, quello di Christopher, il migliore amico di Auggie, o ancora il punto di vista di Charlotte, la compagna di classe che ha il compito di accogliere il nuovo arrivato. Ognuno ha una propria visione della storia, ma anche una nuova storia da raccontare, che si intreccia inevitabilmente con quella di Auggie.
Ci siamo: i quattro libri di R.J. Palacio racconti in un unico, coloratissimo volume!
Ora sapete cosa chiedere a Babbo Natale quest'anno ;)
"Wonder" di R.J. Palacio ha fatto da apripista al trend della #gentilezza, dando il via a quello che è in parte un movimeno e in parte tendenza, e oggi vorrei raccontarvi quella che è stata la mia, personalissima, esperienza con questa serie.
Ho letto "Wonder" tutto d'un fiato, complice una lezione cancellata e un pomeriggio di pioggia che mi hanno fatta rifugiare in una caffetteria e accoccolare su una poltrona con una cioccolata calda.
Che è diventata un cappuccino, perchè su quella poltrona ci sono rimasta per due ore: non mi sono alzata fino a quando non ho voltato l'ultima pagina, conquistata dalla storia tenera e struggente, e allo stesso tempo piena di positività di Auggie.
"Wonder" ha tre punti di forza: il primo è quello di essere scritto dal punto di vista di un ragazzino e con uno stile coerente a quello di quell'età. A tratti è davvero impossibile pensare che l'autrice sia invece una donna adulta, e questo vuol dire avere piena padronanza di un linguaggio e di uno stile. Io sono tornata bambina, leggendolo, e mi sono trovata a desiderare di poter essere una compagna di scuola di Auggie per poter diventare sua amica.
Il secondo è che tratta tematiche importanti, come la diversità, l'accettazione, il bullismo, la delicatezza degli equilibri famigliari, l'amore e il rispetto, ma senza mai perdere la leggerezza.
Mi si è spezzato il cuore pensando al bullismo di cui era vittima Auggie, e alcuni passaggi sul suo rapporto con la madre e con la sorella mi hanno fatto battere il cuore e sì, anche commuovere un po'.
Il terzo è che questo libro è pieno di belle frasi. E questo conta perché tutti, dei nostri libri preferiti, abbiamo quelle due o tre frasi che portiamo nel cuore, e in questo libro ne troverete moltissime.
Ne ho ricopiate tante nel mio quaderno delle citazioni, e altrettante le ho sparse per i social network perchè era impossibile tenerle per me. Andavano condivise!
Dopo "Wonder" sono arrivati i libri dedicati ai personaggi-spalla: Julian, Christopher, Charlotte.
Inutile dire che li ho collezionati tutti, ma il mio preferito in assoluto è quello di Julian, il bulletto incontrato nel romanzo.
R.J. Palacio ci racconta il bullismo che nasce dalla paura e dall'incomprensione, e ci regala una nonna strepitosa alla quale mi sono affezionata immediatamente.
Se ancora mancassero alla vostra collezione, ora non avete più scuse!
Insieme ad altri otto fan sfegatati della serie, per due settimane vi racconteremo il nostro rapporto con la serie, come l'abbamo scoperta, quando l'abbiamo letta e chi più ne ha più ne metta: restare con noi ;)
Un bacio a tutte, fanciulle (e fanciulli)!
A presto <3
La chiaccheira librosa di oggi è dedicata a "Wonder. Tutte le storie" di R.J. Palacio, edito Giunti (rilegato a 29,90€):
Da quanti punti di vista può essere letta una storia? C'è il punto di vista di Auggie naturalmente, ma anche quello di Julian, il più controverso dei personaggi di Wonder, quello di Christopher, il migliore amico di Auggie, o ancora il punto di vista di Charlotte, la compagna di classe che ha il compito di accogliere il nuovo arrivato. Ognuno ha una propria visione della storia, ma anche una nuova storia da raccontare, che si intreccia inevitabilmente con quella di Auggie.
Ci siamo: i quattro libri di R.J. Palacio racconti in un unico, coloratissimo volume!
Ora sapete cosa chiedere a Babbo Natale quest'anno ;)
"Wonder" di R.J. Palacio ha fatto da apripista al trend della #gentilezza, dando il via a quello che è in parte un movimeno e in parte tendenza, e oggi vorrei raccontarvi quella che è stata la mia, personalissima, esperienza con questa serie.
Ho letto "Wonder" tutto d'un fiato, complice una lezione cancellata e un pomeriggio di pioggia che mi hanno fatta rifugiare in una caffetteria e accoccolare su una poltrona con una cioccolata calda.
Che è diventata un cappuccino, perchè su quella poltrona ci sono rimasta per due ore: non mi sono alzata fino a quando non ho voltato l'ultima pagina, conquistata dalla storia tenera e struggente, e allo stesso tempo piena di positività di Auggie.
"Wonder" ha tre punti di forza: il primo è quello di essere scritto dal punto di vista di un ragazzino e con uno stile coerente a quello di quell'età. A tratti è davvero impossibile pensare che l'autrice sia invece una donna adulta, e questo vuol dire avere piena padronanza di un linguaggio e di uno stile. Io sono tornata bambina, leggendolo, e mi sono trovata a desiderare di poter essere una compagna di scuola di Auggie per poter diventare sua amica.
Il secondo è che tratta tematiche importanti, come la diversità, l'accettazione, il bullismo, la delicatezza degli equilibri famigliari, l'amore e il rispetto, ma senza mai perdere la leggerezza.
Mi si è spezzato il cuore pensando al bullismo di cui era vittima Auggie, e alcuni passaggi sul suo rapporto con la madre e con la sorella mi hanno fatto battere il cuore e sì, anche commuovere un po'.
Il terzo è che questo libro è pieno di belle frasi. E questo conta perché tutti, dei nostri libri preferiti, abbiamo quelle due o tre frasi che portiamo nel cuore, e in questo libro ne troverete moltissime.
Ne ho ricopiate tante nel mio quaderno delle citazioni, e altrettante le ho sparse per i social network perchè era impossibile tenerle per me. Andavano condivise!
Dopo "Wonder" sono arrivati i libri dedicati ai personaggi-spalla: Julian, Christopher, Charlotte.
Inutile dire che li ho collezionati tutti, ma il mio preferito in assoluto è quello di Julian, il bulletto incontrato nel romanzo.
R.J. Palacio ci racconta il bullismo che nasce dalla paura e dall'incomprensione, e ci regala una nonna strepitosa alla quale mi sono affezionata immediatamente.
Se ancora mancassero alla vostra collezione, ora non avete più scuse!
Insieme ad altri otto fan sfegatati della serie, per due settimane vi racconteremo il nostro rapporto con la serie, come l'abbamo scoperta, quando l'abbiamo letta e chi più ne ha più ne metta: restare con noi ;)
Un bacio a tutte, fanciulle (e fanciulli)!
A presto <3
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lunedì 12 giugno 2017
"Questo canto selvaggio" di Victoria Schwab
Buon pomeriggio a tutte, fanciulle (e fanciulli)!
La chiacchiera librosa di oggi è dedicata a "Questo canto selvaggio" di Victoria Schwab, edito Giunti (rilegato a 18€) in uscita il 14 Giugno:
Per anni Verity City è stata teatro di crimini e attentati, finché ogni episodio di violenza ha cominciato a generare mostri, creature d'ombra appartenenti a tre stirpi: i Corsai e i Malchai, avidi di carne e sangue umani, e i Sunai, più potenti, che come implacabili angeli vendicatori con il loro canto seducente catturano e divorano l'anima di chi si sia macchiato di gravi crimini. Ora la città è attraversata da un muro che separa due mondi inconciliabili e difende una fragile tregua: al Nord lo spietato Callum Harker offre ai ricchi protezione in cambio di denaro, mentre al Sud Henry Flynn, che ha perso la famiglia nella guerra civile, si è messo a capo di un corpo di volontari pronti a dare la vita pur di difendere i concittadini e ha accolto come figli tre Sunai. In caso di guerra la leva più efficace per trattare con Harker sarebbe la figlia. Così August, il più giovane Sunai, si iscrive in incognito alla stessa accademia di Kate per tenerla sotto controllo. Ma lei, irrequieta, implacabile e decisa a tutto pur di dimostrare al padre di essere sua degna erede, non è un'ingenua...
Un romanzo tenebroso, seducente e vividamente cinematografico.
Quanto abbiamo aspettato che Victoria Schwab venisse tradotta in italiano?!
A me è sembrato un tempo infinito, ma ecco che "This Savage Song" arriva finalmente nelle nostre librerie, e giusto in tempo visto che il 13 Giugno esce in lingua originale "Our Dark Duet", secondo e ultimo volume della duologia.
Non è semplice recensire questo libro, che è sicuramente lo young adult più intrigante ed appassionante letto nel 2017 finora.
Ma Victoria Schwab è una romanziera raffinata e bisogna fare giustizia a tutto ciò che è riuscita a concentrare in un solo libro, è non è facile.
Il mondo di "Questo canto selvaggio" è un mondo in cui coesistono quattro specie: gli umani, i Corsai, i Malchai e i Sunai.
I primi - va da sè - sono i più deboli, perchè le altre tre specie sono, letteralmente, mostruose.
I Corsai vivono nell'ombra, i Malchai stringono oscure alleanze di giorno e diventano avidi cacciatori di carne umana di notte, e i Sunai si cibano di anime umane estratte dai corpi dei proprietari attraverso la musica.
Ed è proprio di un Sunai che diventiamo subito compagni di avventura: August, violinista letale e figlio adottivo di Henry Flynn, è cresciuto con un desiderio lacerante di non essere un mostro e anzi, insieme al patrigno e al fratello maggiore, si adopera come vero e proprio vigilante dando la caccia ai Malchai più irrequieti, salvando così vite umane.
Persino quella di Kate, nonostante sia figlia dell'acerrimo nemico del padre adottivo e capo della parte Nord della città di Verity, in cui in cambio di denaro Harker assicura protezione ai più ricchi vendendo speciali medaglioni metallici capaci di tenere a bada i mostri.
I due ragazzi si incontrano a scuola, e si trovano a fuggire insieme nella notte dopo essere sopravvissuti a un'imboscata: a Verity nessuno è chi dice di essere, e sia Kate che August imparano presto che sono poche le persone di cui possono fidarsi.
Meno di quelle che credevano.
Bellissimo. Mi sono tuffata sull'ebook spronata dall'uscita in Italia, e sono felice di averlo letto solo ora perchè potrò scoprire subito come andrà a finire la storia di August e Kate: l'autrice lascia i lettori con fiato sospeso, tra rivelazioni e doppie facce venute alla luce, ed è impossibile non chiedersi "e adesso?!" una volta raggiunta l'ultima pagina.
Ho trovato affascinanti entrambi i protagonisti, e interessanti gli argomenti che li vedono coinvolti: in August abbiamo un forte conflitto interiore tra natura - ciò che sei - e identità - ciò che costruisci.
Solo perchè sei nato mostro, devi esserlo per forza?
O puoi scegliere di fare la cosa giusta?
Il giovane Sunai lotta contro la sua natura in ogni momento, e anche se spesso è talmente esausto da chiedersi se ne valga la pena, di fatto non molla mai.
Kate, da parte sua, è davvero una bomba ad orologeria.
Dopo la morte della madre è stata tenuta a distanza dal padre, iscritta in ogni collegio e istituto possibile purchè fosse lontana da Verity, e forse una ragione c'era: appena tornata, tutto ciò che le importa è dimostrare al padre di essere degna di restare al suo fianco, per poi scoprire che l'amore, forse, è qualcosa che ti fa accettare per ciò che sei, e che non prevede che diventi una versione peggiore di te.
È pronta a diventare fredda, calcolatrice, bugiarda e bramosa di potere?
O sceglierà un'altra strada?
Dovrete leggerlo per scoprirlo, e procuratevi generi di conforto prima di iniziare perchè finirete il libro a notte fonda e realizzerete di esservi dimenticati della cena, della doccia e anche del proposito di andare a dormire presto.
Impossibile da mettere giù e consigliatissimo: DOVETE leggerlo!
Un bacio a tutte, fanciulle (e fanciulli)!
A presto <3
La chiacchiera librosa di oggi è dedicata a "Questo canto selvaggio" di Victoria Schwab, edito Giunti (rilegato a 18€) in uscita il 14 Giugno:
Per anni Verity City è stata teatro di crimini e attentati, finché ogni episodio di violenza ha cominciato a generare mostri, creature d'ombra appartenenti a tre stirpi: i Corsai e i Malchai, avidi di carne e sangue umani, e i Sunai, più potenti, che come implacabili angeli vendicatori con il loro canto seducente catturano e divorano l'anima di chi si sia macchiato di gravi crimini. Ora la città è attraversata da un muro che separa due mondi inconciliabili e difende una fragile tregua: al Nord lo spietato Callum Harker offre ai ricchi protezione in cambio di denaro, mentre al Sud Henry Flynn, che ha perso la famiglia nella guerra civile, si è messo a capo di un corpo di volontari pronti a dare la vita pur di difendere i concittadini e ha accolto come figli tre Sunai. In caso di guerra la leva più efficace per trattare con Harker sarebbe la figlia. Così August, il più giovane Sunai, si iscrive in incognito alla stessa accademia di Kate per tenerla sotto controllo. Ma lei, irrequieta, implacabile e decisa a tutto pur di dimostrare al padre di essere sua degna erede, non è un'ingenua...
Un romanzo tenebroso, seducente e vividamente cinematografico.
Quanto abbiamo aspettato che Victoria Schwab venisse tradotta in italiano?!
A me è sembrato un tempo infinito, ma ecco che "This Savage Song" arriva finalmente nelle nostre librerie, e giusto in tempo visto che il 13 Giugno esce in lingua originale "Our Dark Duet", secondo e ultimo volume della duologia.
Non è semplice recensire questo libro, che è sicuramente lo young adult più intrigante ed appassionante letto nel 2017 finora.
Ma Victoria Schwab è una romanziera raffinata e bisogna fare giustizia a tutto ciò che è riuscita a concentrare in un solo libro, è non è facile.
Il mondo di "Questo canto selvaggio" è un mondo in cui coesistono quattro specie: gli umani, i Corsai, i Malchai e i Sunai.
I primi - va da sè - sono i più deboli, perchè le altre tre specie sono, letteralmente, mostruose.
I Corsai vivono nell'ombra, i Malchai stringono oscure alleanze di giorno e diventano avidi cacciatori di carne umana di notte, e i Sunai si cibano di anime umane estratte dai corpi dei proprietari attraverso la musica.
Ed è proprio di un Sunai che diventiamo subito compagni di avventura: August, violinista letale e figlio adottivo di Henry Flynn, è cresciuto con un desiderio lacerante di non essere un mostro e anzi, insieme al patrigno e al fratello maggiore, si adopera come vero e proprio vigilante dando la caccia ai Malchai più irrequieti, salvando così vite umane.
Persino quella di Kate, nonostante sia figlia dell'acerrimo nemico del padre adottivo e capo della parte Nord della città di Verity, in cui in cambio di denaro Harker assicura protezione ai più ricchi vendendo speciali medaglioni metallici capaci di tenere a bada i mostri.
I due ragazzi si incontrano a scuola, e si trovano a fuggire insieme nella notte dopo essere sopravvissuti a un'imboscata: a Verity nessuno è chi dice di essere, e sia Kate che August imparano presto che sono poche le persone di cui possono fidarsi.
Meno di quelle che credevano.
Bellissimo. Mi sono tuffata sull'ebook spronata dall'uscita in Italia, e sono felice di averlo letto solo ora perchè potrò scoprire subito come andrà a finire la storia di August e Kate: l'autrice lascia i lettori con fiato sospeso, tra rivelazioni e doppie facce venute alla luce, ed è impossibile non chiedersi "e adesso?!" una volta raggiunta l'ultima pagina.
Ho trovato affascinanti entrambi i protagonisti, e interessanti gli argomenti che li vedono coinvolti: in August abbiamo un forte conflitto interiore tra natura - ciò che sei - e identità - ciò che costruisci.
Solo perchè sei nato mostro, devi esserlo per forza?
O puoi scegliere di fare la cosa giusta?
Il giovane Sunai lotta contro la sua natura in ogni momento, e anche se spesso è talmente esausto da chiedersi se ne valga la pena, di fatto non molla mai.
Kate, da parte sua, è davvero una bomba ad orologeria.
Dopo la morte della madre è stata tenuta a distanza dal padre, iscritta in ogni collegio e istituto possibile purchè fosse lontana da Verity, e forse una ragione c'era: appena tornata, tutto ciò che le importa è dimostrare al padre di essere degna di restare al suo fianco, per poi scoprire che l'amore, forse, è qualcosa che ti fa accettare per ciò che sei, e che non prevede che diventi una versione peggiore di te.
È pronta a diventare fredda, calcolatrice, bugiarda e bramosa di potere?
O sceglierà un'altra strada?
Dovrete leggerlo per scoprirlo, e procuratevi generi di conforto prima di iniziare perchè finirete il libro a notte fonda e realizzerete di esservi dimenticati della cena, della doccia e anche del proposito di andare a dormire presto.
Impossibile da mettere giù e consigliatissimo: DOVETE leggerlo!
Un bacio a tutte, fanciulle (e fanciulli)!
A presto <3
giovedì 8 giugno 2017
A pranzo con Francesco Gungui,
per scoprire "Tutto il tempo che vuoi"
Buongiorno a tutte, fanciulle (e fanciulli)!
Oggi vi racconto un libro, e un pranzo. In fondo quella di libri e cibo resta una delle accoppiate perfette, giusto?
Ed è stato proprio davanti a un menu veg a chilometro zero che abbiamo potuto scoprire "Tutto il tempo che vuoi", il nuovo romanzo di Francesco Gungui, edito Giunti (rilegato a 14,90€):
Un mutuo per un bilocale in centro, un lavoro da editor in un grande gruppo editoriale, una fidanzata di lungo corso, il progetto di un figlio. Per Franz, 36 anni, la vita, almeno sulla carta, sembrerebbe avviata sui binari giusti. Fino a che tutto crolla all'improvviso: il suo capo gli dà il benservito per aver rifiutato un romanzo erotico che sta scalando le classifiche per la concorrenza, mentre a casa Lucia lo aspetta in lacrime. Di punto in bianco Franz è costretto a inventarsi un piano B e ripartire dal via.
Unica àncora di salvezza: la passione per la cucina. Da ghostwriter a ghostchef, da giovane uomo in carriera ad affittacamere, fino all'incontro con Camilla, madre divorziata di un ragazzino preadolescente, e ancora scottata dalla sua ultima relazione. Ma proprio quando le cose sembrano sul punto di raddrizzarsi, un altro colpo di scena rischia di far saltare completamente i piani di Franz...
Ecco cosa ci siamo raccontati nella bellissima cornice di "Un posto a Milano", ristorante a chilometro zero (o quasi) in via Cuccagna 2 a Milano!
Partiamo dal tuo nuovo protagonista, Franz. Indubbiamente ti assomiglia, ma di preciso quanto c'è di vero nella sua storia, e quanto di inventato?
C'è moltissimo di vero!
Tutto ciò che riguarda il suo lavoro, per esempio: io stesso sono un editor, e ho lavorato in Mondadori. Un occhio attento riconosce la sede di Segrate, e chissà, forse anche qualche ruolo...
Ho preso molto dalla mia esperienza personale.
La casa di Franz nel libro è vera: è proprio la mia! E poi la passione per la cucina, che è anche una passione personale: amo cucinare, e cucino proprio come Franz. Condivido con Franz il fatto di apprezzare il buon cibo e il buon vino, in questo sono assolutamente io.
Inoltre, per due anni ho fatto l'aiuto-cuoco e, quando ho pubblicato il mio primo libro, si trattava di un ricettario.
Ma ho attinto anche dalle storie personali di amici e persone a me vicine: ho un'amica ed ex-coinquilina che, come il coinquilino di Franz, ha deciso di mollare tutto, lasciando un lavoro sicuro, trasferirsi a Londra e aprire una focacceria.
C'è qualcosa di me anche nell'amico sposato di Franz, anche se spero che la mia storia personale abbia un epilogo diverso.
Piccola parentesi sulla cucina: cosa ne pensi del fenomeno show-cooking? Moda passeggera?
A me diverte molto: guardavo Masterchef ed Hell's Kitchen, all'inizio, trovandoli spassosi.
Certo, poi anche lì si è creato questo meccanismo per cui lo chef dev'essere crudele, i concorrenti devono avere la storia personale complicata, ecc.ecc.
Da appassionato di cucina, comunque, devo dire che se mi fai guardare qualcuno che spadella mi intrattiene davvero.
Ricollegandoci al tuo romanzo e alla scelta di Franz, ma con un occhio all'attualità, possiamo dire che quello del "piano B" legato alla cucina sia un fenomeno molto diffuso.
È vero, è una scelta diffusa. È una scelta calibrata sui valori elaborati nel corso della vita.
Quando a 35 anni decidi di cambiare vita vuol dire che ti sei guardato dentro, hai riflettuto sulla tua storia e ti sei detto "e adesso? Come vogliamo che prosegua questa storia?"
Il fatto che spesso tutto ciò porti a orientarsi verso la cucina deriva anche dal fatto che sia un settore in cui si può ancora fare molto.
Voglio però fare un appunto: io non credo nei "piani B", nel senso che non credo nei sogni nel cassetto. Il cassetto è un posto dove accumulare le bollette da pagare, le chiavi: non è il posto in cui convervare un sogno!
"Piano B" è come dire "piano di riserva", e invece secondo me si tratta di nuovi desideri, nuove competenze da acquisire, nuovi obbiettivi da raggiungere.
È la possibilità di fermarsi e studiare una strada alternativa a quella già percorsa.
La mia vita è sttaa un continuo piano B: volevo frequentare l'Accademia di Belle Arti di Brera, ma non mi hanno ammesso. Quindi ho frequentato il corso di Arti Applicate al Castello Sforzesco.
Nel frattempo sono andato via di casa e ho iniziato a lavorare in un bar.
Mi sono iscritto all'università, mi sono laureato e ancora non avevo le idee chiare su cosa volessi davvero fare: nel frattempo avevo scritto un libro di cucina e lo avevo pubblicato.
Non guadagnavo abbastanza da mantenermi, e quindi ho iniziato a lavorare per il mio editore. Prima ho consegnato libri, e poi ho iniziato a lavorare come editor.
C'è stato un momento in cui pensavo di trasferirmi a Londra per fare il cuoco, ma ho conosciuto la donna che poi sarebbe diventata mia moglie e quindi eccomi qui; sono rimasto e lavoro come editor, oltre che come scrittore.
Il titolo del mio romanzo, "Tutto il tempo che vuoi", per me significa anche questo: avere il tempo per coltivare più opzioni, per prendere più strade e per fare più di una cosa, perchè sono davvero tantissime, le cose belle che si possono fare.
Ho letto la tua trilogia "Inferno-Purgatorio-Paradiso" e il tuo "Con te ho imparato a volare" (per ragazzi ed editi Fabbri Editori, ndr) e sono curiosa: cosa cambia in fase di scrittura quando si affronta un progetto seriale rispetto a un romanzo autoconclusivo, e cosa c'è dietro al passaggio dalla letteratura per ragazzi alla narrativa?
Rispondo prima alla seconda parte della domanda, dicendoti che era un passaggio fisiologico e necessario. Ho scritto dieci romanzi rivolti a un pubblico giovane, alcuni realistici e alcuni di fantascienza, raccontando quel periodo della vita da tutti i punti di vista.
Mi sono divertito tantissimo, e penso che lo rifarò in futuro, ma nel frattempo sono cresciuto e le storie che si sono accumulate nella mia testa avevano protagonisti non più adolescenti ma adulti.
Quando mi sono trovato per le mani Franz, era un personaggio che avrei potuto essere io se avessi preso una strada diversa, e da lì ho raccontato la sua storia.
Comunque in "Tutto il tempo che vuoi" c'è un preadolescente, Martino, che è un po' un testimone del mio passato e racconta ai lettori il mio passato e da dove vengo come scrittore.
Per quanto riguarda le differenze di approccio e di scrittura, inizio col dire che il libro auconclusivo è il vero romanzo, mentre la serie si avvicina alla narrazione tipica di della televisione e serve a raggiungere l'obbiettivo di creare un mondo allargato.
Stavolta volevo raccontare una storia che avesse un inizio e la sua conclusione e, anzi, lo dico da ora: non scriverò mai un seguito. Voglio che sia il lettore ad immaginarlo.
Dal punto di vista della scrittura non credo cambi molto, o almeno per me è così.
Ricollegandomi alla mia esperienza con la cucina, trovo che sia stata un'ottima scuola per me: sia la cucina che la scrittura hanno bisogno di tecnica, esperienza e creatività.
Non solo cucina, ma anche musica: nel romanzo viene citata una canzone, "Smells Like Teen Spirit" dei Nirvana.
Quella canzone è il marchio generazionale: Franz ha la mia età, e si ritrova a 36 anni in una sorta di nuova, breve adolescenza, quella canzone rappresenta un'ancora emotiva al suo passato e che trasferisce a Martino, il vero adolescente della storia.
E poi io sono un superfan dei Nirvana, al punto che da giovane suonavo la chitarra e cantavo in un gruppo grunge.
Hai citato Martino: da dove nasce questo personaggio?
Avendo alle spalle dieci romanzi per ragazzi e adolescenti, un personaggio è "scappato" fuori da quei libri ed è entrato in questo. È un testimone del mio passato.
Mi piaceva la figura di questo figlio di genitori separati perchè mi permetteva di affrontare anche questo tema, e volevo che ci fosse la schiettezza dei bambini e dei preadolescenti perchè da adulto a comportarti così sembri un sociopatico. Volevo la verità che porta il suo personaggio nella storia, oltre alla sua sofferenza: anche lui, come Franz, è in un momento della sua vita in cui si sta mettendo in discussione. Martino ha un ruolo speciale, quello di "lifecoach" di Franz, anche se in modo particolare.
Parliamo di titolo e copertina: perchè "Tutto il tempo che vuoi" e perchè le tazzine?
All'inizio il romanzo si chiamava in modo diverso, "Tutta un'altra vita", perchè pensavo che fosse un'espressione ca mbia completamente di significato a seconda di come viene pronunciata.
Può esprimere stupore per un risultato positivo o rimpianto per ciò che non è stato.
Il mio protagonista guarda alla sua vita in entrambi i modi, nel romanzo, e mi sembrava che questa espressione lo raccontasse nel modo giusto.
Poi ho preferito "Tutto il tempo che vuoi", suggerito dalla mia editor, perchè ci tenevo che passasse questa idea.
Hai tutto il tempo che vuoi, è un tempo che c'è davvero... quindi agisci.
Hai tutto il tempo che vuoi per raggiungere i tuoi obbiettivi.
Per quanto riguarda la copertina, ne abbiamo viste tantissime.
Sono arrivate queste tre tazzine, e all'inizio non ne sono rimasto conquistato.
Poi ci ho visto il tempo, il caffè, tre personaggi che stavano su unico piattino, il fondo rosso che trasmetteva emozione. Ci ho visto il mio romanzo, e per fortuna ho avuto pareri positivi.
Ultima domanda: scrittore, editor... ma anche lettore. Che lettore sei?
Un lettore esigente, o meglio, puntiglioso.
Ho lo sguardo da editor, quindi sono come un cuoco che va al ristorante.
Mi trovo a pensare che qui avrei sviluppato di più la storia, che qui avrei scritto una frase in modo diverso, e via dicendo.
Il mio autore preferito senza dubbio è Nick Hornby, però: se esistesse un suo peluche lo acquisterei.
I suoi romanzi che ho preferito sono stati "About a boy" e "Come diventare buoni".
Condivido quella che è la sua capacità di mischiare ironia, divertimento e dolore.
Grazie a Giunti e a Francesco Gungui per la bellissima opportunità di incontrarsi davanti a un pranzo e di scoprire insieme "Tutto il tempo che vuoi", romanzo che vi consiglio con il cuore in mano perchè mi ha presa al punto da leggerlo in una notte - e non solo perchè dovevo finirlo in tempo per l'incontro ;)
Un bacio a tutte, fanciulle (e fanciulli)!
A presto <3
Oggi vi racconto un libro, e un pranzo. In fondo quella di libri e cibo resta una delle accoppiate perfette, giusto?
Ed è stato proprio davanti a un menu veg a chilometro zero che abbiamo potuto scoprire "Tutto il tempo che vuoi", il nuovo romanzo di Francesco Gungui, edito Giunti (rilegato a 14,90€):
Un mutuo per un bilocale in centro, un lavoro da editor in un grande gruppo editoriale, una fidanzata di lungo corso, il progetto di un figlio. Per Franz, 36 anni, la vita, almeno sulla carta, sembrerebbe avviata sui binari giusti. Fino a che tutto crolla all'improvviso: il suo capo gli dà il benservito per aver rifiutato un romanzo erotico che sta scalando le classifiche per la concorrenza, mentre a casa Lucia lo aspetta in lacrime. Di punto in bianco Franz è costretto a inventarsi un piano B e ripartire dal via.
Unica àncora di salvezza: la passione per la cucina. Da ghostwriter a ghostchef, da giovane uomo in carriera ad affittacamere, fino all'incontro con Camilla, madre divorziata di un ragazzino preadolescente, e ancora scottata dalla sua ultima relazione. Ma proprio quando le cose sembrano sul punto di raddrizzarsi, un altro colpo di scena rischia di far saltare completamente i piani di Franz...
Ecco cosa ci siamo raccontati nella bellissima cornice di "Un posto a Milano", ristorante a chilometro zero (o quasi) in via Cuccagna 2 a Milano!
Partiamo dal tuo nuovo protagonista, Franz. Indubbiamente ti assomiglia, ma di preciso quanto c'è di vero nella sua storia, e quanto di inventato?
C'è moltissimo di vero!
Tutto ciò che riguarda il suo lavoro, per esempio: io stesso sono un editor, e ho lavorato in Mondadori. Un occhio attento riconosce la sede di Segrate, e chissà, forse anche qualche ruolo...
Ho preso molto dalla mia esperienza personale.
La casa di Franz nel libro è vera: è proprio la mia! E poi la passione per la cucina, che è anche una passione personale: amo cucinare, e cucino proprio come Franz. Condivido con Franz il fatto di apprezzare il buon cibo e il buon vino, in questo sono assolutamente io.
Inoltre, per due anni ho fatto l'aiuto-cuoco e, quando ho pubblicato il mio primo libro, si trattava di un ricettario.
Ma ho attinto anche dalle storie personali di amici e persone a me vicine: ho un'amica ed ex-coinquilina che, come il coinquilino di Franz, ha deciso di mollare tutto, lasciando un lavoro sicuro, trasferirsi a Londra e aprire una focacceria.
C'è qualcosa di me anche nell'amico sposato di Franz, anche se spero che la mia storia personale abbia un epilogo diverso.
Piccola parentesi sulla cucina: cosa ne pensi del fenomeno show-cooking? Moda passeggera?
A me diverte molto: guardavo Masterchef ed Hell's Kitchen, all'inizio, trovandoli spassosi.
Certo, poi anche lì si è creato questo meccanismo per cui lo chef dev'essere crudele, i concorrenti devono avere la storia personale complicata, ecc.ecc.
Da appassionato di cucina, comunque, devo dire che se mi fai guardare qualcuno che spadella mi intrattiene davvero.
Ricollegandoci al tuo romanzo e alla scelta di Franz, ma con un occhio all'attualità, possiamo dire che quello del "piano B" legato alla cucina sia un fenomeno molto diffuso.
È vero, è una scelta diffusa. È una scelta calibrata sui valori elaborati nel corso della vita.
Quando a 35 anni decidi di cambiare vita vuol dire che ti sei guardato dentro, hai riflettuto sulla tua storia e ti sei detto "e adesso? Come vogliamo che prosegua questa storia?"
Il fatto che spesso tutto ciò porti a orientarsi verso la cucina deriva anche dal fatto che sia un settore in cui si può ancora fare molto.
Voglio però fare un appunto: io non credo nei "piani B", nel senso che non credo nei sogni nel cassetto. Il cassetto è un posto dove accumulare le bollette da pagare, le chiavi: non è il posto in cui convervare un sogno!
"Piano B" è come dire "piano di riserva", e invece secondo me si tratta di nuovi desideri, nuove competenze da acquisire, nuovi obbiettivi da raggiungere.
È la possibilità di fermarsi e studiare una strada alternativa a quella già percorsa.
La mia vita è sttaa un continuo piano B: volevo frequentare l'Accademia di Belle Arti di Brera, ma non mi hanno ammesso. Quindi ho frequentato il corso di Arti Applicate al Castello Sforzesco.
Nel frattempo sono andato via di casa e ho iniziato a lavorare in un bar.
Mi sono iscritto all'università, mi sono laureato e ancora non avevo le idee chiare su cosa volessi davvero fare: nel frattempo avevo scritto un libro di cucina e lo avevo pubblicato.
Non guadagnavo abbastanza da mantenermi, e quindi ho iniziato a lavorare per il mio editore. Prima ho consegnato libri, e poi ho iniziato a lavorare come editor.
C'è stato un momento in cui pensavo di trasferirmi a Londra per fare il cuoco, ma ho conosciuto la donna che poi sarebbe diventata mia moglie e quindi eccomi qui; sono rimasto e lavoro come editor, oltre che come scrittore.
Il titolo del mio romanzo, "Tutto il tempo che vuoi", per me significa anche questo: avere il tempo per coltivare più opzioni, per prendere più strade e per fare più di una cosa, perchè sono davvero tantissime, le cose belle che si possono fare.
Ho letto la tua trilogia "Inferno-Purgatorio-Paradiso" e il tuo "Con te ho imparato a volare" (per ragazzi ed editi Fabbri Editori, ndr) e sono curiosa: cosa cambia in fase di scrittura quando si affronta un progetto seriale rispetto a un romanzo autoconclusivo, e cosa c'è dietro al passaggio dalla letteratura per ragazzi alla narrativa?
Rispondo prima alla seconda parte della domanda, dicendoti che era un passaggio fisiologico e necessario. Ho scritto dieci romanzi rivolti a un pubblico giovane, alcuni realistici e alcuni di fantascienza, raccontando quel periodo della vita da tutti i punti di vista.
Mi sono divertito tantissimo, e penso che lo rifarò in futuro, ma nel frattempo sono cresciuto e le storie che si sono accumulate nella mia testa avevano protagonisti non più adolescenti ma adulti.
Quando mi sono trovato per le mani Franz, era un personaggio che avrei potuto essere io se avessi preso una strada diversa, e da lì ho raccontato la sua storia.
Comunque in "Tutto il tempo che vuoi" c'è un preadolescente, Martino, che è un po' un testimone del mio passato e racconta ai lettori il mio passato e da dove vengo come scrittore.
Per quanto riguarda le differenze di approccio e di scrittura, inizio col dire che il libro auconclusivo è il vero romanzo, mentre la serie si avvicina alla narrazione tipica di della televisione e serve a raggiungere l'obbiettivo di creare un mondo allargato.
Stavolta volevo raccontare una storia che avesse un inizio e la sua conclusione e, anzi, lo dico da ora: non scriverò mai un seguito. Voglio che sia il lettore ad immaginarlo.
Dal punto di vista della scrittura non credo cambi molto, o almeno per me è così.
Ricollegandomi alla mia esperienza con la cucina, trovo che sia stata un'ottima scuola per me: sia la cucina che la scrittura hanno bisogno di tecnica, esperienza e creatività.
Quella canzone è il marchio generazionale: Franz ha la mia età, e si ritrova a 36 anni in una sorta di nuova, breve adolescenza, quella canzone rappresenta un'ancora emotiva al suo passato e che trasferisce a Martino, il vero adolescente della storia.
E poi io sono un superfan dei Nirvana, al punto che da giovane suonavo la chitarra e cantavo in un gruppo grunge.
Hai citato Martino: da dove nasce questo personaggio?
Avendo alle spalle dieci romanzi per ragazzi e adolescenti, un personaggio è "scappato" fuori da quei libri ed è entrato in questo. È un testimone del mio passato.
Mi piaceva la figura di questo figlio di genitori separati perchè mi permetteva di affrontare anche questo tema, e volevo che ci fosse la schiettezza dei bambini e dei preadolescenti perchè da adulto a comportarti così sembri un sociopatico. Volevo la verità che porta il suo personaggio nella storia, oltre alla sua sofferenza: anche lui, come Franz, è in un momento della sua vita in cui si sta mettendo in discussione. Martino ha un ruolo speciale, quello di "lifecoach" di Franz, anche se in modo particolare.
Parliamo di titolo e copertina: perchè "Tutto il tempo che vuoi" e perchè le tazzine?
All'inizio il romanzo si chiamava in modo diverso, "Tutta un'altra vita", perchè pensavo che fosse un'espressione ca mbia completamente di significato a seconda di come viene pronunciata.
Può esprimere stupore per un risultato positivo o rimpianto per ciò che non è stato.
Il mio protagonista guarda alla sua vita in entrambi i modi, nel romanzo, e mi sembrava che questa espressione lo raccontasse nel modo giusto.
Poi ho preferito "Tutto il tempo che vuoi", suggerito dalla mia editor, perchè ci tenevo che passasse questa idea.
Hai tutto il tempo che vuoi, è un tempo che c'è davvero... quindi agisci.
Hai tutto il tempo che vuoi per raggiungere i tuoi obbiettivi.
Per quanto riguarda la copertina, ne abbiamo viste tantissime.
Sono arrivate queste tre tazzine, e all'inizio non ne sono rimasto conquistato.
Poi ci ho visto il tempo, il caffè, tre personaggi che stavano su unico piattino, il fondo rosso che trasmetteva emozione. Ci ho visto il mio romanzo, e per fortuna ho avuto pareri positivi.
Ultima domanda: scrittore, editor... ma anche lettore. Che lettore sei?
Un lettore esigente, o meglio, puntiglioso.
Ho lo sguardo da editor, quindi sono come un cuoco che va al ristorante.
Mi trovo a pensare che qui avrei sviluppato di più la storia, che qui avrei scritto una frase in modo diverso, e via dicendo.
Il mio autore preferito senza dubbio è Nick Hornby, però: se esistesse un suo peluche lo acquisterei.
I suoi romanzi che ho preferito sono stati "About a boy" e "Come diventare buoni".
Condivido quella che è la sua capacità di mischiare ironia, divertimento e dolore.
Grazie a Giunti e a Francesco Gungui per la bellissima opportunità di incontrarsi davanti a un pranzo e di scoprire insieme "Tutto il tempo che vuoi", romanzo che vi consiglio con il cuore in mano perchè mi ha presa al punto da leggerlo in una notte - e non solo perchè dovevo finirlo in tempo per l'incontro ;)
Un bacio a tutte, fanciulle (e fanciulli)!
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mercoledì 26 aprile 2017
Anna sta scriv... mentendo: intervista a Federico Baccomo
Buongiorno a tutte, fanciulle (e fanciulli)!
Oggi ospito sul blog un autore che resta forse tra i più poliedrici sul panorama italiano: Federico Baccomo, che torna in libreria con "Anna sta mentendo", edito Giunti (rilegato a 17€):
Riccardo Merisio è tornato a sorridere. Un nuovo lavoro e una nuova ragazza hanno cancellato le ombre di un periodo difficile. Ma una sera, mentre sta chattando con Anna, la collega con cui ha da poco intrecciato una relazione, un insolito annuncio invade lo schermo del suo telefonino. Si tratta dell’invito a scaricare un’applicazione dal curioso nome di WhatsTrue. Anzi, più che un invito pare un obbligo, visto che ogni tentativo di impedirne il download si rivela inutile. Da questo momento iniziano ad accadere strane cose: sempre più spesso, i messaggi di Anna sono accompagnati da una scritta sinistra: «Anna sta mentendo...». Uno scherzo, una trovata pubblicitaria, o un sistema effettivamente in grado di svelare le bugie dell’interlocutore? Ogni giorno più turbato e diffidente, Riccardo finisce per cedere al fascino della misteriosa app che comincia a impossessarsi dei suoi pensieri e ad amplificare le sue paranoie, trascinandolo in un gioco psicologico di tensione crescente in cui cadono i confini tra verità e menzogna, tra realtà e fantasia.
Con grande intelligenza e lucidità, Federico Baccomo mette in scena il racconto sfrenato di un mondo inquietante e seducente in cui si riflettono le complessità della mente umana e dove ogni uomo è insieme impostore e ingannato.
Un romanzo eccitante e ipnotico, di eccezionale originalità.
Un romanzo dalla premessa intrigante, e Federico Baccomo per me è sempre una garanzia: in occasione di Tempo di Libri, siamo riusciti a improvvisare un'intervista davanti allo stand Giunti ed ecco cosa mi ha raccontato!
Nel tuo romanzo troviamo un'app di nome WhatsTrue - il riferimento a WhatsApp è chiaro - che forse servirebbe a tutti noi, che ci mette di fronte a quella che forse è una delle nostre più grandi paure di oggi: cosa c'è di vero e cosa c'è di falso dietro a ciò che leggiamo e condividiamo sul web.
Da dove è nata questa idea, e quali considerazioni ti senti di fare sulla rete e sulle sue bugie?
Tutto è nato da un'intuizione semplicissima, che mi ha colto nel momento in cui aspettavo una risposta a un mio messaggio e notavo il costante "sta scrivendo... sta scrivendo... sta scrivendo...", per poi ricevere un messaggio che era palesemente una bugia.
Ho pensato che se un'app potesse dire "sta mentendo" invece di "sta scrivendo", avremmo di fronte qualcosa di molto potente. Di sicuro era potente come spunto narrativo: non sapevo cosa sarebbe successo nel libro.
Mi è sembrato di toccare un tema molto attuale perchè oggi, come dici tu, la comunicazione massima è davvero un concentrato di bugie, da quelle potenzialmente pericolose - le bufale, le fake news - a quelle più innocenti, come il calcetto o la zia in visita usati per evitare un'uscita serale indesiderata.
Se qualcuno inventasse un modo per smascherarle tutte, credo che andrebbe a rotoli il mondo.
In fondo, se ci pensi, noi diamo sempre una connotazione negativa alla bugia, ma forse le persone più insopportabili sono quelle che ti dicono «ah, io dico sempre la verità!» perchè da loro arrivano brutte sorprese.
Mi piaceva l'idea di giocare su questo rapporto tra realtà e finzione, tra menzogna e verità, ed è nato questa sorta di thriller psicologico che mi sembra un labirinto sia per il protagonista che per il lettore.
Il tuo libro mi ha fatta riflettere molto, perchè mi sono detta: quante persone ho conosciuto attraverso i social network, e di quante di loro conosco per certo l'identità reale?
In fondo, quelle che non ho mai incontrato nella vita reale, potrebbero essere chiunque.
Se ci pensi, ci sono chat erotiche gestite da irreprensibili signore di cinquant'anni che fingono di essere ragazzine di ventitrè.
Soprattutto, questo schermo che ci divide dagli altri ci dà la possibilità di essere quello che non siamo, e lì si crea un'ambiguità di fondo che è difficile da spazzare via ma anche affascinante da analizzare. perchè in fondo la domanda è: tu sei quello che sei, o quello che vorresti far passare agli altri?
Se Alexandre Dumas ai suoi tempi poteva parlare di complotti, Napoleone o altro, noi abbiamo i social network e una nuova società di cui raccontare.
Questo "Anna sta mentendo... Anna sta mentendo..." diventa il canto della sirena per il lettore, perchè fin dalla sua prima apparizione ci si chiede chi sia davvero, perchè stia mentendo, cosa stia nascondendo.
Questo funziona perchè gli altri sono sempre un'incognita.
Ci sono coppie che stanno insieme da vent'anni, e dopo aver scoperto un piccolo segreto dell'altra persona iniziano a chiedersi «ma con chi sono stato fino ad adesso?» e rimettono in discussione tutto.
È bellissimo quello che dici tu del canto della sirena, perchè se ci pensi le sirene sono le menzognere per eccellenza, ma chi cercano di ingannare?
Il menzognero per eccellenza, Ulisse: un uomo che ha fatto della bugia e dell'inganno il suo marchio di fabbrica. Paradossalmente, lui ha inventato questo grande inganno che era il cavallo di Troia, ma per assurdo era talmente bugiardo da non averlo inventato veramente lui.
È stato un altro marinaio ad avere l'idea, e Ulisse se n'è appropriato.
È giusto che incontri, come suo più grande nemico, altre creature bugiarde.
Questo scontro costante tra bugiardi e menzogneri, nei romanzi come nella vita, ci fa capire che in fondo siamo tutti così: tutti auguriamo un buongiorno a qualcuno che odiamo, e tutti diciamo a qualcuno in difficoltà che andrà tutto bene anche se non lo sappiamo.
È solo quando ci troviamo di fronte a quel «sta mentendo» che siamo costretti a mettere tutto in discussione.
A volte con le persone che non sopportiamo siamo più gentili, addirittura.
Che è paradossale, ma è assolutamente vero.
Forse l'esagerazione ci aiuta a mascherare meglio i nostri reali pensieri.
Ci fu un ragazzo che fece l'esperimento di essere sincero al 100% su Facebook per un giorno.
Perse qualcosa come 300 amici, a causa delle sue crtiche e dei suoi commenti che, per quanto onesti, esprimevano una verità che nessuno voleva sentire sul serio.
A questo proposito, il tuo romanzo mi ha fatto pensare anche a un movimento che sta prendendo piede in America, chiamato Radical Candor, secondo il quale dovremmo essere sempre totalmente sinceri, con chiunque e riguardo a qualsiasi aspetto della vita.
Alcuni giornalisti lo stanno mettendo alla prova, e uno ha raccontato nel suo articolo che nel giro di un mese per poco non divorziava.
È proprio questo il punto. Se noi fossimo totalmente sinceri, rovineremmo tanti di quei rapporti...
La bugia non merita di essere considerata una cosa esclusivamente negativa, anzi.
Arrivando all'estremo, pensiamo ad Anna Frank: se i proprietari dell'appartamento segreto nel quale era nascosta l'avessero denunciata?
Sarebbe stato un atto di onestà totale, ma sarebbe anche stata un'azione corretta?
L'idea che la verità sia sempre positiva, che è un'idea cattolica ma anche illuminista, andrebbe rivista, e soprattutto bisognerebbe liberare la verità e la bugia da quell'accezione morale che cerca di renderle giuste o sbagliate in senso assoluto.
Quello che importa è invece indagare il motivo per il quale si mente: se lo si fa per tradire la propria moglie, è chiaro che si tratta di un atto egoista, ma se lo si fa per difendere valori più alti come quello della libertà e della dignità, allora la menzogna acquista tutto un altro senso.
Il tuo non è solo un romanzo: riesci a scrivere un'opera di narrativa dai toni e dalle atmosfere tipiche del thriller, in cui il protagonista da questo innocuo autodownload di un'app si trova coinvolto in una storia sconvolgente che mai avrebbe potuto immaginare.
Pensando ai tuoi lavori precedenti, come ad esempio "Studio illegale" o "Woody", è impossibile non chiederti come si fa a spaziare così tanto tra i generi e a padroneggiare così bene tecniche ed espedienti narrativi così diversi.
Si fa con fatica e con disciplina, soprattutto con curiosità.
Un libro mi impiega, in totale, tra l'anno e mezzo e i due anni, e ogni volta che giungo alla fine penso che probabilmente potrei scriverne un altro sulla stessa linea senza troppa difficoltà.
Avrei potuto scrivere un altro "Studio illegale", e quando ho finito "Woody" (romanzo splendidamente illustrato con protagonista e voce narrante un cane, ndr) avevo già in mente di scrivere un altro libro con protagonista un gatto.
La prospettiva di ripetermi, però, mi annoiava: scegliere atmosfere diverse, una scrittura diversa e personaggi differenti mi permetteva di svegliarmi e dirmi «dai, oggi torno al computer e mi impegno in questa nuova sfida!»
Serve disciplina, come dicevo, insieme alla curiosità, e soprattutto non deve mancare la voglia di divertirsi, che è quella che deve avere anche un lettore quando sceglie letture diverse.
Io leggo volentieri romanzi di fantascienza, ma anche quelli più emotivi, per poi passare all'horror di Stephen King e ai lavori di Elsa Morante, che è una scrittrice che amo e nessuno potrebbe mai dirlo, leggendo i miei romanzi.
Cosa speri che trasmetta il tuo romanzo ai lettori?
Mi piacerebbe, innanzitutto, che un lettore si divertisse leggendolo.
Poi vorrei che, una volta arrivato all'ultima pagina, guardasse il mondo da una prospettiva leggermente diversa, cominciando a chiedersi più spesso cosa siano la verità e la menzogna e a interrogarsi sulle persone che ha di fronte, sempre dal punto di vista dell'empatia che spero si sviluppi con il personaggio del romanzo.
Questo perchè conoscere vite diverse porta a comprenderle, e conoscere rende molto più difficile odiare. Puoi giudicare, però conoscere anche il peggiore criminale rende possibile capirlo. Non giustificarlo e anzi, continuare a condannarlo, ma capirlo.
Un libro offre sempre questa possibilità: stando a casa, puoi vivere anche un'avventura che mai nella vita ti capiterebbe e che invece ti fa sentire, una volta conclusa, arricchito.
Come quando torni da un lungo viaggio.
Ringrazio moltissimo Giunti e Federico Baccomo per la possibilità di leggere "Anna sta mentendo" e di parlarne per voi con l'autore: "Anna sta mentendo" è consigliatissimo, anche se poi probabilmente guarderete con sospetto ogni "sta scrivendo..." per almeno una settimana XD
Un bacio a tutte, fanciulle (e fanciulli)!
A presto <3
Oggi ospito sul blog un autore che resta forse tra i più poliedrici sul panorama italiano: Federico Baccomo, che torna in libreria con "Anna sta mentendo", edito Giunti (rilegato a 17€):
Riccardo Merisio è tornato a sorridere. Un nuovo lavoro e una nuova ragazza hanno cancellato le ombre di un periodo difficile. Ma una sera, mentre sta chattando con Anna, la collega con cui ha da poco intrecciato una relazione, un insolito annuncio invade lo schermo del suo telefonino. Si tratta dell’invito a scaricare un’applicazione dal curioso nome di WhatsTrue. Anzi, più che un invito pare un obbligo, visto che ogni tentativo di impedirne il download si rivela inutile. Da questo momento iniziano ad accadere strane cose: sempre più spesso, i messaggi di Anna sono accompagnati da una scritta sinistra: «Anna sta mentendo...». Uno scherzo, una trovata pubblicitaria, o un sistema effettivamente in grado di svelare le bugie dell’interlocutore? Ogni giorno più turbato e diffidente, Riccardo finisce per cedere al fascino della misteriosa app che comincia a impossessarsi dei suoi pensieri e ad amplificare le sue paranoie, trascinandolo in un gioco psicologico di tensione crescente in cui cadono i confini tra verità e menzogna, tra realtà e fantasia.
Con grande intelligenza e lucidità, Federico Baccomo mette in scena il racconto sfrenato di un mondo inquietante e seducente in cui si riflettono le complessità della mente umana e dove ogni uomo è insieme impostore e ingannato.
Un romanzo eccitante e ipnotico, di eccezionale originalità.
Un romanzo dalla premessa intrigante, e Federico Baccomo per me è sempre una garanzia: in occasione di Tempo di Libri, siamo riusciti a improvvisare un'intervista davanti allo stand Giunti ed ecco cosa mi ha raccontato!
Nel tuo romanzo troviamo un'app di nome WhatsTrue - il riferimento a WhatsApp è chiaro - che forse servirebbe a tutti noi, che ci mette di fronte a quella che forse è una delle nostre più grandi paure di oggi: cosa c'è di vero e cosa c'è di falso dietro a ciò che leggiamo e condividiamo sul web.
Da dove è nata questa idea, e quali considerazioni ti senti di fare sulla rete e sulle sue bugie?
Tutto è nato da un'intuizione semplicissima, che mi ha colto nel momento in cui aspettavo una risposta a un mio messaggio e notavo il costante "sta scrivendo... sta scrivendo... sta scrivendo...", per poi ricevere un messaggio che era palesemente una bugia.
Ho pensato che se un'app potesse dire "sta mentendo" invece di "sta scrivendo", avremmo di fronte qualcosa di molto potente. Di sicuro era potente come spunto narrativo: non sapevo cosa sarebbe successo nel libro.
Mi è sembrato di toccare un tema molto attuale perchè oggi, come dici tu, la comunicazione massima è davvero un concentrato di bugie, da quelle potenzialmente pericolose - le bufale, le fake news - a quelle più innocenti, come il calcetto o la zia in visita usati per evitare un'uscita serale indesiderata.
Se qualcuno inventasse un modo per smascherarle tutte, credo che andrebbe a rotoli il mondo.
In fondo, se ci pensi, noi diamo sempre una connotazione negativa alla bugia, ma forse le persone più insopportabili sono quelle che ti dicono «ah, io dico sempre la verità!» perchè da loro arrivano brutte sorprese.
Mi piaceva l'idea di giocare su questo rapporto tra realtà e finzione, tra menzogna e verità, ed è nato questa sorta di thriller psicologico che mi sembra un labirinto sia per il protagonista che per il lettore.
Il tuo libro mi ha fatta riflettere molto, perchè mi sono detta: quante persone ho conosciuto attraverso i social network, e di quante di loro conosco per certo l'identità reale?
In fondo, quelle che non ho mai incontrato nella vita reale, potrebbero essere chiunque.
Se ci pensi, ci sono chat erotiche gestite da irreprensibili signore di cinquant'anni che fingono di essere ragazzine di ventitrè.
Soprattutto, questo schermo che ci divide dagli altri ci dà la possibilità di essere quello che non siamo, e lì si crea un'ambiguità di fondo che è difficile da spazzare via ma anche affascinante da analizzare. perchè in fondo la domanda è: tu sei quello che sei, o quello che vorresti far passare agli altri?
Se Alexandre Dumas ai suoi tempi poteva parlare di complotti, Napoleone o altro, noi abbiamo i social network e una nuova società di cui raccontare.
Questo "Anna sta mentendo... Anna sta mentendo..." diventa il canto della sirena per il lettore, perchè fin dalla sua prima apparizione ci si chiede chi sia davvero, perchè stia mentendo, cosa stia nascondendo.
Questo funziona perchè gli altri sono sempre un'incognita.
Ci sono coppie che stanno insieme da vent'anni, e dopo aver scoperto un piccolo segreto dell'altra persona iniziano a chiedersi «ma con chi sono stato fino ad adesso?» e rimettono in discussione tutto.
È bellissimo quello che dici tu del canto della sirena, perchè se ci pensi le sirene sono le menzognere per eccellenza, ma chi cercano di ingannare?
Il menzognero per eccellenza, Ulisse: un uomo che ha fatto della bugia e dell'inganno il suo marchio di fabbrica. Paradossalmente, lui ha inventato questo grande inganno che era il cavallo di Troia, ma per assurdo era talmente bugiardo da non averlo inventato veramente lui.
È stato un altro marinaio ad avere l'idea, e Ulisse se n'è appropriato.
È giusto che incontri, come suo più grande nemico, altre creature bugiarde.
Questo scontro costante tra bugiardi e menzogneri, nei romanzi come nella vita, ci fa capire che in fondo siamo tutti così: tutti auguriamo un buongiorno a qualcuno che odiamo, e tutti diciamo a qualcuno in difficoltà che andrà tutto bene anche se non lo sappiamo.
È solo quando ci troviamo di fronte a quel «sta mentendo» che siamo costretti a mettere tutto in discussione.
A volte con le persone che non sopportiamo siamo più gentili, addirittura.
Che è paradossale, ma è assolutamente vero.
Forse l'esagerazione ci aiuta a mascherare meglio i nostri reali pensieri.
Ci fu un ragazzo che fece l'esperimento di essere sincero al 100% su Facebook per un giorno.
Perse qualcosa come 300 amici, a causa delle sue crtiche e dei suoi commenti che, per quanto onesti, esprimevano una verità che nessuno voleva sentire sul serio.
A questo proposito, il tuo romanzo mi ha fatto pensare anche a un movimento che sta prendendo piede in America, chiamato Radical Candor, secondo il quale dovremmo essere sempre totalmente sinceri, con chiunque e riguardo a qualsiasi aspetto della vita.
Alcuni giornalisti lo stanno mettendo alla prova, e uno ha raccontato nel suo articolo che nel giro di un mese per poco non divorziava.
È proprio questo il punto. Se noi fossimo totalmente sinceri, rovineremmo tanti di quei rapporti...
La bugia non merita di essere considerata una cosa esclusivamente negativa, anzi.
Arrivando all'estremo, pensiamo ad Anna Frank: se i proprietari dell'appartamento segreto nel quale era nascosta l'avessero denunciata?
Sarebbe stato un atto di onestà totale, ma sarebbe anche stata un'azione corretta?
L'idea che la verità sia sempre positiva, che è un'idea cattolica ma anche illuminista, andrebbe rivista, e soprattutto bisognerebbe liberare la verità e la bugia da quell'accezione morale che cerca di renderle giuste o sbagliate in senso assoluto.
Quello che importa è invece indagare il motivo per il quale si mente: se lo si fa per tradire la propria moglie, è chiaro che si tratta di un atto egoista, ma se lo si fa per difendere valori più alti come quello della libertà e della dignità, allora la menzogna acquista tutto un altro senso.
Il tuo non è solo un romanzo: riesci a scrivere un'opera di narrativa dai toni e dalle atmosfere tipiche del thriller, in cui il protagonista da questo innocuo autodownload di un'app si trova coinvolto in una storia sconvolgente che mai avrebbe potuto immaginare.
Pensando ai tuoi lavori precedenti, come ad esempio "Studio illegale" o "Woody", è impossibile non chiederti come si fa a spaziare così tanto tra i generi e a padroneggiare così bene tecniche ed espedienti narrativi così diversi.
Si fa con fatica e con disciplina, soprattutto con curiosità.
Un libro mi impiega, in totale, tra l'anno e mezzo e i due anni, e ogni volta che giungo alla fine penso che probabilmente potrei scriverne un altro sulla stessa linea senza troppa difficoltà.
Avrei potuto scrivere un altro "Studio illegale", e quando ho finito "Woody" (romanzo splendidamente illustrato con protagonista e voce narrante un cane, ndr) avevo già in mente di scrivere un altro libro con protagonista un gatto.
La prospettiva di ripetermi, però, mi annoiava: scegliere atmosfere diverse, una scrittura diversa e personaggi differenti mi permetteva di svegliarmi e dirmi «dai, oggi torno al computer e mi impegno in questa nuova sfida!»
Serve disciplina, come dicevo, insieme alla curiosità, e soprattutto non deve mancare la voglia di divertirsi, che è quella che deve avere anche un lettore quando sceglie letture diverse.
Io leggo volentieri romanzi di fantascienza, ma anche quelli più emotivi, per poi passare all'horror di Stephen King e ai lavori di Elsa Morante, che è una scrittrice che amo e nessuno potrebbe mai dirlo, leggendo i miei romanzi.
Cosa speri che trasmetta il tuo romanzo ai lettori?
Mi piacerebbe, innanzitutto, che un lettore si divertisse leggendolo.
Poi vorrei che, una volta arrivato all'ultima pagina, guardasse il mondo da una prospettiva leggermente diversa, cominciando a chiedersi più spesso cosa siano la verità e la menzogna e a interrogarsi sulle persone che ha di fronte, sempre dal punto di vista dell'empatia che spero si sviluppi con il personaggio del romanzo.
Questo perchè conoscere vite diverse porta a comprenderle, e conoscere rende molto più difficile odiare. Puoi giudicare, però conoscere anche il peggiore criminale rende possibile capirlo. Non giustificarlo e anzi, continuare a condannarlo, ma capirlo.
Un libro offre sempre questa possibilità: stando a casa, puoi vivere anche un'avventura che mai nella vita ti capiterebbe e che invece ti fa sentire, una volta conclusa, arricchito.
Come quando torni da un lungo viaggio.
Ringrazio moltissimo Giunti e Federico Baccomo per la possibilità di leggere "Anna sta mentendo" e di parlarne per voi con l'autore: "Anna sta mentendo" è consigliatissimo, anche se poi probabilmente guarderete con sospetto ogni "sta scrivendo..." per almeno una settimana XD
Un bacio a tutte, fanciulle (e fanciulli)!
A presto <3
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mercoledì 19 aprile 2017
Scegliere la gentilezza è un atto di coraggio: intervista a R.J. Palacio
Buongiorno a tutte, fanciulle (e fanciulli)!
Oggi il blog ospita una grande, grandissima donna ed autrice: R.J. Palacio!
Proprio lei, la penna (o meglio, la mano sulla tastiera) dietro "Wonder", uno dei miei libri preferiti!
Incontrarla è stato straordinario, ed ecco di cosa abbiamo parlato!
Partiamo da "Wonder", perchè non è stato solo un successo editoriale: ha dato il via a un vero e proprio movimento etico, il movimento #ChooseKind (qui trovate l'account Tumblr dal quale è partito). Era qualcosa che avresti mai immaginato?
Ah, non avrei mai potuto immaginare che da ciò che stavo scrivendo sarebbe nato qualcosa come il movimento #ChooseKind! Credo che sia il tipo di cosa che se cerchi di far accadere per forza sei destinato a fallire: deve nascere spontaneamente.
Solo dopo la pubblicazione di "Wonder" ho realizzato che molti insegnanti e bibliotecari lo utilizzavano per introdurre il tema del bullismo in classe e con i gruppi di lettura.
Sfruttavano la storia e i suoi personaggi per fare domande, per chiedere «Cosa ne pensi di questa scena?» o «In chi ti immedesimi maggiormente?», o ancora «Tu come ti comporteresti, se qualcuno come Auggie si presentasse nella tua classe?».
E non solo: la discussione verteva poi sempre sulla gentilezza.
È stato il mio editore a lanciare l'account Tumblr di #ChooseKind, e immediatamente ha avuto un numero altissimo di visite: prima ancora di rendermene conto, era nato un movimento.
Alle persone sembrava piacere davvero l'idea di scegliere la gentilezza: è l'idea stessa della scelta, credo, a rendere il tutto così rigenerante.
Perchè di scelta si tratta, se essere gentile o non esserlo, e l'idea di educare anche i bambini a scegliere la gentilezza.
Possiamo dire che spesso è molto più facile non esserlo?
Certo che sì! È difficile essere gentili! È molto più facile non esserlo, o essere appena appena carini. Ma essere gentili nel profondo e a tutto tondo, quello sì che è difficile.
A volte si deve anche andare contro il proprio istinto naturale, per rispondere con la gentilezza a un torto, e questo solo perchè è la cosa più giusta da fare.
Credo però, e come me lo credono in molti altri, che la gentilezza sia contagiosa, e che se ogni giorno scegliamo di compiere un atto gentile verso qualcun altro, la gentilezza si diffonderà sul serio.
Un altro tema che il tuo libro affronta è quello della malattia, in particolar modo della sindrome di Treacher Collins, di cui soffre Auggie. Non è una malattia diffusa o molto conosciuta, e mi chiedevo: quante ricerche hai dovuto fare, e quanto è stato effettivamente facile farle, mentre scrivevi il tuo libro?
Quando ho iniziato a scrivere la storia di Auggie, non ero così concentrata sulla malattia e così specifica nel parlare di ciò di cui soffriva. In un certo senso, non mi importava: nella mia mente aveva un aspetto preciso, e mi bastava. Però poi ho deciso di scrivere anche dal punto di vista di Via, e ho realizzato che sì, dovevo saperne di più. Ho visitato il centro di ricostruzione facciale dell'università di New York, e ho trascorso ore in biblioteca facendo ricerche.
Per non parlare poi del fatto che dovevi rendere la malattia di Auggie comprensibile a lettori molto giovani.
Il vantaggio qui veniva dal fatto che venivi a saperne di più sulla malattia mano a mano che conoscevi i personaggi. Mi è stato detto spesso dai lettori che in un primo momento non avevano proprio idea di che aspetto avesse Auggie, e che una volta scoperto gli erano così affezionati che ormai il suo aspetto non importava più.
Una curiosità personale: accanto a "Wonder" abbiamo novelle dedicate per Julian, Christopher e Charlotte.
Hai mai pensato di espandere anche la storia di Via?
Sai perchè ho scelto proprio loro tre? Perchè le loro voci non erano presenti in "Wonder", mentre Via aveva già un suo punto di vista.
Tuttavia, se dovessi espandere ulteriormente la storia, Via e Ximena sarebbero le prossime.
Quella di Via è la voce della figlia che "sta bene", e che per questo in fondo viene un po' lasciata a sè stessa.
Perchè sta bene. Via a volte vive la sua salute di ferro come una croce da portare, perchè spesso resta tagliata fuori da quella bolla che include i suoi genitori e Auggie.
Via è brava a scuola, è una brava ragazza, ma spesso si comporta bene non tanto perchè lo senta, quanto per non dare problemi ai genitori che ne hanno già passate tante.
Credo che anche se avesse un'occasione per ribellarsi, non lo farebbe.
Una curiosità su Via: in origine avevo incluso in "Wonder" una scena in cui la ragazza parlava di maternità, e del fatto di non volere figlia. Orientando il libro a lettori molto giovani ho deciso di toglierla, ma se in futuro Via avesse la sua storia la riproporrei.
Il mio preferito, però, devo ammetterlo, è Julian. Con lui hai fatto l'impossibile: ci hai fatti affezionare al bullo. È impossibile leggere la sua novella e non provare una grande empatia nei suoi confronti. La sua storia è nata come novella o all'inizio avevi un'idea differente?
All'inizio il suo punto di vista doveva far parte di "Wonder", quindi sapevo già quale fosse la sua storia e che la sua cattiveria nasceva dalla paura. Sapevo che quella era la motivazione che stata dietro al suo pessimo carattere.
Tuttavia, "Wonder" è la storia di Auggie, quindi tutto ciò che leggiamo ci porta a conoscere e comprendere maggiormente Auggie. Di fatto, Julian non ha mai voluto conoscere Auggie, quindi da questo punto di vista il suo punto di vista non apparteneva a quel romanzo.
Per questo ho deciso che, magari, in futuro, avrei raccontato la sua storia separatamente.
Volevo che i lettori potessero scoprire la sua storia e comprendere che fare un errore non ci rende persone cattive. Si può chiedere scusa, e ripartire da lì.
Per Julian a cambiare tutto è l'intervento di sua nonna.
E forse la soluzione al bullismo è proprio questa, educare i bambini.
Più si sensibilizzano i bambini al tema del bullismo, meno probabilità ci sono che diventino bulli una volta arrivati alle medie, o al liceo.
Esatto! Anche perchè più crescono e più è difficile far loro comprendere che sì, quello che stanno facendo è bullismo. Molti non lo realizzano. Julian non comprende di essere il cattivo della storia fino a quando la nonna non devide di condividere il suo aneddoto di gioventù, e realizza di essere il bullo della sua, di storia.
Oggi, poi, attraverso la rete, è ancora più difficile diventare bulli. Puoi esprimere odio e cattiveria attraverso ogni social network, nascosto dietro a un computer.
Puoi persino essere un bullo anonimo, ed è terribile. Ho letto di quelle cose su Twitter che...
Ma forse la soluzione è proprio rispondere con gentilezza. Di solito chi si vede rispondere così resta disorientato.
Ah, questo sì! Ma perchè molte persone non sanno proprio come gestire la gentilezza: non sanno cosa farci!
Da lettrice, sono sempre curiosa di scoprire che lettori siano i miei autori preferiti.
Cosa troviamo sul tuo comodino al momento?
Puoi crederci o meno, ma il romanzo che ho deciso di portare con me in viaggio è "L'ultimo cavaliere" di Stephen King (il primo volume del ciclo de La torre nera, ndr).
Non so come mai, probabilmente sono entrata nella mia fase King.
Attraverso delle vere e proprie fasi con le letture: c'è stata la fase tedesca, in cui ho letto Thomas Mann, Heinrich Böll e Günter Grass per circa due anni; la fase latino-americana in cui ho letto tutto Gabriel García Márquez e Julio Cortázar; la fase francese, con Albert Camus.
Non so come mai.
Anche ora, prima di iniziare il romanzo di Stephen King ero in piena fase Cormac McCarthy.
Non avevo mai letto nulla di McCarthy fino a tre anni fa, e una volta finito "La strada" ho voluto leggere tutto. Credo che al momento sia il mio autore preferito in assoluto.
Leggi anche saggistica?
Non molta, anche se mi piacerebbe riuscire a leggere più saggi storici.
Ma adoro Malcolm Gladwell (autore di "In un batter di ciglia" e "Fuoriclasse", editi Mondadori, ndr): il secondo, in particolare, mi ha davvero colpita!
Ricordo le tue prima interviste, e in particolare il tuo non definirti una scrittrice perchè non potevi dire se nel tuo futuro ci fossero altre storie oltre a "Wonder".
Ora che è passato del tempo, hai cambiato opinione?
Sì, perchè ho lasciato il mio lavoro due anni fa per scrivere a tempo pieno.
Quando ho scritto "Wonder" lavoravo, e l'unico momento libro che avessi per scrivere era di notte, a volte anche fino alle tre di mattina: ora che scrivo di giorno, dormo meglio!
Sono però felice di aver lavorato sodo per tutta la vita, perchè ora posso, se ne ho bisogno, prendermi un giorno di riposo: a volte serve!
Posso passeggiare, rilassarmi.
Quando hai una carriera, e sei anche una madre, sei letteralmente sempre di corsa: ogni secondo della tua giornata lo passi a lavorare in fretta, correre a fare commissioni, prenotare visite dal pediatra, riempire borse del calcetto.Va avanti così per anni e nemmeno ti rendi conto di quanto sia pesante, fino a quando non ti prendi una pausa e ti rendi conto che è il momento di rallentare.
In fondo è così che vivono anche i genitori di Auggie e Via: corrono, si affannano, si preoccupano.
Ricordo di essermi chiesta, quando ho letto per la prima volta il romanzo, quanto spazio ci fosse per la felicità in tutto questo. Vista da fuori, la loro vita da genitori è un incubo.
Mi fa davvero piacere che tu abbia sollevato la questione, non lo fa quasi nessuno.
Ed è vero, credo che per molti versi lo sia.
Sarà sempre una battaglia per rendere il più possibile normale la tua vita, e ovviamente chi convive con malattie incurabili non vuole vivere ogni giorno nella tragedia.
I genitori di questi bambini ridono, scherzano, sorridono per ogni piccola cosa cercando di rendere il più possibile normale la loro vita di ogni giorno.
Ho incontrato un bambino di undici anni, nato senza un orecchio, che adorava fare scherzi a tutti con la sua protesi: faceva cadere l'orecchio finto nel piatto di tutti per farli spaventare.
I genitori lo trovavano esilarante, e lui si divertiva moltissimo.
Penso che chi vive una condizione simile a quella di Auggie e dei suoi genitori lavori ogni giorno per rendere la sua vita migliore, facendo del suo meglio per trarre il bello da ogni piccola cosa.
In fondo è quello che facciamo tutti: questa è la nostra vita, e dobbiamo fare del nostro meglio per renderla speciale.
La madre di Auggie prega ogni giorno che il mondo sia gentile nei confronti del suo bambino, ed è la preghiera che ogni madre fa ogni giorno della sua vita.
Ringrazio moltissimo Giunti e R.J. Palacio per la possibilità di parlare dei suoi romanzi, di bullismo e di libri - perchè si sa che noi lettori andiamo sempre a parare lì, in qualche modo - e spero che recupererete tutti la lettura di "Wonder" perchè di questo romanzo si può dire: vi cambierà la vita.
Un bacio a tutte, fanciulle (e fanciulli)!
A presto <3
Oggi il blog ospita una grande, grandissima donna ed autrice: R.J. Palacio!
Proprio lei, la penna (o meglio, la mano sulla tastiera) dietro "Wonder", uno dei miei libri preferiti!
![]() |
| Quando i tuoi libri vengono fotografati in contesti più lussuosi dei tuoi |
Partiamo da "Wonder", perchè non è stato solo un successo editoriale: ha dato il via a un vero e proprio movimento etico, il movimento #ChooseKind (qui trovate l'account Tumblr dal quale è partito). Era qualcosa che avresti mai immaginato?
Ah, non avrei mai potuto immaginare che da ciò che stavo scrivendo sarebbe nato qualcosa come il movimento #ChooseKind! Credo che sia il tipo di cosa che se cerchi di far accadere per forza sei destinato a fallire: deve nascere spontaneamente.
Solo dopo la pubblicazione di "Wonder" ho realizzato che molti insegnanti e bibliotecari lo utilizzavano per introdurre il tema del bullismo in classe e con i gruppi di lettura.
Sfruttavano la storia e i suoi personaggi per fare domande, per chiedere «Cosa ne pensi di questa scena?» o «In chi ti immedesimi maggiormente?», o ancora «Tu come ti comporteresti, se qualcuno come Auggie si presentasse nella tua classe?».
E non solo: la discussione verteva poi sempre sulla gentilezza.
È stato il mio editore a lanciare l'account Tumblr di #ChooseKind, e immediatamente ha avuto un numero altissimo di visite: prima ancora di rendermene conto, era nato un movimento.
Alle persone sembrava piacere davvero l'idea di scegliere la gentilezza: è l'idea stessa della scelta, credo, a rendere il tutto così rigenerante.
Perchè di scelta si tratta, se essere gentile o non esserlo, e l'idea di educare anche i bambini a scegliere la gentilezza.
Possiamo dire che spesso è molto più facile non esserlo?
Certo che sì! È difficile essere gentili! È molto più facile non esserlo, o essere appena appena carini. Ma essere gentili nel profondo e a tutto tondo, quello sì che è difficile.
A volte si deve anche andare contro il proprio istinto naturale, per rispondere con la gentilezza a un torto, e questo solo perchè è la cosa più giusta da fare.
Credo però, e come me lo credono in molti altri, che la gentilezza sia contagiosa, e che se ogni giorno scegliamo di compiere un atto gentile verso qualcun altro, la gentilezza si diffonderà sul serio.
Un altro tema che il tuo libro affronta è quello della malattia, in particolar modo della sindrome di Treacher Collins, di cui soffre Auggie. Non è una malattia diffusa o molto conosciuta, e mi chiedevo: quante ricerche hai dovuto fare, e quanto è stato effettivamente facile farle, mentre scrivevi il tuo libro?
Quando ho iniziato a scrivere la storia di Auggie, non ero così concentrata sulla malattia e così specifica nel parlare di ciò di cui soffriva. In un certo senso, non mi importava: nella mia mente aveva un aspetto preciso, e mi bastava. Però poi ho deciso di scrivere anche dal punto di vista di Via, e ho realizzato che sì, dovevo saperne di più. Ho visitato il centro di ricostruzione facciale dell'università di New York, e ho trascorso ore in biblioteca facendo ricerche.
Per non parlare poi del fatto che dovevi rendere la malattia di Auggie comprensibile a lettori molto giovani.
Il vantaggio qui veniva dal fatto che venivi a saperne di più sulla malattia mano a mano che conoscevi i personaggi. Mi è stato detto spesso dai lettori che in un primo momento non avevano proprio idea di che aspetto avesse Auggie, e che una volta scoperto gli erano così affezionati che ormai il suo aspetto non importava più.
Una curiosità personale: accanto a "Wonder" abbiamo novelle dedicate per Julian, Christopher e Charlotte.
Hai mai pensato di espandere anche la storia di Via?
Sai perchè ho scelto proprio loro tre? Perchè le loro voci non erano presenti in "Wonder", mentre Via aveva già un suo punto di vista.
Tuttavia, se dovessi espandere ulteriormente la storia, Via e Ximena sarebbero le prossime.
Quella di Via è la voce della figlia che "sta bene", e che per questo in fondo viene un po' lasciata a sè stessa.
Perchè sta bene. Via a volte vive la sua salute di ferro come una croce da portare, perchè spesso resta tagliata fuori da quella bolla che include i suoi genitori e Auggie.
Via è brava a scuola, è una brava ragazza, ma spesso si comporta bene non tanto perchè lo senta, quanto per non dare problemi ai genitori che ne hanno già passate tante.
Credo che anche se avesse un'occasione per ribellarsi, non lo farebbe.
Una curiosità su Via: in origine avevo incluso in "Wonder" una scena in cui la ragazza parlava di maternità, e del fatto di non volere figlia. Orientando il libro a lettori molto giovani ho deciso di toglierla, ma se in futuro Via avesse la sua storia la riproporrei.
Il mio preferito, però, devo ammetterlo, è Julian. Con lui hai fatto l'impossibile: ci hai fatti affezionare al bullo. È impossibile leggere la sua novella e non provare una grande empatia nei suoi confronti. La sua storia è nata come novella o all'inizio avevi un'idea differente?
All'inizio il suo punto di vista doveva far parte di "Wonder", quindi sapevo già quale fosse la sua storia e che la sua cattiveria nasceva dalla paura. Sapevo che quella era la motivazione che stata dietro al suo pessimo carattere.
Tuttavia, "Wonder" è la storia di Auggie, quindi tutto ciò che leggiamo ci porta a conoscere e comprendere maggiormente Auggie. Di fatto, Julian non ha mai voluto conoscere Auggie, quindi da questo punto di vista il suo punto di vista non apparteneva a quel romanzo.
Per questo ho deciso che, magari, in futuro, avrei raccontato la sua storia separatamente.
Volevo che i lettori potessero scoprire la sua storia e comprendere che fare un errore non ci rende persone cattive. Si può chiedere scusa, e ripartire da lì.
Per Julian a cambiare tutto è l'intervento di sua nonna.
E forse la soluzione al bullismo è proprio questa, educare i bambini.
Più si sensibilizzano i bambini al tema del bullismo, meno probabilità ci sono che diventino bulli una volta arrivati alle medie, o al liceo.
Esatto! Anche perchè più crescono e più è difficile far loro comprendere che sì, quello che stanno facendo è bullismo. Molti non lo realizzano. Julian non comprende di essere il cattivo della storia fino a quando la nonna non devide di condividere il suo aneddoto di gioventù, e realizza di essere il bullo della sua, di storia.
Oggi, poi, attraverso la rete, è ancora più difficile diventare bulli. Puoi esprimere odio e cattiveria attraverso ogni social network, nascosto dietro a un computer.
Puoi persino essere un bullo anonimo, ed è terribile. Ho letto di quelle cose su Twitter che...
Ma forse la soluzione è proprio rispondere con gentilezza. Di solito chi si vede rispondere così resta disorientato.
Ah, questo sì! Ma perchè molte persone non sanno proprio come gestire la gentilezza: non sanno cosa farci!
Da lettrice, sono sempre curiosa di scoprire che lettori siano i miei autori preferiti.
Cosa troviamo sul tuo comodino al momento?
Puoi crederci o meno, ma il romanzo che ho deciso di portare con me in viaggio è "L'ultimo cavaliere" di Stephen King (il primo volume del ciclo de La torre nera, ndr).
Non so come mai, probabilmente sono entrata nella mia fase King.
Attraverso delle vere e proprie fasi con le letture: c'è stata la fase tedesca, in cui ho letto Thomas Mann, Heinrich Böll e Günter Grass per circa due anni; la fase latino-americana in cui ho letto tutto Gabriel García Márquez e Julio Cortázar; la fase francese, con Albert Camus.
Non so come mai.
Anche ora, prima di iniziare il romanzo di Stephen King ero in piena fase Cormac McCarthy.
Non avevo mai letto nulla di McCarthy fino a tre anni fa, e una volta finito "La strada" ho voluto leggere tutto. Credo che al momento sia il mio autore preferito in assoluto.
Leggi anche saggistica?
Non molta, anche se mi piacerebbe riuscire a leggere più saggi storici.
Ma adoro Malcolm Gladwell (autore di "In un batter di ciglia" e "Fuoriclasse", editi Mondadori, ndr): il secondo, in particolare, mi ha davvero colpita!
Ricordo le tue prima interviste, e in particolare il tuo non definirti una scrittrice perchè non potevi dire se nel tuo futuro ci fossero altre storie oltre a "Wonder".
Ora che è passato del tempo, hai cambiato opinione?
Sì, perchè ho lasciato il mio lavoro due anni fa per scrivere a tempo pieno.
Quando ho scritto "Wonder" lavoravo, e l'unico momento libro che avessi per scrivere era di notte, a volte anche fino alle tre di mattina: ora che scrivo di giorno, dormo meglio!
Sono però felice di aver lavorato sodo per tutta la vita, perchè ora posso, se ne ho bisogno, prendermi un giorno di riposo: a volte serve!
Posso passeggiare, rilassarmi.
Quando hai una carriera, e sei anche una madre, sei letteralmente sempre di corsa: ogni secondo della tua giornata lo passi a lavorare in fretta, correre a fare commissioni, prenotare visite dal pediatra, riempire borse del calcetto.Va avanti così per anni e nemmeno ti rendi conto di quanto sia pesante, fino a quando non ti prendi una pausa e ti rendi conto che è il momento di rallentare.
In fondo è così che vivono anche i genitori di Auggie e Via: corrono, si affannano, si preoccupano.
Ricordo di essermi chiesta, quando ho letto per la prima volta il romanzo, quanto spazio ci fosse per la felicità in tutto questo. Vista da fuori, la loro vita da genitori è un incubo.
Mi fa davvero piacere che tu abbia sollevato la questione, non lo fa quasi nessuno.
Ed è vero, credo che per molti versi lo sia.
Sarà sempre una battaglia per rendere il più possibile normale la tua vita, e ovviamente chi convive con malattie incurabili non vuole vivere ogni giorno nella tragedia.
I genitori di questi bambini ridono, scherzano, sorridono per ogni piccola cosa cercando di rendere il più possibile normale la loro vita di ogni giorno.
Ho incontrato un bambino di undici anni, nato senza un orecchio, che adorava fare scherzi a tutti con la sua protesi: faceva cadere l'orecchio finto nel piatto di tutti per farli spaventare.
I genitori lo trovavano esilarante, e lui si divertiva moltissimo.
Penso che chi vive una condizione simile a quella di Auggie e dei suoi genitori lavori ogni giorno per rendere la sua vita migliore, facendo del suo meglio per trarre il bello da ogni piccola cosa.
In fondo è quello che facciamo tutti: questa è la nostra vita, e dobbiamo fare del nostro meglio per renderla speciale.
La madre di Auggie prega ogni giorno che il mondo sia gentile nei confronti del suo bambino, ed è la preghiera che ogni madre fa ogni giorno della sua vita.
Ringrazio moltissimo Giunti e R.J. Palacio per la possibilità di parlare dei suoi romanzi, di bullismo e di libri - perchè si sa che noi lettori andiamo sempre a parare lì, in qualche modo - e spero che recupererete tutti la lettura di "Wonder" perchè di questo romanzo si può dire: vi cambierà la vita.
Un bacio a tutte, fanciulle (e fanciulli)!
A presto <3
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mercoledì 15 marzo 2017
"Tutta colpa della mia impazienza" di Virginia Bramati: scopriamolo insieme all'autrice!
Buongiorno a tutte, fanciulle (e fanciulli)!
Oggi sul blog c'è un'ospite davvero speciale: Virginia Bramati, autrice di "Tutta colpa della mia impazienza", edito Giunti (rilegato a 14,90€):
«Sono nata con due mesi di anticipo, odio i tempi morti, sono fisicamente allergica ai giochi di pazienza e adoro il tasto fast forward»: Agnese è così, una ragazza esuberante, autonoma, insofferente verso il principio dell'«ogni cosa a suo tempo»…
Ma improvvisamente, ecco che la vita prende una piega terribilmente dolorosa e la scaraventa dal centro di una metropoli che non dorme mai a una grande casa lungo un fiume, lontana quanto basta per essere immersa nei ritmi lenti e immutabili della campagna. Non solo: quando l'inverno finalmente è alle spalle e tutto sta per sbocciare, si ritrova sola, con un esame importante da preparare e solo il ronzio delle api a farle compagnia.
Impulsiva come sempre, Agnese non si arrende e riesce ugualmente a riempirsi le giornate con tutto ciò che non dovrebbe fare… fino a che dalle pagine di un libro non spunta un piccolo dono prezioso: una bustina di semi di Impatiens, la pianta i cui fiori rosa hanno il potere di curare le ferite dell'anima e insegnare l'ascolto e l'armonia.
Abbiamo avuto la splendida opportunità di incontrare Virginia Bramati davanti a un aperitivo, e di chiacchierare con lei del suo nuovo romanzo, appena uscito per Giunti.
Ecco cosa ci ha svelato una delle mie autrici italiane preferite!
Qual è per Agnese il rapporto tra inadeguatezza e adeguatezza?
Agnese ha 19 anni e sta per affrontare gli esami di maturità: l'ho posizionata proprio sull'orlo della vita adulta. Non so se gli esami significano ancora così tanto, ma ho un figlio di quell'età e vedo che gli adolescenti di oggi non sono poi così diversi da quelli del passato.
È sempre un momento di scelte importanti.
Agnese è adeguata in quanto è determinata, vuole fare tante cose e non ha paura di niente.
Ma non sa cosa l'aspetta al termine dell'estate, per cui in questo senso è fragile.
Una mia lettrice ha definito questo libro "innocente e crudele": Agnese fa le cose con l'innocenza di una ragazzina, senza rendersi conto delle conseguenze.
La cosa più bella è stata ricevere due telefonate dalle mie lettrici beta: una mi ha confessato di aver riso come una pazza durante la lettura del romanzo, mentre l'altra ha detto di aver pianto tantissimo perché «le avevo graffiato l'anima». Come se avessero letto due libri diversi con lo stesso titolo, o come se avessero colto in maniera univoca due aspetti che io invece spero di aver intrecciato tra loro. Il libro vuole essere in ogni caso una commedia leggera, con personaggi umoristici, che contiene alcuni momenti di dolore.
Agnese e Adelchi sono entrambi orfani di un genitore, e cercano di sostenersi a vicenda nonostante tutto.
La famiglia di Agnese ha un imprinting molto rigido?
I genitori l'hanno amata tantissimo, ma dopo la morte della madre il padre si è irrigidito nel suo dolore. E poi c'è la zia severa ... che è il compendio di tutte le mie zie.
Io la pressione familiare l'ho avvertita tantissimo, ma come tutti i miei personaggi, Agnese e chi la circonda vive di vita sua.
Anche la struttura di questo romanzo è molto singolare: è come se andassimo all'indietro, invece di andare avanti. Posso chiederti il perchè di questa scelta?
Dipende tutto dalla storia. In principio avevo pensato di organizzare i capitoli seguendo l'ordine cronologico, partendo da quando Agnese arriva col padre a Terzi, nel mese di Gennaio, per arrivare all'estate. In realtà, però, questi primi capitoli più cupi avrebbero dato un'idea sbagliata del romanzo, che fondamentalmente rimane una commedia e vuole essere anche molto divertente.
Anche la copertina è molto solare, e anzi, ho premuto per una copertina estiva.
Mi piaceva che la storia iniziasse al meglio, con la bella stagione e Agnese già un po' pacificata col luogo in cui si trova. Per troppi capitoli saremmo andati avanti in un clima di tristezza, oltre al fatto che Marco Aleardi sarebbe arrivato troppo avanti. Lui compariva già nel mio primo libro e ho sempre pensato che non potevo lasciarlo lì: mi piaceva troppo come personaggio per quanto fosse secondario.
Volevo riproporlo ai lettori, e ci sono riuscita!
È il tuo protagonista maschile preferito in assoluto, o il tuo grande amore è un altro?
Ogni personaggio è un po' il mio preferito, ma Marco era un personaggio che doveva ancora esprimere la sua personalità, al di là del contorno del primo libro. Una persona tormentata e un po' ammaccata dalla vita, di cui volevo raccontare di più.
Visto che hai detto che i tuoi personaggi vivono di vita propria, quando inizia una storia l'hai già ben delineata oppure ti lasci trasportare da loro e non sa dove andrà a finire?
Io mi sono raccontata tutte le mie storie per vent'anni, comprese quelle future che non ho ancora scritto, quindi da questo punto di vista sono tutte già pronte.
Vi racconto come scrivo, così risulterà più chiaro: butto giù i primi capitoli e la fine, prima di tutto il resto. È anche il mio modo di leggere, tra l'altro: anche dei gialli leggo sempre inizio e fine, perché mi affeziono subito ai personaggi, anche quelli minori, e devo vedere se hanno qualche incidente fisico o morale. E perché se poi sono loro gli assassini ci rimango malissimo. Appurato che non sono coinvolti, vado avanti serena a leggere il resto, altrimenti posso anche abbandonare il libro.
Domanda da risposta istintiva: perchè scrivi, Virginia?
Io scrivo perché mi piace leggermi.
Il mio primo libro è rimasto nel cassetto per tanti anni, perché non pensavo affatto di poterlo pubblicare, ma ogni tanto andavo a rileggermelo e magari aggiungevo un pezzettino.
Piaceva a me, e questo mi rendeva felice.
Non avevo il sogno di diventare un'autrice, quindi mi ritengo particolarmente fortunata ad essere qui ora.
Da dove è nata l'idea di parlare di fiori? Perché negli ultimi anni si è parlato tantissimo di linguaggi dei fiori, messaggi dei fiori, potere dei fiori, eccetera.
Come hai approcciato questo tema, magari cercando di essere orginale?
Come ho detto prima, io amo la campagna quindi parlare di fiori mi è venuto molto naturale.
Per questione di gusto e formazione personale difficilmente leggo autori italiani: leggo sopratuttto autori anglosassoni perché mi sono laureata in letteratura angloamericana.
Quello che volevo fare com "Tutta colpa della mia impazienza" era raccontare la campagna, mostrare ai milanesi cosa c'è fuori dalla città...
Ho associato Agnese all'Impatiens perché è un fiore che mi piace molto e che ben si adattava alla sua impazienza. Del resto, quando ho scritto il primo libro sono stata accusata di seguire la moda di parlare di New York, mentre io non avevo la minima idea che esistesse una "moda" al riguardo.
Non leggo volentieri il romanzo al femminile italiano anche perché può accadere che io trovi meravigliosa un'idea e poi mi rimanga dentro, cosa pericolosissima. Lì sì che poi si rischia di copiare! Peggio ancora, penso che un'autrice scriva benissimo e mi chiedo "ma io cosa ci sto a fare qui a scrivere?", e anche i dubbi e le insicurezze sono un campo minato.
Legge tanto?
Sì, sono una lettrice compulsiva: sono arrivata a leggere "Il senso di Smilla per la neve", libro non facile, in due giorni.
Ha detto che non legge autori italiani. E autrici straniere del suo stesso genere?
Avevo letto, sull'onda del successo, "Il diario di Bridget Jones" e i primi romanzi della Kinsella, ma al di là di quelli non sono sono andata: non mi sono mai data totalmente al chick-lit.
Forse ho scritto il mio primo libro influenzata da quelli, e perché in fondo è il genere di libri più rapido da scrivere. Non amo le lunghe descrizioni e ho dei valori che cerco di trasmettere: non mi piacciono le ragazze che bevono in continuazione e si danno al primo venuto, come succede spesso nei romanzi rosa più alla moda. Io sono una signora "in età" e ho idee che spesso vanno in tutt'altra direzione.
Ha mai pensato di scrivere un altro tipo di libro?
Sì! Grazie di avermi fatto questa domanda, perché adesso posso darvi la risposta che una mia amica mi ha raccomandato di dare in tutte le presentazioni perché così, prima o poi, il mio desiderio potrebbe avverarsi...
Mi piacerebbe scrivere la biografia di Michele Bravi, che ha solo ventidue anni e magari non avrà molto da raccontare, ma il cui percorso musicale mi ha appassionata.
A diciotto anni ha vinto X-Factor con una canzone scritta da Tiziano Ferro, per poi pubblicare il suo primo CD e vederlo andare male. La casa discografica l'ha dato subito per bruciato nel mondo musicale, ma lui ha deciso di prendere una strada diversa, puntando a costruirsi un pubblico attraverso il web. Tre anni dopo si è presentato a Sanremo, arrivando quarto con una canzone meravigliosa, e adesso il suo disco va benissimo. In quattro anni ha vissuto le esperienze che a molti capitano in un arco di tempo più vasto, ed è per questo che mi piacerebbe scrivere la sua biografia.
"Promettimi che non smetteremo mai di stupirci a vicenda" scrive Agnese nella lettera che vuole consegnare al marito il giorno del matrimonio. Come si può vivere in questo modo un amore che duri per tutta la vita?
Non so come sia per gli altri, ma posso dire che io e mio marito (sposati dal 1983), tutto quello che ci è capitato nella vita, anche le cose più drammatiche, le abbiamo prese ridendo, con leggerezza insomma. Con il mutuo sostegno che arriva dal fatto di pensare "io credo in te e ne verremo fuori". Persino quando sembrava che il nostro secondogenito dovesse morire alla nascita riuscivamo a cogliere l'ironia in quello che ci dicevano i dottori, spesso contradditorio e che non rispondeva davvero alle nostre domande. Ci aiutava a non perdere la calma in quella che era una situazione spaventosa.
Grazie a Virginia Bramati e a Giunti per questa bellissima occasione di incontro e di confronto, e sappiate che sono totalmente a favore del progetto Michele Bravi.
Così a favore che, se ancora non avete sentito "Il diario degli errori", potete ascoltarla qui.
Scherzi a parte, "Tutta colpa della mia impazienza" è stata una lettura superpiacevole, divertente e alla quale non mancano le emozioni.
Non fatevelo scappare!
Un bacio a tutte, fanciulle (e fanciulli)!
A presto <3
Oggi sul blog c'è un'ospite davvero speciale: Virginia Bramati, autrice di "Tutta colpa della mia impazienza", edito Giunti (rilegato a 14,90€):
«Sono nata con due mesi di anticipo, odio i tempi morti, sono fisicamente allergica ai giochi di pazienza e adoro il tasto fast forward»: Agnese è così, una ragazza esuberante, autonoma, insofferente verso il principio dell'«ogni cosa a suo tempo»…
Ma improvvisamente, ecco che la vita prende una piega terribilmente dolorosa e la scaraventa dal centro di una metropoli che non dorme mai a una grande casa lungo un fiume, lontana quanto basta per essere immersa nei ritmi lenti e immutabili della campagna. Non solo: quando l'inverno finalmente è alle spalle e tutto sta per sbocciare, si ritrova sola, con un esame importante da preparare e solo il ronzio delle api a farle compagnia.
Impulsiva come sempre, Agnese non si arrende e riesce ugualmente a riempirsi le giornate con tutto ciò che non dovrebbe fare… fino a che dalle pagine di un libro non spunta un piccolo dono prezioso: una bustina di semi di Impatiens, la pianta i cui fiori rosa hanno il potere di curare le ferite dell'anima e insegnare l'ascolto e l'armonia.
Abbiamo avuto la splendida opportunità di incontrare Virginia Bramati davanti a un aperitivo, e di chiacchierare con lei del suo nuovo romanzo, appena uscito per Giunti.
Ecco cosa ci ha svelato una delle mie autrici italiane preferite!
Qual è per Agnese il rapporto tra inadeguatezza e adeguatezza?
Agnese ha 19 anni e sta per affrontare gli esami di maturità: l'ho posizionata proprio sull'orlo della vita adulta. Non so se gli esami significano ancora così tanto, ma ho un figlio di quell'età e vedo che gli adolescenti di oggi non sono poi così diversi da quelli del passato.
È sempre un momento di scelte importanti.
Agnese è adeguata in quanto è determinata, vuole fare tante cose e non ha paura di niente.
Ma non sa cosa l'aspetta al termine dell'estate, per cui in questo senso è fragile.
Una mia lettrice ha definito questo libro "innocente e crudele": Agnese fa le cose con l'innocenza di una ragazzina, senza rendersi conto delle conseguenze.
La cosa più bella è stata ricevere due telefonate dalle mie lettrici beta: una mi ha confessato di aver riso come una pazza durante la lettura del romanzo, mentre l'altra ha detto di aver pianto tantissimo perché «le avevo graffiato l'anima». Come se avessero letto due libri diversi con lo stesso titolo, o come se avessero colto in maniera univoca due aspetti che io invece spero di aver intrecciato tra loro. Il libro vuole essere in ogni caso una commedia leggera, con personaggi umoristici, che contiene alcuni momenti di dolore.
Agnese e Adelchi sono entrambi orfani di un genitore, e cercano di sostenersi a vicenda nonostante tutto.
La famiglia di Agnese ha un imprinting molto rigido?
I genitori l'hanno amata tantissimo, ma dopo la morte della madre il padre si è irrigidito nel suo dolore. E poi c'è la zia severa ... che è il compendio di tutte le mie zie.
Io la pressione familiare l'ho avvertita tantissimo, ma come tutti i miei personaggi, Agnese e chi la circonda vive di vita sua.
Anche la struttura di questo romanzo è molto singolare: è come se andassimo all'indietro, invece di andare avanti. Posso chiederti il perchè di questa scelta?
Dipende tutto dalla storia. In principio avevo pensato di organizzare i capitoli seguendo l'ordine cronologico, partendo da quando Agnese arriva col padre a Terzi, nel mese di Gennaio, per arrivare all'estate. In realtà, però, questi primi capitoli più cupi avrebbero dato un'idea sbagliata del romanzo, che fondamentalmente rimane una commedia e vuole essere anche molto divertente.
Anche la copertina è molto solare, e anzi, ho premuto per una copertina estiva.
Mi piaceva che la storia iniziasse al meglio, con la bella stagione e Agnese già un po' pacificata col luogo in cui si trova. Per troppi capitoli saremmo andati avanti in un clima di tristezza, oltre al fatto che Marco Aleardi sarebbe arrivato troppo avanti. Lui compariva già nel mio primo libro e ho sempre pensato che non potevo lasciarlo lì: mi piaceva troppo come personaggio per quanto fosse secondario.
Volevo riproporlo ai lettori, e ci sono riuscita!
È il tuo protagonista maschile preferito in assoluto, o il tuo grande amore è un altro?
Ogni personaggio è un po' il mio preferito, ma Marco era un personaggio che doveva ancora esprimere la sua personalità, al di là del contorno del primo libro. Una persona tormentata e un po' ammaccata dalla vita, di cui volevo raccontare di più.
Visto che hai detto che i tuoi personaggi vivono di vita propria, quando inizia una storia l'hai già ben delineata oppure ti lasci trasportare da loro e non sa dove andrà a finire?
Io mi sono raccontata tutte le mie storie per vent'anni, comprese quelle future che non ho ancora scritto, quindi da questo punto di vista sono tutte già pronte.
Vi racconto come scrivo, così risulterà più chiaro: butto giù i primi capitoli e la fine, prima di tutto il resto. È anche il mio modo di leggere, tra l'altro: anche dei gialli leggo sempre inizio e fine, perché mi affeziono subito ai personaggi, anche quelli minori, e devo vedere se hanno qualche incidente fisico o morale. E perché se poi sono loro gli assassini ci rimango malissimo. Appurato che non sono coinvolti, vado avanti serena a leggere il resto, altrimenti posso anche abbandonare il libro.
Domanda da risposta istintiva: perchè scrivi, Virginia?
Io scrivo perché mi piace leggermi.
Il mio primo libro è rimasto nel cassetto per tanti anni, perché non pensavo affatto di poterlo pubblicare, ma ogni tanto andavo a rileggermelo e magari aggiungevo un pezzettino.
Piaceva a me, e questo mi rendeva felice.
Non avevo il sogno di diventare un'autrice, quindi mi ritengo particolarmente fortunata ad essere qui ora.
Da dove è nata l'idea di parlare di fiori? Perché negli ultimi anni si è parlato tantissimo di linguaggi dei fiori, messaggi dei fiori, potere dei fiori, eccetera.
Come hai approcciato questo tema, magari cercando di essere orginale?
Come ho detto prima, io amo la campagna quindi parlare di fiori mi è venuto molto naturale.
Per questione di gusto e formazione personale difficilmente leggo autori italiani: leggo sopratuttto autori anglosassoni perché mi sono laureata in letteratura angloamericana.
Quello che volevo fare com "Tutta colpa della mia impazienza" era raccontare la campagna, mostrare ai milanesi cosa c'è fuori dalla città...
Ho associato Agnese all'Impatiens perché è un fiore che mi piace molto e che ben si adattava alla sua impazienza. Del resto, quando ho scritto il primo libro sono stata accusata di seguire la moda di parlare di New York, mentre io non avevo la minima idea che esistesse una "moda" al riguardo.
Non leggo volentieri il romanzo al femminile italiano anche perché può accadere che io trovi meravigliosa un'idea e poi mi rimanga dentro, cosa pericolosissima. Lì sì che poi si rischia di copiare! Peggio ancora, penso che un'autrice scriva benissimo e mi chiedo "ma io cosa ci sto a fare qui a scrivere?", e anche i dubbi e le insicurezze sono un campo minato.
Sì, sono una lettrice compulsiva: sono arrivata a leggere "Il senso di Smilla per la neve", libro non facile, in due giorni.
Ha detto che non legge autori italiani. E autrici straniere del suo stesso genere?
Avevo letto, sull'onda del successo, "Il diario di Bridget Jones" e i primi romanzi della Kinsella, ma al di là di quelli non sono sono andata: non mi sono mai data totalmente al chick-lit.
Forse ho scritto il mio primo libro influenzata da quelli, e perché in fondo è il genere di libri più rapido da scrivere. Non amo le lunghe descrizioni e ho dei valori che cerco di trasmettere: non mi piacciono le ragazze che bevono in continuazione e si danno al primo venuto, come succede spesso nei romanzi rosa più alla moda. Io sono una signora "in età" e ho idee che spesso vanno in tutt'altra direzione.
Ha mai pensato di scrivere un altro tipo di libro?
Sì! Grazie di avermi fatto questa domanda, perché adesso posso darvi la risposta che una mia amica mi ha raccomandato di dare in tutte le presentazioni perché così, prima o poi, il mio desiderio potrebbe avverarsi...
Mi piacerebbe scrivere la biografia di Michele Bravi, che ha solo ventidue anni e magari non avrà molto da raccontare, ma il cui percorso musicale mi ha appassionata.
A diciotto anni ha vinto X-Factor con una canzone scritta da Tiziano Ferro, per poi pubblicare il suo primo CD e vederlo andare male. La casa discografica l'ha dato subito per bruciato nel mondo musicale, ma lui ha deciso di prendere una strada diversa, puntando a costruirsi un pubblico attraverso il web. Tre anni dopo si è presentato a Sanremo, arrivando quarto con una canzone meravigliosa, e adesso il suo disco va benissimo. In quattro anni ha vissuto le esperienze che a molti capitano in un arco di tempo più vasto, ed è per questo che mi piacerebbe scrivere la sua biografia.
"Promettimi che non smetteremo mai di stupirci a vicenda" scrive Agnese nella lettera che vuole consegnare al marito il giorno del matrimonio. Come si può vivere in questo modo un amore che duri per tutta la vita?
Non so come sia per gli altri, ma posso dire che io e mio marito (sposati dal 1983), tutto quello che ci è capitato nella vita, anche le cose più drammatiche, le abbiamo prese ridendo, con leggerezza insomma. Con il mutuo sostegno che arriva dal fatto di pensare "io credo in te e ne verremo fuori". Persino quando sembrava che il nostro secondogenito dovesse morire alla nascita riuscivamo a cogliere l'ironia in quello che ci dicevano i dottori, spesso contradditorio e che non rispondeva davvero alle nostre domande. Ci aiutava a non perdere la calma in quella che era una situazione spaventosa.
Grazie a Virginia Bramati e a Giunti per questa bellissima occasione di incontro e di confronto, e sappiate che sono totalmente a favore del progetto Michele Bravi.
Così a favore che, se ancora non avete sentito "Il diario degli errori", potete ascoltarla qui.
Scherzi a parte, "Tutta colpa della mia impazienza" è stata una lettura superpiacevole, divertente e alla quale non mancano le emozioni.
Non fatevelo scappare!
Un bacio a tutte, fanciulle (e fanciulli)!
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