venerdì 7 giugno 2019

Piccola Sicilia: intervista a Daniel Speck sul suo nuovo romanzo

Tra la Sicilia di oggi e la Piccola Sicilia, quartiere di Tunisi, del 1941, il nuovo romanzo di Daniel Speck (già autore di Volevamo andare lontano, un successo da mezzo milione di copie in Germania, ndr) racconta la storia di due famiglie tra passato e presente, le cui sorti sono spezzate e unite a loro insaputa.


Piccola Sicilia (Sperling&Kupfer) è già in libreria, e abbiamo incontrato l'autore a Milano: ecco cosa ci ha raccontato!

Partiamo dal principio: com'è nata questa storia?
Da una ricerca storica, e dalla scoperta di una storia vera che mi ha colpito: quella di un soldato tedesco, di nome Richard Habel, che in Tunisia nel 1943 ha salvato la vita di cinque ebrei italiani, ed è una storia rimasta sconosciuta. La cosa bella è che poi i genitori di uno dei cinque ebrei hanno salvato lui. Richard doveva custodire questi cinque ebrei fatti prigionieri perché erano della Resistenza. Lui parlava un po' l'italiano e per questo il suo rapporto con i prigionieri si era fatto più umano. Quando gli hanno detto che i prigionieri sarebbero stati fucilati il giorno dopo, li ha fatti scappare. Uno dei cinque prima di scappare gli ha dato un biglietto con l'indirizzo dei suoi genitori a Tunisi, sperando che potesse dire loro che si era salvato. I cinque riescono ad arrivare a Parigi, mentre a Tunisi dopo tre mesi arrivano gli Alleati. Habler si ricorda del biglietto e raggiunge la casa dei genitori del prigioniero, che lo accolgono e lo tengono con loro per due anni fino alla fine della guerra. Quando ho scoperto questa storia mi sono chiesto come mai nessuno ne avesse ancora ricavato un libro o un film, per cui ne ho fatto la base del romanzo. Sono stato a Tunisi e ho visto tutti i luoghi di cui parlo, a partire dall'Hotel Majestic che era effettivamente la base della Whermacht, e poi il quartiere chiamato Piccola Sicilia, poi ho fatto le mie ricerche. Attorno alla storia del soldato tedesco ho costruito tutto il resto: la vita in quel quartiere com'era fino all'arrivo dei tedeschi, la convivenza tra persone molto diverse. Dove finisce la storia vera inizia la mia storia letteraria, molto drammatica, complicata e anche scandalosa.
Visiti sempre i luoghi di cui parli?
Sì, assolutamente. Potrei scrivere un romanzo anche restando in camera mia, però non riuscirei a descrivere i luoghi allo stesso modo, perché per me è fondamentale "sentirli". Io mi espongo ai luoghi, alla realtà, e la descrivo come la sento sperando che poi il lettore lo avverta nello stesso modo. Del resto questa per me è la differenza tra scrivere romanzi e sceneggiature, che sono molto più asciutte.

Come autore tedesco, puoi avere delle difficoltà a raccontare le vicende dei militari tedeschi durante la Seconda Guerra Mondiale, visto che in genere nei film e nei libri i tedeschi sono quasi sempre i cattivi della situazione? Com'è stato mettersi nei panni di un tedesco buono?
Mio nonno, che è ancora vivo, è stato un giovanissimo militare negli ultimi due anni di guerra, dai sedici ai diciotto anni, ed è stato un soldato buono. Il suo modo di raccontarmi la guerra mi ha aiutato a mettermi nei panni di Moritz, un tedesco normale che non è nazista e si pone molte domande su ciò che è giusto che è sbagliato. La difficoltà non stava tanto nel personaggio di Moritz quanto nel capire le regole dell'esercito. Io non ho nemmeno fatto il militare, ho scelto il servizio civile, per cui per me è difficile comprendere certe cose.
Conosci bene la Sicilia, visto che ne hai parlato in entrambi i romanzi?
Sì, di alcuni luoghi mi sono proprio innamorato. Ad esempio di Salina, da cui facevo provenire la famiglia Marconi protagonista del romanzo precedente: è un'isola nell'isola. Per questo secondo romanzo cercavo un luogo nel Sud della Sicilia perché cercavo il punto di collegamento tra Tunisia e Sicilia, e i tedeschi utilizzavano l'aeroporto di Trapani. Così sono andato a Marsala, dove ho trovato degli alberghi molto affascinanti, e delle spiagge desolate ma davvero ammalianti dove ho ambientato la vicenda di Nina. La sua storia è un po' come quella di Sherazade in Le mille e una notte: ogni sera si incontra con Joelle e riceve da lei un pezzo della sua storia.
Anche nel passato si parla di Sicilia perché racconto lo sbarco alleato sulla sua costa.

Il tema del pregiudizio, della razza, del rifiuto di chi non è uguale a te era già al centro del romanzo precedente e qui torna: è stata una scelta precisa? Trovi che sia importante parlarne in questo preciso momento storico?
È importantissimo parlarne oggi. L'ho scelto perché mi ha colpito durante le ricerche. Conoscevo la storia di Schindler, o dei tanti italiani che hanno salvato ebrei durante la guerra, ma nessuno sa quanti musulmani abbiano salvato ebrei. Noi pensiamo che  musulmani ed ebrei siano nemici eterni, ma non è affatto vero: fino agli anni Quaranta gli ebrei stavano meglio nella società musulmano che in Europa e si sentivano più vicini ai musulmani che ai cristiani. Le due religioni sono simili, e così tante tradizioni: erano anche più frequenti i matrimoni tra ebrei e musulmani che tra ebrei e cristiani. Quando ho scoperto queste storie ho pensato che dovevamo ricordarcele per non cadere nella trappola dei nostri pregiudizi. L'odio tra musulmani ed ebrei non è affatto religioso: è nato con il conflitto tra Israele e la Palestina. È uno scontro territoriale, non religioso.
Facendo queste ricerche ho chiarito i miei pregiudizi personali. Cerco sempre di scrivere delle storie che aprano la mente e facciano scoprire al lettore qualcosa di nuovo. Il mondo della Piccola Sicilia, dove c'erano una chiesa, una mosche e quattordici sinagoghe, con un quindici per cento di popolazione ebraica (quando a Berlino gli ebrei costituivano solo il tre per cento della popolazione), era per me un mondo sconosciuto e interessante, che volevo far rivivere per superare i pregiudizi contemporanei.

Hai annunciato che questo romanzo avrà un seguito. Quando hai iniziato a scrivere Piccola Sicilia sapevi già che la storia sarebbe proseguita?
Ho iniziato a scrivere pensando a una grande storia che andasse dal 1942 ad oggi. Poi sono andato da Fisher, il mio editore tedesco, a proporla, e la storia è piaciuta, ma iniziando a scriverla mi sono reso conto che ne sarebbero venute fuori almeno mille pagine. Troppe per un unico volume, ma potevano costituire due romanzi. Ho dovuto pensare a lungo, per poter scrivere una finale che fosse compiuto ma che al tempo stesso lasciasse la possibilità di una continuazione. Adesso sto scrivendo il seguito.
Ci saranno gli stessi personaggi ma si svolgerà in luoghi diversi, a partire dalla Palestina che diventa Israele, poi si passerà in Europa e di nuovo in Sicilia e in Tunisia. Il periodo storico è quello dal dopoguerra in avanti. Parlerò di personaggi che sono in fuga, in trasferimento, che si devono reinventare.

Quali sono le storie che ti hanno formato e influenzato di più?
Prima di tutto credo quella di mio nonno, nato in Slesia, parte della Germania ormai diventata Polonia. Ha avuto un'infanzia felice, per poi essere mandato in guerra a sedici anni. Due anni dopo, al termine della guerra, non sapeva più nulla della sua famiglia, non aveva più una casa né un luogo dove tornare. Alla fine è stato ospitato da un amico a Monaco, ma ha ricordato per sempre la Slesia, il suo "paradiso perduto" al quale non poteva fare ritorno.
Poi è diventato insegnante all'orfanatrofio di Monaco, dando lui stesso accoglienza a tutti coloro che erano senza una casa, proprio come lo era stato lui.


Piccola Sicilia di Daniel Speck (Sperling&Kupfer) è in libreria, al prezzo di copertina di 19,90€.

giovedì 6 giugno 2019

Ottessa Moshfegh: intervista su "Il mio anno di riposo e oblio"

New York, all'alba del nuovo millennio. La protagonista di Il mio anno di riposo e oblio di Ottessa Moshfegh (Feltrinelli) gode di molti privilegi, almeno in apparenza. È giovane, magra, carina, da poco laureata alla Columbia e vive, grazie a un'eredità, in un appartamento nell'Upper East Side di Manhattan. Ma c'è qualcosa che le manca, c'è un vuoto nella sua vita che non è semplicemente legato alla prematura perdita dei genitori o al modo in cui la tratta il fidanzato che lavora a Wall Street. Afflitta, decide di lasciare il lavoro in una galleria d'arte e di imbottirsi di farmaci per riposare il più possibile. Si convince che la soluzione sia dormire un anno di fila per non provare alcun sentimento e forse guarire.


Questa la trama di quello che era uno dei romanzi più attesi dell'anno, e che abbiamo potuto scoprire in Fondazione Feltrinelli incontrando l'autrice, Ottessa Moshfegh.
Ecco cosa ci ha svelato!

Il tuo romanzo parla soprattutto delle conseguenze di questo oblio, di questo sonno che separa la protagonista dal mondo circostante. Quali sono le cause scatenanti di questo "scollamento" dalla realtà?
Sono da ricercare soprattutto nella sua natura. È una donna che è stata cresciuta da persone che non sapevano comunicare, nè tra loro, nè con lei: al padre non è mai importato molto di conoscere la moglie o la figlia, la madre era un'alcolista che sfruttava la figlia a livello emotivo invece di costruire un rapporto basato sull'affetto. Credo che questo sia alla base del suo cinismo.
Dall'altro lato, ci sono i privilegi: i soldi, la bellezza, un'ottima educazione. Si può permettere di essere pigra e maleducata sul lavoro, al punto da arrivare a vandalizzare la galleria in cui lavora e licenziarsi senza preoccuparsi troppo del domani. È una persona che ha potuto studiare, ma questo l'ha trasformata in una donna che esprime giudizi a ripetizione. È più complesso parlare della sua bellezza, perchè sebbene sia un privilegio per lei è stato più un fardello, anche se è ovviamente un privilegio non doversi mai preoccupare del suo aspetto, e anzi, sfruttare il suo aspetto per manipolare il prossimo a suo piacimento.
È qui che troviamo le cause del suo desiderio di oblio e "scollamento", perchè è arrivata al punto in cui tutto ciò che può salvarla è la spiritualità, ma dal punto di vista spirituale è in bancarotta.

Ma questo mettere in stand-by la vita, da parte della protagonista, non è in fondo una forma di suicidio?
Io penso di sì, ma non nella sua forma usuale: l'obbiettivo non è la morte, ma la morte dell'ego, dell'identità. Non quella del corpo.
Nella realtà probabilmente sarebbe impossibile sopravvivere a un tale consumo di farmaci, ma nel mio romanzo chiedo al lettore di rinunciare, almeno per un po', alla sua comprensibile incredulità. Ho volutamente inventato alcuni dei farmaci, e donato una sorta di nota "magica" ad alcuni degli effetti collaterali, in modo da creare una realtà sospesa tra realtà e irrealtà.
Quella dell'abuso di farmaci è ormai una piaga, e anche se non volevo scrivere un romanzo sull'argomento è impossibile non pensarci adesso.

Il tema stesso del sonno, della sua importanza, e della sua qualità è molto attuale: dormiamo sempre meno e sempre peggio, e questo nel lungo periodo non potrà dare buoni risultati.
Credo che la tv e internet abbiano avuto un ruolo non indifferente.
Sono nata nel 1981, e quando ero giovane al momento di andare a dormire leggevo un libro.
Oggi ho trentotto anni, sono una scrittrice, ed eppure prima di dormire non leggo più: guardo Netflix.
Sappiamo ancora molto poco di quanto questa carenza di sonno, e quanto l'abbassamento della sua qualità, influenzerà la nostra salute, ma soprattutto l'evoluzione.
È vero che abbiamo vite più frenetiche, ma è anche vero che forse dormivamo meglio quando faticavamo di più. Non so se ho davvero risposto alla domanda, ma è un tema interessante e complesso, che andrebbe approfondito di più.

Nella vita della tua protagonista c'è però Reva, un'amica che si rivela spesso la sua antitesi, che tanto più lei rifiuta il contatto con il mondo esterno quanto più cerca di coinvolgerla e riportarla "alla vita".
È anche la persona che le ripete spesso "ti voglio bene", un'espressione di affetto alla quale la protagonista non riesce a rispondere proprio a causa della sua apatia emotiva.
Reva è il complemento perfetto della mia protagonista. Dice tutto ciò che la mia protagonista si vergogna di esprimere, e la spinge a rivendicare la sua identità di persona "fredda".
Reva definisce la mia protagonista attraverso il costante contrasto, e serve anche la lettore, che può così sentirsi coinvolto dalla storia di un personaggio più accessibile, e di conseguenza avvicinarsi alla protagonista e al suo viaggio personale.

Un'ultima domanda: la tua storia è ambientata a Manhattan. Difficile accostare una città frenetica come New York al riposo e all'oblio! Quanto credi che una città influisca su una persona, e sulla sua storia?
Trasferirsi a New York è un'esperienza che cambia chiunque, inclusa la mia protagonista.
Credo che nella mia storia, New York sia colta nel suo momento di maggior trasformazione: a fine anni Novanta e inizio Duemila, era una città piena di eccessi, privilegi, pervasa da un senso di assurdità e di libertà. Dall'11 settembre 2001 è diventata una città meno libera, e senza il senso di sicurezza che la pervadeva prima. Da un certo punto di vista l'attentato ha svegliato la città, riconnettendo le persone alla loro mortalità e le une alle altre. Da un altro punto di vista, questa vulnerabilità è stata vista dal governo come un vantaggio, e ha dato il via a una guerra per il petrolio.


Il mio anno di riposo e oblio di Ottessa Moshfegh (Feltrinelli) è in libreria, al prezzo di copertina di 17€.