lunedì 15 aprile 2019

Intervista a Eleonora C. Caruso su "Tutto chiuso tranne il cielo", il fascino del Giappone e la scrittura

Julian è un diciannovenne esile e pallido, la sua anima è azzurra come la sua chioma. Mangia pochissimo, ha sempre in mano il cellulare, ma sente e osserva ogni cosa. Abbraccia tutti, poi scappa. Se permettesse a qualcuno di toccarlo davvero si troverebbe a dover affrontare sentimenti dai quali ha preso una distanza di quasi 10.000 chilometri: quelli che separano Milano da Tokyo. Dopo un anno trascorso in Giappone è proprio a Milano, il luogo della sua ferita originale, che Julian sta tornando.


Lo stesso Julian che aveva conquistato lettori e lettrici tra le pagine di Le ferite originali, romanzo precedente di Eleonora C. Caruso (Mondadori), e che ora torna in Tutto chiuso tranne il cielo (Mondadori), stavolta da protagonista.
Abbiamo incontrato Eleonora C. Caruso a Milano, ed ecco cosa ci ha raccontato!

Com'è stato raccontare la storia di Julian, che aspettavamo dalla conclusione del romanzo precedente?
Il romanzo precedente era corale, molto strutturato, e si concentrava sull'introspezione dei quattro protagonisti e voci narranti. Julian è il fratello del protagonista, Christian, e ha un ruolo fondamentale all'interno della narrazione, perché di fatto la sua presenza muove cose molto significative, però non è una voce narrante, così che di lui non capiamo né cosa lo muove, né il suo punto di vista sulle cose che gli succedono. Non avendolo raccontato in prima persona non ho potuto portarlo a una vera conclusione. Sentivo di avere ancora tante cose da dire su questo personaggio anche dopo aver finito Le ferite originali, per cui ho chiesto alla mia agente cosa ne pensasse di un racconto su Julian. Scrivendo questo racconto però mi sono resa conto che dovevo dargli un passato, in modo che non fosse solo il fratellino di Christian, ma nel fare questo ho praticamente scritto un romanzo. Di solito scrivo storie corali e molto strutturate, anche il mio primo romanzo era nato così, anche se poi ne ho estrapolato la storia singola della protagonista, per cui scrivere solo di Julian è stata un'esperienza molto strana per me, anche se mi ha permesso di mettermi alla prova nella creazione di personaggi credibili: prenderlo dalla storia già scritta, creargli intorno un contesto e vedere se questa storia poteva essere letta anche da chi non conoscesse il romanzo precedente per me è stata una prova importante. Prima di pubblicarlo l'ho fatto leggere a qualche persona che non conoscesse le ferite originali proprio per capire se funzionasse.

Tokyo e il Giappone sono una presenza importante nel romanzo e sappiamo che questo paese conta molto per te. Quando hai deciso di inserirlo nella storia?
Quando si decide di ambientare un romanzo in Giappone sembra che ci si porti sempre dietro un forte collegamento ai cartoon. In realtà Tokyo è una grande metropoli, con i suoi problemi e le sue suggestioni, come tutte le grandi città del mondo, ma se faccio andare un personaggio a New York la cosa sembra naturale, mentre se lo mando a Tokyo mi dicono subito "questo romanzo è un po' manga". Ma cosa vuol dire? Io ho un grande amore per la città di Tokyo, che sicuramente all'inizio mi è venuto dalla passione per il fumetto giapponese e il cinema, è la metropoli che conosco meglio e che penso di saper descrivere nel modo migliore anche nelle sue problematiche. Però un
conto è descriverla con i soliti riferimenti che usano tutti, un altro vederla anche in tutte le sue pecche e storture, superando magari una certa disillusione ma continuando ad amarla. Tokyo è l'unica città per cui io avessi questo tipo di conoscenza, tutte le altre le avrei dipinte da cartolina.
Tokyo è la metropoli della solitudine per eccellenza. Ha nove milioni d'abitanti ma è una città in cui per cultura non ci si tocca, è molto difficile fare amicizia tra persone di etnie diverse e noi europei facciamo ancora fatica ad approcciare i giapponesi nel modo giusto. Noi siamo spesso troppo diretti, loro ci trattano come delle scimmiette perché non sono abituati a vederci.
Mi sembrava il posto in cui Julian potesse desiderare di sparire, pieno di vita ma dove ognuno resta chiuso in se stesso. Deve parlare una lingua difficile, che non ha in comune nemmeno l'alfabeto, si trova ad affrontare usanze diverse, e questo gli richiede tantissima energia, ma gli permette di evitare di affrontare i suoi problemi. Tutte le volte che ci sono stata ho provato la stessa sensazione di distacco dall'Italia.

Consideri i manga un riferimento letterario anche quando scrivi un romanzo o è qualcosa di diverso a ispirarti?
L'idea che abbiamo dei manga è riduttiva e in genere un po' stupida. Io credo sia il tipo di fumetto più completo a livello narrativo che esista ed è un peccato che si porti dietro ancora grossi fraintendimenti. Certi manga mi hanno segnato profondamente e di sicuro me li porto dietro come riferimenti letterari. Quando scrivo impilo su una mensola romanzi che mi servono a ricordarmi che il mio fa schifo al confronto, le mie pietre miliari come Revolutionary Road, Carne e sangue e altri mostri sacri. Stavolta ho scelto libri molto diversi dal solito, come i primi romanzi di Isabella Santacroce, una scrittrice che poi si è un po' persa per strada ma era partita molto bene.

Hai parlato di cinema e fumetti, ma qual è il tuo rapporto con la musica, visto che soprattutto l'inizio del romanzo ha una struttura molto musicale?
La musica non è una mia passione particolare e non sono una conoscitrice, però tengo molto alla struttura dei personaggi e di solito, per non perdere il contatto con loro quando non sto scrivendo, ascolto delle playlist che ascolterebbero loro, anche se magari non sono nemmeno lontanamente nei miei gusti. Amo molto cantautori e cantautrici e per me le parole delle canzoni sono più importanti della musica. Scrivendo volevo smarcarmi dal romanzo precedente, che aveva uno stile più ampio, mentre qui ho cercato la riduzione. Ho fatto fatica a trovare un ritmo diverso, perché all'inizio scrivevo periodi molto densi e articolati, che non si accordavano con il personaggio di Julian, che si sottrae alla realtà. Dopo ho cercato frasi brevi e significative, anche perché mi sarei annoiata a scrivere un libro uguale al precedente. In realtà sono due romanzi per certi versi identici, per altri del tutto speculari.

Tutti i tuoi personaggi sono molto intensi. Ce n'è qualcuno di quelli secondari che avresti voluto approfondire?
Tutti, anche perché sono abituata a scrivere storie in cui tutti i personaggi sono importanti. Per me è innaturale conoscere un personaggio e abbandonarlo quasi subito, istintivamente non l'avrei fatto, ma questo doveva essere un romanzo anche sui rapporti tronchi, sull'incapacità di portarli fino alla loro fine. Quello precedente era invece un romanzo su come a volte le persone si legano in modo così stretto che, quando cambia qualcosa in una dinamica, cambiano anche quelle collegate, perché siamo tutti intrecciati in modo così fitto. Qui è il contrario: tutti i rapporti che portano qualcosa di nuovo nella vita di Julian potrebbero forse aiutarlo ma vengono abbandonati nel momento in cui potrebbero essere approfonditi. Ogni personaggio è stato costruito su cose che poi non sono state raccontate, per dargli una dimensione, un background: ad esempio, io so sempre tutto dei genitori di un personaggio, perché sono loro a caratterizzarlo, anche se poi non ne parlo.
Amo molto il personaggio di Cloro, l'influencer e mi piacerebbe magari scrivere una storia su di lei.
In principio la vedevo come molto superficiale, ma poi mi sono resa conto che era un personaggio più interessante di come l'avessi pensata all'inizio. A molti lettori invece sembra che piaccia Leo, di cui io volevo liberarmi in fretta perché è l'emblema della mia generazione di trentenni lamentosi.

Nel libro ci sono tanti riferimenti al cielo, che finisce per diventare un vero e proprio personaggio: il cielo inghiotte, il cielo si stende sui personaggi, il cielo non risponde... è la rappresentazione di tutto ciò che non arriva come risposta dalla vita. Questo era uno dei punti fermi fin dall'inizio oppure è venuto casualmente durante la scrittura?
Di solito scrivo una storia e le do un titolo, poi mi rendo conto che non va bene, oppure qualcuno mi dice che non è adatto e si passano mesi a cercarne un altro. Questa è la prima volta che, molto prima di scrivere il romanzo, mi è venuto in mente un possibile titolo, del tutto per caso. Un giorno sono andata nel mio paese natale, un posto di tremila anime, insieme al mio fidanzato milanese: era sabato, ma tutti i negozi erano chiusi. Lui si chiedeva «ma come è possibile?» e io gli ho risposto «Boh, qui è tutto chiuso tranne il cielo». Questa frase mi è sembrata da subito un titolo bellissimo, che mi ha fatto pensare a Julian e l'ho collegato a lui.
Avevo scritto un racconto sul vicino di casa giapponese di Julian, quello di cui si parla nel romanzo,  ed era intitolato "Col nostro sangue hanno dipinto il cielo", perciò dev'esserci qualcosa in Tokyo che mi fa pensare al cielo: forse il fatto che lì è tutto verticale, per cui lo sguardo sale sempre verso l'alto. Per noi il cielo fa pensare alla libertà, all'apertura, mentre a Tokyo, tra i palazzi alti, sembra di essere in una scatola e il cielo accentua la sensazione di chiusura. Tra l'altro a Tokyo il cielo è solcato dal reticolo di cavi elettrici e telefonici, che per i problemi sismici non vengono mai interrati ma stanno sospesi in alto. Da queste immagini del cielo devono essere venuti i riferimenti nel romanzo, quasi senza che io me ne rendessi conto.

Julian va a Tokyo perché vuole sparire. Racconti un adolescente che, in un'età in cui i ragazzi tendono a focalizzare l'attenzione su loro stessi, vuole azzerare tutto e scomparire.
Mentre scrivevo questo romanzo io volevo scomparire, per cui mi è venuto naturale attribuire a Julian i miei sentimenti. In realtà il fulcro del romanzo sta proprio in questa contraddizione: Julian fa parte di una generazione che vuol essere costantemente presente, quindi usa i social, Instagram ma soprattutto Snapchat, le cui immagini si cancellano dopo poche ore. Vuole mandare dei segnali di sé, ma al tempo stesso non vuole lasciare delle tracce.
Vuole sparire, ma vuole che qualcuno lo osservi mentre sta sparendo.


Tutto chiuso tranne il cielo di Eleonora C. Caruso (Mondadori) è in libreria, al prezzo di copertina di 17€.

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