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martedì 23 giugno 2020

Una lettera per Sara: intervista a Maurizio De Giovanni

Dal 2019, il blog ospita le recensioni e le interviste di Veronica Lempi, già collaboratrice de Gli Amanti dei Libri. Ecco la sua intervista a Maurizio De Giovanni, in occasione dell'uscita di Una lettera per Sara (Rizzoli)!


«Sembra difficile avere altro da raccontare se esistono i crimini,
se esiste il momento in cui un essere umano decide
di togliere la vita ad un altro uomo sulla faccia della Terra.»
Maurizio De Giovanni.

Durante un periodo difficile come quello che stiamo attraversando, non poteva giungere notizia più lieta di un nuovo appuntamento in libreria (finalmente!) con Maurizio De Giovanni.
Tra le penne noir più celebri e meritevoli d’Italia, che da anni intriga appassionati e non del genere, con vicende da subito destinate a diventare Cult, è tornato con un nuovo capitolo dedicato alla saga di Sara: Una lettera per Sara (Rizzoli).
Ed in una fase in cui abbiamo bisogno di familiari, ancora più che di congiunti, ecco che ci prepariamo a re-incontrare Pardo, Viola e Sara, naturalmente, in una nuova, avventurosa, appassionante e a tratti spassosa avventura.
Abbiamo avuto la fortuna di incontrare virtualmente Maurizio De Giovanni, che ci ha svelato in anteprima qualche spunto sul nuovo libro, in libreria da fine maggio. Ecco cosa ci ha raccontato!

«Un omicidio di 20, 30, 50 anni fa, mantiene inalterata la sua terribile natura. Passa attraverso le epoche e trasmette, anche a distanza di tanto tempo, il senso terribile di se stesso.
In questo libro, Sara affronta questo.
Sara non è né un investigatore, né un poliziotto. Non è un pm. È un personaggio diverso, è una donna che ha vissuto la sua vita pagandosela cara, senza sconti, che porta con orgoglio su se stessa le tracce del tempo, perché è stato il tempo dell’amore, della gentilezza e del combattimento contro la menzogna e l’ingiustizia. Ora è arrivata nell’autunno della sua vita, ed è bellissima. Personalmente, sono innamorato pazzo di Sara» inizia De Giovanni, aggiungendo che l'appuntamento con Sara è per lui «molto emozionante, perché mi coinvolge come donna. È il tipo di donna che un uomo vorrebbe incontrare nella propria vita. È un tipo di donna che non stringe patti con il tempo, né con lo stereotipo secondo cui il mondo la vorrebbe. Una donna che si batte per svelare la giustizia, far valere la legge, che non ha paura di scavare nel profondo delle cose, anche al costo di scoprirsi diversa nel suo passato. Finché noi esistiamo, il nostro passato sarà sempre vulnerabile perché potrà sempre cambiare. E il passato di Sara è il passato del nostro Paese. È questo l’aspetto meraviglioso del suo personaggio: Sara mi permette di andare a mettere le mani nelle numerose macchie e zone d’ombra di questa Nazione, così giovane e così contrastata, difficile da leggere a causa delle sue epoche tanto ravvicinate quanto diverse tra loro. 
Sara mi concede questa opportunità: potrei andare a ritrovare e indagare su delitti celebri rileggendoli in chiave narrativa. Ma preferisco andarmi a leggere i piccoli misteri, quelli che non sono stati spiegati se non per caso e se non a distanza di tempo.»

È la prima volta che prendi spunto per un tuo romanzo, da una storia vera?
Sì, è la prima volta che esplicitamente prendo le mosse da un evento che ha avuto anche una sua notorietà. Sara, appunto, mi consente questo. Mentre "Ricciardi" ha una natura più emotiva, intima e sentimentale; i "Bastardi", hanno un valore più corale, ampio e polifonico, quasi dissonante; "Mina" è una voce più rumorosa e chiassosa, velenosamente divertente; Sara è tutta nera. Con lei, io rinuncio coraggiosamente alla città (Napoli, ndr). Ho la fortuna di vivere in una città che racconta storie, in maniera molto colorata, costantemente, ma con lei vi rinuncio; è un personaggio profondamente intimo e allo stesso tempo indolente. Con Sara vado a rifugiarmi nei quartieri più residenziali e quindi più ricchi e, solitamente, queste zone si assomigliano in diverse città. Rinuncio alla peculiarità di questa città perché Sara non vuole palcoscenici invadenti. Sara non vuole essere scavalcata, racconta la sua storia in modo secco, asciutto, senza cedere mai a nient’altro che al racconto: con Sara cambia anche la mia scrittura.

In questo libro ritroviamo un turbinio di luoghi intricati, tra carceri e ospedali, parli di amori passionali e dolore. 
L’amore non è affatto una cosa sempre bello. È quasi sempre un qualcosa che quando finisce, dall’altra parte non finisce mai. È una stanza occupata dalla memoria. L’amore sa fare impazzire una persona, nel vero senso della parola, facendo scaturire emozioni non sempre positive che portano a conseguenze estreme. Parlo di questi luoghi, per antonomasia, della solitudine, che mi portano un contrasto stridulo tra l’amore inteso come lo stare insieme e la solitudine degli ospedali e delle carceri, che hanno come conseguenza la sofferenza. Penso che ancora una volta, questo romanzo parli d’amore.

Racconti di donne con i super poteri, in quanto davvero speciali, che si ritrovano tra loro perché sanno riconoscersi. Ma l’unico uomo è l’Ispettore Pardo: qual è il suo super potere?
Secondo me questo è proprio il romanzo di Davide Pardo, perché lui, come tutti, ha dei difetti ben chiari, e, per quanto possibile, cerca anche di contrastarli. Ma fa sempre un errore grave: essendo una persona buona, spesso si comporta in maniera meschina, pur non volendo, ma per superficialità cede. Quando il suo vecchio compagno lo cerca, per lui è più importante terminare il caffè che sta bevendo, nel rispetto della sua routine! Questo fatto, all’apparenza superficiale, comporterà uno scrupolo di coscienza in Pardo per tutta la durata del libro, perché averlo cacciato, significa un mancato incontro che per lui sarebbe stato fondamentale. Penso che Pardo sia l’unica vera madre che possiamo identificare nel romanzo, tanto da intuire quello che nessun altro vede. È lui che salva il bambino. Direi che il super potere di Pardo è quello della normalità.
Vi rivelo che quando scrivo di Pardo, penso molto ad Alberto Sordi: credo che rivesta tipicamente il suo ruolo nella Commedia italiana degli anni Sessanta.

Il libro sarebbe dovuto uscire quando le librerie erano ancora chiuse: come avresti preso questa situazione?
Non esiste, con me, l’eventualità che un mio libro esca quando le librerie sono chiuse. Infatti, tutto era pronto, per l’uscita programmata il 24 marzo. Quando si è compresa la situazione, ho chiesto che la pubblicazione fosse posticipata alla riapertura delle librerie. Fortunatamente i miei romanzi sono venduti bene anche nelle edizioni digitali e attraverso gli shop online, anzi, mi sarebbe anche convenuto, lanciare la novità quando tutti erano a casa e avevano tempo per leggere. Ma quello a cui tengo particolarmente, è che l’acquisto di un libro porta la gente in libreria, ed è una cosa preziosissima per tutti, soprattutto per gli autori meno famosi o emergenti. Perché se una persona si reca in un negozio di libri per comprare il mio romanzo, inevitabilmente vedrà altri titoli che avrà voglia di acquistare. Questa è la fortuna, ma anche la responsabilità, di un autore con un vasto pubblico, come quello che ho io.

Da sempre Sara si fa portavoce di tutte le lacune e zone d’ombra che caratterizzano la storia italiana, fin dal primo romanzo porta con sé da questo ruolo, ma in questo ultimo capitolo sembra emergere in maniera sempre più netta. Quando hai creato il personaggio, anni fa, all’inizio della saga, ti aspettavi che Sara potesse diventare tutto questo?
Vado conoscendo e capendo Sara, ogni volta sempre di più. Sara mi racconta tante storie, e da ognuna, in base a come lei cambia, imparo a conoscerla sempre meglio. Come se andassi a vivere in una casa nuova, incontrassi la tua vicina di casa e iniziassi a salutarla una, due, tre volte… Poi inizi a chiederle qualcosa, sempre di più. Ma dopo cinque anni che vivi in quel posto, con quella persona hai sviluppato un rapporto, positivo o negativo che sia. Riscontrando conferme o clamorose negazioni di ciò che avevi pensato la prima volta. Con i personaggi seriali funziona così. Se parli di un personaggio singolo, che incontri una sola volta, lo percepisci come un impiegato delle poste: rilevi che ha un tic, che è bello o brutto… Ma se lo incontri in un contesto diverso non lo riconosci. Con i personaggi seriali è diverso: loro sono i vicini di casa, nella storia, man mano, ti raccontano di se stessi sempre di più. L’ultima Sara è la più vera di tutte, ma è meno vera di quella successiva.

Hai detto che parli dei quartieri più ricchi perché sono quelli più comunemente simili di città in città. C’è un limite che ti poni quando scrivi, e che non vuoi superare perché senti che non è il caso di andarvi oltre?
No, assolutamente. Io seguo la storia. Non credo nello scrittore burattinaio, che muove le pedine. Non comprendo ma a tratti anche “invidio” gli autori che dicono che i loro personaggi fanno quello che scelgono loro. Io non ho mai avuto questa fortuna. Credo che noi scrittori siamo creativi al momento del primo passaggio, quando componiamo la trama. Ma nello sviluppo non dobbiamo assolutamente avere nessuna voce in capitolo, altrimenti sai che noia? Sarebbe pesante se conoscessimo già dall’inizio tutto ciò che succede nel libro. Io ho scoperto la fine di questo romanzo, durante il penultimo capitolo. E quando l’ho scritto, è stato sorprendente per tutti, per me in primis!

Qual è il tuo metodo, nonché segreto, di scrittura? 
La trama, per me, è sempre attivata da un piccolo frammento. Nozze è nato passando davanti ad una vetrina, in cui vidi un vestito da sposa caduto dal manichino e spiegazzato a terra. Questa cosa ha prodotto la voglia di raccontare di quell’abito. Una lettera per Sara si basa sulla lettura della notizia della morte di Graziella Campagna, che ha lasciato dentro di me un’offesa per la banalità della storia. Inserisco nella trama le cose che mi servono. Da quel momento faccio delle ricerche. Poi prendo un foglio A3, che riassume per punti quello che per ogni capitolo io devo dire a proposito della storia principale, di quella secondaria, e di ogni singolo personaggio. È un documento che conservo per ogni mio libro. Mi serve per avere una visione complessiva delle proporzioni del romanzo. Per esempio un personaggio secondario non può avere una storia più lunga da raccontare rispetto ad un protagonista. Da lì comincio a scrivere e non torno più indietro. Comincio con la prima pagina e finisco con l’ultima. Quando scrivo abbandono la realtà esterna, per dedicarmi completamente al libro.

Questo libro, è infatti dedicato a Graziella Campagna.
Una ragazza uccisa a 17 anni a Messina, nel 1985, perché, lavorando in una lavanderia ha trovato, in un paio di pantaloni, un biglietto da cui ha capito che la persona che aveva portato l’indumento a lavare non era chi diceva di essere. Era troppo piccola, giovane e ignorante per poter essere corrotta, per cui, non potendola portare dalla propria parte, hanno scelto di ucciderla. Oltre a lei, sono scomparsi anche i genitori, morti di dolore. Mentre il fratello maggiore, un carabiniere, ha dedicato l’intera vita a trovare il colpevole.
Ho voluto prendere ispirazione e dedicare il libro a questo mistero, per raccontare una storia dolorosa, caratterizzata dai danni collaterali che le guerre tra fazioni contrapposte comportano, con tutta la forza e la delicatezza che queste vicende portano con sé. Anche i personaggi, In questo capitolo, mi hanno seguito con un’evoluzione che li ha portati un passo avanti.


Una lettera per Sara di Maurizio de Giovanni (Rizzoli) è in libreria, al prezzo di copertina di 19€.

venerdì 15 marzo 2019

Intervista a Maurizio De Giovanni su "Le parole di Sara", il noir italiano e il racconto delle città

«Le parole di Sara ha, nella mia stessa produzione, un elemento di novità assoluta: è il mio primo libro manifestamente politico» racconta Maurizio De Giovanni, mentre incontra blogger  e influencer per presentare loro il suo ultimo lavoro (Rizzoli).
Le indagini di Sara sono arrivate al loro secondo capitolo, ed è proprio dalla protagonista che ha inizio la discussione sul romanzo, Napoli e le ispirazioni letterarie di Maurizio De Giovanni.


È evidente che Sara e Teresa vengono percepite come speculari una all'altra.
Quanto sei partito da Sara per costruire la sua controparte, e quanto pensi invece che scrivere di Teresa abbia regalato qualcosa anche a Sara?
Sara e Teresa hanno un passato professionale in comune, ma in realtà la loro amicizia resta un po' un mistero. Sara e Teresa hanno condiviso tutto ed erano complementari, Sara nella silenziosa interpretazione, Teresa nell'effervescenza delle conclusioni, come due segmenti di uno stesso processo. Si completavano, avevano bisogno una dell'altra.
Quando hanno finito di lavorare insieme si sono separate, ma si reincontrano nel terreno fragile dell'amore. L'amore ci rende fragili, e ci scopre la gola. Teresa si scopre nel momento in cui deve rinunciare a un certo tipo di avvenenza e ha bisogno di conforto: è una lupa rimansta senza branco, e ha bisogno di Sara a completarla. Sara la salva con la menzogna, perché la bugia è sempre meglio della verità, altrimenti non sarebbe necessaria. Questo libro in realtà è la storia di un'amicizia.

Rispetto al libro precedente, Sara appare un po' meno invisibile, si rivela di più al lettore.
È la nuova famiglia a cambiarla?
È l'interesse nei confronti del futuro. Prima aveva solo in mente una gestione personale della giustizia, ora si sente responsabile verso il futuro, che deve essere migliore del presente.
In realtà, più che una famiglia, attorno a Sara hai costruito una squadra di supereroi e il libro è molto più corale del precedente. Come ti sei rapportato a tutti questi personaggi?
Se vuoi affrontare un personaggio e raccontarlo gli devi volere bene, anche se è un personaggio terribile, un pedofilo, uno stragista o un omicida: se non gli vuoi bene, non sei grado di comprenderlo. Il mio coinvolgimento nei confronti di Sara e della sua cerchia è sempre maggiore perché  conosco sempre di più i loro sentimenti, le paure, le fragilità.
Un autore scrivendo entra in contatto con i suoi personaggi e più ne scrive più li conosce.
Da autore, credo che Le parole di Sara sia migliore del precedente volume della serie proprio perché conosco meglio i personaggi.

Ci racconterai qualcosa di più del passato di Sara nei prossimi romanzi?
A me interessa il riflesso del passato sul presente, e anche se mi piacerebbe andare a ficcare il naso nel mistero di Ustica o in quello di Emanuela Orlandi - sarebbe pure commercialmente vantaggioso -, il mio compito è quello di raccontare il presente che non vediamo. Sara mi serve a questo, non a raccontare di papa Luciani o del delitto Moro. Anche l'invisibilità di Sara è una grossa tentazione.
Non l'ho quasi mai descritta come nonna, ad esempio.
Il grande amore può giustificare l'abbandono del figlio? Sara è forte perché ha seguito l'amore, oppure è debole perché non ha avuto la forza di rinunciare e restare in famiglia?
Sara ha un principio di fondo: io non mento. Il mio lavoro è smascherare la menzogna e la mia vita riflette tutto questo. Non mi tingo i capelli, non porto le scarpe col tacco, non mi vesto con abiti eleganti ma scomodi. Quando s'innamora, Sara capisce che non può fare altro che seguire l'amore, anche se questo contempla l'abbandono del figlio. Eticamente la sua scelta è atroce, soprattutto per me che ho vissuto nella realtà come il marito di Sara, crescendo i miei figli da solo, ma come personaggio non poteva fare altrimenti.

Teresa, donna alfa che demoliva tutte le convenzioni sul suo sesso, alla fine sembra quasi punita per le sue scelte. Perché?
Il romanzo nero racconta una cosa: le imperfezioni. Noi non raccontiamo i muri, ma le crepe, i buchi, le feritoie, l'amore che diventa odio. I personaggi sono tanto più riusciti quanto meno perfetti.
La donna alfa o l'uomo forte che restano uguali dalla prima all'ultima pagina danno un brutto libro.
La realtà non è manichea, se i personaggi non sono sbagliati non sono veri.
Teresa è fortissima ma fragile, come è giusto che sia.

Sono rimasta colpita dal modo di raccontare Napoli, che qui appare molto diversa rispetto a quella descritta in altri tuoi libri. Come sei arrivato a descriverla così fredda, grigia e anonima, tanto che porebbe essere qualsiasi altra città?
Napoli con Sara offre la migliore interpretazione di se stessa, perché in realtà è un personaggio. Interpreta un ruolo accorato, dolente, dignitoso e disperato nei romanzi di Ricciardi, così come diventa rumorosa, policroma, polifona, plirale, invadente e anche pericolosa nella serie dei Bastardi di Pizzofalcone. Con Sara è fredda, distante, borghese e ostile. Guarda l'orticello e difende se stessa.
Se venite a Napoli e andate nel Vomero, che è il quartiere dove vive Sara, lo trovate come l'ho descritto.

Anche il linguaggio secondo me è cambiato, molto scarno e meno ricco. Negli altri tuoi romanzi era più barocco. Torna più ricco quando parli della storia d'amore passata di Sara.
Quella di Sara e Massimiliano è la più bella storia d'amore che ho mai scritto. Il ricordo di un amore così è talmente vasto che colma tutti i vuoti successivi.

Nonostante il generedi appartenenza, l'amore ha un ruolo importante in entrambi i romanzi di Sara, soprattutto nel secondo. Quanto è importante parlare d'amore in un romanzo noir?
Io parlo sempre d'amore. Non c'è un mio romanzo o racconto dove non ci sia. L'amore è un inferno, perché chi s'innamora scende in un inferno, non va in paradiso. Ti fa vedere la felicità dietro un vetro, è una debolezza, un'incrinatura dalle conseguenze imprevedibili. Per me è impossibile scrivere un romanzo noir senza l'amore. Sara non mente e non si nasconde, però nasconde le sue manifestazioni d'amore. Le nasconde perché potrebbe parlarne solo in caso di necessità, ma parlarne non serve a nessuno. Ricciardi ha dentro di sè la compassione, Lojacono l'orgoglio ferito, Sara il pianto.

Quanto divertimento, invece, c'è nella tua scrittura? 
Non c'è autore napoletano che, per quanto tragico, non abbia in sè vene comiche, e viceversa. Gomorra è un libro terribile, ma il capitolo in cui i camorristi si attribuiscono i soprannomi è divertentissimo. È una cifra precisa degli autori napoletani. Dai senso al nero solo se fai vedere anche il bianco.

In passato hai citato Stephen King come uno dei tuoi maestri, in cosa ti ha ispirato?
Parliamo di uno che si sente un nano di fronte a un gigante, anche se vendessi quattro volte i libri che vendo mi sentirei solo un pallido imitatore. Direi che da Stephen King ho preso la modalità narrativa dei romanzi di Ricciardi, così come McBain mi ha ispirato i bastardi di Pizzofalcone e Le Carré il mondo di Sara.


Le parole di Sara di Maurizio De Giovanni (Rizzoli) è in libreria, al prezzo di copertina di 19€.

mercoledì 18 aprile 2018

Di "Sara al tramonto", e di quel caffè con Maurizio De Giovanni

Buongiorno a tutte, fanciulle (e fanciulli)!
O forse dovrei dire, buongiorno #DeGiovanners visto che siamo in tanti, anzi in tantissimi ad aver seguito con entusiasmo, libro dopo libro, gli spostamenti e le indagini del commissario Ricciardi e dell'ispettore Lojacono?
Una cosa è certa: aspettavamo con trepidazione ancor maggiore "Sara al tramonto", ultima fatica di Maurizio De Giovanni, edita Rizzoli (brossurato a 19€):
Sara non vuole esistere. Il suo dono è l'invisibilità, il talento di rubare i segreti delle persone. Capelli grigi, di una bellezza trattenuta solo dall'anonimato in cui si è chiusa, per amore ha lasciato tutto seguendo l'unico uomo capace di farla sentire viva. Ma non si è mai pentita di nulla e rivendica ogni scelta. Poliziotta in pensione, ha lavorato in un'unità legata ai Servizi, impegnata in intercettazioni non autorizzate. Il tempo le è scivolato tra le dita mentre ascoltava le storie degli altri. E adesso che Viola, la compagna del figlio morto, la sta per rendere nonna, il destino le presenta un nuovo caso. 
Anche se è fuori dal giro, una vecchia collega che ben conosce la sua abilità nel leggere le labbra - fin quasi i pensieri - della gente, la spinge a indagare su un omicidio già risolto. Così Sara, che non si fida mai delle verità più ovvie, torna in azione, in compagnia di Davide Pardo, uno sbirro stropicciato che si ritrova accanto per caso, e con il contributo inatteso di Viola, e del suo occhio da fotografa a cui non sfugge nulla. 
Maurizio de Giovanni ha dato vita a un personaggio che rimarrà tra i più memorabili del noir italiano. Sara, la donna invisibile che, dal suo archivio nascosto in una Napoli periferica e lunare, ci trascina nel luogo in cui tutti vorremmo essere: in fondo al nostro cuore, anche quando è nero.

Proprio per festeggiare l'uscita di quella che speriamo sia solo la prima storia con protagonista Sara (ebbene sì, ci siamo già affezionati e vogliamo saperne di più!), Rizzoli ha invitato i #DeGiovanners a scoprirne i retroscena e le molteplici sfumature in casa editrice, insieme all'autore e a Michele Rossi, direttore responsabile della narrativa italiana Rizzoli.
Pronti a scoprire cosa ci siamo raccontati?
Partiamo proprio da Sara, perchè dopo tanti uomini è arrivata una donna, e forse non quella che ci saremmo potuti aspettare. Sara non è più giovane, non è curata, ha un carattere decisamente peculiare: da dove è arrivata l'ispirazione per questo personaggio così singolare?
È arrivata, innanzitutto, nel momento meno opportuno: avevo già un piano di lavoro ben preciso, quattro romanzi distribuiti sui mesi a venire, e non ero certo nelle condizioni di mettermi a pensare  a un nuovo libro. Invece, una sera, ho notato un'auto con targa russa in sosta davanti a casa mia. Al volante, una persona canuta che, a prima vista, avevo creduto essere anziana, ma che una volta avvicinatomi ho realizzato essere una donna molto più giovane di quanto avessi creduto, le mani infilate in un paio di mezzi guanti, lo sguardo assorto e decisamente triste.
Guardava dritto davanti a sè, e c'era qualcosa in lei che mi ha spinto, una volta sbrigata la faccenda per la quale ero sceso, a tornare indietro, a cercarla.
Purtroppo se n'era andata, ma un dettaglio mi ha ulteriormente incuriosito: laddove era stata parcheggiata la sua auto, la strada, altrove ancora bagnata a causa della pioggia del pomeriggio, eera asciutta. Era stata ferma a lungo, insomma, assorta in pensieri evidentemente dolorosi sui quali non potei fare a meno di interrogarmi quella notte.
Il giorno dopo, dopo tante domande, all'improvviso ce l'avevo: avevo Sara, avevo la sua storia.
Ho dovuto rivedere i miei piani, perchè non potevo non scrivere la sua storia... nata, in effetti, per puro caso.

È possibile scorgere, in molte delle caratteristiche di Sara, una critica alle imposizioni della società nei confronti delle donne, soprattutto legate all'aspetto?
Da questo punto di vista, il suo personaggio è molto interessante.
Una delle caratteristiche di Sara è proprio l'imperdonabilità della sincerità.
Sara è una donna sincera, odia la finzione in ogni sua forma e deve smantellarla a ogni costo.
Il trucco i tacchi alti, le tinture per capelli sono finzioni e in quanto tali non fanno per lei.
Soprattutto, Sara è una donna che, nella sua vita personale, ha fatto quello che socialmente perdoniamo a un uomo, ma non a una donna: ha lasciato il marito e il figlio, perchè si innamora di un altro e non può vivere un solo giorno in una condizione di insincerità, senza scegliere l'amore.
Persino da lettori la si perdona con difficoltà, e questo è inaccettabile.
A Sara succede ciò che non vorremmo che accadesse mai - innamorarsi di qualcuno quando si ha già costruita una famiglia - ma che, invece, accade, e a questo punto cosa è meglio: restare nel buio e nella bugia, condannandosi a una galera oppure è meglio fare la stessa scelta di Sara?
È una donna che, quando si ammala il suo grande amore, è la persona migliore per succederlo al comando, e invece lascia il lavoro per restargli accanto. Perchè? Perchè sa che la compagnia dell'uomo che ama vale più di qualsiasi successo professionale, e che vuole stare con lui fino al suo ultimo respiro perchè è l'amore della sua vita. È una scelta semplice, naturale per lei, e allo stesso tempo è straordinariamente eroica.
Sara è anche arrabbiata, forse.
Credo che sia arrabbiata per come sono andate le cose, ma non si è mai pentita.
Non ha un solo rimorso. Ha tanti rimpianti, ma non un rimorso: ha sempre fatto quello che sentiva di dover fare, quindi anche guardando indietro sa che non agirebbe diversamente, adesso.
I rimpianti, e il dolore, sono forse ciò che la rendono cauta anche nel momento in cui si avvicina a Viola (che a sua volta è tutto fuorchè pronta a fidarsi totalmente della donna che ha abbandonato suo figlio), ma tra le due cade uno dei muri che hanno eretto per proteggersi quando Viola mette tra le braccia di Sara il suo bambino.
Sono due donne disperate, che hanno sofferto e continuano a soffrire, ma allo stesso tempo non smettono mai di guardare avanti, al futuro, ed è un futuro spaventoso: Sara sarà sola, visto che l'amore della sua vita non è più accanto a lei, e Viola sarà madre di un figlio che non sa come crescere. Proprio partendo da qui il legame tra le due diventa perfetto, perchè guardando entrambe al futuro vedono l'una nell'altra qualcosa di cui avranno bisogno: per Viola un aiuto con il bambino, per Sara la possibilità di un futuro che non ha, e di essere ancora utile a qualcuno.

Non possiamo non dire qualcosa sul grande amore di Sara, giusto?
Massimilano è assente, ma allo stesso tempo sempre presente nei pensieri e nelle emozioni della tua protagonista, e in parte il suo "scopo" è quello di rendere più umano il personaggio di Sara.
Scrivere di Massimiliano ha richiesto che lavorassi molto su me stesso: ho immaginato di essere un uomo come lui, e ho immaginato cosa direbbe un uomo come lui a una donna tanto più giovane che finalmente gli apre la finestra sul panorama - che non ha mai nemmeno intravisto - dell'amore.
Massimiliano ha lavorato, e basta. Un lavoro sporco, difficile, che lo ha costretto a rapportarsi con eventi e persone terribili: un uomo così, come vive l'amore?
Come vive il fatto che, all'improvviso, nella sua vita ci sia anche questo?
Ho provato a rispondere a quuesta domanda, nel costruire il suo personaggio, e farlo senza che lui fosse davvero presente nel romanzo non è stato semplice.
Spero di esserci riuscito.

Altra grande protagonista è la città in cui si muove Sara, ancora una volta Napoli.
Una Napoli con sfumature differenti da quelle che avevi narrato in precedenza, che sembra quasi mutare e adattarsi ai diversi stati d'animo della tua nuova protagonista.
Sono uno degli autori più fortunati, credo, perchè vivo in una città che recita il ruolo che io le chiedo, in maniera convincente. Se voglio la Napoli chiassosa la trovo facilmente, e lo stesso accade qualora mi servisse quella silenziosa, o quella accogliente. Napoli offre tutto e il contrario di tutto.
La Napoli di Sara è ostile, grigia e borghese. Mentre la Napoli popolare è per sua natura più accogliente ed inclusiva, quella borghese non lo è affatto. È anche una Napoli dall'identità indistinta, o meglio in cui confluiscono mille identità differenti incapaci di formarne una sola.
Il racconto di Sara necessitava di questo.
L'altra Napoli che racconto è quella della periferia nord, luogo ostile per natura.
È qui che posiziono la sede di quest'unità, trasferita da import-export, nella Napoli ostile che dovevo trovare per Sara.
Che dire se non grazie, a Rizzoli e a Maurizio De Giovanni, per questo tuffo tra le pagine di "Sara al tramonto"?
Consigliatissima la lettura del romanzo, perchè Maurizio De Giovanni dimostra ancora una volta di saper regalare ai suoi lettori tutto il "nero" che desiderano, e di saper arrivare con altrettanta precisione e - allo stesso tempo - violenza ai loro cuori.

Un bacio a tutte, fanciulle (e fanciulli)!
A presto <3