Gennaio si avvia alla sua conclusione (un po' desiderata: questo mese sembra sempre lungo almeno quindici giorni in più degli altri), ma lo fa con una delle uscite più attese dell'inverno.
Jessie Burton è tornata con La confessione (La Nave di Teseo), e ancora una volta regala ai lettori centinaia di pagine di puro incanto.
Siamo a Londra, nel 1980. In un pomeriggio d’inverno ad Hampstead Heat Elise Morceau, che fa la maschera a teatro e ha tutta la bellezza dei vent’anni, incontra Constance Holden, detta Connie, e ne rimane stregata. Connie è una scrittrice di successo, arrogante e seducente in egual misura, con un romanzo in procinto di diventare un film a Hollywood. Le due donne si innamorano e stringono un rapporto che velocemente scivola verso l’ossessione e la reciproca dipendenza. Connie convince Elise a seguirla a Los Angeles, ma, se la prima è elettrizzata dall’eccitazione di un nuovo mondo dove tutti mentono pur di diventare una stella, l’altra vi annaspa, esasperata dagli umori della sua compagna con cui si susseguono rotture e riappacificazioni, e dalla falsità di quell’ambiente competitivo e irreale. Così Elise prende una decisione impulsiva, che cambierà la sua vita per sempre: sparisce nel nulla, senza lasciare tracce.
Trent’anni dopo, una giovane donna di nome Rose decide di mettersi alla ricerca di sua madre, scomparsa quando era ancora una bambina. Bussa così alla porta dell’ultima persona che l’ha incontrata, una scrittrice ormai anziana che vive reclusa dopo essersi ritirata dalla vita pubblica al picco della sua fama, e da cui Rose è determinata a ottenere una confessione: Constance Holden.
Questa la trama del nuovo romanzo di Jessie Burton, autrice inglese entrata nelle biblioteche di milioni di lettori nel mondo con Il miniaturista e La musa (entrambi editi La nave di Teseo): La confessione è una storia profondamente femminile, con al centro una donna in cerca di risposte e di informazioni su sua madre che scopre non solo qualcosa in più sul suo passato, ma anche un modo per andare avanti con la sua vita, abbracciando il futuro.
Elise, la madre di Rose, è scomparsa poco dopo il compleanno della bimba, e attraverso una struttura a narrazioni parallele i lettori entrano in sintonia con le tre donne protagoniste dipanando le trame delle loro vite tra passato e presente.
Inevitabile trovarsi a confrontare Elise, Constance e Rose, e inevitabile non sentirsi emotivamente coinvolti nelle loro scelte, mai fatte con leggerezza. Anzi, a livello emozionale, è un romanzo talmente ben costruito che, a tratti, le rivelazioni passano quasi in secondo piano: si è troppo imepgnati a sentire, a provare. Rose si avvicina a Constance con l'inganno, ma allo stesso tempo trova in lei un surrogato di figura materna in un momento in cui ha bisogno di una guida.
È anche un romanzo che parla di scrittura,d ello scrivere per raccontarsi e del raccontare storie per ritrovarsi, e questo lo rende coinvolgente nel profondo nonostante la mole non indifferente. Si legge assaporando ogni frase, con lentezza forse, ma con molta attenzione.
Infine, La confessione è un romanzo che fa a ogni lettore un regalo di valore incommensurabile: gli ricorda l'importanza di scrivere ogni giorno la propria storia, senza fretta di arrivare al finale, ma costruendo con attenzione ogni capitolo.
La confessione di Jessie Burton (La Nave di Teseo) è in libreria, al prezzo di copertina di 20€.
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giovedì 23 gennaio 2020
martedì 12 marzo 2019
"La bambina che somigliava alle cose scomparse" di Sergio Claudio Perroni
Sergio Claudio Perroni torna in libreria con una favola per adulti che hanno bisogno di sentirsi più vicini al loro io infantile, che crede nell'incanto e nella magia.
La bambina che somigliava alle cose scomparse (La nave di Teseo) è questo, e molto di più grazie anche alle splendide illustrazioni di Leila Marzocchi.
«Ma a che ti serviva la nuvola?»
Si chiama Pulce e risolve problemi. Per farlo, ricorre all'antico e desueto stratagemma di porre domande. Interroga chi incontra sul motivo di una paura inspiegabile, di una particolare malinconia, di una speranza tradita. Gira e rigira, le risposte sono altre domande: d'amore o d'amicizia, di protezione o di salvezza.
«Mi serviva a nascondermi», le risponde il passero, terrorizzato dal falco che lo insegue.
Detto, fatto: il volto di Pulce diventa la nuvola in cui rifugiarsi!
È scappata di casa, Pulce. Si è presa una vacanza dalle lamentele della mamma e del papà per quello che fa o non fa, per ciò che è o non è. Ha sette anni, gli occhi color tatuaggio e un'energia visionaria. In un battibaleno è capace di trasformarsi in chiunque e in qualunque cosa: un ruscello, un affetto perduto, una stella cadente, una madre scomparsa, un paio di occhioni blu... E così, facendo da ponte tra quello che c'era e quello che non c'è più, rimedia di volta in volta alla perdita di cui soffrono i personaggi in cui si imbatte. Per riuscirci, attinge all'esperienza che zampilla dalle sue "fonti", un popolo buffo e saggio raccontato in parallelo dalle geniali note a piè di sogno.
Una protagonista indimenticabile, Pulce, che accompagna il lettore attraverso un labirinto di incontri e riflessioni su temi quanto mai attuali (il consumismo sfrenato della nostra epoca, la troppa importanza data all'apparenza invece che alla sostanza, ma anche l'importanza degli affetti che rischiamo troppo spesso di trascurare, per citarne alcuni) senza che questi lo privino mai del puro piacere dato dalla magia della favola.
Magiche sono anche le illustrazioni di Leila Marzocchi (una preferita è sicuramente quella a pagina 110) che ben accompagnano quello che è l'ottavo libro per Sergio Claudio Perroni, e che stavolta è davvero un libro per tutti.
Se è vero che ogni piccolo lettore vedrà se stesso in Pulce, nelle sue domande e nel suo desiderio di esplorare il mondo, lo è altrettanto che ogni adulto rifletterà sulle cose perdute e sull'importanza di saper dire addio.
Amy Harmon nel 2015 scriveva che è meglio essere persi che soli, perchè «chi è perso può essere ritrovato» e in parte è così per ogni personaggio che popola questo libro: l'incontro con Pulce permette loro di superare il dolore della perdita fisica, ma allo stesso tempo di realizzare che nulla è mai perduto, finchè lo si porta nel cuore.
Una lettura incantevole, promossa a pieni voti e consigliatissima.
La bambina che somigliava alle cose scomparse di Sergio Claudio Perroni (La nave di Teseo) è in libreria, al prezzo di copertina di 13€.
La bambina che somigliava alle cose scomparse (La nave di Teseo) è questo, e molto di più grazie anche alle splendide illustrazioni di Leila Marzocchi.
«Ma a che ti serviva la nuvola?»
Si chiama Pulce e risolve problemi. Per farlo, ricorre all'antico e desueto stratagemma di porre domande. Interroga chi incontra sul motivo di una paura inspiegabile, di una particolare malinconia, di una speranza tradita. Gira e rigira, le risposte sono altre domande: d'amore o d'amicizia, di protezione o di salvezza.
«Mi serviva a nascondermi», le risponde il passero, terrorizzato dal falco che lo insegue.
Detto, fatto: il volto di Pulce diventa la nuvola in cui rifugiarsi!
È scappata di casa, Pulce. Si è presa una vacanza dalle lamentele della mamma e del papà per quello che fa o non fa, per ciò che è o non è. Ha sette anni, gli occhi color tatuaggio e un'energia visionaria. In un battibaleno è capace di trasformarsi in chiunque e in qualunque cosa: un ruscello, un affetto perduto, una stella cadente, una madre scomparsa, un paio di occhioni blu... E così, facendo da ponte tra quello che c'era e quello che non c'è più, rimedia di volta in volta alla perdita di cui soffrono i personaggi in cui si imbatte. Per riuscirci, attinge all'esperienza che zampilla dalle sue "fonti", un popolo buffo e saggio raccontato in parallelo dalle geniali note a piè di sogno.
Una protagonista indimenticabile, Pulce, che accompagna il lettore attraverso un labirinto di incontri e riflessioni su temi quanto mai attuali (il consumismo sfrenato della nostra epoca, la troppa importanza data all'apparenza invece che alla sostanza, ma anche l'importanza degli affetti che rischiamo troppo spesso di trascurare, per citarne alcuni) senza che questi lo privino mai del puro piacere dato dalla magia della favola.
Magiche sono anche le illustrazioni di Leila Marzocchi (una preferita è sicuramente quella a pagina 110) che ben accompagnano quello che è l'ottavo libro per Sergio Claudio Perroni, e che stavolta è davvero un libro per tutti.
Se è vero che ogni piccolo lettore vedrà se stesso in Pulce, nelle sue domande e nel suo desiderio di esplorare il mondo, lo è altrettanto che ogni adulto rifletterà sulle cose perdute e sull'importanza di saper dire addio.
Amy Harmon nel 2015 scriveva che è meglio essere persi che soli, perchè «chi è perso può essere ritrovato» e in parte è così per ogni personaggio che popola questo libro: l'incontro con Pulce permette loro di superare il dolore della perdita fisica, ma allo stesso tempo di realizzare che nulla è mai perduto, finchè lo si porta nel cuore.
Una lettura incantevole, promossa a pieni voti e consigliatissima.
La bambina che somigliava alle cose scomparse di Sergio Claudio Perroni (La nave di Teseo) è in libreria, al prezzo di copertina di 13€.
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mercoledì 16 maggio 2018
"La regina del silenzio" di Paolo Rumiz
Buongiorno a tutte, fanciulle (e fanciulli)!
È arrivato il momento: inauguro il mio #BancarellaThon, la maratona di lettura e recensione dei sei titoli vincitori del Premio Selezione Bancarella!
Tre li avevo già letti, tre li ho recuperati in corsa, e sono pronta a partire con... "La regina del silenzio" di Paolo Rumiz, edito La nave di Teseo (rilegato a 16€):
Il malvagio re Urdal scende da Nord, invade col suo esercito la pianura dei Burjaki e proibisce loro ogni forma di musica. Con tre mostri – Antrax, Uter e Saraton – terrorizza la popolazione. Eco, il mago dai lunghi capelli bianchi che suscita i suoni della terra, viene fatto prigioniero e nella terra dei Burjaki cala il silenzio assoluto. Mila, la figlia del valoroso cavaliere Vadim, ha il dono innato della musica e cresce ascoltando la melodia della natura. Con il suono della sua voce sfida il divieto di Urdal e decide di cercare il bardo Tahir, l’uomo che le ha insegnato il canto, per guidare insieme la battaglia più importante, nel nome della musica e della libertà.
Paolo Rumiz regala ai suoi lettori una storia senza tempo sulla forza dell’arte e del coraggio, sull’importanza di credere nel proprio talento, contro ogni forma di violenza.
Bello, bello, bello: ho recuperato questa lettura dopo l'assegnazione del Premio Selezione Bancarella, e ne sono stata conquistata sin dalle prime righe.
Paolo Rumiz torna alla favola, e al racconto ad alta voce, e in parte torna anche bambino insieme ai lettori nel raccontare del glorioso Vadim, del bardo Tahir e della coraggiosa giovane Mila, che si imbarca come una novella Argonauta per trovare chi (e ciò che) l'aiuterà a salvare la sua gente da un nemico forte e violento.
Un fortissimo richiamo alle leggende e favole nordiche, che adoro sin dall'infanzia e che ho amato ritrovare in questo volumetto compatto che ben si presta a essere portato con sè in viaggio, e una protagonista alla cui storia è impossibile non affezionarsi da subito: cullata durante la gestazione dalle canzoni di Tahir, cresce con una fortissima sensibilità ai suoni e alla musica, e proprio nella musica trova la sua arma per combattere l'oppressore che ha ridotto il suo popolo al silenzio.
E in fondo, l'intero racconto è intriso di musica: quella delle onde che frangono sulla barca di Mila, quella del vento che sussurra tra le fronde per accompagnare il canto di Vadim morente, quella della tamburitza di Tahir e del violino di Mila.
Nella sua prima opera d'invenzione, Paolo Rumiz sceglie comunque di portarci in viaggio, un viaggio intriso di magia e di mistero, che sa di favola e dello stupore dell'infanzia di fronte all'inaspettato. Quella capacità di provare stupore che, forse, crescendo rischiamo di perdere, e che invece dovremmo saper mantenere viva dentro di noi.
Consigliatissimo: mi ha stupita, ed è sicuramente un libro che rileggerò e (soprattutto) racconterò ai miei figli quando sarà il momento.
Un bacio a tutte, fanciulle (e fanciulli)!
A presto <3
È arrivato il momento: inauguro il mio #BancarellaThon, la maratona di lettura e recensione dei sei titoli vincitori del Premio Selezione Bancarella!
Tre li avevo già letti, tre li ho recuperati in corsa, e sono pronta a partire con... "La regina del silenzio" di Paolo Rumiz, edito La nave di Teseo (rilegato a 16€):
Il malvagio re Urdal scende da Nord, invade col suo esercito la pianura dei Burjaki e proibisce loro ogni forma di musica. Con tre mostri – Antrax, Uter e Saraton – terrorizza la popolazione. Eco, il mago dai lunghi capelli bianchi che suscita i suoni della terra, viene fatto prigioniero e nella terra dei Burjaki cala il silenzio assoluto. Mila, la figlia del valoroso cavaliere Vadim, ha il dono innato della musica e cresce ascoltando la melodia della natura. Con il suono della sua voce sfida il divieto di Urdal e decide di cercare il bardo Tahir, l’uomo che le ha insegnato il canto, per guidare insieme la battaglia più importante, nel nome della musica e della libertà.
Paolo Rumiz regala ai suoi lettori una storia senza tempo sulla forza dell’arte e del coraggio, sull’importanza di credere nel proprio talento, contro ogni forma di violenza.
Bello, bello, bello: ho recuperato questa lettura dopo l'assegnazione del Premio Selezione Bancarella, e ne sono stata conquistata sin dalle prime righe.
Paolo Rumiz torna alla favola, e al racconto ad alta voce, e in parte torna anche bambino insieme ai lettori nel raccontare del glorioso Vadim, del bardo Tahir e della coraggiosa giovane Mila, che si imbarca come una novella Argonauta per trovare chi (e ciò che) l'aiuterà a salvare la sua gente da un nemico forte e violento.
Un fortissimo richiamo alle leggende e favole nordiche, che adoro sin dall'infanzia e che ho amato ritrovare in questo volumetto compatto che ben si presta a essere portato con sè in viaggio, e una protagonista alla cui storia è impossibile non affezionarsi da subito: cullata durante la gestazione dalle canzoni di Tahir, cresce con una fortissima sensibilità ai suoni e alla musica, e proprio nella musica trova la sua arma per combattere l'oppressore che ha ridotto il suo popolo al silenzio.
E in fondo, l'intero racconto è intriso di musica: quella delle onde che frangono sulla barca di Mila, quella del vento che sussurra tra le fronde per accompagnare il canto di Vadim morente, quella della tamburitza di Tahir e del violino di Mila.
Nella sua prima opera d'invenzione, Paolo Rumiz sceglie comunque di portarci in viaggio, un viaggio intriso di magia e di mistero, che sa di favola e dello stupore dell'infanzia di fronte all'inaspettato. Quella capacità di provare stupore che, forse, crescendo rischiamo di perdere, e che invece dovremmo saper mantenere viva dentro di noi.
Consigliatissimo: mi ha stupita, ed è sicuramente un libro che rileggerò e (soprattutto) racconterò ai miei figli quando sarà il momento.
Un bacio a tutte, fanciulle (e fanciulli)!
A presto <3
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venerdì 30 marzo 2018
Di quando ho intervistato Silvio Muccino
Buongiorno a tutte, fanciulle (e fanciulli)!
Oggi il blog ha un ospite speciale, anzi: specialissimo.
Da Marzo in libreria con il suo primo romanzo (dopo due lavori a quattro mani usciti negli scorsi anni) "Quando eravamo eroi", edito La nave di Teseo (brossurato a 17€), ecco a voi.... Silvio Muccino!
Alex ha trentaquattro anni e sta per tornare in Italia. Dalla sua casa ad Amsterdam guarda una vecchia foto che lo ritrae adolescente insieme ai quattro amici che allora rappresentavano tutto il suo mondo. Gli stessi che ha abbandonato da un giorno all'altro senza una spiegazione, quindici anni prima. Lui, Melzi, Eva, Torquemada e Rodolfo erano indissolubili, fragili e bellissimi, esseri unici e uniti come alieni precipitati su un pianeta sconosciuto a cui non volevano, non sapevano conformarsi. Poi, qualcosa si è rotto. Ora Alex sta per affrontare il passo più importante della sua vita, ma, prima di chiudere i conti con quel passato e con la causa della sua fuga, ha bisogno di rivederli perché sente di dover confessare loro la verità. Una verità che nel corso di quegli anni lo ha portato ad un punto di non ritorno oltre il quale, di Alex, non resterà più nulla. Per Eva, Alex è stato il grande amore, per Rodolfo il rivale-amico che aveva rubato il cuore della ragazza di cui era innamorato, per Melzi un dio messo su un piedistallo, per Torquemada un enigma da risolvere. Nessuno è mai riuscito a superare il dolore di quell'abbandono che ha alterato il corso delle loro vite. È per questo che, nonostante tutto, decidono di accettare l'invito di Alex a trascorrere tre giorni nella sua casa in campagna - meta e rifugio di tanti momenti passati insieme. Ma quando vi arriveranno, la rivelazione che li attende sarà infinitamente più scioccante di quanto avessero mai potuto immaginare. Sarà solo l'inizio di un weekend fatto di verità e confessioni, pianti e risate. Al loro risveglio, il lunedì mattina, nulla sarà più lo stesso.
Una delle letture più emozionanti del mese, in cui ho trovato tantissimo della mia generazione. Soprattutto dei miei ricordi.
Incontrare l'autore a Tempo di Libri e poterlo intervistare è stato un piccolo sogno che si avverava, perchè io quando ero un'adolescente timida, confusa e con un pessimo carattere (ehm...) avevo il suo poster appeso sopra il letto.
Ho apprezzato tantissimo che al centro del tuo romanzo ci fosse non solo l'amicizia e l'affetto di quello che diventa il piccolo mondo di ognuno di noi nel momento del passaggio dall'infanzia all'età adulta, ma anche l'amicizia che Alex ci ha messo 34 anni a riuscire a provare per se stesso.
Che bella definizione, mi piace molto!
Da lettrice, ho avuto la sensazione che solo nel momento in cui Alex riesce davvero a essere amico di se stesso può tornare a essere amico anche dei suoi compagni di adolescenza.
Non avrei potuto dirlo meglio, davvero.
Quindi la mia domanda è: secondo te, oggi, é importante parlare di amicizia anche in questo senso, non solo solo raccontando le grandi amicizie di infanzia e adolescenza e guardando indietro, ma anche imparando a essere amici, in primo luogo, di noi stessi?
È fondamentale, anzi. Direi che hai colto il senso più profondo di questa storia, e mi hai emozionato con le tue parole. L'imparare ad amarsi e il fare amicizia con un sè che a volte non ha l'identità che con la testa cerchiamo di appiccicargli addosso. Cerchiamo di inventarci, a volte, per assomigliare a qualcun altro o accontentare qualcun altro, o anche solo per assomigliare a una visione ideale di noi stessi, e facendo così in realtà non facciamo altro che mettere una distanza tra noi e la nostra anima.
Fare amicizia con quell'anima significa riconoscere invece la sua unicità e amarne la peculiarità, i difetti e le virtù. Alex ci ha messo trentaquattro anni ma anche gli altri, in realta, hanno tradito la loro anima crescendo.
Questa è una storia di riconciliazione e amicizia vera proprio in questo senso: possiamo essere amici tra di noi, ma la condizione per esserlo è che siamo sinceri con noi stessi e che siamo amici di noi stessi.
Hai toccato un tema che non credevo fosse cosí percepibile, e sono molto contento che tu l'abbia colto.
Ogni amico, ogni membro del gruppo, nel momento in cui arriva la lettera di Alex, sta vivendo un momento simile a quello che sta vivendo il tuo protagonista, ma al contrario.
Lui scrive nel momento in cui finalmente raggiunge un punto in cui si riconosce nella sua identitá, ed è pronto ad abbandonare questa parte di sé in cui non si è mai ritrovato e abbracciare il suo io vero, e allo stesso tempo i destinatari della missiva si trovano in una vita che non li rispecchia assolutamente e dalle quali non sanno come uscire. Hai giocato tantissimo con queste contrapposizioni.
Assolutamente sí, perché mi piaceva mettere in scena questo paradosso, in cui l'elemento traditore, colui che ha abbandonato, è l'unico, come dice Eva, a non aver mai tradito la promessa che si erano fatti. L'unico che non é mai sceso a compromessi.
Gli altri, cosí sicuri nel loro essere rimasti, e nel loro vestire i panni degli abbandonati, sono in realtá quelli che hanno tradito maggiormente.
Sono forse anche quelli che hanno avuto meno coraggio?
Certo. Hanno subito di più l'assenza di una persona che forse, oggi come allora, era un'iniezione di amore nelle loro vite. Venendo a mancare quell'amore, l'assenza di Alex ha proprio cambiato il corso delle vite degli altri, portandoli a un punto in cui sono ufficialmente persi, smarriti, ostaggi di una vita che non li rispecchia in nessun modo.
Per cui sí, ho cercato di giocare molto su alcuni paradossi, che peró per me non sono così antitetici: anche il percorso di Alex é un percorso in cui l'uomo che si ritrova é quello che accetta il rischio di perdersi piú degli altri, di smarrirsi e cambiare sempre piú. Si avvicina a se stesso cambiando in maniera costante.
Al centro del tuo lavoro ho sempre trovato non tanto l'attenzione sul sentimento d'amore quanto un focus a 360 gradi sull'amicizia, pensando per esempio al tuo primo film "Come te nessuno mai", che nonostante includesse anche uno sguardo sul primo amore era sostanzialmente la storia di questi amici che partono insieme e che, nel corso del viaggio, scoprono chi sono.
Sì, pensando a "Come te nessuno mai", era la storia di ragazzi che nascono. Il "pio pio" gridato dal traghetto alla fine del film non era solo il richiamo verso il loro amico, ma anche il loro primo pigolio che esprimeva la loro nascita come adulti.
"Come te nessuno mai" raccontava l'incantamento della nascita, dell'inizio della vita.
Alex mi ha ricordato tantissimo anche Paolo, l'amico sempre affidabile e quadrato che stupisce tutti con una scelta drastica e rivoluzionaria quando era forse quello che potevamo giá immaginare senza difficoltá anche adulto.
Ecco, nel loro stupore ho visto la stessa emozione provata dagli amici di Alex, quando realizzano che una persona alla quale erano cosí legati é cambiata drasticamente.
É vero, perche e una dinamica che ho vissuto in prima persona e che forse proprio per questo è ricorrente nei miei lavori. Ho sempre fatto la scelta spiazzante, per il mondo delle persone che mi conoscono. Quando tutti credevano di avermi compreso, e incasellato in un particolare cassettino, io saltavo fuori e andavo altrove.
A volte è stato difficile confrontarmi con quegli sguardi sbigottiti, sentire qualcuno dirmi "aspetta, non ti riconosco più", ma ho sempre pensato che fosse un percorso necessario. Non ho mai creduto al detto "non cambiare mai".
Non c'è niente di peggio!
Non solo non c'è niente di peggio, ma è una vera e propria condanna.
È la condanna di Peter Pan: Peter Pan ha il diritto di crescere e di cambiare!
Quindi immagino tu abbia apprezzato "Hook".
Assolutamente sì! È la voce non della fine dell'innocenza, ma della necessitá del cambiamento e di non vestire mai i panni dello stesso personaggio, perchè altrimenti si resta intrappolati.
"Quando eravamo eroi" è anche un tributo agli anni Novanta.
Quelli della nostra generazione hanno un rapporto forte con gli anni Novanta, un rapporto nostalgico e d'amore. Ci commuoviamo per un walkman ritrovato in fondo all'armadio. o per una Smemoranda piena di scritte con gli Uniposca.
La Smemoranda! Che diventava alta un metro, e che era praticamente Facebook analogico, tra foto, adesivi, canzoni trascritte.
Ecco, appunto!
Pensando agli adolescenti di oggi, per i quali il mondo è quasi esclusivamente digitale, non rischiano di trovarsi senza ricordi?
Dici che si sono persi qualcosa, o è la percezione della nostra generazione?
In fondo anche Alex tira fuori una vecchia foto, ha una casa da chiudere piena di oggetti del suo passato... È legato al passato attraverso i ricordi materiali.
Hai detto una cosa molto bella, perchè gli anni Novanta sono quelli del non selfie, in cui dovevi chiedere a qualcuno di farti una foto e che scattavi sempre rivolto verso qualcun altro, non verso te stesso. C'era una maggiore apertura verso il mondo, e erano meno ego-riferiti. Ogni ricordo ci legava a qualcun altro, e non solo a noi stessi.
Oggi tutti si guardano, ma si stanno perdendo il fatto di guardare gli altri, di aprire occhi e mente e assimilare "la big picture".
Ora diciamo "guarda me".
Siamo solo sul "guarda me": scatto me stesso, da solo, e ritocco tutto in modo che non ci sia nemmeno un briciolo di imperfezione.Noi amavamo l'imperfezione!
Pensa alle Superga e alle Converse, che dovevano essere vissute già appena indossate.
La prima cosa che facevi appena indossate era sporcarle, esatto. Le Dr Martins le sfregiavi sul davanti, altrimenti non era cool.
Erano anni in cui musica, fotografia, moda erano il modo in cui raccontavamo noi stessi agli amici, mostrando anche con fierezza la nostra imperfezione.
Non ritoccavamo nulla, anzi!
Ed essere fieri della propria imperfezione è ciò che impara a fare anche Alex, no? Abbraccia il fatto di essere nato in un modo, e voler invece essere diverso, realizzando che va bene così.
Sì, abbiamo fatto uno splendido percorso attorno al significato dell'amicizia e dell'imperfezione.
Che dici, ci lasciamo così?
Peccato, era bello. Mi sarebbe piaciuto andare avanti!
Io ringrazio tantissimo Silvio Muccino e La nave di Teseo per la splendida opportunità, a Michela Monti per avermi fatto da fotografa entusiasta, e vi consiglio la lettura di "Quando eravamo eroi" perchè è uno dei romanzi più coinvolgenti che io abbia preso in mano in questo 2018.
Un bacio a tutte, fanciulle (e fanciulli)!
A presto <3
Oggi il blog ha un ospite speciale, anzi: specialissimo.
Da Marzo in libreria con il suo primo romanzo (dopo due lavori a quattro mani usciti negli scorsi anni) "Quando eravamo eroi", edito La nave di Teseo (brossurato a 17€), ecco a voi.... Silvio Muccino!
Alex ha trentaquattro anni e sta per tornare in Italia. Dalla sua casa ad Amsterdam guarda una vecchia foto che lo ritrae adolescente insieme ai quattro amici che allora rappresentavano tutto il suo mondo. Gli stessi che ha abbandonato da un giorno all'altro senza una spiegazione, quindici anni prima. Lui, Melzi, Eva, Torquemada e Rodolfo erano indissolubili, fragili e bellissimi, esseri unici e uniti come alieni precipitati su un pianeta sconosciuto a cui non volevano, non sapevano conformarsi. Poi, qualcosa si è rotto. Ora Alex sta per affrontare il passo più importante della sua vita, ma, prima di chiudere i conti con quel passato e con la causa della sua fuga, ha bisogno di rivederli perché sente di dover confessare loro la verità. Una verità che nel corso di quegli anni lo ha portato ad un punto di non ritorno oltre il quale, di Alex, non resterà più nulla. Per Eva, Alex è stato il grande amore, per Rodolfo il rivale-amico che aveva rubato il cuore della ragazza di cui era innamorato, per Melzi un dio messo su un piedistallo, per Torquemada un enigma da risolvere. Nessuno è mai riuscito a superare il dolore di quell'abbandono che ha alterato il corso delle loro vite. È per questo che, nonostante tutto, decidono di accettare l'invito di Alex a trascorrere tre giorni nella sua casa in campagna - meta e rifugio di tanti momenti passati insieme. Ma quando vi arriveranno, la rivelazione che li attende sarà infinitamente più scioccante di quanto avessero mai potuto immaginare. Sarà solo l'inizio di un weekend fatto di verità e confessioni, pianti e risate. Al loro risveglio, il lunedì mattina, nulla sarà più lo stesso.
Una delle letture più emozionanti del mese, in cui ho trovato tantissimo della mia generazione. Soprattutto dei miei ricordi.
Incontrare l'autore a Tempo di Libri e poterlo intervistare è stato un piccolo sogno che si avverava, perchè io quando ero un'adolescente timida, confusa e con un pessimo carattere (ehm...) avevo il suo poster appeso sopra il letto.
Ho apprezzato tantissimo che al centro del tuo romanzo ci fosse non solo l'amicizia e l'affetto di quello che diventa il piccolo mondo di ognuno di noi nel momento del passaggio dall'infanzia all'età adulta, ma anche l'amicizia che Alex ci ha messo 34 anni a riuscire a provare per se stesso.
Che bella definizione, mi piace molto!
Da lettrice, ho avuto la sensazione che solo nel momento in cui Alex riesce davvero a essere amico di se stesso può tornare a essere amico anche dei suoi compagni di adolescenza.
Non avrei potuto dirlo meglio, davvero.
Quindi la mia domanda è: secondo te, oggi, é importante parlare di amicizia anche in questo senso, non solo solo raccontando le grandi amicizie di infanzia e adolescenza e guardando indietro, ma anche imparando a essere amici, in primo luogo, di noi stessi?
È fondamentale, anzi. Direi che hai colto il senso più profondo di questa storia, e mi hai emozionato con le tue parole. L'imparare ad amarsi e il fare amicizia con un sè che a volte non ha l'identità che con la testa cerchiamo di appiccicargli addosso. Cerchiamo di inventarci, a volte, per assomigliare a qualcun altro o accontentare qualcun altro, o anche solo per assomigliare a una visione ideale di noi stessi, e facendo così in realtà non facciamo altro che mettere una distanza tra noi e la nostra anima.
Fare amicizia con quell'anima significa riconoscere invece la sua unicità e amarne la peculiarità, i difetti e le virtù. Alex ci ha messo trentaquattro anni ma anche gli altri, in realta, hanno tradito la loro anima crescendo.
Questa è una storia di riconciliazione e amicizia vera proprio in questo senso: possiamo essere amici tra di noi, ma la condizione per esserlo è che siamo sinceri con noi stessi e che siamo amici di noi stessi.
Hai toccato un tema che non credevo fosse cosí percepibile, e sono molto contento che tu l'abbia colto.
Ogni amico, ogni membro del gruppo, nel momento in cui arriva la lettera di Alex, sta vivendo un momento simile a quello che sta vivendo il tuo protagonista, ma al contrario.
Lui scrive nel momento in cui finalmente raggiunge un punto in cui si riconosce nella sua identitá, ed è pronto ad abbandonare questa parte di sé in cui non si è mai ritrovato e abbracciare il suo io vero, e allo stesso tempo i destinatari della missiva si trovano in una vita che non li rispecchia assolutamente e dalle quali non sanno come uscire. Hai giocato tantissimo con queste contrapposizioni.
Assolutamente sí, perché mi piaceva mettere in scena questo paradosso, in cui l'elemento traditore, colui che ha abbandonato, è l'unico, come dice Eva, a non aver mai tradito la promessa che si erano fatti. L'unico che non é mai sceso a compromessi.
Gli altri, cosí sicuri nel loro essere rimasti, e nel loro vestire i panni degli abbandonati, sono in realtá quelli che hanno tradito maggiormente.
Sono forse anche quelli che hanno avuto meno coraggio?
Certo. Hanno subito di più l'assenza di una persona che forse, oggi come allora, era un'iniezione di amore nelle loro vite. Venendo a mancare quell'amore, l'assenza di Alex ha proprio cambiato il corso delle vite degli altri, portandoli a un punto in cui sono ufficialmente persi, smarriti, ostaggi di una vita che non li rispecchia in nessun modo.
Per cui sí, ho cercato di giocare molto su alcuni paradossi, che peró per me non sono così antitetici: anche il percorso di Alex é un percorso in cui l'uomo che si ritrova é quello che accetta il rischio di perdersi piú degli altri, di smarrirsi e cambiare sempre piú. Si avvicina a se stesso cambiando in maniera costante.
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| Grazie a Rosdiana Ciaravolo per la possibilità di utilizzare uno dei suoi splendidi scatti realizzati durante l'intervento di Silvio Muccino a Tempo di Libri. |
Sì, pensando a "Come te nessuno mai", era la storia di ragazzi che nascono. Il "pio pio" gridato dal traghetto alla fine del film non era solo il richiamo verso il loro amico, ma anche il loro primo pigolio che esprimeva la loro nascita come adulti.
"Come te nessuno mai" raccontava l'incantamento della nascita, dell'inizio della vita.
Alex mi ha ricordato tantissimo anche Paolo, l'amico sempre affidabile e quadrato che stupisce tutti con una scelta drastica e rivoluzionaria quando era forse quello che potevamo giá immaginare senza difficoltá anche adulto.
Ecco, nel loro stupore ho visto la stessa emozione provata dagli amici di Alex, quando realizzano che una persona alla quale erano cosí legati é cambiata drasticamente.
É vero, perche e una dinamica che ho vissuto in prima persona e che forse proprio per questo è ricorrente nei miei lavori. Ho sempre fatto la scelta spiazzante, per il mondo delle persone che mi conoscono. Quando tutti credevano di avermi compreso, e incasellato in un particolare cassettino, io saltavo fuori e andavo altrove.
A volte è stato difficile confrontarmi con quegli sguardi sbigottiti, sentire qualcuno dirmi "aspetta, non ti riconosco più", ma ho sempre pensato che fosse un percorso necessario. Non ho mai creduto al detto "non cambiare mai".
Non c'è niente di peggio!
Non solo non c'è niente di peggio, ma è una vera e propria condanna.
È la condanna di Peter Pan: Peter Pan ha il diritto di crescere e di cambiare!
Quindi immagino tu abbia apprezzato "Hook".
Assolutamente sì! È la voce non della fine dell'innocenza, ma della necessitá del cambiamento e di non vestire mai i panni dello stesso personaggio, perchè altrimenti si resta intrappolati.
"Quando eravamo eroi" è anche un tributo agli anni Novanta.
Quelli della nostra generazione hanno un rapporto forte con gli anni Novanta, un rapporto nostalgico e d'amore. Ci commuoviamo per un walkman ritrovato in fondo all'armadio. o per una Smemoranda piena di scritte con gli Uniposca.
La Smemoranda! Che diventava alta un metro, e che era praticamente Facebook analogico, tra foto, adesivi, canzoni trascritte.
Ecco, appunto!
Pensando agli adolescenti di oggi, per i quali il mondo è quasi esclusivamente digitale, non rischiano di trovarsi senza ricordi?
Dici che si sono persi qualcosa, o è la percezione della nostra generazione?
In fondo anche Alex tira fuori una vecchia foto, ha una casa da chiudere piena di oggetti del suo passato... È legato al passato attraverso i ricordi materiali.
Hai detto una cosa molto bella, perchè gli anni Novanta sono quelli del non selfie, in cui dovevi chiedere a qualcuno di farti una foto e che scattavi sempre rivolto verso qualcun altro, non verso te stesso. C'era una maggiore apertura verso il mondo, e erano meno ego-riferiti. Ogni ricordo ci legava a qualcun altro, e non solo a noi stessi.
Oggi tutti si guardano, ma si stanno perdendo il fatto di guardare gli altri, di aprire occhi e mente e assimilare "la big picture".
Ora diciamo "guarda me".
Siamo solo sul "guarda me": scatto me stesso, da solo, e ritocco tutto in modo che non ci sia nemmeno un briciolo di imperfezione.Noi amavamo l'imperfezione!
Pensa alle Superga e alle Converse, che dovevano essere vissute già appena indossate.
La prima cosa che facevi appena indossate era sporcarle, esatto. Le Dr Martins le sfregiavi sul davanti, altrimenti non era cool.
Erano anni in cui musica, fotografia, moda erano il modo in cui raccontavamo noi stessi agli amici, mostrando anche con fierezza la nostra imperfezione.
Non ritoccavamo nulla, anzi!
Ed essere fieri della propria imperfezione è ciò che impara a fare anche Alex, no? Abbraccia il fatto di essere nato in un modo, e voler invece essere diverso, realizzando che va bene così.
Sì, abbiamo fatto uno splendido percorso attorno al significato dell'amicizia e dell'imperfezione.
Che dici, ci lasciamo così?
Peccato, era bello. Mi sarebbe piaciuto andare avanti!
Io ringrazio tantissimo Silvio Muccino e La nave di Teseo per la splendida opportunità, a Michela Monti per avermi fatto da fotografa entusiasta, e vi consiglio la lettura di "Quando eravamo eroi" perchè è uno dei romanzi più coinvolgenti che io abbia preso in mano in questo 2018.
Un bacio a tutte, fanciulle (e fanciulli)!
A presto <3
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mercoledì 22 marzo 2017
"Vita di Nullo" di Diego Marani
Buongiorno a tutte, fanciulle (e fanciulli)!
La chiacchiera librosa di oggi è dedicata a "Vita di Nullo" di Diego Marani, edito La nave di Teseo (brossurato a 15€):
"Vita di Nullo" è il romanzo della provincia italiana, una ballata intensa cantata da eroi troppo grandi per le piazze in cui abitano. Il palcoscenico è un bar che ha la sacralità di una chiesa e un sacerdote indiscusso, Nullo, che regna su un popolo di rivoluzionari, come Belaghega l'inventore di parole, Patecia il collezionista di tristezze e Scandul, barrelliere per mestiere e pescatore per vocazione. Da quando Nullo è sparito nessuno più sorride al bar, perché lui era l'anima dell'intero paese. Sovrappeso e sognatore fin da bambino, vittima sacrificale dei coetanei eppure insostituibile animatore di ogni serata, Nullo è uno di quei lucidi folli che fioriscono nella provincia italiana. Ha idee strampalate, geniali, è lo zimbello del gruppo ma riempie la vita di tutti. È vittima e carnefice dei larghi vuoti della pianura padana. Ora Nullo ha finalmente l'occasione della vita per uscire dalla provincia e conquistare la platea del mondo. Lascerà la sua opera incompiuta?
"Vita di Nullo" mi incuriosiva moltissimo, e ho potuto recuperarne al volo la lettura due sabati fa perchè questo romanzo di 100 pagine si divora nel corso di un tè, per poi continure a pensarci nei giorni a seguire.
Diego Marani ci porta nell'atmosfera di paese tipica dei romanzi di Andrea Vitali senza però quella nota "gialla" tipica dell'amatissimo autore di Bellano.
Ci porta in quello che è letteralmente il centro della vita sociale di paese, il bar.
Anzi, il Bar: ce n'è uno, in questa storia e probabilentenell'intero centro abitato, ed è qui che si consumano liti, discussioni, scambi di opinioni, dibattiti.
È qui che si commentano partite e gare automobilistiche, ed è qui che per anni si sono stretti tutti attorno a Nullo.
Ex bambino sovrappeso soprannominato Panzòn, spesso deriso ma mai davvero lasciato indietro, Nullo è diventatao un trascinatore e l'anima del bar.
Tanto che, quando scompare, è come se la vita si fermasse.
Che fine ha fatto Nullo?
Cosa gli è successo?
Le ipotesi si sprecano, le congetture non mancano, e viene spontaneo unirsi alla voce narrante e fare anche noi le nostre congetture, salvo poi capire che, forse, non è poi così importante sapere dove sia finito.
Ad affascinare del breve romanzo di Diego Marani non è tanto la figura di Nullo quanto il modo in cui arriviamo a conoscerla, attraverso il racconto e il ricordo di una vita in cui è stato un outsider e l'anima della festa, in cui è stato vittima e carnefice, in cui èstato al centro di ogni discussione ma senza mai dire davvero la sua - tranne riguardo le competizioni sportive di ogni tipo.
La prosa dell'autore scorre fluida e al giusto ritmo, e quello che ci viene regalato è sia uno splendido e sincero spaccato della vita di provincia, sia la storia di un personaggio unico nel suo genere, e del quale si vorrebbe leggere ancora e ancora.
Non mi sono bastate 100 pagine, ne avrei volute almeno il doppio.
È sicuramente un autore da tenere d'occhio.
Un bacio a tutte, fanciulle (e fanciulli)!
A presto <3
La chiacchiera librosa di oggi è dedicata a "Vita di Nullo" di Diego Marani, edito La nave di Teseo (brossurato a 15€):
"Vita di Nullo" è il romanzo della provincia italiana, una ballata intensa cantata da eroi troppo grandi per le piazze in cui abitano. Il palcoscenico è un bar che ha la sacralità di una chiesa e un sacerdote indiscusso, Nullo, che regna su un popolo di rivoluzionari, come Belaghega l'inventore di parole, Patecia il collezionista di tristezze e Scandul, barrelliere per mestiere e pescatore per vocazione. Da quando Nullo è sparito nessuno più sorride al bar, perché lui era l'anima dell'intero paese. Sovrappeso e sognatore fin da bambino, vittima sacrificale dei coetanei eppure insostituibile animatore di ogni serata, Nullo è uno di quei lucidi folli che fioriscono nella provincia italiana. Ha idee strampalate, geniali, è lo zimbello del gruppo ma riempie la vita di tutti. È vittima e carnefice dei larghi vuoti della pianura padana. Ora Nullo ha finalmente l'occasione della vita per uscire dalla provincia e conquistare la platea del mondo. Lascerà la sua opera incompiuta?
"Vita di Nullo" mi incuriosiva moltissimo, e ho potuto recuperarne al volo la lettura due sabati fa perchè questo romanzo di 100 pagine si divora nel corso di un tè, per poi continure a pensarci nei giorni a seguire.
Diego Marani ci porta nell'atmosfera di paese tipica dei romanzi di Andrea Vitali senza però quella nota "gialla" tipica dell'amatissimo autore di Bellano.
Ci porta in quello che è letteralmente il centro della vita sociale di paese, il bar.
Anzi, il Bar: ce n'è uno, in questa storia e probabilentenell'intero centro abitato, ed è qui che si consumano liti, discussioni, scambi di opinioni, dibattiti.
È qui che si commentano partite e gare automobilistiche, ed è qui che per anni si sono stretti tutti attorno a Nullo.
Ex bambino sovrappeso soprannominato Panzòn, spesso deriso ma mai davvero lasciato indietro, Nullo è diventatao un trascinatore e l'anima del bar.
Tanto che, quando scompare, è come se la vita si fermasse.
Che fine ha fatto Nullo?
Cosa gli è successo?
Le ipotesi si sprecano, le congetture non mancano, e viene spontaneo unirsi alla voce narrante e fare anche noi le nostre congetture, salvo poi capire che, forse, non è poi così importante sapere dove sia finito.
Ad affascinare del breve romanzo di Diego Marani non è tanto la figura di Nullo quanto il modo in cui arriviamo a conoscerla, attraverso il racconto e il ricordo di una vita in cui è stato un outsider e l'anima della festa, in cui è stato vittima e carnefice, in cui èstato al centro di ogni discussione ma senza mai dire davvero la sua - tranne riguardo le competizioni sportive di ogni tipo.
La prosa dell'autore scorre fluida e al giusto ritmo, e quello che ci viene regalato è sia uno splendido e sincero spaccato della vita di provincia, sia la storia di un personaggio unico nel suo genere, e del quale si vorrebbe leggere ancora e ancora.
Non mi sono bastate 100 pagine, ne avrei volute almeno il doppio.
È sicuramente un autore da tenere d'occhio.
Un bacio a tutte, fanciulle (e fanciulli)!
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