Visualizzazione post con etichetta intervista chiara marchelli. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta intervista chiara marchelli. Mostra tutti i post

mercoledì 23 gennaio 2019

Intervista a Chiara Marchelli su "La memoria della cenere", l'irrequietezza e la scrittura

Chiara Marchelli è per molti l'autrice de Le notti blu (Giulio Perrone Editore), uscito nel 2017 e apprezzato da pubblico e critica, tanto da arrivare nella dozzina del Premio Strega.

L'autrice torna in libreria con La memoria della cenere (NN Editore), e con la storia di Elena, scrittrice capace di leggere le storie sui volti delle persone. Una notte, un aneurisma la colpisce nella sua casa di New York. La donna sopravvive, e insieme a Patrick decide di trasferirsi in Francia, nell'Auvergne, in un paesino ai piedi del vulcano Puy de Lúg: qui, durante la convalescenza, la mente di Elena arde di pensieri, di memorie interrotte, di sentimenti riscoperti, di attese e incertezze, come il magma che ribolle sottoterra, a pochi chilometri da lei. Quando i genitori vengono a trovarla per un breve soggiorno, il loro arrivo coincide con un'improvvisa eruzione del vulcano.
Così, mentre una colonna di fumo, cenere e lava inizia a uscire dalla bocca del Puy de Lúg, i protagonisti si trovano bloccati tra le mura di casa, in un tempo sospeso che sovverte ruoli e sicurezze, paure e desideri.


La prima impressione, leggendo La memoria della cenere, è che sia scritto da una persona molto sicura di sè e della sua scrittura. Visto che in un'intervista ha invece parlato di sè come di una persona irrequieta, la mia domanda è questa: da dove viene in questa vita apparentemente irrequieta la capacità di scrivere storie solide come questa?
Non credo che l'irrequietezza e quella che tu chiami sicurezza della penna non possano stare insieme, perché l'irrequietezza è quella del vivere quotidiano, come uno si sente nel mondo, che posizione pensa di occupare, il luogo in cui decide di restare, se decide di cambiare il posto in cui vivere. Quella che tu chiami sicurezza può essere perfettamente compatibile con un modo di essere di questo tipo, perché là dove forse uno si sente meno robusto, meno radicato, meno concreto, ha bisogno di costruirsi da qualche altra parte in un modo più completo per sé.
In senso generale penso di poterti rispondere così. Per quanto mi riguarda, da un certo punto in avanti ho cercato i luoghi o il luogo che potesse riaccogliermi, darmi radici, identità, un senso di casa. Ho cercato in vari posti, partendo appena possibile, studiando in altre città, spostandomi anche un po' in Italia e poi all'estero. Ma nel frattempo si andava costruendo anche la mia personalità come donna e come scrittrice: credo di avere costruito una coerenza proprio nella scrittura.
Ho cominciato molto presto a scrivere: ho sempre saputo di volerlo fare, anche se non come, perché il come viene facendo, però forse è l'unica parte di me che non è mai stata messa in discussione.
Quindi in questo modo immagino che si sia costruita una certa solidità.
Quanto poi all'avere davvero una buona penna, quello è il lavoro di una vita. Mi sono sempre detta che la mia massima ambizione era quella di diventare la migliore scrittrice che avrei potuto essere, ma dietro c'è un lavoro molto serio. Non si tratta solo di essere ispirati, il lavoro dietro è fondamentale. Ho anche costruito attorno a me un mondo che mi permettesse di avere sempre il tempo e la concentrazione per scrivere: la scrittura sempre al primo posto, e tutto il resto è secondario.
Pensando al concetto di felicità: la sua irrequietezza è condizione indispensabile per essere felice?
Non credo che muoversi sia propedeutico ad essere felici. Credo che la felicità non sia una condizione statica ma un'onda, perché è un'emozione, un sentimento. Una spinta, un'energia.
Invidio molto chi sa stare fermo, chi ha radici solide e non ha nessun bisogno di andarsene dall'altra parte del mondo per stare bene. Ora ho risolto questa cosa, ma ci sono stati dei momenti anni fa in cui per me non era facile partire, anche se essendo irrequieta per me non è stata una scelta.
Penso che ognuno trovi il proprio modo di stare bene nel mondo, da fermo o un movimento.
Non sento la felicità come una condizione precisa, con un inizio e una fine.

Di questo romanzo colpiscono due cose: la descrizione delle sensazioni legate alla malattia della protagonista - da qui la curiosità di sapere come si è documentata per raccontare così bene quest'esperienza - e la scelta di collocare l'eruzione id un vulcano in una zona della Francia  che è sì di origine vulcanica, ma dove non ci sono eruzioni da mille anni.
Per raccontare l'aneurisma ho fatto moltissima ricerca. M'interessava una malattia che colpisse il cervello e la mente, fondamentale per la protagonista che da lì genera il proprio mestiere. Sono partita da Internet, andando a leggere articoli via via sempre più specifici, fino a trovare qualche specialista (in questo caso la neurologa che ringrazio alla fine del libro) che bombardo di domande.
Immagino poi il resto, come fa qualsiasi scrittore che parli di qualcosa che non lo riguardi direttamente. Penso che sia un po' compito dello scrittore il fatto di non parlare solamente di se stesso, ma di entrare in uno stato di ascolto/osservazione/empatia dell'altro fino a diventare un po' l'altro. Si rischia di diventare un po' camaleontici facendo questo mestiere, ma penso che sia fondamentale porsi dentro la vita di un altro: se ci riesco, è un bene.
Sto anche attenta a fare domande precise e giuste a chi magari soffre.
Non ho conosciuto direttamente persone che hanno avuto un aneurisma, ma ho parlato con amiche che hanno avuto parenti che l'hanno subito.
I vulcani francesi sono in effetti in stato di quiescenza.
Volevo inventarmi qualcosa e il vulcano mi è venuto in mente perché mi sembrava forte, perché si accompagnava al processo magmatico, al movimento che sta dentro la protagonista, che da uno stato orizzontale di impotenza torna alla vita in un modo impetuoso, in questo luogo chiuso in cui saltano tutti i rapporti.
Ho avuto un attimo d'incertezza all'inizio, immaginando che inventare un luogo non funzionasse: ne ho parlato con i miei agenti e anche per loro era difficile ambientare una storia in un posto che non esiste, ma per me ormai quel posto esisteva e ho provato a fare questa scommessa.
Fare eruttare un vulcano in una regione vulcanica.
Un amico mi ha detto che ho avuto una tempistica perfetta, perché da quando ho finito il romanzo si sono mossi vulcani ovunque, per cui non è detto che non possa succedere qualcosa persino nell'Auvergne.
Far succedere qualcosa in un luogo che non esiste è una delle invenzioni narrative che possono permettersi gli scrittori.

Ha creato un parallelismo interessante tra aneurisma e vulcano: sono entrambe cose pericolose quando esplodono. Appaiono qui come una duplice immagine dello stesso concetto: un'esplosione che va a coprire tutto quello che c'era prima, e che rende necessario poi andare a vedere cosa resti e come prosegua la vita da quel momento in avanti. Ha lavorato anche su questo, o è venuto dopo?
Il lettore spesso rivela allo scrittore anche quello che lo scrittore non aveva capito di stare facendo.
Sì, tanto che a un certo punto del libro faccio dire a Elena che le è scoppiata la testa mentre il vulcano erutta. C'è questo collegamento che hai visto, ma è venuto dopo.
M'interessava l'idea del magma, tanto che per me in lavorazione "Magma" era il titolo.
Avevo più o meno idea di dove sarebbe finita la storia, però non così precisa.
Certe cose e certi rapporti si delineano solo mentre scrivi. Le due esplosioni hanno iniziato ad assomigliarsi sempre più da un certo punto in avanti: non sono casuali ma all'inizio non avevo pensato a questo rapporto diretto tra le due cose.
Mi piace pensare di scrivere in un modo organico, per cui mettere un vulcano a qualcosa deve servire: serve a riunire queste persone  in una casa e farle parlare, discutere e lottare, ma serve anche  a fare quello che ho fatto anche in Le notti blu, un parallelismo tra la natura e noi.
Se non si era delineato nelle mie intenzioni all'inizio si è poi declinato senz'altro in questo modo.

Anche nel romanzo precedente c'è questo sviscerare le dinamiche familiari, con un'attenzione particolare al concetto stesso di essere figlio.
Sì, soprattutto perché io sono figlia ma non sono madre. Ne Le notti blu il racconto è dal punto di vista del padre, quindi c'è un forte senso di famiglia, di appartenenza, di rapporti padri-figli, madri-figlie. In questo libro è forte l'identità di Elena in quanto figlia, perché quello è , è sempre stata e da un certo momento in poi desidererebbe pure tornare a essere.
Succede di faticare a costruirsi un'identità fuori nel mondo, magari lontano, e poi succedono tante cose e a un certo punto vorresti smettere, fermarti.
È la prima volta che scrivo un romanzo in prima persona da un punto di vista femminile: Elena è una donna, è andata via ma è rimasta in divenire, sta ancora diventando.
È compagna ma non è madre.

Cosa significa per Chiara Marchelli ricominciare?
È una necessità che ha sentito personalmente nella vita?
Continuamente, e per fortuna! Il ricominciare della protagonista non è il mio, perché quello che succede a lei non è successo a me, però credo che ci siano continuamente nella vita di tutti dei bivii per cui prendi una direzione, e nel momento in cui fai una scelta ne escludi un'altra. Forse ogni scelta è una cosa nuova. Anche se provi a restare nel tuo poi arriva la vita a far succedere cose per cui ti tocca ricominciare.
Per quanto mi riguarda, credo di essere in una fase per cui ho voglia di una svolta profonda, di un cambiamento di vita e forse è questo un po' l'aspetto autobiografico del romanzo.
A febbraio saranno vent'anni che vivo a New York, che è la città in cui ho vissuto più a lungo in tutta la mia vita. Non è la prima volta che mi succede, da scrittrice, di anticipare sulla carta quello che vorrei far accadere nella vita. Poi ovviamente drammatizzo, perché mi auguro di non dover cambiare dopo un aneurisma, ma è l'irrequietezza di cui si parlava anche all'inizio: dopo un po' mi annoio e ho bisogno di cambiamenti, magari anche soltanto di stimoli. Per me il nuovo è anche tanto nelle piccole cose, per cui alla fine è difficile che mi annoi veramente. Al di là del macrocosmo della scelta del dove stare e cosa fare, probabilmente adesso ho voglia di fare qualcosa di diverso.

In che modo la ricerca di rinnovamento e di stimoli va di pari passo con un recupero del passato, che poi è una grande ricchezza, non solo dolore e nostalgia?
Penso che la spinta in avanti, ma con un occhio su chi siamo, cosa ci ha formato e come siamo diventati oggi, sia un connubio fondamentale nella costruzione di un'identità rotonda, perché la spinta verso il futuro negando il passato potrebbe essere una fuga. L'occhio soltanto sul passato potrebbe essere un atteggiamento poco sano nei confronti della vita che in ogni caso procede.
In questo libro entrambe le cose sono molto calcate perché si tratta di una persona che ha rischiato di morire, quindi tutto quanto diventa più netto e più importante. Soprattutto se, come nel caso dell'aneurisma, sei costretto a stare fermo in un tempo verticale in cui tu non puoi che scendere dentro di te, e non puoi procedere andando solo avanti. È impossibile fare i conti con se stessi senza ricordare ciò che si è, è semplicemente l'essere vivi.

In questo romanzo c'è spazio anche per delle riflessioni sul ruolo dello scrittore, partendo dal personaggio di Bruno e dal suo dire alla protagonista - parafrasando - che gli scrittori trattano male loro stessi e anche le altre persone, considerandole tutte uguali.
Questo pensiero è nato a monte, o è stato influenzato dal personaggio? È lei ad influenzare i suoi personaggi, o avviene spesso il contrario?
Sono uno di quegli scrittori che vive col filtro della scrittura davanti. Vivo intensamente le emozioni, in modo onesto e sincero, ma penso anche "questo potrei usarlo per una storia" nel senso migliore del termine: usarlo nel senso di trascriverlo, riportarlo, perché quella dopotutto è la mia voce e ho bisogno della penna per esprimerla pienamente.
I personaggi non sono altro che la traduzione in una trama e dentro una storia delle persone, della natura umana. Quello che faccio è osservare e riportare quello che mi ha colpito e che ho voglia di raccontare. Non ci sono distanza, prevaricazione od ordine di apparizione tra me e quello che scrivo: molto spesso c'è una storia  che m'interessa scrivere, ed è lei che comanda.
Però ci sono anche momenti della scrittura in cui voglio esprimere qualcosa che è mio, e lo faccio passare attraverso un personaggio. In questo caso comando io, ma è un'armonia, uno scambio continuo tra me e quello che sta fuori da me: l'osservazione, l'assorbimento dell'altro, l'identificazione. Mi è difficile separare i momenti.
È un modo molto intimo di stare dentro quello che scrivo, anche se non ho allucinazioni e non parlo con i miei personaggi.

Quali sono le sue aspettative nei confronti della critica e del pubblico per questo libro, dopo il grande successo de Le notti blu?
Nessuna. Ho moltissime speranze: spero che piaccia tantissimo e a tutti, ma non ho aspettative.
Scrivo veramente da tanto tempo: il primo romanzo che ho spedito a un editore l'ho finito a diciassette anni e quest'anno ne compio quarantasette. Sono tanti anni  che scrivo e che provo a essere pubblicata. Ho pubblicato il primo romanzo a trent'anni, per poi scriverne altri due ed avere un vuoto di sette anni: molti, per questo, sono convinti che Le notti blu sia il mio primo libro.
In quei sette anni ho ricevuto molti rifiuti, per cui ho acquisito un vivissimo senso del concreto, anche se ovviamente sarei disonesta se dicessi che non m'interessa che il libro vada bene!


La memoria della cenere di Chiara Marchelli (NN Editore) è in libreria dal 24 gennaio, al prezzo di copertina di 18€.

giovedì 16 marzo 2017

"Le notti blu" di Chiara Marchelli: scopriamolo insieme all'autrice!

Buongiorno a tutte, fanciulle (e fanciulli)!
A pochi giorni dall'incontro con Chiara Marchelli, arriva la notizia della sua candidatura al premio Strega con "Le notti blu", edito Giulio Perrone Editore (brossurato a 15€):
Tutti crediamo di conoscere le persone che amiamo: Larissa e Michele si conoscono da una vita, così come pensano di conoscere Mirko, il figlio che lascia gli Stati Uniti, dove è nato, per vivere in Italia e sposare Caterina. Un colpo di fulmine che non hanno mai approvato pienamente. Larissa e Michele sono sposati da oltre trent'anni, vivono a New York, hanno una vita agiata e hanno saputo costruire un rapporto solido, basato sulla cura reciproca, sulle piccole e generose attenzioni e sulle affettuose abitudini della loro quotidianità. "Le notti blu" racconta, come una sorta di lastra a raggi X, il matrimonio di Larissa e Michele e la loro vita che sembra normalissima, se non fosse per un dolore tremendo che accompagna, e regola, le loro esistenze. È una notizia dall'Italia a rompere l'equilibrio che la coppia ha faticosamente costruito.

Sono felicissima di questa candidatura perchè il romanzo di Chiara Marchelli mi ha graffiato il cuore, ed eccomi qui a proporvi la nostra chiacchierata con l'autrice, che ci ha incontrati alla libreria Verso tra tanti scaffali carichi di coloratissimi libri per bambini.

Come mai ha scelto questo argomento, così crudo e difficile, e di parlare di una vicenda familiare che vede coinvolte persone di una certa età, piuttosto lontane dalla sua età anagrafica?
L'ho scelta perché, quando scrivo, le mie sono storie che appartengono a tutti, che ci sfiorano o ci toccano. Non è autobiografica, però mi ha sfiorata da vicino, perché qualcosa di simile è successo a persone che mi sono molto care e mi è rimasta dentro. Come spesso succede, almeno a me, se una cosa resta dentro, sedimenta e non va via, allora ne devo ricavare qualcosa. Il mio strumento è la scrittura e quindi dopo un certo periodo di tempo questa storia è tornata in superficie e ho dovuto scriverne, senza pensare tanto a quello che stavo facendo. Non che avessi paura di mettermi nei guai, pensando "oddio, adesso scrivo di due persone che hanno quasi l'età dei miei genitori, dal punto di vista di un uomo"... Non ho pensato a tutto questo, ho solo scritto. Se uno scrittore dovesse pensare a tutto questo probabilmente nel novanta per cento dei casi si congelerebbe prima di cominciare.
È stato difficile scrivere "Le notti blu" dal punto di vista di un uomo?
No, perché da sempre ho più facilità a scrivere dal punto di vista di un uomo. Al punto che tutti i miei romanzi hanno protagonisti maschili. Credo che il lato maschile della mia personalità sia molto sviluppato, e che empatia o conoscenza mi permettono di scrivere in un modo che poi non mi sembra sciocco o fatto di luoghi comuni.
Ogni volta che ho provato a scrivere dal punto di vista di una donna facevo invece troppo riferimento alle mie esperienze personali e venivano fuori delle cose che non mi convincevano de tutto, per non dire che spesso mi annoiavo addirittura.
Io scrivo per uscire da me, per inventare e vivere un mondo parallelo. Nel libro che sto scrivendo il punto di vista è comunque di una donna più matura di me e quindi riesco a fare lo scarto.
Ed è stato invece difficile scrivere dal punto di vista di una persona anziana?
Sicuramente è stato faticoso, ma io penso che prima di essere uomini, donne, giovani o vecchi siamo delle persone, degli esseri umani. Non avrei certo potuto scrivere questa storia quindici anni fa, questo è sicuro, ma ci sono comunque dei meccanismi comuni, come ad esempio il modo di affrontare certer gioie e certi dolori, che sono sempre condivisibili. Devi avere sempre in testa l'identità del personaggio e il luogo dove sta, poi è possibile fare questo genere di operazione se sei uno scrittore vero, non necessariamente bravo. Lo scrittore vero osserva e penetra la realtà e cerca di scavarla, comprenderla e farsi strumento di quello che ha intorno per trasmetterlo. È comunque difficile perché devi uscire da te stesso, ma in ogni caso io ho già 45 anni: ho passato buona parte della mia vita con persone anziane, e sono sempre stata curiosa nei confronti delle età diverse dalla mia.

Un'osservazione: mi è piaciuta l'atmosfera di sospensione che pervade il romanzo, e che porta il lettore a voler sapere cosa c'è sotto, a scoprirne il dramma nascosto. La sospensione è scandita dalla successione di quei piccoli riti tra i personaggi che potrebbero essere momenti di condivisione e invece raggelano, incluso quello del caffè. Questo senso di sospensione era voluto dal principio o è nato scrivendo?
È venuto scrivendo, e non so dire come. Io stavo solo scrivendo la mia storia. Queste riflessioni a posteriori aiutano a capire cosa si è fatto è perché, ma io volevo comunque mantenere una certa discrezione nei confronti della storia, trattandola (come altre situazioni dolorose in altri miei libri) nella misura che ritenevo migliore per me, avendo molto rispetto per questo tipo di dolore e non volendo fare sciacallaggio o facile sentimentalismo.
Uno dei punti fondamentali che ho affrontato anche attraverso la scelta del linguaggio è stato quello di conservare una distanza, in modo che la storia parlasse da sè: fosse per esempio poco comunicata attraverso aggettivi, poco definita. Ho cercato di collocare gli eventi nel modo più oggettivo possibile, guardandoli come attraverso un buco, senza metterci troppo. Non descrivere troppo, ma semplicemente dire perché certe cose ai personaggi vanno  bene o male, nel tentativo di essere più essenziale possibile.
È molto più difficile scrivere del dolore che di una bella storia d'amore, perché si rischia di travolgere il lettore. Qual è stato il suo approccio a questo tema - centrale nel romanzo - per poterlo trasmettere al lettore in modo equilibrato?
Io non sono capace di scrivere di felicità. Non sono in grado di rendere interessante una storia d'amore, anche se in apparenza è più facile perché c'è meno coinvolgimento e meno sofferenza, meno sforzo: bisogna esserne capaci, mentre io divento banale.
Dal punto di vista artistico in genere la sofferenza è molto più interessante, perché nella sofferenza c'è il cambiamento. La felicità non è uno stato, ma un momento che non dura mai più di tanto: non è interessante perché costituisce una stasi, non contiene nulla di dinamico che possa interessarmi come scrittrice. D'altronde lo dice già il principio di Anna  Karenina, "tutte le famiglie felici si somigliano, ma ogni famiglia infelice è infelice a modo suo".
È nella sofferenza che, secondo me, posso cercare quello che mi interessa.
È una cosa che ho sempre fatto inconsapevolemente, finché una volta uno scrittore mi fece notare, parecchio tempo fa, che nei miei romanzi metto sempre la morte. La vita e la morte: credo sia il riassunto e l'essenza non solo di quello che faccio, ma di tutto quello che si esprime. L'inizio e la fine, in mezzo c'è tutto e a me interessano estremamente le forme del dolore.

Il personaggio di Michele cerca di spiegare il dolore basandosi su delle formule matematiche, soprattutto attraverso la teoria matematica dei giochi.
È un istinto naturale, quello di razionalizzare il dolore?
Tutti noi abbiamo bisogno di trovare dei riferimenti. Michele è un uomo che parte corazzato, abituato a vivere come fanno spesso gli studiosi, ovvero dedicandosi a qualcosa che diventa la priorità della loro vita. Prova a usare la scienza per gestire un dolore che, altrimenti, sarebbe ingestibile.
Da un lato trova una conferma nel rapporto tra teoria dei giochi e suicidio, e io quando ho iniziato le mie ricerche non lo sapevo - quando ci sono arrivata per me è stata una benedizione -, dall'altro capisce che, in realtà, nessuna teoria può dargli una risposta, perciò arriva a un punto di rottura.
Ma dove c'è rottura entra anche la luce. Sceglie di rinascere, di tornare in superficie.
Nel libro si parla della teoria del gioco non cooperativo, che mi ha incuriosito.
Io mi sono laureata in arabo, adesso insegno italiano e faccio la scrittrice: di teoria dei giochi prima di scrivere questo libro non sapevo niente, quindi ho studiato un anno e mezzo fa, facendo ricerca, e dopo aver terminato il libro ho purtroppo dimenticato buona parte di quello che ho letto.
Il gioco non cooperativo nella storia mi serve come metafora per spiegare che la vita non coopera con noi. Come spiegare un dolore abissale come quello dato dalla perdita di un figlio?
Si può pianificare tutto di una vita normale, ma poi ti può capitare una cosa che non ti permette mai più di ritrovare il tuo equilibrio: a questo mi serviva la teoria dei giochi.
Tutti aspiriamo a vivere in equlibrio, mentre Michele e Larissa ormai aspirano solo ad arrivare al termine delle loro giornate.
La morte improvvisa sconvolge qualsiasi equilibrio, rispetto a una morte annunciata da una malattia e alla quale si può, in una certa misura, prepararsi.
Pensi che si possa sopravvivere nel tempo a una tragedia simile?
È difficile, ma non impossibile, che il tempo possa guarire le sofferenze.
Forse Michele e Larissa non sono in grado di superarle perché queste sofferenze sono arrivate tardi nella vita, mentre per i personaggi più giovani può esserci una possibilità.
Ci sono persone che riescono a superare tragedie che sembrano infinite, se hanno il tempo per farlo.
Tutti i suoi personaggi - non solo Michele - sono descritti più attraverso i dialoghi e le azioni, con un linguaggio quasi cinematografico. Ha preso spunto da persone reali che ha conosciuto o si tratta di sintesi di più stimoli?
I personaggi si costruiscono nella mia testa più o meno allo stesso modo, a meno che io non abbia in mente una persona particolare a cui attingere, cambiandole il nome come faceva Hemingway. Mi è capitato di farlo, ma solo con personaggi secondari, mai con i protagonisti. Si attinge a quello che ci circonda: per essere buoni scrittori occorre essere buoni osservatori e ascoltatori.
Se non ti guardi intorno, non noti le cose e non provi a capire le persone, finisci per scrivere solo di te.
Michele, Larissa e gli altri sono persone nate così come appaiono, nutrite a mano a mano che li conoscevo io stessa. Anche Dacia Maraini diceva che i personaggi prendono la loro forma ed il loro carattere, e guai ad andare contro la loro personalità. È vero che i personaggi hanno una loro personalità, quindi i casi sono due: o c'è qualche forma di channelling, o li abbiamo tenuti in testa per così tanto tempo che ormai sono pronti da inserire dentro una storia.
Io non ho molta immaginazione, quindi prendo qui e là un gesto, un profumo, una sensazione.
Ogni opera narrativa contiene per forza qualcosa di autobiografico, altrimenti non può essere reale.
Per quanto riguarda i dialoghi, a me piace moltissimo ascoltare le persone e sentire come usano le parole. A volte il rischio per uno scrittore è far parlare tutti nello stesso modo, ad esempio quando ci sono persone della stessa età che vivono insieme da tanto tempo, e penso ai miei geinitori che spesso lo fanno, perché convivono da tanti anni.
Mi piace il dialogo, e mi piace leggerlo quando è fatto bene. Quando hai in mente con chiarezza un personaggio lo fai anche parlare con specificità.
Fino a quando non ho esattamente in testa il personaggio e la storia è impossibile che io mi metta a scrivere, perciò tengo dentro di me le storie per tanto tempo prima di metterle su pagina.
Quindi per lei è faticoso scrivere un romanzo o è una cosa che le viene naturale?
Questo libro è stato molto faticoso, ma dipende sempre da quello che scrivi: ci sono storie più facili da scrivere, non necessariamente perché siano meno dolorose. Per esempio "L'amore involontario", che è una storia che mi è molto vicina perché parla di un fratello e una sorella e nella quale ho messo molto di mio fratello, è stato in un certo senso più doloroso ma più facile da scrivere, perché si trattava dei nostri ricordi, di quando eravamo piccoli, e ci sono aspetti della personalità di mio fratello che avevo ben chiari in testa, anche se poi li ho inseriti in una storia che non è la nostra.
Questo mi è costato più fatica proprio perché non è la mia storia e perché ho veramente sofferto scrivendola, ma mi fa piacere pensare di aver fatto un progresso nella scrittura.
Come si è sentita quando ha scritto la parola fine?
Da scrittore, sai benissimo quando stai finendo il tuo lavoro ancora prima di ultimarlo, e anzi, ci sono giorni in cui ti dici "oggi lo finisco", perché è una cosa che ti si annuncia: quindi sei in qualche modo preparato. È in parte un sollievo e in parte no, perché personalmente adoro la routine della scrittura. Mi piace moltissimo svegliarmi la mattina e scrivere a lungo quando non devo andare a insegnare. Sono le famose ore che uno passa a fare quello che ama, e per me si tratta della scrittura.
Che poi, quando arrivi alla fine, il libro è tutt'altro che finito: devi riscriverne l'inizio perché per quanto mi riguarda non va già più bene rispetto a ciò che ho scritto dopo, e poi va comunque aggiustato anche nel mezzo. Certo, arrivare al termine della prima stesura significa comunque togliersi un peso di dosso.

Ultima domanda: quanto pesano gli influssi americani sulla sua scrittura?
Sullo stile, di sicuro. Quello che a me piace di tanta letteratura anglosassone, non soltanto americana, e di certa letteratura francese è lo stile essenziale, che trovo racconti meglio una storia rispetto invece a uno stile più barocco e fiorito.
Sulle storie, però, no: vivo negli Stati Uniti ma non posso raccontare una storia americana, perché non sono nata lì. Posso raccontare di me o di personaggi che mi somigliano che vivono lì, perché ormai vivo a New York da quasi vent'anni e la conosco bene, e non faccio del turismo narrativo se ne parlo. Ma sono italiana e devo mettere insieme due identità e due linguaggi. Se gli americani mi hanno influenzata (sopratuttto Carver), non è stato riguardo le tematiche. Noi non abbiamo le stesse pulsioni della società americana perché noi siamo una piccola provincia, con le sue pulsioni e le sue complessità, e mi sentirei ridicola a fare un romanzo americano.
Ci sono delle scrittrici americane visionarie che amo molto, come Jennifer Egan, e me le godo, sopratuttto perché offrono al lettore un punto di vista femminile ma non sdolcinato.

Ho volutamente rimosso i troppi spoiler perchè "Le notti blu" è un romanzo struggente, che graffia l'anima e che va scoperto senza anticipazioni: va assaporato come una tazza di caffè caldo in inverno.
La notizia della sua candidatura al premio Strega mi ha riempita di gioia, e non posso far altro che consigliarvelo e incrociare le dita per l'autrice e il suo bellissimo lavoro!

Un bacio a tutte, fanciulle (e fanciulli)!
A presto <3