Antichi nuovi di zecca (Edizioni E/O) è, prima di tutto, la storia di due famiglie e del groviglio delle loro vite, ambientate sullo sfondo della città e intrecciate con il mito classico. Qui, Kate Tempest mostra come i vecchi miti vivano ancora nei nostri atti quotidiani di violenza, coraggio, sacrificio e amore - e come le nostre vite non siano meno drammatiche e potenti di quelle degli antichi dèi.
Questa storia in versi va letta ad alta voce.
Storia in versi, perchè definirla poema sarebbe un attribuirle un'etichetta riduttiva: Antichi nuovi di zecca è una canzone, un monologo, un racconto. È tutto questo e molto di più.
Focus dell'opera è l'idea che i vecchi miti, le storie che vedevano protagonisti gli dèi (con i loro pregi e le loro debolezze), vivano ancora in noi, che ci muoviamo sulla Terra migliaia di anni dopo, e che le nostre vita non manchino della stessa intensità e potenza.
«Nei tempi antichi/ i miti erano storie che usavamo per spiegare noi stessi» recitano i primi versi del poema, proseguendo con il definire l'uomo «ancora mitico», «ancora divino».
«Ci siamo dimenticati di essere ben più che la somma / di tutte le cose che possediamo» continua Kate Tempest, per poi narrare la storia di due coppie, quella formata da Kevin e Jane, e quella formata da Brian e Mary. I primi non riescono a concepire, e Jane e Brian consumano una breve relazione clandestina che porta la donna a concepire un figlio, che chiamano Thomas (Tommy).
Anche Brian e Mary hanno un figlio, Clive.
Le storie dei sei personaggi si intrecciano e si snodano per circa 80 pagine (150 nell'edizione italiana, ma c'è il testo inglese a fronte): vediamo Clive e Tommy crescere con risultati ben diversi, li vediamo sbagliare, sognare, lottare e sbagliare più volte, e raggiungere ognuno il suo punto di svolta agli estremi dello spettro dell'etica.
Clive, privo di una famiglia che sia davvero di appoggio, sceglie la via del "male": furtarelli, scorribande, vandalismo, alcolismo per culminare in un violento tentativo di stupro.
Tommy, dal canto suo, sogna di scrivere, e questo sogno lo porta a studiare, coltivare la sua penna, disegnare, e inseguire progetti sempre più ambiziosi, rischiando però di perdere di vista qualcosa che realizza appena in tempo essere più importante: l'amore.
E non è forse ciò che inseguiamo tutti, l'amore?
Non è ciò che ha mosso gli dèi fin dall'antichità, provando guerre, unendo regni, causando catastrofi naturali?
Tommy e Clive, ero e antieroe, sono due novelli Ercole intenti a compiere le loro dodici fatiche, nel bene e nel male, ed è facile ritrovare in ognuno di loro il proprio percorso, fatto di capitomboli e di successi, di delusioni e soddisfazioni.
«Siamo antichi, nuovi di zecca, semplici e molto avanti sulla strada/ di ridurci in nulla; dobbiamo riconoscere di essere straordinari/ e che possiamo diventare gli dèi che siamo nati per essere attraverso l'amore» recita Kate Tempest, quando si avvicina alla conclusione, ed è un messaggio estremamente confortante: l'idea di dover solo trovare il nostro "straordinario interiore" e coltivarlo, una missione dopo l'altra, fino a raggiungere la nostra forma più alta, è stimolante ed estremamente moderno, pur affondando le sue radici in una tradizione orale iniziata migliaia di anni fa.
Perciò, moderne divinità là fuori, distendete le ali e raddrizzate le spalle, e iniziate a cercare già oggi ciò che di meraviglioso e fuori dal comune si cela nel vostro animo, e donatelo al mondo.
Consigliatissimo.
Antichi nuovi di zecca di Kate Tempest (Edizioni E/O) al prezzo di copertina di 16€.
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lunedì 21 ottobre 2019
martedì 8 ottobre 2019
"La memoria di Babel" di Christelle Dabos
Dopo Fidanzati dell'inverno e Gli scomparsi di Chiardiluna, Christelle Dabos è tornata con l'atteso - attesissimo - La memoria di Babel, terzo e penultimo volume della saga fantasy francese L'attraversaspecchi (Edizioni E/O).
Aprire un romanzo di Christelle Dabos è come immergersi in un bagno caldo, pieno di soffice schiuma.
La prosa ricca, elegante, intrisa di raffinatezza francese e allo stesso tempo percorsa da un umorismo sottile, che ben si sposa con le atmosfere della città di Babel - dominata da due spiriti di famiglia, Polluce e Helena -, nella cui esplorazione seguiamo Ofelia: arca cosmopolita. ben diversa da quella su cui la nostra eroina ha trascorso gli ultimi due anni e mezzo, cattura l'attenzione dei lettori da subito.
Quali segreti nasconde? Quali misteri?
È un'Ofelia diversa, quella che seguiamo per tutte e 560 le pagine di questo terzo volume: un'Ofelia più femminile forse, o meglio, più consapevole della propria femminilità.
Una donna che accetta se stessa, pregi e difetti, e affronta le sfide sul suo cammino a testa alta, accettando in primis le proprie responsabilità.
Ofelia si reca a Babel convinta di poter trovare Thorn, due anni e mezzo dopo la sua fuga, e per farlo si finge Eulalia, lettrice di ottava generazione.
Su un'arca diversa da quella che conosce a menadito, e in una società in cui al comando ci sono automi (ricordate la tecnologia di Lazarus?) il contrasto tra antico e moderno è inevitabile: contrasto che ritroviamo per tutto il volume, e che fa da sfondo alle prove che, anche stavolta, aspettano Ofelia al varco mettendo alla prova i suoi poteri e le sue capacità.
Troverà Thorn? Per scoprirlo bisogna leggere!
Punto forte dei due volumi precedenti della saga erano le descrizioni, molto ricche. A volte, forse, anche troppo: stavolta Christelle Dabos lascia più spazio all'azione, e questo rende la lettura di La memoria di Babel più veloce nonostante la mole sia, anche stavolta, importante.
È un romanzo in cui immergersi completamente, per riemergere solo una volta raggiunta l'ultima pagina, e disperarsi perchè il prossimo volume, quarto della saga, sarà l'ultimo.
E nessuno di noi è pronto a lasciare il mondo affascinante e conturbante de L'attraversaspecchi. Non ancora.
L'Attraversaspecchi. La memoria di Babel di Christelle Dabos (Edizioni E/O) è in libreria, al prezzo di 16€.
Aprire un romanzo di Christelle Dabos è come immergersi in un bagno caldo, pieno di soffice schiuma.
La prosa ricca, elegante, intrisa di raffinatezza francese e allo stesso tempo percorsa da un umorismo sottile, che ben si sposa con le atmosfere della città di Babel - dominata da due spiriti di famiglia, Polluce e Helena -, nella cui esplorazione seguiamo Ofelia: arca cosmopolita. ben diversa da quella su cui la nostra eroina ha trascorso gli ultimi due anni e mezzo, cattura l'attenzione dei lettori da subito.
Quali segreti nasconde? Quali misteri?
È un'Ofelia diversa, quella che seguiamo per tutte e 560 le pagine di questo terzo volume: un'Ofelia più femminile forse, o meglio, più consapevole della propria femminilità.
Una donna che accetta se stessa, pregi e difetti, e affronta le sfide sul suo cammino a testa alta, accettando in primis le proprie responsabilità.
Ofelia si reca a Babel convinta di poter trovare Thorn, due anni e mezzo dopo la sua fuga, e per farlo si finge Eulalia, lettrice di ottava generazione.
Su un'arca diversa da quella che conosce a menadito, e in una società in cui al comando ci sono automi (ricordate la tecnologia di Lazarus?) il contrasto tra antico e moderno è inevitabile: contrasto che ritroviamo per tutto il volume, e che fa da sfondo alle prove che, anche stavolta, aspettano Ofelia al varco mettendo alla prova i suoi poteri e le sue capacità.
Troverà Thorn? Per scoprirlo bisogna leggere!
Punto forte dei due volumi precedenti della saga erano le descrizioni, molto ricche. A volte, forse, anche troppo: stavolta Christelle Dabos lascia più spazio all'azione, e questo rende la lettura di La memoria di Babel più veloce nonostante la mole sia, anche stavolta, importante.
È un romanzo in cui immergersi completamente, per riemergere solo una volta raggiunta l'ultima pagina, e disperarsi perchè il prossimo volume, quarto della saga, sarà l'ultimo.
E nessuno di noi è pronto a lasciare il mondo affascinante e conturbante de L'attraversaspecchi. Non ancora.
L'Attraversaspecchi. La memoria di Babel di Christelle Dabos (Edizioni E/O) è in libreria, al prezzo di 16€.
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giovedì 24 gennaio 2019
"L'ultima volta che siamo stati bambini" di Fabio Bartolomei
Cosimo, Italo e Vanda sono bambini di appena dieci anni con i sogni, la voglia di scoprire il mondo e la spensieratezza dell'infanzia intrappolate dalla seconda guerra mondiale.
Per Vanda, orfana, il conflitto vuol dire una vita "in pausa", perchè chi adotterebbe una bambina quando a malapena si riesce a sopravvivere?
Cosimo, dal canto suo, vive la guerra come la causa del suo isolamento forzato in casa, fino a quando il nonno non gli accorda il sospirato permesso di tornare a giocare all'aperto, insieme agli altri bambini.
E poi c'è Italo, che indossa la sua divisa da balilla con orgoglio e vorrebbe solo l'approvazione incondizionata che i genitori riversano sul fratello maggiore, invece di essere sempre l'eterno secondo.
A loro si aggiunge Riccardo, che nonostante le leggi dicano essere "diverso", per loro è solo un grande amico. È lui a portare a Cosimo una salsiccia (bene preziosissimo, in tempi di ristrettezze), quando il nonno lo chiude in cantina per punizione. È lui a far sembrare facile ogni impresa, dal saltare da una finestra all'uscire di notte senza farsi vedere.
Quando i tre scoprono che i tedeschi hanno rastrellato il ghetto e portato via intere famiglie, inclusa quella di Riccardo, non hanno dubbi: l'amico va trovato e riportato a casa. Da loro.
La loro fuga, dalle famiglie e dall'orfanotrofio dà il via a una seconda, disperata missione di soccorso, quella di suor Agnese (che intende riportare Vanda al sicuro, e con lei i suoi amici) e di Vittorio, militare in convalescenza, che subito si mettono sulle loro tracce. La loro speranza di raggiungere i piccoli fuggiaschi in poche ore si dimostra fin dall'inizio un imperdonabile errore di calcolo: Cosimo, Italo e Vanda sono determinati come solo i bambini, e la loro incoscienza è compensata dalla tenacia con cui affrontano una marcia estenuante verso un "campo" che sembra irraggiungibile, il cui prezzo si rivelerà ben più alto di quanto avrebbero potuto immaginare.
Fabio Bartolomei torna in libreria con L'ultima volta che siamo stati bambini (Edizioni E/O) e sin dalle prime pagine costringe il lettore ad abbandonare qualsivoglia precedente occupazione, mettersi comodo e seguire le peripezie dei tre eroi in missione, perchè di questo si tratta: di una missione di soccorso. Una crociata contro una guerra che agli occhi di Cosimo, Italo e Vanda non solo appare priva di senso, ma responsabile di aver reso gli adulti, ai quali hanno sempre guardato cercando conforto e spiegazioni, crudeli. Capaci di rapire, punire, ferire come mai avrebbero immaginato.
L'orrore della guerra che racconta Bartolomei non è solo quello dei rastrellamenti, ma quello più profondo della perdita di umanità, quell'umanità che renderebbe impossibile lo sterminio di intere famiglie e che invece sembra essersi dissolta come neve al sole.
L'ultima volta che siamo stati bambini non è solo la storia Cosimo, Italo e Vanda, ma di un'intera generazione costretta a crescere troppo in fretta e a confrontarsi con l'assurdità di un conflitto sanguinoso, privata dell'infanzia e dell'innocenza che la caratterizza.
In un momento storico che sembra riproporre fin troppi dei passaggi che portarono l'Europa a vivere una delle pagine più buie della sua storia, è una lettura imprescindibile per ricordare, ancora una volta, quel secondo conflitto costato al vecchio continente 55 milioni di vite (stimate).
Con la speranza che non ci sia mai un terzo atto.
L'ultima volta che siamo stati bambini di Fabio Bartolomei (Edizioni E/O) è in libreria, al prezzo di copertina di 16€.
Per Vanda, orfana, il conflitto vuol dire una vita "in pausa", perchè chi adotterebbe una bambina quando a malapena si riesce a sopravvivere?
Cosimo, dal canto suo, vive la guerra come la causa del suo isolamento forzato in casa, fino a quando il nonno non gli accorda il sospirato permesso di tornare a giocare all'aperto, insieme agli altri bambini.
E poi c'è Italo, che indossa la sua divisa da balilla con orgoglio e vorrebbe solo l'approvazione incondizionata che i genitori riversano sul fratello maggiore, invece di essere sempre l'eterno secondo.
A loro si aggiunge Riccardo, che nonostante le leggi dicano essere "diverso", per loro è solo un grande amico. È lui a portare a Cosimo una salsiccia (bene preziosissimo, in tempi di ristrettezze), quando il nonno lo chiude in cantina per punizione. È lui a far sembrare facile ogni impresa, dal saltare da una finestra all'uscire di notte senza farsi vedere.
Quando i tre scoprono che i tedeschi hanno rastrellato il ghetto e portato via intere famiglie, inclusa quella di Riccardo, non hanno dubbi: l'amico va trovato e riportato a casa. Da loro.
La loro fuga, dalle famiglie e dall'orfanotrofio dà il via a una seconda, disperata missione di soccorso, quella di suor Agnese (che intende riportare Vanda al sicuro, e con lei i suoi amici) e di Vittorio, militare in convalescenza, che subito si mettono sulle loro tracce. La loro speranza di raggiungere i piccoli fuggiaschi in poche ore si dimostra fin dall'inizio un imperdonabile errore di calcolo: Cosimo, Italo e Vanda sono determinati come solo i bambini, e la loro incoscienza è compensata dalla tenacia con cui affrontano una marcia estenuante verso un "campo" che sembra irraggiungibile, il cui prezzo si rivelerà ben più alto di quanto avrebbero potuto immaginare.
Fabio Bartolomei torna in libreria con L'ultima volta che siamo stati bambini (Edizioni E/O) e sin dalle prime pagine costringe il lettore ad abbandonare qualsivoglia precedente occupazione, mettersi comodo e seguire le peripezie dei tre eroi in missione, perchè di questo si tratta: di una missione di soccorso. Una crociata contro una guerra che agli occhi di Cosimo, Italo e Vanda non solo appare priva di senso, ma responsabile di aver reso gli adulti, ai quali hanno sempre guardato cercando conforto e spiegazioni, crudeli. Capaci di rapire, punire, ferire come mai avrebbero immaginato.
L'orrore della guerra che racconta Bartolomei non è solo quello dei rastrellamenti, ma quello più profondo della perdita di umanità, quell'umanità che renderebbe impossibile lo sterminio di intere famiglie e che invece sembra essersi dissolta come neve al sole.
L'ultima volta che siamo stati bambini non è solo la storia Cosimo, Italo e Vanda, ma di un'intera generazione costretta a crescere troppo in fretta e a confrontarsi con l'assurdità di un conflitto sanguinoso, privata dell'infanzia e dell'innocenza che la caratterizza.
In un momento storico che sembra riproporre fin troppi dei passaggi che portarono l'Europa a vivere una delle pagine più buie della sua storia, è una lettura imprescindibile per ricordare, ancora una volta, quel secondo conflitto costato al vecchio continente 55 milioni di vite (stimate).
Con la speranza che non ci sia mai un terzo atto.
L'ultima volta che siamo stati bambini di Fabio Bartolomei (Edizioni E/O) è in libreria, al prezzo di copertina di 16€.
mercoledì 9 gennaio 2019
"Gli scomparsi di Chiardiluna" di Christelle Dabos
Il secondo volume di una saga è sempre il più difficile. Da scrivere e da leggere.
È dove autore e lettore si mettono in gioco: sarà all'altezza del primo, o, all'estremo opposto, riuscirà a riconquistarci dopo un inizio traballante?
Christelle Dabos, con Fidanzati dell'inverno (Edizioni E/O) ha conquistato i lettori italiani, ma accadrà anche con Gli scomparsi di Chiardiluna?
Sì, perchè l'autrice poco meno che quarantenne si conferma una delle più interessanti novità del panorama fantasy europeo, capace di regalare al suo esordio di un successo un seguito impeccabile.
Praticamente perfetto sotto ogni aspetto, se vogliamo cedere alla facile citazione.
Rendere reale un mondo fantastico è un'impresa ardua, soprattutto quando ci si discosta dal facile ricorso a elfi e fate, ma ogni aggettivo, sostantivo e sì, persino la punteggiatura, contribuisce a far vibrare di vita e colore un universo in cui, forse, non ci dispiacerebbe ritrovarci.
Al centro di tutto, brilla come la stella più luminosa il rapporto tra Ofelia e Thorn, che si evolve con delicatezza, senza fretta, attraverso parole e silenzi.
Impossibile restare indifferenti alla dolcezza con cui l'autrice guida la sua protagonista nella scoperta dei propri sentimenti per l'individuo che riteneva di odiare di più, un promesso sposo non richiesto rivelatosi però molto, molto di più.
Da tenere d'occhio Faruk, candido spirito di famiglia privo di memoria, che affida a Ofelia una missione apparentemente impossibile ma che, soprattutto, riesce nel difficile intento di spaventare il lettore e, allo stesso tempo, suscitarne la compassione.
Ma non sarebbe un romanzo di Christelle Dabos se non ci fossero avventure mirabolanti, misteri da risolvere e segreti da svelare, giusto?
Ed è proprio questo a renderne la lettura coinvolgente ed appassionata: Gli scomparsi di Chiardiluna è un libro che non si lascia posare sul comodino.
Non stupitevi se vi troverete svegli, alle prime luci dell'alba, con un romanzo finito e un bisogno smodato di caffè: è l'effetto Dabos. Nessun lettore è immune, e l'unica cura è l'attesa spasmodica del terzo volume.
Gli scomparsi di Chiardiluna di Christelle Dabos (Edizioni E/O) è in libreria, al prezzo di copertina di 16€.
È dove autore e lettore si mettono in gioco: sarà all'altezza del primo, o, all'estremo opposto, riuscirà a riconquistarci dopo un inizio traballante?
Christelle Dabos, con Fidanzati dell'inverno (Edizioni E/O) ha conquistato i lettori italiani, ma accadrà anche con Gli scomparsi di Chiardiluna?
Sì, perchè l'autrice poco meno che quarantenne si conferma una delle più interessanti novità del panorama fantasy europeo, capace di regalare al suo esordio di un successo un seguito impeccabile.
Praticamente perfetto sotto ogni aspetto, se vogliamo cedere alla facile citazione.
Rendere reale un mondo fantastico è un'impresa ardua, soprattutto quando ci si discosta dal facile ricorso a elfi e fate, ma ogni aggettivo, sostantivo e sì, persino la punteggiatura, contribuisce a far vibrare di vita e colore un universo in cui, forse, non ci dispiacerebbe ritrovarci.
Al centro di tutto, brilla come la stella più luminosa il rapporto tra Ofelia e Thorn, che si evolve con delicatezza, senza fretta, attraverso parole e silenzi.
Impossibile restare indifferenti alla dolcezza con cui l'autrice guida la sua protagonista nella scoperta dei propri sentimenti per l'individuo che riteneva di odiare di più, un promesso sposo non richiesto rivelatosi però molto, molto di più.
Da tenere d'occhio Faruk, candido spirito di famiglia privo di memoria, che affida a Ofelia una missione apparentemente impossibile ma che, soprattutto, riesce nel difficile intento di spaventare il lettore e, allo stesso tempo, suscitarne la compassione.
Ma non sarebbe un romanzo di Christelle Dabos se non ci fossero avventure mirabolanti, misteri da risolvere e segreti da svelare, giusto?
Ed è proprio questo a renderne la lettura coinvolgente ed appassionata: Gli scomparsi di Chiardiluna è un libro che non si lascia posare sul comodino.
Non stupitevi se vi troverete svegli, alle prime luci dell'alba, con un romanzo finito e un bisogno smodato di caffè: è l'effetto Dabos. Nessun lettore è immune, e l'unica cura è l'attesa spasmodica del terzo volume.
Gli scomparsi di Chiardiluna di Christelle Dabos (Edizioni E/O) è in libreria, al prezzo di copertina di 16€.
martedì 25 settembre 2018
«L'umorismo fa parte della vita»: Matt Haig, "Come fermare il tempo" e la scrittura che ti salva
Matt Haig, per chi legge i suoi romanzi dal suo esordio in Italia (era il 2007 e il titolo era La foresta d'ombra, De Agostini), è un autore acuto, brillante, ironico.
Dai peculiari vampiri della sua Famiglia Radley (Einaudi) allo splendido Gli umani (Einaudi), passando per i libri per l'infanzia che gli sono valsi il plauso del pubblico e della critica, Matt Haig era atteso, anzi, attesissimo, con il suo Come fermare il tempo (Edizioni E/O).
E quale cornice migliore di Mantova, e del Festivaletteratura, per presentarlo ai lettori?
Proprio a Mantova ho potuto incontrarlo, ed ecco cosa ci siamo raccontati!
Come fermare il tempo è un romanzo affascinante, e presenta così tanti elementi (salti temporali, quasi-immortalità, amore).
Partendo da “La famiglia Radley” e arrivando al tuo ultimo lavoro, ciò che non manca mai nei tuoi lavori è un uso sapiente dell’ironia. Partiamo da qui, dall’umorismo.
Credo che a volte i miei libri siamo deliberatamente divertenti, pensando anche a “Gli umani”, altre invece non è il mio obbiettivo principale, ma è vero: l’ironia è sempre presente, nei miei romanzi.
In Inghilterra tendono a incasellare autori e opere letterarie, come se si potesse essere autori seri o autori divertenti.
L’umorismo, invece, fa parte della vita.
Il mio è leggermente più nero, da “pesce fuor d’acqua”, e questo a causa della mia depressione.
Stranamente, perchè la depressione è qualcosa di orribile: quello che la depressione fa, però è renderti un pesce fuor d’acqua nel tuo stesso ambiente, e farti sentire come se il mondo andasse avanti con tutte le sue piccolezze… mentre ti senti come se il tuo cervello andasse a fuoco.
Ma l’umorismo fa parte della vita, ed è imprescindibile anche in un’opera letteraria.
Questo vale anche per un’autrice come Jane Austen: romanticismo a parte, è impossibile pensare ai suoi romanzi senza che i personaggi più buffi vengano in mente all’istante. Utilizzava l’ironia anche nel fare una critica feroce della società contemporanea, e nel parlare della condizione della donna del suo tempo.
Assolutamente, c’è molto umorismo in inglese in Jane Austen, e non solo in lei.
Anche nei lavori delle sorelle Brontë, sebbene ci si concentri maggiormente sul loro lato più “gotico”.
Credo che, in questo, essere inglese è ciò che ti salva: basta pensare che in Inghilterra fa freddo per nove mesi, Come faremmo senza umorismo?
Pensando ai tuoi personaggi, una caratteristica che accomuna molti di loro è che non sempre è facile per il lettore entrarvi in sintonia. Anche pensando a “Come fermare il tempo”, il tuo protagonista presenta molti lati oscuri, molte zone d’ombra.
Certo, alla fine è impossibile non amarlo.
Credo che sia una buona cosa avere un protagonista che cambi, e soprattutto provocare un cambiamento nel lettore. Nel caso di “Come fermare il tempo”, volevo partire da una situazione di scoramento, e far sì che il mio protagonista trovasse dentro di sé la speranza e la forza per cambiare il suo destino.
“Come fermare il tempo” riflette alla perfezione il modo di vedere l’immortalità (o la quasi immortalità) oggi. Se nell’antichità se ne esaltavano gli aspetti positivi ponendola sullo stesso piano del potere, negli ultimi quindici anni abbiamo visto un capovolgimento. Per i ragazzi, “Twilight” è stato sicuramente il caso più eclatante, ma pensiamo anche al successo di film come “Adaline - L'eterna giovinezza”: in entrambi i casi abbiamo un’immortalità che provoca una profonda solitudine.
Mi trovi perfettamente d’accordo, Tom è una persona sola. Così come mi sono sentito solo io nei momenti peggiori della mia depressione, e anzi, credo che scrivere questo romanzo sia stato catartico e mi abbia fatto apprezzare di più la mia mortalità.
Molto di ciò che facciamo, sperimentiamo e creiamo dipende dalla nostra mortalità, e dalla nostra consapevolezza di essa. É ciò che ci fa apprezzare la nostra vita, e non ce la fa dare mai per scontata.
La mortalità è anche ciò che ci rende consapevoli delle conseguenze delle nostre azioni: dev’essere difficile quando il tuo orizzonte è così lontano: la tentazione è di scrollare le spalle e dire «Ma sì, tanto tra trecento anni non importerà più a nessuno!»
Assolutamente, credo che questo sia collegato anche alla mia esperienza con la depressione.
Il tempo sembrava trascinarsi e dilatarsi all’infinito.
Mi dicevano «l’anno prossimo non ti sentirai così», ma per me l’anno seguente era talmente lontano da non riuscire nemmeno a immaginarlo.
Tom vive a lungo, ma dobbiamo considerare anche la relatività del tempo: nel momento in cui confronta la sua vita a quella delle persone attorno a lui, gli sembra infinita. Non solo lunga.
Scrivere Come fermare il tempo ti ha permesso di avere una sorta di macchina del tempo privata, e viaggiare avanti e indietro nel tempo a tuo piacimento.
E’ stato difficile gestire i salti temporali e geografici, facendo in modo che ogni tessera del puzzle si incastrasse alla perfezione con le altre? Ci sono un tempo e uno spazio che vorresti aggiungere, se tu potessi tornare indietro e fare una modifica?
Difficile? Oh, sì! Era decisamente al di fuori della mia confort zone, e molto difficile. Non ho scritto il romanzo rispettando la cronologia egli eventi, ho scritto a blocchi che poi ho spezzato e riassemblato più volte. Questo modo di costruire il romanzo mi ha permesso di dare al lettore la sensazione che tutto ciò che per noi è storia antica per Tom sono ricordi, e si fondono col presente in un modo per noi incomprensibile.
Penso che se avessi la mia personale macchina del tempo mi piacerebbe andare ancora più indietro, all’antica Grecia o all’antica Roma. Credo però di avere incluso nel romanzo, pensando alla vita di Tom, ogni mio periodo storico e luogo preferito. Forse avrei voluto passare più tempo nella Hollywood degli anni Venti.
Ho letto che ti definisci disorganizzato, ma richiederà una discreta capacità di organizzare il proprio lavoro, scrivere un’opera così.
Il mio problema non sta tanto nella disorganizzazione (che confermo), quanto nella mia difficoltà nel separare lavoro e privato. Credo sia un problema comune a chi lavora da casa, perchè se lavori a casa, casa tua è il tuo ufficio.
Per me è molto difficile “spegnermi”.
Cerco di fare il più possibile tra le otto e le due, e anche se non ho un minimo di parole che esigo di scrivere ogni giorno, ogni giorno scrivo qualcosa.
Impossibile non chiederti che lettore sei: cosa stai leggendo in questo periodo?
Ho appena finito di rileggere “Le città invisibili” di Italo Calvino (Mondadori), uno dei miei preferiti!
Al momento sto portando avanti quattro libri, ma quello che mi viene in mente è “La realtà nascosta” di Brian Greene (Einaudi), un saggio sugli universi paralleli.
Un libro che vorrei leggere a tour finito è il primo volume della saga “L’attraversaspecchi” di Christelle Dabos (Edizioni E/O).
Grazie a Edizioni E/O e a Matt Haig per la splendida opportunità, e torno a consigliarvi sia "Come fermare il tempo", sia la prossima lettura di Haig, "L'attraversaspecchi. Fidanzati dell'inverno" di Christelle Dabos che vi avevo raccontato qui.
Dai peculiari vampiri della sua Famiglia Radley (Einaudi) allo splendido Gli umani (Einaudi), passando per i libri per l'infanzia che gli sono valsi il plauso del pubblico e della critica, Matt Haig era atteso, anzi, attesissimo, con il suo Come fermare il tempo (Edizioni E/O).
E quale cornice migliore di Mantova, e del Festivaletteratura, per presentarlo ai lettori?
Proprio a Mantova ho potuto incontrarlo, ed ecco cosa ci siamo raccontati!
Come fermare il tempo è un romanzo affascinante, e presenta così tanti elementi (salti temporali, quasi-immortalità, amore).
Partendo da “La famiglia Radley” e arrivando al tuo ultimo lavoro, ciò che non manca mai nei tuoi lavori è un uso sapiente dell’ironia. Partiamo da qui, dall’umorismo.
Credo che a volte i miei libri siamo deliberatamente divertenti, pensando anche a “Gli umani”, altre invece non è il mio obbiettivo principale, ma è vero: l’ironia è sempre presente, nei miei romanzi.
In Inghilterra tendono a incasellare autori e opere letterarie, come se si potesse essere autori seri o autori divertenti.
L’umorismo, invece, fa parte della vita.
Il mio è leggermente più nero, da “pesce fuor d’acqua”, e questo a causa della mia depressione.
Stranamente, perchè la depressione è qualcosa di orribile: quello che la depressione fa, però è renderti un pesce fuor d’acqua nel tuo stesso ambiente, e farti sentire come se il mondo andasse avanti con tutte le sue piccolezze… mentre ti senti come se il tuo cervello andasse a fuoco.
Ma l’umorismo fa parte della vita, ed è imprescindibile anche in un’opera letteraria.
Questo vale anche per un’autrice come Jane Austen: romanticismo a parte, è impossibile pensare ai suoi romanzi senza che i personaggi più buffi vengano in mente all’istante. Utilizzava l’ironia anche nel fare una critica feroce della società contemporanea, e nel parlare della condizione della donna del suo tempo.
Assolutamente, c’è molto umorismo in inglese in Jane Austen, e non solo in lei.
Anche nei lavori delle sorelle Brontë, sebbene ci si concentri maggiormente sul loro lato più “gotico”.
Credo che, in questo, essere inglese è ciò che ti salva: basta pensare che in Inghilterra fa freddo per nove mesi, Come faremmo senza umorismo?
Pensando ai tuoi personaggi, una caratteristica che accomuna molti di loro è che non sempre è facile per il lettore entrarvi in sintonia. Anche pensando a “Come fermare il tempo”, il tuo protagonista presenta molti lati oscuri, molte zone d’ombra.
Certo, alla fine è impossibile non amarlo.
Credo che sia una buona cosa avere un protagonista che cambi, e soprattutto provocare un cambiamento nel lettore. Nel caso di “Come fermare il tempo”, volevo partire da una situazione di scoramento, e far sì che il mio protagonista trovasse dentro di sé la speranza e la forza per cambiare il suo destino.
“Come fermare il tempo” riflette alla perfezione il modo di vedere l’immortalità (o la quasi immortalità) oggi. Se nell’antichità se ne esaltavano gli aspetti positivi ponendola sullo stesso piano del potere, negli ultimi quindici anni abbiamo visto un capovolgimento. Per i ragazzi, “Twilight” è stato sicuramente il caso più eclatante, ma pensiamo anche al successo di film come “Adaline - L'eterna giovinezza”: in entrambi i casi abbiamo un’immortalità che provoca una profonda solitudine.
Mi trovi perfettamente d’accordo, Tom è una persona sola. Così come mi sono sentito solo io nei momenti peggiori della mia depressione, e anzi, credo che scrivere questo romanzo sia stato catartico e mi abbia fatto apprezzare di più la mia mortalità.
Molto di ciò che facciamo, sperimentiamo e creiamo dipende dalla nostra mortalità, e dalla nostra consapevolezza di essa. É ciò che ci fa apprezzare la nostra vita, e non ce la fa dare mai per scontata.
La mortalità è anche ciò che ci rende consapevoli delle conseguenze delle nostre azioni: dev’essere difficile quando il tuo orizzonte è così lontano: la tentazione è di scrollare le spalle e dire «Ma sì, tanto tra trecento anni non importerà più a nessuno!»
Assolutamente, credo che questo sia collegato anche alla mia esperienza con la depressione.
Il tempo sembrava trascinarsi e dilatarsi all’infinito.
Mi dicevano «l’anno prossimo non ti sentirai così», ma per me l’anno seguente era talmente lontano da non riuscire nemmeno a immaginarlo.
Tom vive a lungo, ma dobbiamo considerare anche la relatività del tempo: nel momento in cui confronta la sua vita a quella delle persone attorno a lui, gli sembra infinita. Non solo lunga.
Scrivere Come fermare il tempo ti ha permesso di avere una sorta di macchina del tempo privata, e viaggiare avanti e indietro nel tempo a tuo piacimento.
E’ stato difficile gestire i salti temporali e geografici, facendo in modo che ogni tessera del puzzle si incastrasse alla perfezione con le altre? Ci sono un tempo e uno spazio che vorresti aggiungere, se tu potessi tornare indietro e fare una modifica?
Difficile? Oh, sì! Era decisamente al di fuori della mia confort zone, e molto difficile. Non ho scritto il romanzo rispettando la cronologia egli eventi, ho scritto a blocchi che poi ho spezzato e riassemblato più volte. Questo modo di costruire il romanzo mi ha permesso di dare al lettore la sensazione che tutto ciò che per noi è storia antica per Tom sono ricordi, e si fondono col presente in un modo per noi incomprensibile.
Penso che se avessi la mia personale macchina del tempo mi piacerebbe andare ancora più indietro, all’antica Grecia o all’antica Roma. Credo però di avere incluso nel romanzo, pensando alla vita di Tom, ogni mio periodo storico e luogo preferito. Forse avrei voluto passare più tempo nella Hollywood degli anni Venti.
Ho letto che ti definisci disorganizzato, ma richiederà una discreta capacità di organizzare il proprio lavoro, scrivere un’opera così.
Il mio problema non sta tanto nella disorganizzazione (che confermo), quanto nella mia difficoltà nel separare lavoro e privato. Credo sia un problema comune a chi lavora da casa, perchè se lavori a casa, casa tua è il tuo ufficio.
Per me è molto difficile “spegnermi”.
Cerco di fare il più possibile tra le otto e le due, e anche se non ho un minimo di parole che esigo di scrivere ogni giorno, ogni giorno scrivo qualcosa.
Impossibile non chiederti che lettore sei: cosa stai leggendo in questo periodo?
Ho appena finito di rileggere “Le città invisibili” di Italo Calvino (Mondadori), uno dei miei preferiti!
Al momento sto portando avanti quattro libri, ma quello che mi viene in mente è “La realtà nascosta” di Brian Greene (Einaudi), un saggio sugli universi paralleli.
Un libro che vorrei leggere a tour finito è il primo volume della saga “L’attraversaspecchi” di Christelle Dabos (Edizioni E/O).
Grazie a Edizioni E/O e a Matt Haig per la splendida opportunità, e torno a consigliarvi sia "Come fermare il tempo", sia la prossima lettura di Haig, "L'attraversaspecchi. Fidanzati dell'inverno" di Christelle Dabos che vi avevo raccontato qui.
venerdì 4 maggio 2018
"Si scioglie" di Lize Spit
Buongiorno a tutte, fanciulle (e fanciulli)!
La chiacchiera librosa di oggi è dedicata a "Si scioglie" di Lize Spit, edito Edizioni e/o (brossurato a 18€):
Nella minuscola cittadina di Bovenmeer, nelle Fiandre, è successo molti anni fa qualcosa di brutto. È nell'anniversario di una terribile perdita che Eva, ormai giovane insegnante a Bruxelles, carica nel portabagagli dell'auto un grande blocco di ghiaccio e decide di ritornare nel luogo della sua difficile infanzia per risolvere le cose, una volta per tutte. In questo romanzo passato e presente si intrecciano in una trama che vede al centro le vicissitudini di Eva con la sua complicata famiglia - due genitori alcolisti, una sorellina molto sofferente - e con i suoi amici del cuore, Laurens, il figlio del macellaio, e Pim, il figlio del contadino. È proprio con questi ultimi, "i tre moschettieri", che Eva cerca un'evasione dalle difficoltà della vita familiare, attraversando gli ultimi anni dell'infanzia per entrare nell'adolescenza con bravate, corse in bici, esplorazioni del mondo e, progressivamente, della sessualità. Ma Pim e Laurens forse non possono salvare Eva dalla solitudine, e l'amicizia comincia infatti a incrinarsi quando a scuola arriva la bellissima e spietata Elisa. Cosa spinge Eva a tornare a Bovenmeer? Qual è il tragico segreto di questa cittadina, in apparenza normale, e del cuore di Eva?
Con la candidatura al Premio Strega Europeo, proprio non si poteva non recuperare la lettura di "Si scioglie" di Lize Spit.
Di sicuro non ero pronta a un'esperienza di lettura così travolgente: ho dovuto riflettere qualche giorno, per capire cosa ne pensassi davvero, e questo perchè in "Si scioglie" c'è davvero tutto.
Ci sono una trama forte e una prosa cruda, a tratti affilata come la lama di un coltello, a tratti più morbida, ma ugualmente penetrante. Lize Spit non lascia nulla al caso, e a caratterizzare "Si scioglie" c'è sicuramente anche qualche scelta linguistica interessante, che contribuisce al senso di disagio e confusione in cui fa precipitare il lettore.
Badate bene, è assolutamente voluto: l'autrice racconta la solitudine, le nevrosi, le dipendenze e come farlo senza trasmettere al lettore parte dell'angoscia di chi vive scosso da tali emozioni?
A fare da contraltare agli aspetti più cupi della vita di Eva, un racconto a tratti idilliaco di un'infanzia in bicicletta con gli amici del cuore, con i ciucci di plastica colorata attaccati allo zaino, una cittadina che sa di paese e sembra accogliente e familiare, con un Aldi in cui fare scorta di Kwakies e ogni altra mondana e innocua abitudine "del viver comune", anche se dietro la superficie la vita di Eva è tutt'altro che comune.
La scrittura di Lize Spit cammina in equilibrio sul filo teso tra impressionante e grottesco, senza mai sfociare nel secondo: non è una lettura per i troppo deboli di cuore, ma è una lettura che vi resta a lungo, una volta ultimata.
In pochi hanno saputo raccontare la violenza, la perdita, la vita stroncata troppo presto e le sue conseguenze su una famiglia combattuta tra quotidianità che impone di andare avanti e disperato tentativo di fissare ogni ricordo (incluso qualcosa di volatile come un'impronta di testa sul cuscino), le difficoltà del crescere con due genitori che si affidano più al conforto dell'alcol che non all'amore per la figlia senza cadere nel melodramma o negli stereotipi, ma Lize Spit ci è riuscita.
Un esordio di altissimo livello, e un'autrice da tenere d'occhio... e da incontrare, perchè Lize Spit vi aspetta al Salone di Torino! Ecco i dati dell'incontro:
La chiacchiera librosa di oggi è dedicata a "Si scioglie" di Lize Spit, edito Edizioni e/o (brossurato a 18€):
Nella minuscola cittadina di Bovenmeer, nelle Fiandre, è successo molti anni fa qualcosa di brutto. È nell'anniversario di una terribile perdita che Eva, ormai giovane insegnante a Bruxelles, carica nel portabagagli dell'auto un grande blocco di ghiaccio e decide di ritornare nel luogo della sua difficile infanzia per risolvere le cose, una volta per tutte. In questo romanzo passato e presente si intrecciano in una trama che vede al centro le vicissitudini di Eva con la sua complicata famiglia - due genitori alcolisti, una sorellina molto sofferente - e con i suoi amici del cuore, Laurens, il figlio del macellaio, e Pim, il figlio del contadino. È proprio con questi ultimi, "i tre moschettieri", che Eva cerca un'evasione dalle difficoltà della vita familiare, attraversando gli ultimi anni dell'infanzia per entrare nell'adolescenza con bravate, corse in bici, esplorazioni del mondo e, progressivamente, della sessualità. Ma Pim e Laurens forse non possono salvare Eva dalla solitudine, e l'amicizia comincia infatti a incrinarsi quando a scuola arriva la bellissima e spietata Elisa. Cosa spinge Eva a tornare a Bovenmeer? Qual è il tragico segreto di questa cittadina, in apparenza normale, e del cuore di Eva?
Con la candidatura al Premio Strega Europeo, proprio non si poteva non recuperare la lettura di "Si scioglie" di Lize Spit.
Di sicuro non ero pronta a un'esperienza di lettura così travolgente: ho dovuto riflettere qualche giorno, per capire cosa ne pensassi davvero, e questo perchè in "Si scioglie" c'è davvero tutto.
Ci sono una trama forte e una prosa cruda, a tratti affilata come la lama di un coltello, a tratti più morbida, ma ugualmente penetrante. Lize Spit non lascia nulla al caso, e a caratterizzare "Si scioglie" c'è sicuramente anche qualche scelta linguistica interessante, che contribuisce al senso di disagio e confusione in cui fa precipitare il lettore.
Badate bene, è assolutamente voluto: l'autrice racconta la solitudine, le nevrosi, le dipendenze e come farlo senza trasmettere al lettore parte dell'angoscia di chi vive scosso da tali emozioni?
A fare da contraltare agli aspetti più cupi della vita di Eva, un racconto a tratti idilliaco di un'infanzia in bicicletta con gli amici del cuore, con i ciucci di plastica colorata attaccati allo zaino, una cittadina che sa di paese e sembra accogliente e familiare, con un Aldi in cui fare scorta di Kwakies e ogni altra mondana e innocua abitudine "del viver comune", anche se dietro la superficie la vita di Eva è tutt'altro che comune.
La scrittura di Lize Spit cammina in equilibrio sul filo teso tra impressionante e grottesco, senza mai sfociare nel secondo: non è una lettura per i troppo deboli di cuore, ma è una lettura che vi resta a lungo, una volta ultimata.
In pochi hanno saputo raccontare la violenza, la perdita, la vita stroncata troppo presto e le sue conseguenze su una famiglia combattuta tra quotidianità che impone di andare avanti e disperato tentativo di fissare ogni ricordo (incluso qualcosa di volatile come un'impronta di testa sul cuscino), le difficoltà del crescere con due genitori che si affidano più al conforto dell'alcol che non all'amore per la figlia senza cadere nel melodramma o negli stereotipi, ma Lize Spit ci è riuscita.
Un esordio di altissimo livello, e un'autrice da tenere d'occhio... e da incontrare, perchè Lize Spit vi aspetta al Salone di Torino! Ecco i dati dell'incontro:
Sabato 12 maggio
Ore 13:30 · Spazio Internazionale
Incontro con Lize Spit
finalista al Premio Strega Europeo 2018
con il romanzo "Si scioglie"
Interviene Nadia Terranova
Ci sarete? Io ci provo di sicuro!
Un bacio a tutte, fanciulle (e fanciulli)!
A presto <3
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lunedì 23 aprile 2018
"Fidanzati dell'inverno" di Christelle Dabos
Buongiorno a tutte, fanciulle (e fanciulli)!
La chiacchiera librosa di oggi è dedicata a "Fidanzati dell'inverno" di Christelle Dabos, edito Edizioni e/o (brossurato a 15€):
L’Attraversaspecchi è una saga letteraria in tre volumi che mescola Fantasy, Steampunk e Belle Époque, paragonata dalla stampa francese alle saghe di J.K. Rowling e Philip Pullman. Fa da sfondo un universo composto da 21 arche, tante quanti sono i pianeti che orbitano intorno a quella che fu la Terra. La protagonista, Ofelia, è originaria dell’arca “Anima”; una ragazza timida, goffa e un po’ miope ma con due doni particolari: può attraversare gli specchi e leggere il passato degli oggetti. Lavora come curatrice di un museo finché le Decane della città decidono di darla in sposa al nobile Thorn, della potente famiglia dei Draghi. Questo significa trasferirsi su un’altra arca, “Polo”, molto più fredda e inospitale di Anima, abitata da bestie giganti e famiglie sempre in lotta tra di loro. Ma per quale scopo è stata scelta proprio lei? Tra oggetti capricciosi, illusioni ottiche, mondi galleggianti e lotte di potere, Ofelia scoprirà di essere la chiave fondamentale di un enigma da cui potrebbe dipendere il destino del suo mondo. Fidanzati dell’inverno è il primo capitolo di una saga ricca e appassionante che sta conquistando migliaia di lettori giovani e adulti.
Primo capitolo di una serie che mi ha già conquistata, una delle poche (ahimè) letture fatte in questo 2018 davvero capaci di tenermi seduta e con la testa tra le pagine, complice anche il mio ritrovare al suo interno lo spirito sognante e leggero della Belle Époque.
Ma andiamo con ordine, perchè Christelle Dabos ha costruito il suo romanzo, apripista di quella che ora, lo so, sarà una delle trilogie più amate e attese dai lettori, giocando con moltissimi elementi del fantasy tradizionale, con una strizzata d'occhio alla tecnologia retrò e dal sapore magico della letteratura steampunk e delle Oscure Materie di Philip Pullman (ve lo ricordate, l'aletiometro di Lyra? Ecco, riesco senza difficoltà ad immaginarne uno tra le mani di Ofelia).
Impossibile non dire due parole sul mondo in cui Ofelia si muove, un mondo in cui la società è distribuita (socialmente e fisicamente) su 21 arche, sostanzialmente delle grandi città "fluttuanti", e in cui gli abitanti di ciascuna arca hanno uno specifico ruolo e dono da coltivare.
Ofelia, dell'arca "Anima", è un'animista: in parole povere, sa leggere la storia passata di ogni oggetto che tiene tra le mani, oltre a saperlo aggiustare.
Animista e Lettrice, quindi, e una delle migliori.
È tanto brava a utilizzare il suo dono quanto è goffa e riservata nella vita di ogni giorno, il viso nascosto da un paio di grandi occhiali e da una sciarpa avvolta a più giri attorno al collo.
È la custode del museo della sua arca, e la curiosità fa sì che spesso accarezzi i cimeli da cui è circondata per scoprirne la storia, incoraggiata nella sua passione anche dallo zio, forse il membro della sua numerosa famiglia con il quale ha più interessi in comune.
Certo non si aspettava di trovarsi promessa in sposa a un uomo come Thorn, funzionario di un'arca distante e dalla fama sconfortante: Polo è fredda, isolata, e i suoi abitanti sono cacciatori spietati.
Uno dei motivi per i quali questo matrimonio è fonte di sorpresa e turbamento, per Ofelia, è che secondo tradizione le unioni tra membri di arche differenti sono rare, e motivate solo dalla necessità di sancire alleanze. Ma qual è il vero scopo del matrimonio tra Ofelia e Thorn?
E soprattutto, quali peripezie dovranno affrontare insieme?
Una cosa è certa, Christelle Dabos non è caduta nella trappole di propinare ai lettori il solito fantasy a tinte rosa, anzi. Ofelia ricorda più un'Hermione Granger pre-makeover, con la chioma scarmigliata, gli occhiali tondi e lo straordinario acume, e Thorn... Thorn non parla molto, ma il suo passato tormentato e il carattere deciso e determinato ve lo faranno amare, sempre più a ogni pagina voltata.
I due non si amano a prima vista, anzi! Si scontrano spesso, e le scintille che ne derivano mi hanno fatto apprezzare ancora di più l'evolvere della loro relazione.
I loro destini sono legati e intrecciati più a fondo di quanto si sarebbe potuto immaginare, e non è solo una questione d'amore, anzi... divorerete le 500 pagine di questo romanzo anche grazie all'evolversi inaspettato e mai scontato del loro rapporto.
Ho sicuramente ritrovato nella loro storia qualcosa dell'alchimia sempre crescente tra Lyra e Will nella saga di Philip Pullman, sebbene in chiave leggermente più matura.
Un cast di personaggi di contorno di tutto rispetto rende la lettura di "Fidanzati dell'inverno" intrigante e coinvolgente, perchè su Polo nessuno è davvero come appare, e non mancano figure losche e ambigue dalle quali i nostri protagonisti dovranno guardarsi le spalle.
E che dire della prosa, scorrevole e allo stesso tempo elegante, o dei dialoghi, scoppiettanti e dal sapore cinematografico?
Semplicemente perfetto: cinque stelle piene.
Un bacio a tutte, fanciulle (e fanciulli)!
A presto <3
La chiacchiera librosa di oggi è dedicata a "Fidanzati dell'inverno" di Christelle Dabos, edito Edizioni e/o (brossurato a 15€):
L’Attraversaspecchi è una saga letteraria in tre volumi che mescola Fantasy, Steampunk e Belle Époque, paragonata dalla stampa francese alle saghe di J.K. Rowling e Philip Pullman. Fa da sfondo un universo composto da 21 arche, tante quanti sono i pianeti che orbitano intorno a quella che fu la Terra. La protagonista, Ofelia, è originaria dell’arca “Anima”; una ragazza timida, goffa e un po’ miope ma con due doni particolari: può attraversare gli specchi e leggere il passato degli oggetti. Lavora come curatrice di un museo finché le Decane della città decidono di darla in sposa al nobile Thorn, della potente famiglia dei Draghi. Questo significa trasferirsi su un’altra arca, “Polo”, molto più fredda e inospitale di Anima, abitata da bestie giganti e famiglie sempre in lotta tra di loro. Ma per quale scopo è stata scelta proprio lei? Tra oggetti capricciosi, illusioni ottiche, mondi galleggianti e lotte di potere, Ofelia scoprirà di essere la chiave fondamentale di un enigma da cui potrebbe dipendere il destino del suo mondo. Fidanzati dell’inverno è il primo capitolo di una saga ricca e appassionante che sta conquistando migliaia di lettori giovani e adulti.
Primo capitolo di una serie che mi ha già conquistata, una delle poche (ahimè) letture fatte in questo 2018 davvero capaci di tenermi seduta e con la testa tra le pagine, complice anche il mio ritrovare al suo interno lo spirito sognante e leggero della Belle Époque.
Ma andiamo con ordine, perchè Christelle Dabos ha costruito il suo romanzo, apripista di quella che ora, lo so, sarà una delle trilogie più amate e attese dai lettori, giocando con moltissimi elementi del fantasy tradizionale, con una strizzata d'occhio alla tecnologia retrò e dal sapore magico della letteratura steampunk e delle Oscure Materie di Philip Pullman (ve lo ricordate, l'aletiometro di Lyra? Ecco, riesco senza difficoltà ad immaginarne uno tra le mani di Ofelia).
Impossibile non dire due parole sul mondo in cui Ofelia si muove, un mondo in cui la società è distribuita (socialmente e fisicamente) su 21 arche, sostanzialmente delle grandi città "fluttuanti", e in cui gli abitanti di ciascuna arca hanno uno specifico ruolo e dono da coltivare.
Ofelia, dell'arca "Anima", è un'animista: in parole povere, sa leggere la storia passata di ogni oggetto che tiene tra le mani, oltre a saperlo aggiustare.
Animista e Lettrice, quindi, e una delle migliori.
È tanto brava a utilizzare il suo dono quanto è goffa e riservata nella vita di ogni giorno, il viso nascosto da un paio di grandi occhiali e da una sciarpa avvolta a più giri attorno al collo.
È la custode del museo della sua arca, e la curiosità fa sì che spesso accarezzi i cimeli da cui è circondata per scoprirne la storia, incoraggiata nella sua passione anche dallo zio, forse il membro della sua numerosa famiglia con il quale ha più interessi in comune.
Certo non si aspettava di trovarsi promessa in sposa a un uomo come Thorn, funzionario di un'arca distante e dalla fama sconfortante: Polo è fredda, isolata, e i suoi abitanti sono cacciatori spietati.
Uno dei motivi per i quali questo matrimonio è fonte di sorpresa e turbamento, per Ofelia, è che secondo tradizione le unioni tra membri di arche differenti sono rare, e motivate solo dalla necessità di sancire alleanze. Ma qual è il vero scopo del matrimonio tra Ofelia e Thorn?
E soprattutto, quali peripezie dovranno affrontare insieme?
Una cosa è certa, Christelle Dabos non è caduta nella trappole di propinare ai lettori il solito fantasy a tinte rosa, anzi. Ofelia ricorda più un'Hermione Granger pre-makeover, con la chioma scarmigliata, gli occhiali tondi e lo straordinario acume, e Thorn... Thorn non parla molto, ma il suo passato tormentato e il carattere deciso e determinato ve lo faranno amare, sempre più a ogni pagina voltata.
I due non si amano a prima vista, anzi! Si scontrano spesso, e le scintille che ne derivano mi hanno fatto apprezzare ancora di più l'evolvere della loro relazione.
I loro destini sono legati e intrecciati più a fondo di quanto si sarebbe potuto immaginare, e non è solo una questione d'amore, anzi... divorerete le 500 pagine di questo romanzo anche grazie all'evolversi inaspettato e mai scontato del loro rapporto.
Ho sicuramente ritrovato nella loro storia qualcosa dell'alchimia sempre crescente tra Lyra e Will nella saga di Philip Pullman, sebbene in chiave leggermente più matura.
Un cast di personaggi di contorno di tutto rispetto rende la lettura di "Fidanzati dell'inverno" intrigante e coinvolgente, perchè su Polo nessuno è davvero come appare, e non mancano figure losche e ambigue dalle quali i nostri protagonisti dovranno guardarsi le spalle.
E che dire della prosa, scorrevole e allo stesso tempo elegante, o dei dialoghi, scoppiettanti e dal sapore cinematografico?
Semplicemente perfetto: cinque stelle piene.
Un bacio a tutte, fanciulle (e fanciulli)!
A presto <3
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