Buongiorno a tutte, fanciulle (e fanciulli)!
Alzi la mano chi ha paura (o è profondamente schifato, vale anche questa opzione!) degli insetti!
Se le vostre dita hanno sfiorato il cielo, "Insetto o scherzetto?" di Sarah Spinazzola, edito Rizzoli (brossurato a 15€) in uscita il 13 Marzo è il titolo che fa per voi:
Di storie che hanno per protagonisti maghi e principesse ce ne sono tante, ma di storie che parlano di insetti ne conosci qualcuna? C'è quella delle cimici che giocano a nascondino e quella di Cosmo, il larvo innamorato. Preferisci i racconti di paura? Allora non perderti l'avventura di Jack e del Mostro Pallina! Scarafaggi, locuste, forbicine e colonie di pidocchi dispettosi zampettano fra le pagine del libro, in una raccolta di racconti spassosi e avvincenti. A te la scelta: insetto o scherzetto?
Il mio rapporto con gli insetti è fatto di terrore e di repulsione, ed ero curiosissima di scoprire insieme a Sarah Spinazzola i suoi racconti su queste piccole creature volanti e non, piene di zampette, ali e code
Ho apprezzato tantissimo quest'operazione di non denigrare o rendere brutto l'insetto ma anzi, renderlo divertente e renderlo amico. È anche lo stimolo a uno sguardo più attento e più curioso verso la natura: era uno dei tuoi intenti?
È esattamente questo, sì: in genere i bambini provano paura, oppure dicono senza vergogna che gli insetti fanno loro schifo. Io stessa parto da una grande paura degli insetti, una vera e propria fobia: di solito era mio marito a dover scacciarne uno quando entrava in casa.
Ora, però, non viviamo più in un quartiere di cemento ma proprio di fronte a un parco, e ho dovuto abituarmi a un rapporto quotidiano con queste creature.
Nei miei racconti non c'è nulla della mia vita reale, ma ogni fiaba ha per protagonista un insetto che ho incontrato davvero, a partire dalle locuste e dalle forbici, e arrivando alle cimici - ricordi l'estate delle cimici? È stato un periodo difficile, non potevo nemmeno stendere i panni perchè li trovavo pieni di cimici!
Da qui, da questo costante confronto con la mia paura, è iniziato tutto: ho cominciato a vederli in modo diverso, e a immaginarne le storie.
Di sicuro c'è l'intento che hai colto, oltre a quello di giocare con i luoghi comuni. per dirne una: nel mio racconto, gli scarafaggi sono fanatici del pulito, e il loro sogno è quello di pulire il mondo... con tanto di pattine!
Raccontare ai bambini gli insetti diventa anche un modo per raccontare loro le emozioni.
Sì, assolutamente. C'è una storia di paura, o una storia d'amore ("Il larvo innamorato", una delle mie preferite, ndr): ci sono tante emozioni! C'è anche il divertimento puro, e la voglia di stimolare la curiosità nei piccoli lettori, aiutandoli a vincere la paura.
Ho voluto anche porre un accento sull'importanza del gioco di squadra, che fa parte della vita di quasi tutti gli insetti.
Parliamo di due cose curiose che troviamo alla fine del volume: una piccola enciclopedia degli insetti con tante curiosità... e le ricette per cucinare le locuste!
Le locuste meritavano uno spazio in più, perchè non sono molto conosciute e invece sono pericolosissime per l'ambiente. pensa che gli spostamenti degli sciami sono monitorati sul web come le perturbazioni, e a oggi non esiste un modo per sconfiggerle.
Per le ricette, è qualcosa che non credo potrei provare personalmente, però se si è coraggiosi...
Chi ha provato le caramelle con insetti all'interno le ha trovate deliziose, chissà!
Oltre ad essere un'autrice, sei anche impegnata sul fronte lettura e scrittura con laboratori e gruppi per grandi e piccini. Quali sono le tue impressioni?
Rispetto agli adulti, nei bambini c'è meno paura di sbagliare e un'apertura mentale maggiore quando si affronta la scrittura per la prima volta, e per quanto riguarda la lettura, ho frequentato dei corsi di lettura ad alta voce e ho sempre dei riscontri positivi, soprattutto con i bambini.
Se pensiamo al successo crescente degli audiolibri, forse possiamo ritrovarci il nostro bisogno di sentirci raccontare storie come quando eravamo bambini?
Credo proprio di sì, e l'ascolto stimola la fantasia: manca magari l'atto attivo di leggere, però a differenza della televisione si ha la possibilità di immaginare scene, personaggi, ambientazioni.
Ci aiuta a restare bambini, e questo non è affatto un male.
Scrivi libri per bambini, ma sono curiosa: quali erano i tuoi libri del cuore quando eri bambina?
Uno su tutti, "Le streghe" di Roald Dahl: mi sconvolse la descrizione della strega, alla quale la mia babysitter assomigliava fin troppo...
Hai iniziato a guardarla con sospetto.
Sì, ed era la prima volta che una storia entrava così di prepotenza nella mia vita vera. L'ho riletto da poco a una classe, ad alta voce, durante un lunghissimo viaggio in treno, e mi ha colpita profondamente ancora oggi. È un libro unico, per me.
Ringrazio Rizzoli e Sarah Spinazzola per la possibilità di scoprire "Insetto o scherzetto?" in anteprima, e che da oggi è in libreria per tutti i fifoni come me: rivaluterete quelle che ora trovate creaturine tremende, e ve ne innamorerete un po' ;)
Un bacio a tutte, fanciulle (e fanciulli)!
A presto <3
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lunedì 12 marzo 2018
venerdì 9 marzo 2018
"Petrademone. Il libro delle porte": due chiacchiere con Manlio Castagna!
Buongiorno a tutte, fanciulle (e fanciulli)!
Tempo di Libri è iniziato, e oggi vi propongo la chiacchierata fatta insieme a Manlio Castagna sul suo "Petrademone. Il libro delle porte", edito Mondadori (rilegato a 17€):
Quando arriva a Petrademone, la tenuta tra i monti in cui gli zii allevano border collie, Frida è chiusa in un bozzolo di dolore. Ha perso entrambi i genitori e l'unica cosa che le rimane di loro sono brandelli di ricordi in una scatola. Ma in quello che potrebbe essere il posto ideale dove guarire le ferite dell'anima, qualcosa striscia nell'ombra sotto la grande quercia. I cani della zona spariscono senza un guaito, come se un abisso li avesse ingoiati. la zia, colpita da una malattia inspiegabile, rivela a Fride un importante segreto di famiglia. Insieme ai suoi tre nuovi amici e altri improbabili alleati, la ragazza si trova così a indagare fra strani individui che parlano al contrario o per enigmi, un misterioso Libro delle Porte e creature uscite da filastrocche horror.
Nessuno è chi sembra o pensa di essere, i poteri si rivelano, i mondi paralleli si toccano.
La nebbia si alza densa a Petrademone, e per Frida, Tommy, Gerico e Miriam comincia l'Avventura, quella che cambierà le loor vite per sempre.
Manlio Castagna è regista e sceneggiatore (tra le altre cose), e si vede: costruisce con maestria ogni scena di "Petrademone. Il libro delle porte", rendendo impossibile al lettore abbandonare la lettura prima di aver voltato l'ultima pagina.
Il suo libro mi ha preso il cuore (soprattutto un certo personaggio... vedrete più giù!), ed è stato bellissimo parlarne insieme all'autore.
Non possiamo non partire da qui: com'è nata questa storia?
La storia narrata in "Petrademone. Il libro delle porte" nasce da un mio grande dolore.
Avevo un border collie, al quale volevo un bene che mi viene difficile quantificare: era il mio migliore amico. Nel 2016 è mancato, a causa di un incidente di cui mi sento ancora oggi responsabile, e per me e mia moglie è stato un grandissimo dolore.
Proprio per sublimare questo dolore ho iniziato a scrivere, e se è vero che non mi sono "nascosto" in nessun personaggio del romanzo, è sicuramente vero che in Barnaba ho riversato quello che era il mio senso di colpa.
C'è molto di reale, tra le pagine: quella casa, quell'allevamento, quell'albero esistono davvero, e si trovano in un luogo che pur reale sapeva già di fantasy.
La scelta di un luogo qui, nel nostro paese, non è casuale: volevo scrivere un fantasy italiano, senza località fittizie di gusto nordico, e ho optato per una zona che, nella realtà, è ricca di villaggi fuori dall'ordinario con nomi che sanno di fantastico e intrisi di realismo magico.
Hai una moglie e sei padre di una bambina: quanto c'è di loro, delle donne della tua vita, in Frida?
In lei c'è molto di mia moglie, più che di mia figlia (che è troppo giovane rispetto alla mia protagonista), e c'è molto delle storie che ho avuto modo di ascoltare.
Noi scrittori siamo un po' vampiri, quando si tratta di attingere dalle storie che ci gravitano attorno...
Oltre alle storie ascoltate, sarai stato influenzato anche dalle tue letture.
Molto, e il primo che devo citare è Stephen King. A dodici anni odiavo la scuola e la saltavo spesso, rifugiandomi altrove con la mia copia di "IT" e immergendomi in quella storia che, lo dico ancora oggi, mi ha cambiato la vita.
Crescendo sono arrivati altri autori, da Eco a Calvino, a Buzzati.
A diciassette anni ho scoperto Kafka e Neil Gaiman, e oggi amo anche Frances Hardinge. Quest'ultima ha il merito di avermi insegnato che si può osare con la lingua anche scrivendo libri per bambini.
E poi c'è il mondo di Oz.
Assolutamente, i riferimenti nel mio romanzo non sono casuali. Per me la serie di L. Frank Baum rappresenta l'archetipo del viaggio immaginifico, e la mia Frida può essere considerata una moderna Dorothy.
Aggiungo solo che le influenze sono evidenti anche in alcuni nomi presenti nel romanzo, da quelli legati al romanzo "Il castello" di Kafka a quelli ispirati da "Il deserto dei tartari" di Buzzati, per non contare H. P. Lovecraft.
Il simbolismo invece ha un'origine differente: ho attinto da lingue morte o poco conosciute, ad esempio lettere d'alfabeto. Qualcosa è frutto d'invenzione, ma la maggior parte deriva da simbologie pre-esistenti.
Sceneggiatura e romanzo: cosa accomuna questi due diversi modelli letterari, e cosa li differenzia?
Parlo per me: approccio il romanzo e la sceneggiatura allo stesso modo, concentrandomi su alcuni step fondamentali (redigo una scaletta, sviluppo la storia su tre atti, ho al centro un viaggio dell'eroe). Però quando si lavora su una sceneggiatura bisogna sapere dove si vuole arrivare: in un certo senso è come quando si posano i binari di una ferrovia e si deve sapere dove sarà la stazione di arrivo.
Scrivere un romanzo, invece, non esclude la scoperta e la possibilità di meravigliarsi durante la stesura di dove la tua storia e i tuoi personaggi ti abbiano condotto.
Se vogliamo identificare una struttura minima, è quella che prevede un what if iniziale, una struttura in tre atti, un climax e una risoluzione/conclusione.
Il tema dell'amicizia è sicuramente centrale in "Petrademone. Il libro delle porte".
Questo perchè credo che da ragazzi stare insieme sia ciò che crea la vera potenza. Anche quando da soli ci si sente deboli o in difetto, se ci si trova e si lega si diventa parte di un tutt'uno pieno di possibilità. Penso ai gruppi di giovani amici iconici di letteratura e schermo, da "I Goonies" a "Stranger Things" passando per "IT".
Anche nel tuo romanzo si respira un po' di 80s.
Non potevo farne a meno. La riscoperta degli anni 80 e l'ondata di film e serie tv in pieno revival rispondono a quella che è stata una perdita del senso dell'avventura: ogni avventura necessita di ricercare e scoprire, e che avventure puoi vivere se resti a casa e cerchi online dal tuo smartphone?
I miei protagonisti dovevano uscire, dovevano cercare fisicamente, come i protagonisti dell'amatissimo film de "I Goonies" o la serie rivelazione degli ultimi anni "Stranger Things".
Ringrazio tantissimo Mondadori e Manlio Castagna per la bellissima opportunità di scoprire qualche retroscena di "Petrademone. Il libro delle porte", e ve lo consiglio con il cuore in mano: è semplicemente strepitoso.
Un bacio a tutte, fanciulle (e fanciulli)!
A presto <3
Tempo di Libri è iniziato, e oggi vi propongo la chiacchierata fatta insieme a Manlio Castagna sul suo "Petrademone. Il libro delle porte", edito Mondadori (rilegato a 17€):
Quando arriva a Petrademone, la tenuta tra i monti in cui gli zii allevano border collie, Frida è chiusa in un bozzolo di dolore. Ha perso entrambi i genitori e l'unica cosa che le rimane di loro sono brandelli di ricordi in una scatola. Ma in quello che potrebbe essere il posto ideale dove guarire le ferite dell'anima, qualcosa striscia nell'ombra sotto la grande quercia. I cani della zona spariscono senza un guaito, come se un abisso li avesse ingoiati. la zia, colpita da una malattia inspiegabile, rivela a Fride un importante segreto di famiglia. Insieme ai suoi tre nuovi amici e altri improbabili alleati, la ragazza si trova così a indagare fra strani individui che parlano al contrario o per enigmi, un misterioso Libro delle Porte e creature uscite da filastrocche horror.
Nessuno è chi sembra o pensa di essere, i poteri si rivelano, i mondi paralleli si toccano.
La nebbia si alza densa a Petrademone, e per Frida, Tommy, Gerico e Miriam comincia l'Avventura, quella che cambierà le loor vite per sempre.
Manlio Castagna è regista e sceneggiatore (tra le altre cose), e si vede: costruisce con maestria ogni scena di "Petrademone. Il libro delle porte", rendendo impossibile al lettore abbandonare la lettura prima di aver voltato l'ultima pagina.
Il suo libro mi ha preso il cuore (soprattutto un certo personaggio... vedrete più giù!), ed è stato bellissimo parlarne insieme all'autore.
Non possiamo non partire da qui: com'è nata questa storia?
La storia narrata in "Petrademone. Il libro delle porte" nasce da un mio grande dolore.
Avevo un border collie, al quale volevo un bene che mi viene difficile quantificare: era il mio migliore amico. Nel 2016 è mancato, a causa di un incidente di cui mi sento ancora oggi responsabile, e per me e mia moglie è stato un grandissimo dolore.
Proprio per sublimare questo dolore ho iniziato a scrivere, e se è vero che non mi sono "nascosto" in nessun personaggio del romanzo, è sicuramente vero che in Barnaba ho riversato quello che era il mio senso di colpa.
C'è molto di reale, tra le pagine: quella casa, quell'allevamento, quell'albero esistono davvero, e si trovano in un luogo che pur reale sapeva già di fantasy.
La scelta di un luogo qui, nel nostro paese, non è casuale: volevo scrivere un fantasy italiano, senza località fittizie di gusto nordico, e ho optato per una zona che, nella realtà, è ricca di villaggi fuori dall'ordinario con nomi che sanno di fantastico e intrisi di realismo magico.
Hai una moglie e sei padre di una bambina: quanto c'è di loro, delle donne della tua vita, in Frida?
In lei c'è molto di mia moglie, più che di mia figlia (che è troppo giovane rispetto alla mia protagonista), e c'è molto delle storie che ho avuto modo di ascoltare.
Noi scrittori siamo un po' vampiri, quando si tratta di attingere dalle storie che ci gravitano attorno...
Oltre alle storie ascoltate, sarai stato influenzato anche dalle tue letture.
Molto, e il primo che devo citare è Stephen King. A dodici anni odiavo la scuola e la saltavo spesso, rifugiandomi altrove con la mia copia di "IT" e immergendomi in quella storia che, lo dico ancora oggi, mi ha cambiato la vita.
Crescendo sono arrivati altri autori, da Eco a Calvino, a Buzzati.
A diciassette anni ho scoperto Kafka e Neil Gaiman, e oggi amo anche Frances Hardinge. Quest'ultima ha il merito di avermi insegnato che si può osare con la lingua anche scrivendo libri per bambini.
E poi c'è il mondo di Oz.
Assolutamente, i riferimenti nel mio romanzo non sono casuali. Per me la serie di L. Frank Baum rappresenta l'archetipo del viaggio immaginifico, e la mia Frida può essere considerata una moderna Dorothy.
Aggiungo solo che le influenze sono evidenti anche in alcuni nomi presenti nel romanzo, da quelli legati al romanzo "Il castello" di Kafka a quelli ispirati da "Il deserto dei tartari" di Buzzati, per non contare H. P. Lovecraft.
Il simbolismo invece ha un'origine differente: ho attinto da lingue morte o poco conosciute, ad esempio lettere d'alfabeto. Qualcosa è frutto d'invenzione, ma la maggior parte deriva da simbologie pre-esistenti.
Sceneggiatura e romanzo: cosa accomuna questi due diversi modelli letterari, e cosa li differenzia?
Parlo per me: approccio il romanzo e la sceneggiatura allo stesso modo, concentrandomi su alcuni step fondamentali (redigo una scaletta, sviluppo la storia su tre atti, ho al centro un viaggio dell'eroe). Però quando si lavora su una sceneggiatura bisogna sapere dove si vuole arrivare: in un certo senso è come quando si posano i binari di una ferrovia e si deve sapere dove sarà la stazione di arrivo.
Scrivere un romanzo, invece, non esclude la scoperta e la possibilità di meravigliarsi durante la stesura di dove la tua storia e i tuoi personaggi ti abbiano condotto.
Se vogliamo identificare una struttura minima, è quella che prevede un what if iniziale, una struttura in tre atti, un climax e una risoluzione/conclusione.
Il tema dell'amicizia è sicuramente centrale in "Petrademone. Il libro delle porte".
Questo perchè credo che da ragazzi stare insieme sia ciò che crea la vera potenza. Anche quando da soli ci si sente deboli o in difetto, se ci si trova e si lega si diventa parte di un tutt'uno pieno di possibilità. Penso ai gruppi di giovani amici iconici di letteratura e schermo, da "I Goonies" a "Stranger Things" passando per "IT".
Anche nel tuo romanzo si respira un po' di 80s.
Non potevo farne a meno. La riscoperta degli anni 80 e l'ondata di film e serie tv in pieno revival rispondono a quella che è stata una perdita del senso dell'avventura: ogni avventura necessita di ricercare e scoprire, e che avventure puoi vivere se resti a casa e cerchi online dal tuo smartphone?
I miei protagonisti dovevano uscire, dovevano cercare fisicamente, come i protagonisti dell'amatissimo film de "I Goonies" o la serie rivelazione degli ultimi anni "Stranger Things".
Ringrazio tantissimo Mondadori e Manlio Castagna per la bellissima opportunità di scoprire qualche retroscena di "Petrademone. Il libro delle porte", e ve lo consiglio con il cuore in mano: è semplicemente strepitoso.
Un bacio a tutte, fanciulle (e fanciulli)!
A presto <3
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venerdì 10 novembre 2017
Chiacchierata con Tom Drury, su "A caccia nei sogni" e la trilogia di Grouse County
Buongiorno a tutte, fanciulle (e fanciulli)!
Oggi il blog ospita un autore molto speciale: Tom Drury, autore della trilogia di Grouse County edita NN Editore. Il secondo capitolo, "A caccia nei sogni", è in libreria da pochi giorni, e abbiamo potuto incontrare l'autore e scoprire qualcosa di più:
Tom Drury ritorna a Grouse County per raccontare pochi giorni cruciali nella vita della famiglia Darling, in cui tutti cercano di ottenere qualcosa, ma senza sapere come farlo. Charles, ovvero Tiny, vuole un vecchio fucile legato a un ricordo d'infanzia; Joan, sua moglie, è in cerca delle aspirazioni perdute; Lyris, la figlia di Joan, vuole trovare un punto fermo da cui cominciare davvero a crescere; e il piccolo Micah, figlio di Charles e Joan, vuole sfuggire al buio della sua stanza a costo di perdersi nel buio delle strade cittadine, Dalla vastità dei panorami della Fine dei vandalismi, Drury si concentra adesso su un frammento di quel mondo, racchiuso in un unico weekend, in cui gli eventi si dilatano come nei sogni e i protagonisti rivelano tutta la loro umanità, nell'intensità dei desideri e negli sforzi, ora comici ora drammatici, per diventare persone migliori.
In una location accattivante come la libreria Verso, a Milano, Tom Drury ci ha raccontato come sia nata la serie, il suo passato da giornalista, il Midwest e molto altro!
Com'è nato il progetto della trilogia di Grouse County?
Nel 1990 avevo scritto un racconto per il New Yorker. Ero già stato contattato dalla rivista, e avevo mandato diverse cose, ma ricevevo risposte del tipo "sì, è interessante ma cerca di scrivere qualcosa d'altro perché questo non è esattamente quello che stiamo cercando".
In qualche modo questi rifiuti avevano qualcosa di molto incoraggiante, sapevo di avere l'opportunità di pubblicare con loro e così mi sono seduto a scrivere questo racconto intitolato "La fine dei vandalismi" che è stato in effetti il mio primo pezzo pubblicato dal New Yorker.
La direttrice di allora mi aveva poi chiesto di scrivere qualcosa d'altro e io ho domandato "vi dispiacerebbe se io continuassi a scrivere degli stessi personaggi?" Lei mi ha risposto che andava benissimo, perché alla fine avrei avuto un romanzo, ed effettivamente è andata proprio così. Lo stesso meccanismo si è ripetuto con i romanzi successivi, ma nel frattempo ho scritto anche altre cose.
Da dove prende ispirazione? Quanto c'è di autobiografico nei suoi romanzi?
È come se, tutti insieme, costituissero un'autobiografia in piccoli frammenti. L'immagine che uso per spiegarla è questa: se uno immaginasse di vedere la propria vita dipinta su una serie di pannelli di vetro e poi questi si dovessero frantumare e mescolarsi fra loro, il processo di scrittura della fiction è come guardare questi frantumi per terra, raccoglierne uno, magari quello che trovi più interessante o ti dà maggiore ispirazione, iniziare da lì e poi inserirne un altro, che nella vera vita magari non è stato il momento successivo, e continuare così. La fiction è composta da elementi della tua vita scomposti e ricomposti a formare una nuova narrazione. Il processo di scrittura diventa così una reinvenzione della tua vita trasformandola per dare vita a questi nuovi personaggi. Come comporre un mosaico.
La sua è una letteratura del quotidiano che parla di persone semplici dalle alterne fortune. Lo stile nasce già così piano e solo apparentemente semplice oppure il processo di scrittura passa da uno stile più ricco che viene depurato?
La mia è sempre una riscrittura e l'editing è una parte fondamentale del lavoro. Ci sono delle scene che butto giù, non mi convincono o mi convincono solo in parte e riscrivo da capo. L'idea è di avere una voce che suoni spontanea, ma questo risultato non si ottiene semplicemente descrivendo quello che viene in mente, ma attraverso un processo di riscrittura che porti a uno stile semplice.
È più difficile popolare un intero mondo di personaggi con le loro storie parallele oppure entrare in profondità in pochi caratteri e concentrarsi su di loro?
Non ricordo di aver pensato "quanto è facile scrivere questo libro". Da un certo punto di vista è stato più difficile, in altri momenti più facile. Era positivo avere una struttura temporale rigida entro cui lavorare. Mi sono divertito molto a scriverlo, ma non direi che sia stato più facile. Non ho impiegato tanto tempo a scriverlo, ma dovendomi concentrare sui monologhi interiori dei personaggi qualche volta mi capitava di avere delle difficioltà . Tutti i libri sono difficili, a modo loro.
"La fine dei vandalismi" era un libro più ottimista che portava in sè una maggiore allegria, mentre questo è un romanzo più dark e notturno, con molte scene ambientate nei boschi o nelle città deserte, con scenari che hanno un alone di mistero e in qualche modo di pericolo.
Volevo mettere in scena la precarietà della vita di Tiny e Joan e dei figli, mostrare quanto fossero più vicini alla separazioe e alla distruzione di quanto non fossero stati Dan e Louise alla fine di "La fine dei vandalismi". Da un punto di vista emotivo ero molto vicino ai personaggi, e mi preoccupavo per loro.
Perché i sogni hanno così tanta importanza in questo libro?
Credo che i sogni abbiano una particolare importanza per i personaggi. Spesso consideriamo i sogni dei momenti in cui la mente vaga senza una particolare significato, ma io credo che in realtà abbiano un significato. L'ambientazione notturna, poi, ricorda il mondo onirico e fa scivolare i personaggi in modo fluido dalla realtà ai loro sogni. Per me sono importanti, e mi è piaciuto scriverne e raccontarli stando attento a non eccedere con la simbologia, mantenendo un senso casuale per cui a volte un sogno potrebbe avere significato, ma anche no.
Questo libro mi è sembrato un invito alla lentezza, a prendersi del tempo per entrare nei dettagli di queste storie e questo, da lettore, mi è piaciuto molto. Ma da scrittore qual è il fascino di raccontare queste persone semplici?
Io sono cresciuto in un luogo molto simile a quello che racconto nel romanzo. Le persone che descrivo le ho viste, e c'è una parte di me che corrisponde a questo universo, anche se io me ne sono andato via per frequentare l'università e poi non ci ho più vissuto, se non per quattro mesi nel 2014.
Ho ricordi molto vivi di quel periodo, della mia infanzia, perché sono le cose che si ricordano per più tempo e sono forse le più importanti, anche se spesso non sai esattamente perché te le ricordi.
Il fatto stesso che l'inconscio li faccia riaffiorare li rende dei ricordi importanti. E poi nella scrittura confluisce l'esperienza di tutti gli altri luoghi in cui ho vissuto, dalla Florida all'Europa.
Nel romanzo si è immersi in un clima di familiarità, tipico della contea, dove si respira una forte coesione.
I personaggi avvertono questo forte senso di comunità, positivo e negativo insieme. Significa, per esempio, rivedere sempre le stesse persone, e dover forgiare la propria personalità in base alle esigenze della comunità, a volte reprimendole proprie.
Quando sono andato a vivere a Berlino mi sono chiesto cosa stessi cercando: una comunità, amici da frequentare? La contea offre proprio questa dimensione.
L'appartenenza al grande stato americano, però, a me sembra un'idea che rimane spesso lontana dalle persone della contea, che considerano il proprio mondo nella dimensione locale. Le questioni di rilevanza nazionale legati all'attualità, invece, sono rimaste fuori dai miei libri perché li avrebbero legati a un determinato periodo, ed era qualcosa che volevo evitare.
Tornando a casa, ha avvertito cambiamenti nel "suo" Midwest? E quali sono per lei gli scrittori che l'hanno descritto meglio?
Il cambiamento è inevitabile. Le fattorie familiari che descrivo ne "La fine dei vandalismi", ad esempio, non esistono più: sono state assorbite da grandi aziende agricole, perché oggi l'agricolutra è diventata in generale un'impresa di grandi dimensioni. Ho cercato di conservare il ricordo del mondo degli anni Settanta, quello in cui sono nato e cresciuto.
C'è un libro di Daniel Woodrell, "Un gelido inverno", che non è ambientato proprio nel Midwest ma nel Missouri, che parla dei cambiamenti della vita rurale e della vita degli Stati Uniti nelle diverse stagioni. Un altro libro che amo molto e che consiglio è una raccolta di racconti di Chaviza Woods, "Things to Do When you're a Goth in the Country".
Lei si è laureato in giornalismo e poi col tempo si è dedicato solo alla scrittura. A cosa è dovuto questo cambio di direzione? Pensa che il lavoro giornalistico le sia stato utile, per esempio per scandagliare le emozioni, per essere un ottimo osservatore del mondo emozionale?
Quand'ero al liceo sapevo di voler diventare un romanziere, ma non mi era molto chiaro il percorso.
Ho fatto la cosa che mi sembrava più sensata studiando giornalismo, che in qualche modo mi avrebbe permesso di guadagnarmi da vivere scrivendo. A un certo punto ho capito che dovevo lasciare il giornalismo per fare sul serio, e mi sono iscritto a un'università vicino a Providence dove vivevo per laurearmi in scrittura creativa: ho capito che avevo bisogno di capire molte più cose riguardo alla scrittura, di leggere e di studiare di più la letteratura angloamericana.
Il giornalismo ti permette di osservare così tante persone in situazioni diverse che questo rappresenta senz'altro un ottimo allenamento per riuscire poi a creare dei mondi che siano sì inventati, ma che assomiglino di fatto al mondo reale.
Sono felicissima di aver potuto incontrare l'autore di "La fine dei vandalismi" e di "A caccia nei sogni", e aspetto già con ansia il terzo volume della trilogia.
Serie consigliatissima, davvero.
Un bacio a tutte, fanciulle (e fanciulli)!
A presto <3
Oggi il blog ospita un autore molto speciale: Tom Drury, autore della trilogia di Grouse County edita NN Editore. Il secondo capitolo, "A caccia nei sogni", è in libreria da pochi giorni, e abbiamo potuto incontrare l'autore e scoprire qualcosa di più:
Tom Drury ritorna a Grouse County per raccontare pochi giorni cruciali nella vita della famiglia Darling, in cui tutti cercano di ottenere qualcosa, ma senza sapere come farlo. Charles, ovvero Tiny, vuole un vecchio fucile legato a un ricordo d'infanzia; Joan, sua moglie, è in cerca delle aspirazioni perdute; Lyris, la figlia di Joan, vuole trovare un punto fermo da cui cominciare davvero a crescere; e il piccolo Micah, figlio di Charles e Joan, vuole sfuggire al buio della sua stanza a costo di perdersi nel buio delle strade cittadine, Dalla vastità dei panorami della Fine dei vandalismi, Drury si concentra adesso su un frammento di quel mondo, racchiuso in un unico weekend, in cui gli eventi si dilatano come nei sogni e i protagonisti rivelano tutta la loro umanità, nell'intensità dei desideri e negli sforzi, ora comici ora drammatici, per diventare persone migliori.
In una location accattivante come la libreria Verso, a Milano, Tom Drury ci ha raccontato come sia nata la serie, il suo passato da giornalista, il Midwest e molto altro!
Com'è nato il progetto della trilogia di Grouse County?
Nel 1990 avevo scritto un racconto per il New Yorker. Ero già stato contattato dalla rivista, e avevo mandato diverse cose, ma ricevevo risposte del tipo "sì, è interessante ma cerca di scrivere qualcosa d'altro perché questo non è esattamente quello che stiamo cercando".
In qualche modo questi rifiuti avevano qualcosa di molto incoraggiante, sapevo di avere l'opportunità di pubblicare con loro e così mi sono seduto a scrivere questo racconto intitolato "La fine dei vandalismi" che è stato in effetti il mio primo pezzo pubblicato dal New Yorker.
La direttrice di allora mi aveva poi chiesto di scrivere qualcosa d'altro e io ho domandato "vi dispiacerebbe se io continuassi a scrivere degli stessi personaggi?" Lei mi ha risposto che andava benissimo, perché alla fine avrei avuto un romanzo, ed effettivamente è andata proprio così. Lo stesso meccanismo si è ripetuto con i romanzi successivi, ma nel frattempo ho scritto anche altre cose.
Da dove prende ispirazione? Quanto c'è di autobiografico nei suoi romanzi?
È come se, tutti insieme, costituissero un'autobiografia in piccoli frammenti. L'immagine che uso per spiegarla è questa: se uno immaginasse di vedere la propria vita dipinta su una serie di pannelli di vetro e poi questi si dovessero frantumare e mescolarsi fra loro, il processo di scrittura della fiction è come guardare questi frantumi per terra, raccoglierne uno, magari quello che trovi più interessante o ti dà maggiore ispirazione, iniziare da lì e poi inserirne un altro, che nella vera vita magari non è stato il momento successivo, e continuare così. La fiction è composta da elementi della tua vita scomposti e ricomposti a formare una nuova narrazione. Il processo di scrittura diventa così una reinvenzione della tua vita trasformandola per dare vita a questi nuovi personaggi. Come comporre un mosaico.
La sua è una letteratura del quotidiano che parla di persone semplici dalle alterne fortune. Lo stile nasce già così piano e solo apparentemente semplice oppure il processo di scrittura passa da uno stile più ricco che viene depurato?
La mia è sempre una riscrittura e l'editing è una parte fondamentale del lavoro. Ci sono delle scene che butto giù, non mi convincono o mi convincono solo in parte e riscrivo da capo. L'idea è di avere una voce che suoni spontanea, ma questo risultato non si ottiene semplicemente descrivendo quello che viene in mente, ma attraverso un processo di riscrittura che porti a uno stile semplice.
È più difficile popolare un intero mondo di personaggi con le loro storie parallele oppure entrare in profondità in pochi caratteri e concentrarsi su di loro?
Non ricordo di aver pensato "quanto è facile scrivere questo libro". Da un certo punto di vista è stato più difficile, in altri momenti più facile. Era positivo avere una struttura temporale rigida entro cui lavorare. Mi sono divertito molto a scriverlo, ma non direi che sia stato più facile. Non ho impiegato tanto tempo a scriverlo, ma dovendomi concentrare sui monologhi interiori dei personaggi qualche volta mi capitava di avere delle difficioltà . Tutti i libri sono difficili, a modo loro.
"La fine dei vandalismi" era un libro più ottimista che portava in sè una maggiore allegria, mentre questo è un romanzo più dark e notturno, con molte scene ambientate nei boschi o nelle città deserte, con scenari che hanno un alone di mistero e in qualche modo di pericolo.
Volevo mettere in scena la precarietà della vita di Tiny e Joan e dei figli, mostrare quanto fossero più vicini alla separazioe e alla distruzione di quanto non fossero stati Dan e Louise alla fine di "La fine dei vandalismi". Da un punto di vista emotivo ero molto vicino ai personaggi, e mi preoccupavo per loro.
Perché i sogni hanno così tanta importanza in questo libro?
Credo che i sogni abbiano una particolare importanza per i personaggi. Spesso consideriamo i sogni dei momenti in cui la mente vaga senza una particolare significato, ma io credo che in realtà abbiano un significato. L'ambientazione notturna, poi, ricorda il mondo onirico e fa scivolare i personaggi in modo fluido dalla realtà ai loro sogni. Per me sono importanti, e mi è piaciuto scriverne e raccontarli stando attento a non eccedere con la simbologia, mantenendo un senso casuale per cui a volte un sogno potrebbe avere significato, ma anche no.
Questo libro mi è sembrato un invito alla lentezza, a prendersi del tempo per entrare nei dettagli di queste storie e questo, da lettore, mi è piaciuto molto. Ma da scrittore qual è il fascino di raccontare queste persone semplici?
Io sono cresciuto in un luogo molto simile a quello che racconto nel romanzo. Le persone che descrivo le ho viste, e c'è una parte di me che corrisponde a questo universo, anche se io me ne sono andato via per frequentare l'università e poi non ci ho più vissuto, se non per quattro mesi nel 2014.
Ho ricordi molto vivi di quel periodo, della mia infanzia, perché sono le cose che si ricordano per più tempo e sono forse le più importanti, anche se spesso non sai esattamente perché te le ricordi.
Il fatto stesso che l'inconscio li faccia riaffiorare li rende dei ricordi importanti. E poi nella scrittura confluisce l'esperienza di tutti gli altri luoghi in cui ho vissuto, dalla Florida all'Europa.
Nel romanzo si è immersi in un clima di familiarità, tipico della contea, dove si respira una forte coesione.
I personaggi avvertono questo forte senso di comunità, positivo e negativo insieme. Significa, per esempio, rivedere sempre le stesse persone, e dover forgiare la propria personalità in base alle esigenze della comunità, a volte reprimendole proprie.
Quando sono andato a vivere a Berlino mi sono chiesto cosa stessi cercando: una comunità, amici da frequentare? La contea offre proprio questa dimensione.
L'appartenenza al grande stato americano, però, a me sembra un'idea che rimane spesso lontana dalle persone della contea, che considerano il proprio mondo nella dimensione locale. Le questioni di rilevanza nazionale legati all'attualità, invece, sono rimaste fuori dai miei libri perché li avrebbero legati a un determinato periodo, ed era qualcosa che volevo evitare.
Tornando a casa, ha avvertito cambiamenti nel "suo" Midwest? E quali sono per lei gli scrittori che l'hanno descritto meglio?
Il cambiamento è inevitabile. Le fattorie familiari che descrivo ne "La fine dei vandalismi", ad esempio, non esistono più: sono state assorbite da grandi aziende agricole, perché oggi l'agricolutra è diventata in generale un'impresa di grandi dimensioni. Ho cercato di conservare il ricordo del mondo degli anni Settanta, quello in cui sono nato e cresciuto.
C'è un libro di Daniel Woodrell, "Un gelido inverno", che non è ambientato proprio nel Midwest ma nel Missouri, che parla dei cambiamenti della vita rurale e della vita degli Stati Uniti nelle diverse stagioni. Un altro libro che amo molto e che consiglio è una raccolta di racconti di Chaviza Woods, "Things to Do When you're a Goth in the Country".
Lei si è laureato in giornalismo e poi col tempo si è dedicato solo alla scrittura. A cosa è dovuto questo cambio di direzione? Pensa che il lavoro giornalistico le sia stato utile, per esempio per scandagliare le emozioni, per essere un ottimo osservatore del mondo emozionale?
Quand'ero al liceo sapevo di voler diventare un romanziere, ma non mi era molto chiaro il percorso.
Ho fatto la cosa che mi sembrava più sensata studiando giornalismo, che in qualche modo mi avrebbe permesso di guadagnarmi da vivere scrivendo. A un certo punto ho capito che dovevo lasciare il giornalismo per fare sul serio, e mi sono iscritto a un'università vicino a Providence dove vivevo per laurearmi in scrittura creativa: ho capito che avevo bisogno di capire molte più cose riguardo alla scrittura, di leggere e di studiare di più la letteratura angloamericana.
Il giornalismo ti permette di osservare così tante persone in situazioni diverse che questo rappresenta senz'altro un ottimo allenamento per riuscire poi a creare dei mondi che siano sì inventati, ma che assomiglino di fatto al mondo reale.
Sono felicissima di aver potuto incontrare l'autore di "La fine dei vandalismi" e di "A caccia nei sogni", e aspetto già con ansia il terzo volume della trilogia.
Serie consigliatissima, davvero.
Un bacio a tutte, fanciulle (e fanciulli)!
A presto <3
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