Buongiorno a tutte, fanciulle (e fanciulli)!
Tempo di Libri è finito ieri sera, ma - indovinate un po'? - le interviste non sono finite, anzi!
Oggi ospito una voce fresca, frizzante e femminile che mi piace seguire, quella di Chiara Di Quarto: ospite a Tempo di Libri per presentare il suo "The World of Chiara", edito Fabbri Editori (brossurato a 15,90€), è stata così gentile da chiacchierare con me prima del suo evento:
"Il mio canale YouTube è il piccolo mondo dove esprimo me stessa con voi che siete come degli amici. E anche questo libro. Qui ho raccolto i miei pensieri, le mie citazioni del cuore, disegni e tantissime foto, proprio come in un diario colorato e super segreto che ho deciso di condividere con voi."
Quali sono le sue passioni e le sue materie preferite? Come affronta le brutte giornate? Cosa le piacerebbe fare da grande? E da piccola cosa immaginava di diventare? In queste pagine ci sono le risposte! Ma non solo. A tutte le giovanissime ragazze che l'hanno conosciuta sullo schermo del computer (e che con lei sono cresciute), Chiara offre anche tanti consigli, idee e attività per realizzare i propri sogni, superare i momenti difficili e imparare ad accettare se stesse. Perché, come dice lei, "sarà dura, dovrai resistere e superare tanti momenti in cui penserai di mollare, ma niente è impossibile se lo vuoi davvero!".
Dieci minuti per conoscere meglio Chiara, e abbiamo parlato davvero di tutto, dal suo canale YouTube alla moda, passandro per i libri sul comodino agli obbiettivi per il 2018:
Raccontami, Chiara: com'è nata questa voglia di raccontare la tua vita e le tue passioni sul web?
Sicuramente è nata dal fatto di sentirmi un po' sola e di voler trovare qualcuno di affine a me con cui parlare. Il web mi ha dato questo, la possibilità di parlare di ciò che facevo, mostrare ciò che compravo ed essere piano piano sempre più seguita da ragazze con le quali avevo finalmente un confronto e un dialogo.
Immagino ti abbia anche portata a sfidare te stessa, superando quelle che potevano essere insicurezze o, magari, la semplice timidezza.
Assolutamente sì, da quando giro e pubblico video sul web sono meno timida, più spigliata e capace di una maggiore interazione con le persone di quanto non fossi prima di iniziare.
Certo, all'inizio ero più impacciata, ma ero anche piccola e faceva parte della mia età.
Se dovessi dirmi quali sono un po' i punti chiave da tenere a mente quando si comunica sul web, e gli errori in cui si rischia di incappare, quali sarebbero?
Al primo posto metto la spontaneità: bisogna essere spontanei! Consiglio sempre di essere se stessi, ed essere veri, come se si stesse parlando ad una persona in carne ed ossa e non a una videocamera su un cavalletto. Un errore è invece quello di farsi condizionare dalle critiche, che ci sono e ci saranno sempre. Ho sempre sorvolato, senza dare molto peso.
Da ragazza che diventa donna, quali sono stati e quali sono oggi i tuoi modelli?
Sicuramente i miei genitori: mia madre affronta la vita con allegria e sa come gestire i problemi.
Un modello e fonte di ispirazione costante che mi arriva dal mondo dello spettacolo è invece Selena Gomez, che nonostante la malattia ha portato a termine un tour solo grazie alla sua determinazione e forza d'animo. Mi ha fatto capire se desideri davvero qualcosa e sei disposto a lavorare sodo puoi ottenerla.
Sei passata dal mondo video a un libro di carta e inchiostro: lavorare su un video e su un libro sono due cose solo in apparenza molto diverse, visto che condividono un'importantissima fase di editing e revisione che sta alla base del prodotto che ci troviamo in mano alla fine.
Cosa pensi ti abbia dato in più, la possibilità di lavorare a un progetto editoriale?
Sicuramente realizzare un libro ha rappresentato un passo in più in un unico processo, e concordo sulle somiglianze nella realizzazione.
Sulla carta ho potuto raccontare esperienze che non avrebbero trovato spazio in video, ad esempio, e sono riuscita a far sentire coinvolte nella mia vita tante ragazze che già mi seguivano online, e dare loro qualcosa che potessero tenere fisicamente con sè, sul loro comodino.
Hai citato il libro sul comodino, non posso non chiedertelo: quali volumi troveremmo sul tuo?
Tanti volumi di poesia: "Milk & Honey" di Rupi Kaur e i lavori di Gio Evan si alternano a Pablo Neruda. E poi ovviamente le avventure di Harry Potter!
"Io prima di te" di Jojo Moyes mi ha devastata, più su carta che al cinema, e amo anche i romanzi di John Green.
Abbiamo parlato di spontaneità e di sentirci bene con noi stessi, e dal tuo canale traspare un forte interesse per la moda: descrivimi un outfit che ti rappresenta in cui ti senti a tuo agio.
Sicuramente parto dai jeans, perchè amo la comodità, abbinati a un paio di stivali e a un maglione corto. E una borsa!
Cinque cose che troveremmo sempre al suo interno?
Il cellulare, gli auricolari, le gomme da masticare, le mie chiavi e probabilmente in necessario per ritoccare il trucco: un mini mascara e una tinta labbra.
Pensando al tuo stile, come si è evoluto da quando hai iniziato a realizzare video ad oggi?
Ora il mio stile è più femminile e meno infantile: evito i brillantini e le paillettes, e prediligo un look più basic, più minimal.
L'accessorio dei sogni in questo momento?
Vorrei un helix piercing all'orecchio: ne ho visti di bellissimi!
Chiudiamo con un obbiettivo e un augurio che fai a te stessa per questo 2018.
Spero di poter lavorare a progetti interessanti nel campo della moda e della bellezza, che sono i miei preferiti, e mi auguro di poter continuare a presentarmi così come sono, senza maschere.
Grazie a Fabbri Editori e Chiara Di Quarto per la disponibilità, è stato davvero un piacere conoscere meglio una delle voci forti del momento, e rivolgo a voi il suo augurio perchè credo sia un bellissimo messaggio per tutti.
Un bacio a tutte, fanciulle (e fanciulli)!
A presto <3
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martedì 13 marzo 2018
Scopriamo "The world of Chiara" insieme a Chiara Di Quarto!
lunedì 12 marzo 2018
Marilù Oliva, "Le spose sepolte" e le tante sfumature del noir
Buongiorno a tutte, fanciulle (e fanciulli)!
Tempo di Libri continua, e oggi scopriamo insieme "Le spose sepolte" di Marilù Oliva, edito HarperCollins (brossurato a 17€), che ho avuto modo d'incontrare e intervistare in fiera:
Dove sono finite quelle donne misteriosamente sparite da anni, mogli e madri di cui i mariti sostengono di non sapere nulla? Uno dopo l’altro, i loro corpi vengono ritrovati grazie a un killer implacabile che costringe chi le ha fatte scomparire a confessare dove si trovano le loro ossa e poi uccide i colpevoli, sempre assolti dai tribunali per mancanza di prove. Il rituale è feroce e spietato: l’assassino vuole così rendere giustizia alle spose sepolte. I pochi indizi lasciati sulla scena del crimine conducono a un piccolo paese, Monterocca, soprannominato la Città delle Donne, un territorio nell’Appennino bolognese circoscritto da mura ed elementi naturali, governato da una giunta completamente al femminile. Il team investigativo, in cui spicca la giovane ispettrice Micol Medici, si trova catapultato in una realtà di provincia quasi isolata dal mondo, con una natura montana che fa da contorno e molti misteri avvolti nella nebbia. Un inquietante enigma conduce gli inquirenti al Centro Studi Rita, un’azienda farmaceutica che sta sintetizzando un anestetico speciale: lo stesso utilizzato dal serial killer come siero della verità per far confessare i colpevoli. Ma quanti altri segreti si nascondono dentro i confini del piccolo paese? Solo Micol ha l’innata capacità di scoprirli, anche se questo potrebbe costarle la vita...
Ecco cosa ci ha raccontato in Fiera MilanoCity, prima di incontrare i lettori!
Al centro del tuo romanzo un tema molto importante e del quale forse non si parla abbastanza o nel modo giusto: le tante, troppe donne che, ogni anno, svaniscono nel nulla.
Cessano di esistere se non per chi le ha perse, e ti chiedo: da donna, quanto è stato difficile raccontare queste donne e dare loro una voce?
Il fattore scatenante è stato sicuramente l'indignazione: come suggerisci tu è un fenomeno generalizzato, diffuso e inarrestabile. Prendiamo il femminicidio in Italia: non si tratta di un fenomeno in crescita, ma non è nemmeno in calo. È questo il dramma: è possibile che non ci siano delle misure educative per arginarlo persino in quello che è un paese alfabetizzato e (ci piace crederlo) progredito), per capire che si tratta innanzitutto di un problema culturale?
Sei riuscita nella difficile impresa di creare un killer per il quale, a tratti, un po' si parteggia, un peculiare incrocio tra Robin Hood e Dexter Morgan.
Svelami il retroscena, com'è stato creare questo personaggio che sì, da lettrice volevo venisse preso, ma che allo stesso tempo mi ha anche fatto pensare che se, in fondo, prima fosse riuscito a fare un po' piazza pulita non sarebbe stato poi male?
Questo è uno dei grandi vantaggi del genere noir, sai? "Le spose sepolte" ha alla base un'impalcatura gialla, ma è anche un thriller (volevo che ci fosse un po' di suspence, e ho provato a giocare con alcuni strumenti del genere tra i quali il cliffhanger) e, allo stesso tempo, una forte componente noir.
Nessuno è buono o cattivo al 100%, ognuno è un mix di sfumature che si intrecciano.
Dexter Morgan è uno dei miei protagonisti "del cuore", tra l'altro.
Da scrittrice, devo dire che creare un personaggio del genere non è stato difficile, soprattutto pensando a quanti tra i più spietati killer della storia fossero, nella vita di ogni giorno, persone normalissime, assolutamente insospettabili.
La tua protagonista condivide il nome e qualche tratto con tua figlia Micol, ma quanto avete invece in comune tu e la tua investigatrice?
Da mia figlia ho preso il nome, i capelli, la dolcezza e la mente matematica, mentre di mio è sicuramente finito in Micol la passione per la criminologia e un approccio scientifico a ogni situazione. C'era di più di me nella mia protagonista precedente, Micol è molto più misurata di me.
Ogni personaggio, per me, è sempre un collage di elementi che prendo da me, da chi mi circonda e dalle mie emozioni al momento della scrittura.
Non posso non chiederti una riflessione sul panorama del giallo, del noir, del thriller in tutte le loro accezioni (dalle più collaudate a quelle in ascesa). Come vedi il mondo "giallo" adesso e nel prossimo futuro?
Lo vedo benissimo, in ogni sua accezione. Ho delle sensazioni positive, e soprattutto penso che il noir serva davvero a tutti noi perchè ha assorbito la grande funzione catartica del giallo: renderci digeribile e assimilabile l'idea della morte. La morte è qualcosa che tendiamo a rimuovere e a far finta che non ci appartenga, ma non è così: non vivremo in eterno.
La morte ci torna addosso così, anche in modo divertente, di puro intrattenimento, o assolutamente non rassicurante come accade, appunto, nel noir.
Ringrazio tantissimo Marilù Oliva e HarperCollins per la bellissima opportunità, e vi consiglio di scoprire "Le spose sepolte" perchè vi conquisterà ;)
Un bacio a tutte, fanciulle (e fanciulli)!
A presto <3
Tempo di Libri continua, e oggi scopriamo insieme "Le spose sepolte" di Marilù Oliva, edito HarperCollins (brossurato a 17€), che ho avuto modo d'incontrare e intervistare in fiera:
Dove sono finite quelle donne misteriosamente sparite da anni, mogli e madri di cui i mariti sostengono di non sapere nulla? Uno dopo l’altro, i loro corpi vengono ritrovati grazie a un killer implacabile che costringe chi le ha fatte scomparire a confessare dove si trovano le loro ossa e poi uccide i colpevoli, sempre assolti dai tribunali per mancanza di prove. Il rituale è feroce e spietato: l’assassino vuole così rendere giustizia alle spose sepolte. I pochi indizi lasciati sulla scena del crimine conducono a un piccolo paese, Monterocca, soprannominato la Città delle Donne, un territorio nell’Appennino bolognese circoscritto da mura ed elementi naturali, governato da una giunta completamente al femminile. Il team investigativo, in cui spicca la giovane ispettrice Micol Medici, si trova catapultato in una realtà di provincia quasi isolata dal mondo, con una natura montana che fa da contorno e molti misteri avvolti nella nebbia. Un inquietante enigma conduce gli inquirenti al Centro Studi Rita, un’azienda farmaceutica che sta sintetizzando un anestetico speciale: lo stesso utilizzato dal serial killer come siero della verità per far confessare i colpevoli. Ma quanti altri segreti si nascondono dentro i confini del piccolo paese? Solo Micol ha l’innata capacità di scoprirli, anche se questo potrebbe costarle la vita...
Ecco cosa ci ha raccontato in Fiera MilanoCity, prima di incontrare i lettori!
Al centro del tuo romanzo un tema molto importante e del quale forse non si parla abbastanza o nel modo giusto: le tante, troppe donne che, ogni anno, svaniscono nel nulla.
Cessano di esistere se non per chi le ha perse, e ti chiedo: da donna, quanto è stato difficile raccontare queste donne e dare loro una voce?
Il fattore scatenante è stato sicuramente l'indignazione: come suggerisci tu è un fenomeno generalizzato, diffuso e inarrestabile. Prendiamo il femminicidio in Italia: non si tratta di un fenomeno in crescita, ma non è nemmeno in calo. È questo il dramma: è possibile che non ci siano delle misure educative per arginarlo persino in quello che è un paese alfabetizzato e (ci piace crederlo) progredito), per capire che si tratta innanzitutto di un problema culturale?
Sei riuscita nella difficile impresa di creare un killer per il quale, a tratti, un po' si parteggia, un peculiare incrocio tra Robin Hood e Dexter Morgan.
Svelami il retroscena, com'è stato creare questo personaggio che sì, da lettrice volevo venisse preso, ma che allo stesso tempo mi ha anche fatto pensare che se, in fondo, prima fosse riuscito a fare un po' piazza pulita non sarebbe stato poi male?
Questo è uno dei grandi vantaggi del genere noir, sai? "Le spose sepolte" ha alla base un'impalcatura gialla, ma è anche un thriller (volevo che ci fosse un po' di suspence, e ho provato a giocare con alcuni strumenti del genere tra i quali il cliffhanger) e, allo stesso tempo, una forte componente noir.
Nessuno è buono o cattivo al 100%, ognuno è un mix di sfumature che si intrecciano.
Dexter Morgan è uno dei miei protagonisti "del cuore", tra l'altro.
Da scrittrice, devo dire che creare un personaggio del genere non è stato difficile, soprattutto pensando a quanti tra i più spietati killer della storia fossero, nella vita di ogni giorno, persone normalissime, assolutamente insospettabili.
La tua protagonista condivide il nome e qualche tratto con tua figlia Micol, ma quanto avete invece in comune tu e la tua investigatrice?
Da mia figlia ho preso il nome, i capelli, la dolcezza e la mente matematica, mentre di mio è sicuramente finito in Micol la passione per la criminologia e un approccio scientifico a ogni situazione. C'era di più di me nella mia protagonista precedente, Micol è molto più misurata di me.
Ogni personaggio, per me, è sempre un collage di elementi che prendo da me, da chi mi circonda e dalle mie emozioni al momento della scrittura.
Non posso non chiederti una riflessione sul panorama del giallo, del noir, del thriller in tutte le loro accezioni (dalle più collaudate a quelle in ascesa). Come vedi il mondo "giallo" adesso e nel prossimo futuro?
Lo vedo benissimo, in ogni sua accezione. Ho delle sensazioni positive, e soprattutto penso che il noir serva davvero a tutti noi perchè ha assorbito la grande funzione catartica del giallo: renderci digeribile e assimilabile l'idea della morte. La morte è qualcosa che tendiamo a rimuovere e a far finta che non ci appartenga, ma non è così: non vivremo in eterno.
La morte ci torna addosso così, anche in modo divertente, di puro intrattenimento, o assolutamente non rassicurante come accade, appunto, nel noir.
Ringrazio tantissimo Marilù Oliva e HarperCollins per la bellissima opportunità, e vi consiglio di scoprire "Le spose sepolte" perchè vi conquisterà ;)
Un bacio a tutte, fanciulle (e fanciulli)!
A presto <3
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venerdì 9 marzo 2018
"Sentimi" di Tea Ranno: due chiacchiere con l'autrice
Buongiorno a tutte, fanciulle (e fanciulli)!
Altro giro, altra corsa, ed oggi scopriamo insieme qualcosa di più su "Sentimi" di Tea Ranno, appena uscito per Frassinelli (rilegato a 17,50€), con il resoconto dell'incontro con l'autrice a Tempo di Libri:
Durante una notte surreale, e nello stesso tempo fin troppo reale, una donna, una scrittrice, tornata nel paese siciliano dove è nata, ascolta decine di voci che giungono da un altrove indistinto, che si fanno strada in una nebbia strana, inquietante. Sono voci di donne morte, che vogliono, devono, raccontare le loro storie perché la scrittrice le trascini fuori dall'oblio al quale sono destinate.
Sono storie quasi sempre dolorose, a volte tragiche, che hanno una caratteristica in comune: l'umanità delle protagoniste, la loro complessità emotiva e intellettuale, i loro sentimenti, le loro vite vere. Ma non solo per raccontarsi, i fantasmi di queste donne parlano all'autrice: c'è anche un'altra storia, che tutte le coinvolge, e che vogliono si sappia. La storia di Adele, figlia di Rosa, ma non del suo legittimo marito, Rosario. E la colpa più grave di Adele è quella di avere i capelli rossi, come il suo vero padre, segno inequivocabile della colpa, delle corna. Per questo Rosario passerà il resto della sua vita nel tentativo di uccidere la bambina, poi ragazza. E per questo le donne del paese faranno di tutto per salvarla. Perché levare almeno la piccola Adele dai meccanismi mentali malati di questi maschi brutali, ancestrali e irredimibili, vorrebbe dire aver salvato tutte loro.
Ecco cosa ci ha raccontato su "Sentimi", Pietra e la scrittura!
Partiamo dalla domanda di rito: com'è nato "Sentimi", e come si inserisce nella tua produzione?
"Sentimi" non è nato come un romanzo, o come una storia da proporre a un editore.
Ci sono stati momenti, nella mia vita, in cui la scrittura è stat un rifugio da ciò che mi stancava o preoccupava. In primis faccio la mamma, perchè ho due figlie e mi piace dedicarmi a loro. Non credo che occuparsi dei figli tolga qualcosa alle donne o impedisca loro di fare carriera, non credo affatto sia svilente, anzi! Ho due gemelle, tra l'altro, e crescerle è un lavoro a tempo pieno e molto impegnativo.
Ci sono momenti, come dicevo, in cui sono troppo stanca o le notizie di cronaca mi colpiscono particolarmente, durante i quali la scrittura diventa un vero e proprio bisogno.
Nel 2016 si parlava moltissimo di femminicidio, visto il numero di casi in costante ascesa, e ricordo che a colpirmi particolarmente fu la storia di Sara (bruciata viva dal fidanzato): sentire parlare di femminicidio avendo due figlie, dentro di me ha creato una combinazione esplosiva che si traduce in scrittura. Non una prosa elaborata, nè un romanzo costruito.
Pensate che scrivo ancora a mano, su dei taccuini numerati e datati.
C'è un particolare autore (o più di uno) che abbia influenzato la tua scrittura?
Con "Sentimi" ho provato a giocare alla Simenon nelle sue memorie intime raccontava un curioso metodo di scrittura, che consisteva nel prendere delle buste gialle e inserire all'interno dei profili di personaggi (psicologici, caratteriali, fisici) con nomi scelti a caso dall'elenco del telefono. Mescolava le buste, e combinava così i suoi personaggi.
Nel mio caso, mi sono procurata dei fogli di carta e ho iniziato a pensare a nomi e profili di donne, delle quali però mi veniva in mente non solo la data di nascita ma anche quella di morte, senza che sapessi spiegarmi il motivo.
A darmi il via per quello che poi sarebbe diventato il mio romanzo è stata la scheda di Pietra, e ho cominciato a giocare con il suo nome, con le rime, con le assonanze.
La sua storia parte da un doppio tradimento, del marito e della sorella (i suoi amori più grandi), che concepiscono dei figli che diventeranno poi la sua ragione di vita.
È stata Pietra a raccontarmi la sua storia, e via via le altre donne si sono palesate, una alla volta.
Nel tuo romanzo la Sicilia è essa stessa piena protagonista.
Mi sono trasferita a Roma nel 1995, e devo ammettere che prima del mio trasferimento non sentivo questo forte bisogno di raccontare la mia terra. Era mia, la vivevo, faceva parte della mia quotidianità.
Nel momento in cui mi è venuta a mancare, la prima cosa che ho voluto recuperare è stato il dialetto.
Abitualmente non parlavo siciliano perchè mia madre è sempre stata inflessibile sulla necessità di parlare italiano, ma poi anche con le mie figlie mi è capitato spesso che mi "uscisse" così, in modo inaspettato e spontaneo.
La Sicilia che racconto è una Sicilia sognata.
Se tu non fossi siciliana, scriveresti in modo diverso secondo te?
Assolutamente sì, ma non solo questo. Ho iniziato a scrivere, di fatto, per sfuggire al mondo giuridico: era uno sfogo creativo mentre portavo avanti la pratica notarile. Ciò che mi ha dato il via è stato il fatto che un'amica ha portato un mio racconto a un editore a mia insaputa, e sono stata convocata. È lì che è iniziato il mio percorso nel mondo letterario, e il confronto con i grandi nomi.
"Sentimi" è una storia di violenza, ma soprattutto è una storia di donne.
Tanti lettori mi hanno fatto notare che sì, io racconto le donne ma che allo stesso tempo mostro gli uomini. Le donne al centro, e perchè sono così attenta alle donne?
Perchè è stato da qui che sono partita, quando ho iniziato a scrivere il mio primo romanzo: un libro sulla caccia alle streghe e sui processi per stregoneria mi ha colpita in modo particolare, e mi ha avvelenata nel profondo.
Ho cominciato a documentarmi, a leggere di atrocità tali da farmi rabbrividire e di una misoginia oltre ogni limite dove la sapienza, la bravura e il talento diventano strumenti del demonio invece di essere riconosciuti come tali.
Volevo raccontare il femminile, e la sorellanza. Uno degli aspetti del libro che vorrei proprio mettere in evidenza è il ruolo centrale della sorellanza, perè l'ho vissuta e la vivo anche oggi: a Roma le ho trovate, le amiche-sorelle, che mi hanno sostenuta quando il lavoro, le figlie, la famiglia e le difficoltà di ogni giorno si facevano sentire.
Non è vero che le donne si odiano e si invidiano, c'è un femminile bello da raccontare e da vivere.
Anche le donne del mio romanzo, persino le più odiose, hanno un pizzico di questo femminile e hanno a cuore l'interesse della bambina.
Cosa c'è di vero, in "Sentimi"?
C'è molto di vero: la storia delle donne violentate dagli alleati, per esempio, è vera e documentata anche se ovviamente ho modificato qualcosa nel mio romanzo; è vera persino quella che sembra una storia assurda, ovvero quella del ragazzo ucciso per una disputa sorta su chi dovesse portare la Madonna Addolorata in processione durante il venerdì santo.
Ci tengo anche a dire che non racconto solo la Sicilia: una delle storie che ho utilizzato nel romanzo è accaduta realmente, ma a Napoli. La Sicilia non è una regione retrograda, o ignorante, ed è un pregiudizio che vorrei aiutare a sfatare.
Si parla molto di femminismo, nel bene e nel male. Tu invece parli di femminile.
Non condivido l'idea del femminismo per partito preso, o della superiorità della donna a ogni costo.
C'è un femminile che permette alla donna di essere unica anche nel momento in cui trova una persona con la quale vivere in armonia.
Credo invece nell'importanza dell'emancipazione, e dell'educazione: incito le mie figlie a studiare, sempre, perchè la preparazione e l'istruzione sono alla base di qualsiasi opportunità.
C'è un libro che mi ha colpita particolarmente e mi ha fatta riflettere a lungo su quanta strada debbano ancora fare le donne in alcune aree del mondo: "Leggere Lolita a Teheran".
Di sicuro fa capire quanti privilegi abbiamo qui, rispetto alle donne che vivono in società diverse dalla nostra.
Credo in un maschile e in un femminile che vivono in armonia e che si supportano vicendevolmente, senza che nessuno rinunci alle proprie qualità.
Devo dire di essere stata fortunata e di essere cresciuta con un esempio del genere: mio padre lavava i piatti, mia madre cucinava, e nessuno ci trovava nulla di strano. Si aiutavano a vicenda, e ora è così anche tra me e mio marito.
Essere una mamma chioccia non mi impedisce di essere una femmina tosta quando serve, anzi.
E nella vita serve!
Ringrazio di cuore Frassinelli e l'autrice per la disponibilità, e consiglio vivamente la lettura del romanzo perchè la prosa di Tea Ranno e la sua capacità di emozionare sono davvero da cinque stelle, e spero che l'intervista abbia stimolato la vostra curiosità.
Un bacio a tutte, fanciulle (e fanciulli)!
A presto <3
Altro giro, altra corsa, ed oggi scopriamo insieme qualcosa di più su "Sentimi" di Tea Ranno, appena uscito per Frassinelli (rilegato a 17,50€), con il resoconto dell'incontro con l'autrice a Tempo di Libri:
Durante una notte surreale, e nello stesso tempo fin troppo reale, una donna, una scrittrice, tornata nel paese siciliano dove è nata, ascolta decine di voci che giungono da un altrove indistinto, che si fanno strada in una nebbia strana, inquietante. Sono voci di donne morte, che vogliono, devono, raccontare le loro storie perché la scrittrice le trascini fuori dall'oblio al quale sono destinate.
Sono storie quasi sempre dolorose, a volte tragiche, che hanno una caratteristica in comune: l'umanità delle protagoniste, la loro complessità emotiva e intellettuale, i loro sentimenti, le loro vite vere. Ma non solo per raccontarsi, i fantasmi di queste donne parlano all'autrice: c'è anche un'altra storia, che tutte le coinvolge, e che vogliono si sappia. La storia di Adele, figlia di Rosa, ma non del suo legittimo marito, Rosario. E la colpa più grave di Adele è quella di avere i capelli rossi, come il suo vero padre, segno inequivocabile della colpa, delle corna. Per questo Rosario passerà il resto della sua vita nel tentativo di uccidere la bambina, poi ragazza. E per questo le donne del paese faranno di tutto per salvarla. Perché levare almeno la piccola Adele dai meccanismi mentali malati di questi maschi brutali, ancestrali e irredimibili, vorrebbe dire aver salvato tutte loro.
Ecco cosa ci ha raccontato su "Sentimi", Pietra e la scrittura!
Partiamo dalla domanda di rito: com'è nato "Sentimi", e come si inserisce nella tua produzione?
"Sentimi" non è nato come un romanzo, o come una storia da proporre a un editore.
Ci sono stati momenti, nella mia vita, in cui la scrittura è stat un rifugio da ciò che mi stancava o preoccupava. In primis faccio la mamma, perchè ho due figlie e mi piace dedicarmi a loro. Non credo che occuparsi dei figli tolga qualcosa alle donne o impedisca loro di fare carriera, non credo affatto sia svilente, anzi! Ho due gemelle, tra l'altro, e crescerle è un lavoro a tempo pieno e molto impegnativo.
Ci sono momenti, come dicevo, in cui sono troppo stanca o le notizie di cronaca mi colpiscono particolarmente, durante i quali la scrittura diventa un vero e proprio bisogno.
Nel 2016 si parlava moltissimo di femminicidio, visto il numero di casi in costante ascesa, e ricordo che a colpirmi particolarmente fu la storia di Sara (bruciata viva dal fidanzato): sentire parlare di femminicidio avendo due figlie, dentro di me ha creato una combinazione esplosiva che si traduce in scrittura. Non una prosa elaborata, nè un romanzo costruito.
Pensate che scrivo ancora a mano, su dei taccuini numerati e datati.
C'è un particolare autore (o più di uno) che abbia influenzato la tua scrittura?
Con "Sentimi" ho provato a giocare alla Simenon nelle sue memorie intime raccontava un curioso metodo di scrittura, che consisteva nel prendere delle buste gialle e inserire all'interno dei profili di personaggi (psicologici, caratteriali, fisici) con nomi scelti a caso dall'elenco del telefono. Mescolava le buste, e combinava così i suoi personaggi.
Nel mio caso, mi sono procurata dei fogli di carta e ho iniziato a pensare a nomi e profili di donne, delle quali però mi veniva in mente non solo la data di nascita ma anche quella di morte, senza che sapessi spiegarmi il motivo.
A darmi il via per quello che poi sarebbe diventato il mio romanzo è stata la scheda di Pietra, e ho cominciato a giocare con il suo nome, con le rime, con le assonanze.
La sua storia parte da un doppio tradimento, del marito e della sorella (i suoi amori più grandi), che concepiscono dei figli che diventeranno poi la sua ragione di vita.
È stata Pietra a raccontarmi la sua storia, e via via le altre donne si sono palesate, una alla volta.
Nel tuo romanzo la Sicilia è essa stessa piena protagonista.
Mi sono trasferita a Roma nel 1995, e devo ammettere che prima del mio trasferimento non sentivo questo forte bisogno di raccontare la mia terra. Era mia, la vivevo, faceva parte della mia quotidianità.
Nel momento in cui mi è venuta a mancare, la prima cosa che ho voluto recuperare è stato il dialetto.
Abitualmente non parlavo siciliano perchè mia madre è sempre stata inflessibile sulla necessità di parlare italiano, ma poi anche con le mie figlie mi è capitato spesso che mi "uscisse" così, in modo inaspettato e spontaneo.
La Sicilia che racconto è una Sicilia sognata.
Se tu non fossi siciliana, scriveresti in modo diverso secondo te?
Assolutamente sì, ma non solo questo. Ho iniziato a scrivere, di fatto, per sfuggire al mondo giuridico: era uno sfogo creativo mentre portavo avanti la pratica notarile. Ciò che mi ha dato il via è stato il fatto che un'amica ha portato un mio racconto a un editore a mia insaputa, e sono stata convocata. È lì che è iniziato il mio percorso nel mondo letterario, e il confronto con i grandi nomi.
"Sentimi" è una storia di violenza, ma soprattutto è una storia di donne.
Tanti lettori mi hanno fatto notare che sì, io racconto le donne ma che allo stesso tempo mostro gli uomini. Le donne al centro, e perchè sono così attenta alle donne?
Perchè è stato da qui che sono partita, quando ho iniziato a scrivere il mio primo romanzo: un libro sulla caccia alle streghe e sui processi per stregoneria mi ha colpita in modo particolare, e mi ha avvelenata nel profondo.
Ho cominciato a documentarmi, a leggere di atrocità tali da farmi rabbrividire e di una misoginia oltre ogni limite dove la sapienza, la bravura e il talento diventano strumenti del demonio invece di essere riconosciuti come tali.
Volevo raccontare il femminile, e la sorellanza. Uno degli aspetti del libro che vorrei proprio mettere in evidenza è il ruolo centrale della sorellanza, perè l'ho vissuta e la vivo anche oggi: a Roma le ho trovate, le amiche-sorelle, che mi hanno sostenuta quando il lavoro, le figlie, la famiglia e le difficoltà di ogni giorno si facevano sentire.
Non è vero che le donne si odiano e si invidiano, c'è un femminile bello da raccontare e da vivere.
Anche le donne del mio romanzo, persino le più odiose, hanno un pizzico di questo femminile e hanno a cuore l'interesse della bambina.
Cosa c'è di vero, in "Sentimi"?
C'è molto di vero: la storia delle donne violentate dagli alleati, per esempio, è vera e documentata anche se ovviamente ho modificato qualcosa nel mio romanzo; è vera persino quella che sembra una storia assurda, ovvero quella del ragazzo ucciso per una disputa sorta su chi dovesse portare la Madonna Addolorata in processione durante il venerdì santo.
Ci tengo anche a dire che non racconto solo la Sicilia: una delle storie che ho utilizzato nel romanzo è accaduta realmente, ma a Napoli. La Sicilia non è una regione retrograda, o ignorante, ed è un pregiudizio che vorrei aiutare a sfatare.
Si parla molto di femminismo, nel bene e nel male. Tu invece parli di femminile.
Non condivido l'idea del femminismo per partito preso, o della superiorità della donna a ogni costo.
C'è un femminile che permette alla donna di essere unica anche nel momento in cui trova una persona con la quale vivere in armonia.
Credo invece nell'importanza dell'emancipazione, e dell'educazione: incito le mie figlie a studiare, sempre, perchè la preparazione e l'istruzione sono alla base di qualsiasi opportunità.
C'è un libro che mi ha colpita particolarmente e mi ha fatta riflettere a lungo su quanta strada debbano ancora fare le donne in alcune aree del mondo: "Leggere Lolita a Teheran".
Di sicuro fa capire quanti privilegi abbiamo qui, rispetto alle donne che vivono in società diverse dalla nostra.
Credo in un maschile e in un femminile che vivono in armonia e che si supportano vicendevolmente, senza che nessuno rinunci alle proprie qualità.
Devo dire di essere stata fortunata e di essere cresciuta con un esempio del genere: mio padre lavava i piatti, mia madre cucinava, e nessuno ci trovava nulla di strano. Si aiutavano a vicenda, e ora è così anche tra me e mio marito.
Essere una mamma chioccia non mi impedisce di essere una femmina tosta quando serve, anzi.
E nella vita serve!
Ringrazio di cuore Frassinelli e l'autrice per la disponibilità, e consiglio vivamente la lettura del romanzo perchè la prosa di Tea Ranno e la sua capacità di emozionare sono davvero da cinque stelle, e spero che l'intervista abbia stimolato la vostra curiosità.
Un bacio a tutte, fanciulle (e fanciulli)!
A presto <3
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mercoledì 7 marzo 2018
Profumo di novità a Marzo in casa NN Editore!
Buongiorno a tutte, fanciulle (e fanciulli)!
Oggi scopriamo insieme due novità di Marzo che arrivano sugli scaffali grazie a NN Editore, casa editrice che ha permesso ai lettori italiani di innamorarsi follemente di Kent Haruf e Tom Drury (tra gli altri):
Ray, il protagonista di questo libro, è un uomo di quasi sessant’anni che vive, isolato da tutti, nella casa del padre, in una cittadina sulla costa irlandese. Un giorno, in un moto d’impulso, decide di adottare un cane impaurito, malandato e privo di un occhio. Con il suo nuovo compagno di vita, Ray riesce per la prima volta ad aprirsi, a scardinare la solitudine, in un dialogo serrato dove ripercorre la sua esistenza, dall’infanzia alla scomparsa misteriosa della madre. Quando Unocchio, però, azzanna un altro cane del paese, i due sono costretti alla fuga e si mettono in viaggio alla ri- cerca della libertà e della speranza.
Con una musica composta di parole, colori, profumi ed emozioni, Sara Baume ci consegna un romanzo sull’amicizia tra un uomo e un cane, un’alleanza che si rinsalda giorno dopo giorno grazie a fiducia e compassione, in un inno ap- passionato alla stupefacente bellezza del mondo.
Questo libro è per chi ama conversare con i personaggi dei suoi libri preferiti, per chi inventa parole strambe giocando a Scarabeo, per chi compone ogni giorno la lista delle cose da fare, e per chi si è liberato i polmoni da una caligine di tristezza e, gambe in spalla, ha deciso di andare a cercare l’odore dell’infinito.
La pace che regna su Bull Mountain, dopo che lo sceriffo Clayton Burroughs ha ucciso suo fratello Halford, è solo apparente: ora che la montagna e i suoi sentieri sono privi di padroni, molti altri fuorilegge attendono il momento giu- sto per prendere il controllo dei traffici di marijuana, whiskey e anfetamina, da decenni nelle mani dei Burroughs. Clayton, però, non si è ancora ripreso dalle ferite provocate dallo scontro a fuoco con l’agente federale Simon Holly, e non ha la forza di reagire. Nemmeno l’amata moglie Kate o il piccolo Eben riescono a scuoterlo dalla depressione. La lotta per il possesso di Bull Mountain è appena cominciata, e mette in pericolo la famiglia di Clayton. È Kate a render- sene conto, e a dover combattere con tutta se stessa per salvare la sua casa e la sua terra da un nemico spietato e inarrestabile.
Il nuovo capitolo della saga di Bull Mountain è un romanzo denso, incalzante, dove i personaggi si trovano ad affrontare le conseguenze delle loro scelte e a dover riconoscere, infine, che l’amore per le proprie radici può trasfor- marsi in un oscuro ricatto.
Questo libro è per chi si è preso il pomeriggio libero per sedersi a leggere sotto un albero di magnolia, per chi non si preoccupa di uscire in pigiama a comprare il giornale, per chi si ostina a dare al prossimo l’occasione di sorprenderlo, e per chi ha trovato rifugio in un pensiero di riscatto ed è riuscito a vincere la paura.
Non so voi, ma io sono molto curiosa e dovrò sicuramente sbirciare lo stand di NN Editore a Tempo di Libri: lo trovate al Padiglione 4, Stand D64.
Un bacio a tutte, fanciulle (e fanciulli)!
A presto <3
Oggi scopriamo insieme due novità di Marzo che arrivano sugli scaffali grazie a NN Editore, casa editrice che ha permesso ai lettori italiani di innamorarsi follemente di Kent Haruf e Tom Drury (tra gli altri):
![]() |
| 8 MARZO Brossurato a 18€ |
Con una musica composta di parole, colori, profumi ed emozioni, Sara Baume ci consegna un romanzo sull’amicizia tra un uomo e un cane, un’alleanza che si rinsalda giorno dopo giorno grazie a fiducia e compassione, in un inno ap- passionato alla stupefacente bellezza del mondo.
Questo libro è per chi ama conversare con i personaggi dei suoi libri preferiti, per chi inventa parole strambe giocando a Scarabeo, per chi compone ogni giorno la lista delle cose da fare, e per chi si è liberato i polmoni da una caligine di tristezza e, gambe in spalla, ha deciso di andare a cercare l’odore dell’infinito.
![]() |
| 15 MARZO Brossurato a 19€ |
Il nuovo capitolo della saga di Bull Mountain è un romanzo denso, incalzante, dove i personaggi si trovano ad affrontare le conseguenze delle loro scelte e a dover riconoscere, infine, che l’amore per le proprie radici può trasfor- marsi in un oscuro ricatto.
Questo libro è per chi si è preso il pomeriggio libero per sedersi a leggere sotto un albero di magnolia, per chi non si preoccupa di uscire in pigiama a comprare il giornale, per chi si ostina a dare al prossimo l’occasione di sorprenderlo, e per chi ha trovato rifugio in un pensiero di riscatto ed è riuscito a vincere la paura.
Non so voi, ma io sono molto curiosa e dovrò sicuramente sbirciare lo stand di NN Editore a Tempo di Libri: lo trovate al Padiglione 4, Stand D64.
Un bacio a tutte, fanciulle (e fanciulli)!
A presto <3
giovedì 27 aprile 2017
L'ultimo amore di Van Gogh: intervista a Jean-Micheal Guennasia
Buongiorno a tutte, fanciulle (e fanciulli)!
Oggi sul blog parliamo di Van Gogh, di notti stellate e di amori.
E lo facciamo con Jean-Michel Guennasia, che è tornato in libreria con "Il valzer degli alberi e del cielo", edito Salani (brossurato a 16,90€):
Nella torrida estate del 1890, a Auvers-sur-Oise, un uomo si presenta a casa del dottor Gachet: dall’aspetto, Marguerite, figlia del medico, lo scambia per uno dei tanti braccianti agricoli che lavorano nella zona. L’uomo è Vincent van Gogh, e per Marguerite, che ama dipingere ma si dibatte tra l’insoddisfazione di non riuscire a creare nulla di apprezzabile e una condizione di figlia predestinata a un matrimonio borghese, egli assume, giorno dopo giorno, le fattezze del maestro, del genio, dell’amore. Guardandolo dipingere, la giovane vede ora i paesaggi in cui è cresciuta – le case dai tetti di paglia, le acque del fiume, i fiori, gli alberi, il cielo – con nuovi occhi: la potenza della vera arte si dispiega davanti a lei, mentre la relazione con Vincent si fa sempre più stretta, più pericolosa e infine fatale. Mettendo insieme, come nel Club degli incorreggibili ottimisti, potenza del racconto e verità documentaria, e consegnandoci pagine di vera poesia quando assistiamo insieme a Marguerite alla nascita dei capolavori di van Gogh, Guenassia fa rivivere l’epoca d’oro degli impressionisti e getta una nuova luce sulla tragica fine dell’artista e sui misteri che circondano alcune delle sue opere; e lo fa come sempre da un’angolatura originale, tratteggiando ancora una volta un’indimenticabile figura femminile.
Abbiamo potuto incontrare l'autore nella splendida cornice della Triennale di Milano, per un aperitivo e una chiacchierata che ha visti protagonisti il romanzo, Van Gogh, l'arte... ecco cosa ci ha raccontato!
Cosa cercava - e cosa ha trovato - scrivendo questo libro su Van Gogh?
Quello che mi ha attratto prima di tutto è il mistero di Van Gogh, sulla sua morte e sui tanti falsi quadri suoi che circolano nel mondo: tutto questo è un materiale fantastico per una persona che scrive come me. Poi volevo concentrarmi sull'uomo e cercare di capire chi fosse, non "Van Gogh" ma "Vincent", come del resto lui amava firmare i suoi quadri.
Van Gogh è un personaggio abbastanza criticato e discusso. Si è fatto un'idea personale sull'uomo?
Credo che in realtà sia stato più ammirato che criticato. La sua malattia per lui era qualcosa di secondario: oggi si sa che era bipolare, con dei giorni buoni e dei giorni cattivi. Oltretutto aveva anche smesso di bere, e nel complesso stava molto meglio. Quando è arrivato a Auvers-sur-Oise nel 1890 era un uomo che aveva tantissimi progetti, brulicava di idee e sicuramente non aveva tendenze suicide: aveva in mente di organizzare delle mostre e di ritrovare il suo amico Gaugain, col quale aveva riallacciato i rapporti. Aveva tantissime speranze, che emergono dalla corrispondenza che è stata ritrovata.
La leggenda dell'artista maledetto, suicida perché respinto dalla società, in realtà è del tutto falsa.
In quel momento possiamo dire che tutti erano maledetti, perché Pisarro non vendeva niente, Gauguin era un morto di fame... La teoria del suo suicidio è stata costruita a tavolino.
Però gli è capitato quello che succede spesso con le persone di talento che muoiono giovani, magari che hanno una morte brutale, e che vengono circondate da una sorta di aureola dall'immaginario collettivo: pensiamo a John Kennedy, di cui parliamo ancora tanto perché è morto giovane e in modo violento, oppure ricordiamo Marylin Monroe e non Elizabeth Taylor, perché la prima è scomparsa da giovane e la seconda a ottant'anni. Chi muore giovane ci rimane di più nel cuore. Piangiamo ancora James Dean, anche se ci piacciono Brigitte Bardot o Robert De Niro, che però adesso hanno ottant'anni e non risvegliano le stesse emozioni.
Si dice che Van Gogh fosse bipolare, si è anche ipotizzato che fosse schizofrenico.
Dai suoi studi cosa è venuto fuori?
Non c'era affatto schizofrenia in Van Gogh. Se leggiamo la sua corrispondenza appare come una persona normale. Era bipolare, ma a quell'epoca non si conosceva la patologia e non c'erano medicinali per curarla. Forse era epilettico, ma non schizofrenico. Il suo grande problema era che beveva tantissimo: si ubriacava continuamente con l'assenzio. L'episodio dell'orecchio tagliato, che coinvolge Gauguin, avvenne in un momento in cui entrambi erano ubriachi fradici.
Quando è stato ricoverato nell'ospedale di Saint-Rémy, Vincent ha incontrato un medico che l'ha preso particolarmente a cuore e l'ha convinto a smettere di bere, e da quel momento la sua salute è migliorata tantissimo. Basta leggere le sue lettere per capire che tutto sommato stava bene, e leggendole senza conoscere i suoi problemi precedenti non li si intuisce per nulla.
In più, lavorava tantissimo.
Il personaggio principale del romanzo, comunque, è Marguerite, una giovane donna che a 19 anni, nel 1890, si rivolta contro la condizione di donna, l'obbligo di sposarsi e di non lavorare. Rivendica la sua libertà, s'innamora della pittura e di un uomo.
Mi ha fatto piacere ritrovare questo tema delle donne che cercano l'autonomia, soprattutto come artista, ma la cosa che mi ha intrigato di più è la questione dei falsi.
C'è la verità e c'è la licenza poetica. È sicuro che ci sono molti falsi di pittori famosi, e che pittori meno famosi ricevono denaro per copiarli. Già nel Rinascimento i grandi pittori erano circondati da falsari. Van Gogh è il primo della sua generazione ad aver avuto molto successo. Il prezzo delle sue opere è schizzato in su già nei primi anni del Novecento, e molti di coloro che l'avevano conosciuto hanno iniziato a dipingere dei falsi. Si sa con certezza che molti dei falsi sono usciti dalla casa del dottor Gachet, e che Marguerite e suo fratello hanno fatto una favolosa donazione di 53 tele al Museo degli Impressionisti, quando era ancora al Louvre, e che in questa donazione c'erano otto falsi, cinque di Van Gogh e tre di Cézanne. Lo stesso Gachet aveva regalato alla cognata di Van Gogh, la moglie del fratello Theo, tre falsi che oggi sono al Museo Van Gogh di Amsterdam.
Aveva anche venduto delle tele false a degli americani, che le hanno rivendute al Metropolitan Museum: in tutti i musei c'è qualche quadro falso di Van Gogh.
Oggi disponiamo dei mezzi scientifici che consentono di scoprire, nella maggior parte dei casi, chi ha dipinto quei falsi, e tra loro non c'è Marguerite Gachet. Però mi piaceva l'idea che lei dipingesse per amore i quadri di Vincent che non c'era più, questa è una mia licenza poetica.
Visto che si sa che questi quadri sono falsi, perché sono rimasti nei musei?
Perché in molti casi queste tele sono state contestate da poco, e anche perché a un museo non fa mai piacere dover ritirare un dipinto famosissimo ammettendo che è un falso: ne va del suo prestigio.
Al Museo Van Gogh di Amsterdam hanno ritirato alcuni quadri tre anni fa, senza dire il motivo, ma li hanno fatti comunque sparire. Anche il Museo d'Orsay ha fatto la stessa cosa, ma non ha eliminato il secondo ritratto del dottor Gachet che pare proprio sia falso. Per risalire alla veridicità delle tele di Van Gogh c'è un sistema che passa attraverso le lettere che scriveva al fratello elencandogli i quadri fatti.
Non dobbiamo dimenticare che Vincent era protestante, voleva fare il pastore, era entrato in seminario anche se poi ne era stato cacciato, ma aveva comunque un grande rigore morale e non avrebbe mai fatto nulla d'illegale: era molto scrupoloso. Theo era il suo mercante e lui gli rendeva conto di tutto ciò che faceva. Basta fare la lista dei quadri nominati nelle lettere per averne il conto esatto. Se di alcune tele non c'è traccia nella corrispondenza, vuol dire che sono quantomeno sospette.
Quando poi avrebbe potuto dipingere tutte queste tele che gli vengono attribuite?
Ha passato settanta giorni a Auvers e sembra che abbia dipinto settantacinque o addirittura ottantacinque tele in quel periodo, ma dalla corrispondenza ne risultano solo cinquantotto.
Anche dal punto di vista delle opere, che erano piene di dettagli, non è possibile che sia riuscito a dipingerne così tante. Ufficialmente, però, da tutte le tele presenti nei musei del mondo sembra che ne abbia dipinte settantacinque.
C'è anche un altro aspetto: lui era molto povero, comprava tutto il materiale sempre nello stesso negozio di Montmartre ed era sempre quello più economico, dalla tela ai colori.
Se un dipinto è su una tela di alta qualità e fatto con pigmenti costosi, sicuramente non è suo.
Van Gogh, più che pazzo, sembra in effetti malato del suo lavoro.
Dipinge furiosamente e non ce la fa a smettere di creare, tanto da rifiutarsi di avere una famiglia perché la sua vita è dedicata all'arte.
La pittura è il solo soggetto che l'interessa, la sola cosa di cui parla nelle sue lettere: ne era pazzo, ma si rendeva conto che non avrebbe potuto mantenere una famiglia.
Vede attorno a lui altri pittori che hanno famiglie che non riescono a mantenere: Gauguin aveva abbandonato moglie e cinque figli in Danimarca lasciando loro dei quadri che non valevano nulla, mentre Pizarro aveva ottofigli che quasi morivano di fame.
Lui, con la piccola pensione che gli passava il fratello riusciva a vivere dignitosamente, ma una moglie avrebbe avuto delle necessità che lui non sarebbe riuscito a soddisfare.
La pittura è stata per lui una religione, come se avesse preso i voti, ed era felice così.
Dalle sue ultime lettere non sembra un uomo malato, ma solo ossessionato dalla pittura: è così per tutti i grandi artisti e lui ha raggiunto il suo livello perché lavorava come un forsennato.
Monet è morto a 83 anni e ha dipinto fino a tre giorni prima, e lo stesso ha fatto Renoir, nonostante avesse le mani ormai deformate dall'artrite.
Lei, da scrittore, ha mai sentito questa sensazione così totalizzante?
Sì, anch'io un po' vivo queste sensazioni, perché scrivere ti occupa tantissimo tempo.
Per scrivere "Il club degli incorreggibili ottimisti" ho impiegato sei anni.
C'è un momento in cui capita di perderti nella scrittura.
Adesso però vado un po' più veloce, e per fortuna non ho raggiunto i livelli di follia di Van Gogh.
A un certo punto mi sento quasi intontito: arriva un momento in cui, dopo una giornata di lavoro, non ce la faccio più. Non ci vedo neanche più, e capisco che mi devo fermare.
Come mai ha deciso di interrompere e di arrichire la narrazione inserendo passi di lettere e di articoli dell'epoca?
Mi sono reso conto che non conoscevo abbastanza quell'epoca.
Non mi rendevo conto di quanto fosse violenta e brutale, razzista, antisemita e inverosimilmente misogina. Le donne non avevano alcun diritto, tanto che oggi si dimentica che Van Gogh non poteva nemmeno immaginare che una donna dipingesse. Però citatemi una sola donna pittrice di fama nel XIX secolo: non ce ne sono. In Francia forse ce n'è stata una.
Ce n'erano prima, nel XVII o XVIII secolo, ma non nel XIX secolo.
La società era completamente chiusa: in particolar modo in Francia le donne erano escluse dalle attività professionali. Pensate alle protagoniste dei romanzi di Henry James o alla stessa Madame Bovary, a come dovessero soffrire.
Quando Marguerite vuole dipingere, Van Gogh pensa che sia per distrarsi, non certo per esporre - ma non è lui il misogino, è tutta la società che è così.
Non volendo scrivere un romanzo storico, ho deciso di adottare questa forma degli intercalari per creare un background, in cui il lettore potesse immergersi nel contesto dell'epoca e capire, contestualizzare la storia che stavo raccontando.
Prima ha detto che è difficilissimo scrivere di pittura o di musica: come ha fatto a calarsi nei panni di Van Gogh?
Quando ho iniziato a scrivere questo libro mi sono detto che se non fossi riuscito a raccontare la pittura in modo viscerale non l'avrei scritto.
Ho cercato di esprimere la pittura nel modo più semplice possibile in modo che il lettore sentisse la pittura che stavo cercando di descrivere, facendo leva sul sentimento e su quello che la persona percepisce e non sul modo intellettuale.
Le descrizioni sono fatte con gli occhi di Marguerite, che attraverso l'arte vede il mondo in modo diverso. Questa cosa induce il lettore a guardare Van Gogh con occhi nuovi.
Non avrei potuto raccontare la storia dal punto di vista di Van Gogh. Il narratore è Marguerite, perché lei non vede Van Gogh, ma un uomo che si chiama Vincent. Vi faccio notare che in 276 pagine mai una volta scrivo "Van Gogh" ma sempre e solo "Vincent". Siete voi che lo pensate, io non l'ho mai scritto. Solo nell'ultima pagina, quando lui è già morto, allora lo chiamo così, perché è solo dopo la sua morte che diventa Van Gogh, che diventa l'icona, il personaggio famoso, e non prima.
Noi vediamo attraverso gli occhi di Marguerite e le sue parole. Ho voluto così questa storia perché mi sono sempre chiesto: chissà cos'avranno pensato le persone quando hanno visto per la prima volta un quadro di Van Gogh? Non so come andò in Italia, ma in Francia le prime mostre degli impressionisti furono accolte in modo terribile, con fischi, perché si diceva che non erano pittori e che dipingevano come delle scimmie. Questo è quello che ho cercato di raccontare.
E cos'ha pensato lei la prima volta che ha visto un quadro di Van Gogh?
Non saprei, perché è passato moltissimo tempo. Noi siamo nati con queste bellezze: non siamo mai stati scioccati da una cosa completamente nuova. Una cosa però mi ha intrigato: visito molti musei perché mi piace, in Italia e in Francia. Vado spesso al Museo d'Orsay dove ammiravo i Van Gogh, poi a un certo punto ho scoperto la storia dei quadri falsi. Quando ho rivisto queste tele, pur sapendo che erano false le trovavo comunque splendide, per cui mi sono chiesto: ma perché, chi sto ammirando? Un falsario, eppure è lo stesso un quadro meraviglioso, ad esempio il secondo ritratto del dottor Gachet. So che è falso, ma è comunque bellissimo.
È il nostro rapporto con la pittura che va indagato.
In questo libro il dottor Gachet, considerato da sempre un mecenate e protettore degli impressionisti, appare come una figura piuttosto meschina. Come è avvenuto questo ribaltamento?
Non sono d'accordo. Il dottor Gachet non è poi così cattivo, visto che curava gratis tutti quegli artisti che poi lo pagavano con tele che, allora, non avevano nessun valore. Era un po' radical chic: amava tutto ciò che era avanguardia. Quello che non poteva immaginare era che sua figlia avesse una storia con Van Gogh. Lui ha fatto tutto quello che facevano i padri dell'epoca - che avevano il diritto di correzione, cioè di picchiare mogli, figli e servitù senza incorrere in nessun tipo di sanzione. È la figlia che fa cose che una ragazza di buona famiglia dell'epoca non avrebbe mai pensato di fare.
Il dottor Gachet in definitiva appare cattivo soprattutto agli occhi di Marguerite, perché tutto il romanzo è scritto dal suo punto di vista.
In principio Marguerite appare più che altro come la classica adolescente ribelle, poi cresce e diventa un personaggio più rotondo e si comprendono di più le sue ragioni. Del resto, s'innamora di Vincent proprio perché è Vincent, non perché pensa sia un grande pittore.
Non si può essere pittori accanto a Van Gogh: solo Gauguin lo era, e infatti non andavano molto d'accordo. Una cosa molto bella tra loro era però il sentimento di ammirazione reciproca che li animava. Ognuno pensava che l'altro fosse migliore, ma senza gelosia. Avevano del resto due stili molto diversi, e infatti i seguaci di Gauguin sono stati pochi, mentre Van Gogh ha aperto una via enorme dopo di lui.
Il romanzo si svolge a fine Ottocento, mentre oggi le cose sono molto cambiate. L'arte contemporanea è diversa, le cifre sono esorbitanti. Come sarebbe scrivere un romanzo su un artista contemporaneo?
Per scrivere un libro su Jeff Koons dovrebbe prima di tutto lui essere un artista...
Non sono sensibile all'arte contemporanea perché per me tutto ciò che non mi fa provare emozioni è qualcosa che non mi arriva.
Cosa resterà allora, secondo lei, dell'arte contemporanea?
C'è qualche grande artista, come Basquiat, ce ne sono anzi parecchi, ma l'arte ha sempre avuto un valore monetizzato e monetizzabile, infatti esistono i falsari ed esiste la speculazione.
Pensate a Vermeer, che ora è tra i grandi ma quand'era in vita le sue tele non avevano nessun valore.
In Francia certi pittori hanno avuto valore per un certo periodo, e magari oggi non ne hanno più, per cui non si può ridurre l'arte a un valore monetario.
La cosa importante è guardare un quadro per quello che è e per la gioia che ti fa provare.
Grazie di cuore a Salani e all'autore per questa splendida opportunità di confronto e di arricchimento: "Il valzer degli alberi e del cielo" è un romanzo splendido, davvero imperdibile per gli amanti dell'arte - e non.
Un bacio a tutte, fanciulle (e fanciulli)!
A presto <3
Oggi sul blog parliamo di Van Gogh, di notti stellate e di amori.
E lo facciamo con Jean-Michel Guennasia, che è tornato in libreria con "Il valzer degli alberi e del cielo", edito Salani (brossurato a 16,90€):
Nella torrida estate del 1890, a Auvers-sur-Oise, un uomo si presenta a casa del dottor Gachet: dall’aspetto, Marguerite, figlia del medico, lo scambia per uno dei tanti braccianti agricoli che lavorano nella zona. L’uomo è Vincent van Gogh, e per Marguerite, che ama dipingere ma si dibatte tra l’insoddisfazione di non riuscire a creare nulla di apprezzabile e una condizione di figlia predestinata a un matrimonio borghese, egli assume, giorno dopo giorno, le fattezze del maestro, del genio, dell’amore. Guardandolo dipingere, la giovane vede ora i paesaggi in cui è cresciuta – le case dai tetti di paglia, le acque del fiume, i fiori, gli alberi, il cielo – con nuovi occhi: la potenza della vera arte si dispiega davanti a lei, mentre la relazione con Vincent si fa sempre più stretta, più pericolosa e infine fatale. Mettendo insieme, come nel Club degli incorreggibili ottimisti, potenza del racconto e verità documentaria, e consegnandoci pagine di vera poesia quando assistiamo insieme a Marguerite alla nascita dei capolavori di van Gogh, Guenassia fa rivivere l’epoca d’oro degli impressionisti e getta una nuova luce sulla tragica fine dell’artista e sui misteri che circondano alcune delle sue opere; e lo fa come sempre da un’angolatura originale, tratteggiando ancora una volta un’indimenticabile figura femminile.
Abbiamo potuto incontrare l'autore nella splendida cornice della Triennale di Milano, per un aperitivo e una chiacchierata che ha visti protagonisti il romanzo, Van Gogh, l'arte... ecco cosa ci ha raccontato!
Cosa cercava - e cosa ha trovato - scrivendo questo libro su Van Gogh?
Quello che mi ha attratto prima di tutto è il mistero di Van Gogh, sulla sua morte e sui tanti falsi quadri suoi che circolano nel mondo: tutto questo è un materiale fantastico per una persona che scrive come me. Poi volevo concentrarmi sull'uomo e cercare di capire chi fosse, non "Van Gogh" ma "Vincent", come del resto lui amava firmare i suoi quadri.
Van Gogh è un personaggio abbastanza criticato e discusso. Si è fatto un'idea personale sull'uomo?
Credo che in realtà sia stato più ammirato che criticato. La sua malattia per lui era qualcosa di secondario: oggi si sa che era bipolare, con dei giorni buoni e dei giorni cattivi. Oltretutto aveva anche smesso di bere, e nel complesso stava molto meglio. Quando è arrivato a Auvers-sur-Oise nel 1890 era un uomo che aveva tantissimi progetti, brulicava di idee e sicuramente non aveva tendenze suicide: aveva in mente di organizzare delle mostre e di ritrovare il suo amico Gaugain, col quale aveva riallacciato i rapporti. Aveva tantissime speranze, che emergono dalla corrispondenza che è stata ritrovata.
La leggenda dell'artista maledetto, suicida perché respinto dalla società, in realtà è del tutto falsa.
In quel momento possiamo dire che tutti erano maledetti, perché Pisarro non vendeva niente, Gauguin era un morto di fame... La teoria del suo suicidio è stata costruita a tavolino.
Però gli è capitato quello che succede spesso con le persone di talento che muoiono giovani, magari che hanno una morte brutale, e che vengono circondate da una sorta di aureola dall'immaginario collettivo: pensiamo a John Kennedy, di cui parliamo ancora tanto perché è morto giovane e in modo violento, oppure ricordiamo Marylin Monroe e non Elizabeth Taylor, perché la prima è scomparsa da giovane e la seconda a ottant'anni. Chi muore giovane ci rimane di più nel cuore. Piangiamo ancora James Dean, anche se ci piacciono Brigitte Bardot o Robert De Niro, che però adesso hanno ottant'anni e non risvegliano le stesse emozioni.
Si dice che Van Gogh fosse bipolare, si è anche ipotizzato che fosse schizofrenico.
Dai suoi studi cosa è venuto fuori?
Non c'era affatto schizofrenia in Van Gogh. Se leggiamo la sua corrispondenza appare come una persona normale. Era bipolare, ma a quell'epoca non si conosceva la patologia e non c'erano medicinali per curarla. Forse era epilettico, ma non schizofrenico. Il suo grande problema era che beveva tantissimo: si ubriacava continuamente con l'assenzio. L'episodio dell'orecchio tagliato, che coinvolge Gauguin, avvenne in un momento in cui entrambi erano ubriachi fradici.
Quando è stato ricoverato nell'ospedale di Saint-Rémy, Vincent ha incontrato un medico che l'ha preso particolarmente a cuore e l'ha convinto a smettere di bere, e da quel momento la sua salute è migliorata tantissimo. Basta leggere le sue lettere per capire che tutto sommato stava bene, e leggendole senza conoscere i suoi problemi precedenti non li si intuisce per nulla.
In più, lavorava tantissimo.
Il personaggio principale del romanzo, comunque, è Marguerite, una giovane donna che a 19 anni, nel 1890, si rivolta contro la condizione di donna, l'obbligo di sposarsi e di non lavorare. Rivendica la sua libertà, s'innamora della pittura e di un uomo.
Mi ha fatto piacere ritrovare questo tema delle donne che cercano l'autonomia, soprattutto come artista, ma la cosa che mi ha intrigato di più è la questione dei falsi.
C'è la verità e c'è la licenza poetica. È sicuro che ci sono molti falsi di pittori famosi, e che pittori meno famosi ricevono denaro per copiarli. Già nel Rinascimento i grandi pittori erano circondati da falsari. Van Gogh è il primo della sua generazione ad aver avuto molto successo. Il prezzo delle sue opere è schizzato in su già nei primi anni del Novecento, e molti di coloro che l'avevano conosciuto hanno iniziato a dipingere dei falsi. Si sa con certezza che molti dei falsi sono usciti dalla casa del dottor Gachet, e che Marguerite e suo fratello hanno fatto una favolosa donazione di 53 tele al Museo degli Impressionisti, quando era ancora al Louvre, e che in questa donazione c'erano otto falsi, cinque di Van Gogh e tre di Cézanne. Lo stesso Gachet aveva regalato alla cognata di Van Gogh, la moglie del fratello Theo, tre falsi che oggi sono al Museo Van Gogh di Amsterdam.
Aveva anche venduto delle tele false a degli americani, che le hanno rivendute al Metropolitan Museum: in tutti i musei c'è qualche quadro falso di Van Gogh.
Oggi disponiamo dei mezzi scientifici che consentono di scoprire, nella maggior parte dei casi, chi ha dipinto quei falsi, e tra loro non c'è Marguerite Gachet. Però mi piaceva l'idea che lei dipingesse per amore i quadri di Vincent che non c'era più, questa è una mia licenza poetica.
Visto che si sa che questi quadri sono falsi, perché sono rimasti nei musei?
Perché in molti casi queste tele sono state contestate da poco, e anche perché a un museo non fa mai piacere dover ritirare un dipinto famosissimo ammettendo che è un falso: ne va del suo prestigio.
Al Museo Van Gogh di Amsterdam hanno ritirato alcuni quadri tre anni fa, senza dire il motivo, ma li hanno fatti comunque sparire. Anche il Museo d'Orsay ha fatto la stessa cosa, ma non ha eliminato il secondo ritratto del dottor Gachet che pare proprio sia falso. Per risalire alla veridicità delle tele di Van Gogh c'è un sistema che passa attraverso le lettere che scriveva al fratello elencandogli i quadri fatti.
Non dobbiamo dimenticare che Vincent era protestante, voleva fare il pastore, era entrato in seminario anche se poi ne era stato cacciato, ma aveva comunque un grande rigore morale e non avrebbe mai fatto nulla d'illegale: era molto scrupoloso. Theo era il suo mercante e lui gli rendeva conto di tutto ciò che faceva. Basta fare la lista dei quadri nominati nelle lettere per averne il conto esatto. Se di alcune tele non c'è traccia nella corrispondenza, vuol dire che sono quantomeno sospette.
Quando poi avrebbe potuto dipingere tutte queste tele che gli vengono attribuite?
Ha passato settanta giorni a Auvers e sembra che abbia dipinto settantacinque o addirittura ottantacinque tele in quel periodo, ma dalla corrispondenza ne risultano solo cinquantotto.
Anche dal punto di vista delle opere, che erano piene di dettagli, non è possibile che sia riuscito a dipingerne così tante. Ufficialmente, però, da tutte le tele presenti nei musei del mondo sembra che ne abbia dipinte settantacinque.
C'è anche un altro aspetto: lui era molto povero, comprava tutto il materiale sempre nello stesso negozio di Montmartre ed era sempre quello più economico, dalla tela ai colori.
Se un dipinto è su una tela di alta qualità e fatto con pigmenti costosi, sicuramente non è suo.
Van Gogh, più che pazzo, sembra in effetti malato del suo lavoro.
Dipinge furiosamente e non ce la fa a smettere di creare, tanto da rifiutarsi di avere una famiglia perché la sua vita è dedicata all'arte.
La pittura è il solo soggetto che l'interessa, la sola cosa di cui parla nelle sue lettere: ne era pazzo, ma si rendeva conto che non avrebbe potuto mantenere una famiglia.
Vede attorno a lui altri pittori che hanno famiglie che non riescono a mantenere: Gauguin aveva abbandonato moglie e cinque figli in Danimarca lasciando loro dei quadri che non valevano nulla, mentre Pizarro aveva ottofigli che quasi morivano di fame.
Lui, con la piccola pensione che gli passava il fratello riusciva a vivere dignitosamente, ma una moglie avrebbe avuto delle necessità che lui non sarebbe riuscito a soddisfare.
La pittura è stata per lui una religione, come se avesse preso i voti, ed era felice così.
Dalle sue ultime lettere non sembra un uomo malato, ma solo ossessionato dalla pittura: è così per tutti i grandi artisti e lui ha raggiunto il suo livello perché lavorava come un forsennato.
Monet è morto a 83 anni e ha dipinto fino a tre giorni prima, e lo stesso ha fatto Renoir, nonostante avesse le mani ormai deformate dall'artrite.
Lei, da scrittore, ha mai sentito questa sensazione così totalizzante?
Sì, anch'io un po' vivo queste sensazioni, perché scrivere ti occupa tantissimo tempo.
Per scrivere "Il club degli incorreggibili ottimisti" ho impiegato sei anni.
C'è un momento in cui capita di perderti nella scrittura.
Adesso però vado un po' più veloce, e per fortuna non ho raggiunto i livelli di follia di Van Gogh.
A un certo punto mi sento quasi intontito: arriva un momento in cui, dopo una giornata di lavoro, non ce la faccio più. Non ci vedo neanche più, e capisco che mi devo fermare.
Come mai ha deciso di interrompere e di arrichire la narrazione inserendo passi di lettere e di articoli dell'epoca?
Mi sono reso conto che non conoscevo abbastanza quell'epoca.
Non mi rendevo conto di quanto fosse violenta e brutale, razzista, antisemita e inverosimilmente misogina. Le donne non avevano alcun diritto, tanto che oggi si dimentica che Van Gogh non poteva nemmeno immaginare che una donna dipingesse. Però citatemi una sola donna pittrice di fama nel XIX secolo: non ce ne sono. In Francia forse ce n'è stata una.
Ce n'erano prima, nel XVII o XVIII secolo, ma non nel XIX secolo.
La società era completamente chiusa: in particolar modo in Francia le donne erano escluse dalle attività professionali. Pensate alle protagoniste dei romanzi di Henry James o alla stessa Madame Bovary, a come dovessero soffrire.
Quando Marguerite vuole dipingere, Van Gogh pensa che sia per distrarsi, non certo per esporre - ma non è lui il misogino, è tutta la società che è così.
Non volendo scrivere un romanzo storico, ho deciso di adottare questa forma degli intercalari per creare un background, in cui il lettore potesse immergersi nel contesto dell'epoca e capire, contestualizzare la storia che stavo raccontando.
Prima ha detto che è difficilissimo scrivere di pittura o di musica: come ha fatto a calarsi nei panni di Van Gogh?
Quando ho iniziato a scrivere questo libro mi sono detto che se non fossi riuscito a raccontare la pittura in modo viscerale non l'avrei scritto.
Ho cercato di esprimere la pittura nel modo più semplice possibile in modo che il lettore sentisse la pittura che stavo cercando di descrivere, facendo leva sul sentimento e su quello che la persona percepisce e non sul modo intellettuale.
Le descrizioni sono fatte con gli occhi di Marguerite, che attraverso l'arte vede il mondo in modo diverso. Questa cosa induce il lettore a guardare Van Gogh con occhi nuovi.
Non avrei potuto raccontare la storia dal punto di vista di Van Gogh. Il narratore è Marguerite, perché lei non vede Van Gogh, ma un uomo che si chiama Vincent. Vi faccio notare che in 276 pagine mai una volta scrivo "Van Gogh" ma sempre e solo "Vincent". Siete voi che lo pensate, io non l'ho mai scritto. Solo nell'ultima pagina, quando lui è già morto, allora lo chiamo così, perché è solo dopo la sua morte che diventa Van Gogh, che diventa l'icona, il personaggio famoso, e non prima.
Noi vediamo attraverso gli occhi di Marguerite e le sue parole. Ho voluto così questa storia perché mi sono sempre chiesto: chissà cos'avranno pensato le persone quando hanno visto per la prima volta un quadro di Van Gogh? Non so come andò in Italia, ma in Francia le prime mostre degli impressionisti furono accolte in modo terribile, con fischi, perché si diceva che non erano pittori e che dipingevano come delle scimmie. Questo è quello che ho cercato di raccontare.
E cos'ha pensato lei la prima volta che ha visto un quadro di Van Gogh?
Non saprei, perché è passato moltissimo tempo. Noi siamo nati con queste bellezze: non siamo mai stati scioccati da una cosa completamente nuova. Una cosa però mi ha intrigato: visito molti musei perché mi piace, in Italia e in Francia. Vado spesso al Museo d'Orsay dove ammiravo i Van Gogh, poi a un certo punto ho scoperto la storia dei quadri falsi. Quando ho rivisto queste tele, pur sapendo che erano false le trovavo comunque splendide, per cui mi sono chiesto: ma perché, chi sto ammirando? Un falsario, eppure è lo stesso un quadro meraviglioso, ad esempio il secondo ritratto del dottor Gachet. So che è falso, ma è comunque bellissimo.
È il nostro rapporto con la pittura che va indagato.
In questo libro il dottor Gachet, considerato da sempre un mecenate e protettore degli impressionisti, appare come una figura piuttosto meschina. Come è avvenuto questo ribaltamento?
Non sono d'accordo. Il dottor Gachet non è poi così cattivo, visto che curava gratis tutti quegli artisti che poi lo pagavano con tele che, allora, non avevano nessun valore. Era un po' radical chic: amava tutto ciò che era avanguardia. Quello che non poteva immaginare era che sua figlia avesse una storia con Van Gogh. Lui ha fatto tutto quello che facevano i padri dell'epoca - che avevano il diritto di correzione, cioè di picchiare mogli, figli e servitù senza incorrere in nessun tipo di sanzione. È la figlia che fa cose che una ragazza di buona famiglia dell'epoca non avrebbe mai pensato di fare.
Il dottor Gachet in definitiva appare cattivo soprattutto agli occhi di Marguerite, perché tutto il romanzo è scritto dal suo punto di vista.
In principio Marguerite appare più che altro come la classica adolescente ribelle, poi cresce e diventa un personaggio più rotondo e si comprendono di più le sue ragioni. Del resto, s'innamora di Vincent proprio perché è Vincent, non perché pensa sia un grande pittore.
Non si può essere pittori accanto a Van Gogh: solo Gauguin lo era, e infatti non andavano molto d'accordo. Una cosa molto bella tra loro era però il sentimento di ammirazione reciproca che li animava. Ognuno pensava che l'altro fosse migliore, ma senza gelosia. Avevano del resto due stili molto diversi, e infatti i seguaci di Gauguin sono stati pochi, mentre Van Gogh ha aperto una via enorme dopo di lui.
Il romanzo si svolge a fine Ottocento, mentre oggi le cose sono molto cambiate. L'arte contemporanea è diversa, le cifre sono esorbitanti. Come sarebbe scrivere un romanzo su un artista contemporaneo?
Per scrivere un libro su Jeff Koons dovrebbe prima di tutto lui essere un artista...
Non sono sensibile all'arte contemporanea perché per me tutto ciò che non mi fa provare emozioni è qualcosa che non mi arriva.
Cosa resterà allora, secondo lei, dell'arte contemporanea?
C'è qualche grande artista, come Basquiat, ce ne sono anzi parecchi, ma l'arte ha sempre avuto un valore monetizzato e monetizzabile, infatti esistono i falsari ed esiste la speculazione.
Pensate a Vermeer, che ora è tra i grandi ma quand'era in vita le sue tele non avevano nessun valore.
In Francia certi pittori hanno avuto valore per un certo periodo, e magari oggi non ne hanno più, per cui non si può ridurre l'arte a un valore monetario.
La cosa importante è guardare un quadro per quello che è e per la gioia che ti fa provare.
Grazie di cuore a Salani e all'autore per questa splendida opportunità di confronto e di arricchimento: "Il valzer degli alberi e del cielo" è un romanzo splendido, davvero imperdibile per gli amanti dell'arte - e non.
Un bacio a tutte, fanciulle (e fanciulli)!
A presto <3
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mercoledì 26 aprile 2017
Anna sta scriv... mentendo: intervista a Federico Baccomo
Buongiorno a tutte, fanciulle (e fanciulli)!
Oggi ospito sul blog un autore che resta forse tra i più poliedrici sul panorama italiano: Federico Baccomo, che torna in libreria con "Anna sta mentendo", edito Giunti (rilegato a 17€):
Riccardo Merisio è tornato a sorridere. Un nuovo lavoro e una nuova ragazza hanno cancellato le ombre di un periodo difficile. Ma una sera, mentre sta chattando con Anna, la collega con cui ha da poco intrecciato una relazione, un insolito annuncio invade lo schermo del suo telefonino. Si tratta dell’invito a scaricare un’applicazione dal curioso nome di WhatsTrue. Anzi, più che un invito pare un obbligo, visto che ogni tentativo di impedirne il download si rivela inutile. Da questo momento iniziano ad accadere strane cose: sempre più spesso, i messaggi di Anna sono accompagnati da una scritta sinistra: «Anna sta mentendo...». Uno scherzo, una trovata pubblicitaria, o un sistema effettivamente in grado di svelare le bugie dell’interlocutore? Ogni giorno più turbato e diffidente, Riccardo finisce per cedere al fascino della misteriosa app che comincia a impossessarsi dei suoi pensieri e ad amplificare le sue paranoie, trascinandolo in un gioco psicologico di tensione crescente in cui cadono i confini tra verità e menzogna, tra realtà e fantasia.
Con grande intelligenza e lucidità, Federico Baccomo mette in scena il racconto sfrenato di un mondo inquietante e seducente in cui si riflettono le complessità della mente umana e dove ogni uomo è insieme impostore e ingannato.
Un romanzo eccitante e ipnotico, di eccezionale originalità.
Un romanzo dalla premessa intrigante, e Federico Baccomo per me è sempre una garanzia: in occasione di Tempo di Libri, siamo riusciti a improvvisare un'intervista davanti allo stand Giunti ed ecco cosa mi ha raccontato!
Nel tuo romanzo troviamo un'app di nome WhatsTrue - il riferimento a WhatsApp è chiaro - che forse servirebbe a tutti noi, che ci mette di fronte a quella che forse è una delle nostre più grandi paure di oggi: cosa c'è di vero e cosa c'è di falso dietro a ciò che leggiamo e condividiamo sul web.
Da dove è nata questa idea, e quali considerazioni ti senti di fare sulla rete e sulle sue bugie?
Tutto è nato da un'intuizione semplicissima, che mi ha colto nel momento in cui aspettavo una risposta a un mio messaggio e notavo il costante "sta scrivendo... sta scrivendo... sta scrivendo...", per poi ricevere un messaggio che era palesemente una bugia.
Ho pensato che se un'app potesse dire "sta mentendo" invece di "sta scrivendo", avremmo di fronte qualcosa di molto potente. Di sicuro era potente come spunto narrativo: non sapevo cosa sarebbe successo nel libro.
Mi è sembrato di toccare un tema molto attuale perchè oggi, come dici tu, la comunicazione massima è davvero un concentrato di bugie, da quelle potenzialmente pericolose - le bufale, le fake news - a quelle più innocenti, come il calcetto o la zia in visita usati per evitare un'uscita serale indesiderata.
Se qualcuno inventasse un modo per smascherarle tutte, credo che andrebbe a rotoli il mondo.
In fondo, se ci pensi, noi diamo sempre una connotazione negativa alla bugia, ma forse le persone più insopportabili sono quelle che ti dicono «ah, io dico sempre la verità!» perchè da loro arrivano brutte sorprese.
Mi piaceva l'idea di giocare su questo rapporto tra realtà e finzione, tra menzogna e verità, ed è nato questa sorta di thriller psicologico che mi sembra un labirinto sia per il protagonista che per il lettore.
Il tuo libro mi ha fatta riflettere molto, perchè mi sono detta: quante persone ho conosciuto attraverso i social network, e di quante di loro conosco per certo l'identità reale?
In fondo, quelle che non ho mai incontrato nella vita reale, potrebbero essere chiunque.
Se ci pensi, ci sono chat erotiche gestite da irreprensibili signore di cinquant'anni che fingono di essere ragazzine di ventitrè.
Soprattutto, questo schermo che ci divide dagli altri ci dà la possibilità di essere quello che non siamo, e lì si crea un'ambiguità di fondo che è difficile da spazzare via ma anche affascinante da analizzare. perchè in fondo la domanda è: tu sei quello che sei, o quello che vorresti far passare agli altri?
Se Alexandre Dumas ai suoi tempi poteva parlare di complotti, Napoleone o altro, noi abbiamo i social network e una nuova società di cui raccontare.
Questo "Anna sta mentendo... Anna sta mentendo..." diventa il canto della sirena per il lettore, perchè fin dalla sua prima apparizione ci si chiede chi sia davvero, perchè stia mentendo, cosa stia nascondendo.
Questo funziona perchè gli altri sono sempre un'incognita.
Ci sono coppie che stanno insieme da vent'anni, e dopo aver scoperto un piccolo segreto dell'altra persona iniziano a chiedersi «ma con chi sono stato fino ad adesso?» e rimettono in discussione tutto.
È bellissimo quello che dici tu del canto della sirena, perchè se ci pensi le sirene sono le menzognere per eccellenza, ma chi cercano di ingannare?
Il menzognero per eccellenza, Ulisse: un uomo che ha fatto della bugia e dell'inganno il suo marchio di fabbrica. Paradossalmente, lui ha inventato questo grande inganno che era il cavallo di Troia, ma per assurdo era talmente bugiardo da non averlo inventato veramente lui.
È stato un altro marinaio ad avere l'idea, e Ulisse se n'è appropriato.
È giusto che incontri, come suo più grande nemico, altre creature bugiarde.
Questo scontro costante tra bugiardi e menzogneri, nei romanzi come nella vita, ci fa capire che in fondo siamo tutti così: tutti auguriamo un buongiorno a qualcuno che odiamo, e tutti diciamo a qualcuno in difficoltà che andrà tutto bene anche se non lo sappiamo.
È solo quando ci troviamo di fronte a quel «sta mentendo» che siamo costretti a mettere tutto in discussione.
A volte con le persone che non sopportiamo siamo più gentili, addirittura.
Che è paradossale, ma è assolutamente vero.
Forse l'esagerazione ci aiuta a mascherare meglio i nostri reali pensieri.
Ci fu un ragazzo che fece l'esperimento di essere sincero al 100% su Facebook per un giorno.
Perse qualcosa come 300 amici, a causa delle sue crtiche e dei suoi commenti che, per quanto onesti, esprimevano una verità che nessuno voleva sentire sul serio.
A questo proposito, il tuo romanzo mi ha fatto pensare anche a un movimento che sta prendendo piede in America, chiamato Radical Candor, secondo il quale dovremmo essere sempre totalmente sinceri, con chiunque e riguardo a qualsiasi aspetto della vita.
Alcuni giornalisti lo stanno mettendo alla prova, e uno ha raccontato nel suo articolo che nel giro di un mese per poco non divorziava.
È proprio questo il punto. Se noi fossimo totalmente sinceri, rovineremmo tanti di quei rapporti...
La bugia non merita di essere considerata una cosa esclusivamente negativa, anzi.
Arrivando all'estremo, pensiamo ad Anna Frank: se i proprietari dell'appartamento segreto nel quale era nascosta l'avessero denunciata?
Sarebbe stato un atto di onestà totale, ma sarebbe anche stata un'azione corretta?
L'idea che la verità sia sempre positiva, che è un'idea cattolica ma anche illuminista, andrebbe rivista, e soprattutto bisognerebbe liberare la verità e la bugia da quell'accezione morale che cerca di renderle giuste o sbagliate in senso assoluto.
Quello che importa è invece indagare il motivo per il quale si mente: se lo si fa per tradire la propria moglie, è chiaro che si tratta di un atto egoista, ma se lo si fa per difendere valori più alti come quello della libertà e della dignità, allora la menzogna acquista tutto un altro senso.
Il tuo non è solo un romanzo: riesci a scrivere un'opera di narrativa dai toni e dalle atmosfere tipiche del thriller, in cui il protagonista da questo innocuo autodownload di un'app si trova coinvolto in una storia sconvolgente che mai avrebbe potuto immaginare.
Pensando ai tuoi lavori precedenti, come ad esempio "Studio illegale" o "Woody", è impossibile non chiederti come si fa a spaziare così tanto tra i generi e a padroneggiare così bene tecniche ed espedienti narrativi così diversi.
Si fa con fatica e con disciplina, soprattutto con curiosità.
Un libro mi impiega, in totale, tra l'anno e mezzo e i due anni, e ogni volta che giungo alla fine penso che probabilmente potrei scriverne un altro sulla stessa linea senza troppa difficoltà.
Avrei potuto scrivere un altro "Studio illegale", e quando ho finito "Woody" (romanzo splendidamente illustrato con protagonista e voce narrante un cane, ndr) avevo già in mente di scrivere un altro libro con protagonista un gatto.
La prospettiva di ripetermi, però, mi annoiava: scegliere atmosfere diverse, una scrittura diversa e personaggi differenti mi permetteva di svegliarmi e dirmi «dai, oggi torno al computer e mi impegno in questa nuova sfida!»
Serve disciplina, come dicevo, insieme alla curiosità, e soprattutto non deve mancare la voglia di divertirsi, che è quella che deve avere anche un lettore quando sceglie letture diverse.
Io leggo volentieri romanzi di fantascienza, ma anche quelli più emotivi, per poi passare all'horror di Stephen King e ai lavori di Elsa Morante, che è una scrittrice che amo e nessuno potrebbe mai dirlo, leggendo i miei romanzi.
Cosa speri che trasmetta il tuo romanzo ai lettori?
Mi piacerebbe, innanzitutto, che un lettore si divertisse leggendolo.
Poi vorrei che, una volta arrivato all'ultima pagina, guardasse il mondo da una prospettiva leggermente diversa, cominciando a chiedersi più spesso cosa siano la verità e la menzogna e a interrogarsi sulle persone che ha di fronte, sempre dal punto di vista dell'empatia che spero si sviluppi con il personaggio del romanzo.
Questo perchè conoscere vite diverse porta a comprenderle, e conoscere rende molto più difficile odiare. Puoi giudicare, però conoscere anche il peggiore criminale rende possibile capirlo. Non giustificarlo e anzi, continuare a condannarlo, ma capirlo.
Un libro offre sempre questa possibilità: stando a casa, puoi vivere anche un'avventura che mai nella vita ti capiterebbe e che invece ti fa sentire, una volta conclusa, arricchito.
Come quando torni da un lungo viaggio.
Ringrazio moltissimo Giunti e Federico Baccomo per la possibilità di leggere "Anna sta mentendo" e di parlarne per voi con l'autore: "Anna sta mentendo" è consigliatissimo, anche se poi probabilmente guarderete con sospetto ogni "sta scrivendo..." per almeno una settimana XD
Un bacio a tutte, fanciulle (e fanciulli)!
A presto <3
Oggi ospito sul blog un autore che resta forse tra i più poliedrici sul panorama italiano: Federico Baccomo, che torna in libreria con "Anna sta mentendo", edito Giunti (rilegato a 17€):
Riccardo Merisio è tornato a sorridere. Un nuovo lavoro e una nuova ragazza hanno cancellato le ombre di un periodo difficile. Ma una sera, mentre sta chattando con Anna, la collega con cui ha da poco intrecciato una relazione, un insolito annuncio invade lo schermo del suo telefonino. Si tratta dell’invito a scaricare un’applicazione dal curioso nome di WhatsTrue. Anzi, più che un invito pare un obbligo, visto che ogni tentativo di impedirne il download si rivela inutile. Da questo momento iniziano ad accadere strane cose: sempre più spesso, i messaggi di Anna sono accompagnati da una scritta sinistra: «Anna sta mentendo...». Uno scherzo, una trovata pubblicitaria, o un sistema effettivamente in grado di svelare le bugie dell’interlocutore? Ogni giorno più turbato e diffidente, Riccardo finisce per cedere al fascino della misteriosa app che comincia a impossessarsi dei suoi pensieri e ad amplificare le sue paranoie, trascinandolo in un gioco psicologico di tensione crescente in cui cadono i confini tra verità e menzogna, tra realtà e fantasia.
Con grande intelligenza e lucidità, Federico Baccomo mette in scena il racconto sfrenato di un mondo inquietante e seducente in cui si riflettono le complessità della mente umana e dove ogni uomo è insieme impostore e ingannato.
Un romanzo eccitante e ipnotico, di eccezionale originalità.
Un romanzo dalla premessa intrigante, e Federico Baccomo per me è sempre una garanzia: in occasione di Tempo di Libri, siamo riusciti a improvvisare un'intervista davanti allo stand Giunti ed ecco cosa mi ha raccontato!
Nel tuo romanzo troviamo un'app di nome WhatsTrue - il riferimento a WhatsApp è chiaro - che forse servirebbe a tutti noi, che ci mette di fronte a quella che forse è una delle nostre più grandi paure di oggi: cosa c'è di vero e cosa c'è di falso dietro a ciò che leggiamo e condividiamo sul web.
Da dove è nata questa idea, e quali considerazioni ti senti di fare sulla rete e sulle sue bugie?
Tutto è nato da un'intuizione semplicissima, che mi ha colto nel momento in cui aspettavo una risposta a un mio messaggio e notavo il costante "sta scrivendo... sta scrivendo... sta scrivendo...", per poi ricevere un messaggio che era palesemente una bugia.
Ho pensato che se un'app potesse dire "sta mentendo" invece di "sta scrivendo", avremmo di fronte qualcosa di molto potente. Di sicuro era potente come spunto narrativo: non sapevo cosa sarebbe successo nel libro.
Mi è sembrato di toccare un tema molto attuale perchè oggi, come dici tu, la comunicazione massima è davvero un concentrato di bugie, da quelle potenzialmente pericolose - le bufale, le fake news - a quelle più innocenti, come il calcetto o la zia in visita usati per evitare un'uscita serale indesiderata.
Se qualcuno inventasse un modo per smascherarle tutte, credo che andrebbe a rotoli il mondo.
In fondo, se ci pensi, noi diamo sempre una connotazione negativa alla bugia, ma forse le persone più insopportabili sono quelle che ti dicono «ah, io dico sempre la verità!» perchè da loro arrivano brutte sorprese.
Mi piaceva l'idea di giocare su questo rapporto tra realtà e finzione, tra menzogna e verità, ed è nato questa sorta di thriller psicologico che mi sembra un labirinto sia per il protagonista che per il lettore.
Il tuo libro mi ha fatta riflettere molto, perchè mi sono detta: quante persone ho conosciuto attraverso i social network, e di quante di loro conosco per certo l'identità reale?
In fondo, quelle che non ho mai incontrato nella vita reale, potrebbero essere chiunque.
Se ci pensi, ci sono chat erotiche gestite da irreprensibili signore di cinquant'anni che fingono di essere ragazzine di ventitrè.
Soprattutto, questo schermo che ci divide dagli altri ci dà la possibilità di essere quello che non siamo, e lì si crea un'ambiguità di fondo che è difficile da spazzare via ma anche affascinante da analizzare. perchè in fondo la domanda è: tu sei quello che sei, o quello che vorresti far passare agli altri?
Se Alexandre Dumas ai suoi tempi poteva parlare di complotti, Napoleone o altro, noi abbiamo i social network e una nuova società di cui raccontare.
Questo "Anna sta mentendo... Anna sta mentendo..." diventa il canto della sirena per il lettore, perchè fin dalla sua prima apparizione ci si chiede chi sia davvero, perchè stia mentendo, cosa stia nascondendo.
Questo funziona perchè gli altri sono sempre un'incognita.
Ci sono coppie che stanno insieme da vent'anni, e dopo aver scoperto un piccolo segreto dell'altra persona iniziano a chiedersi «ma con chi sono stato fino ad adesso?» e rimettono in discussione tutto.
È bellissimo quello che dici tu del canto della sirena, perchè se ci pensi le sirene sono le menzognere per eccellenza, ma chi cercano di ingannare?
Il menzognero per eccellenza, Ulisse: un uomo che ha fatto della bugia e dell'inganno il suo marchio di fabbrica. Paradossalmente, lui ha inventato questo grande inganno che era il cavallo di Troia, ma per assurdo era talmente bugiardo da non averlo inventato veramente lui.
È stato un altro marinaio ad avere l'idea, e Ulisse se n'è appropriato.
È giusto che incontri, come suo più grande nemico, altre creature bugiarde.
Questo scontro costante tra bugiardi e menzogneri, nei romanzi come nella vita, ci fa capire che in fondo siamo tutti così: tutti auguriamo un buongiorno a qualcuno che odiamo, e tutti diciamo a qualcuno in difficoltà che andrà tutto bene anche se non lo sappiamo.
È solo quando ci troviamo di fronte a quel «sta mentendo» che siamo costretti a mettere tutto in discussione.
A volte con le persone che non sopportiamo siamo più gentili, addirittura.
Che è paradossale, ma è assolutamente vero.
Forse l'esagerazione ci aiuta a mascherare meglio i nostri reali pensieri.
Ci fu un ragazzo che fece l'esperimento di essere sincero al 100% su Facebook per un giorno.
Perse qualcosa come 300 amici, a causa delle sue crtiche e dei suoi commenti che, per quanto onesti, esprimevano una verità che nessuno voleva sentire sul serio.
A questo proposito, il tuo romanzo mi ha fatto pensare anche a un movimento che sta prendendo piede in America, chiamato Radical Candor, secondo il quale dovremmo essere sempre totalmente sinceri, con chiunque e riguardo a qualsiasi aspetto della vita.
Alcuni giornalisti lo stanno mettendo alla prova, e uno ha raccontato nel suo articolo che nel giro di un mese per poco non divorziava.
È proprio questo il punto. Se noi fossimo totalmente sinceri, rovineremmo tanti di quei rapporti...
La bugia non merita di essere considerata una cosa esclusivamente negativa, anzi.
Arrivando all'estremo, pensiamo ad Anna Frank: se i proprietari dell'appartamento segreto nel quale era nascosta l'avessero denunciata?
Sarebbe stato un atto di onestà totale, ma sarebbe anche stata un'azione corretta?
L'idea che la verità sia sempre positiva, che è un'idea cattolica ma anche illuminista, andrebbe rivista, e soprattutto bisognerebbe liberare la verità e la bugia da quell'accezione morale che cerca di renderle giuste o sbagliate in senso assoluto.
Quello che importa è invece indagare il motivo per il quale si mente: se lo si fa per tradire la propria moglie, è chiaro che si tratta di un atto egoista, ma se lo si fa per difendere valori più alti come quello della libertà e della dignità, allora la menzogna acquista tutto un altro senso.
Il tuo non è solo un romanzo: riesci a scrivere un'opera di narrativa dai toni e dalle atmosfere tipiche del thriller, in cui il protagonista da questo innocuo autodownload di un'app si trova coinvolto in una storia sconvolgente che mai avrebbe potuto immaginare.
Pensando ai tuoi lavori precedenti, come ad esempio "Studio illegale" o "Woody", è impossibile non chiederti come si fa a spaziare così tanto tra i generi e a padroneggiare così bene tecniche ed espedienti narrativi così diversi.
Si fa con fatica e con disciplina, soprattutto con curiosità.
Un libro mi impiega, in totale, tra l'anno e mezzo e i due anni, e ogni volta che giungo alla fine penso che probabilmente potrei scriverne un altro sulla stessa linea senza troppa difficoltà.
Avrei potuto scrivere un altro "Studio illegale", e quando ho finito "Woody" (romanzo splendidamente illustrato con protagonista e voce narrante un cane, ndr) avevo già in mente di scrivere un altro libro con protagonista un gatto.
La prospettiva di ripetermi, però, mi annoiava: scegliere atmosfere diverse, una scrittura diversa e personaggi differenti mi permetteva di svegliarmi e dirmi «dai, oggi torno al computer e mi impegno in questa nuova sfida!»
Serve disciplina, come dicevo, insieme alla curiosità, e soprattutto non deve mancare la voglia di divertirsi, che è quella che deve avere anche un lettore quando sceglie letture diverse.
Io leggo volentieri romanzi di fantascienza, ma anche quelli più emotivi, per poi passare all'horror di Stephen King e ai lavori di Elsa Morante, che è una scrittrice che amo e nessuno potrebbe mai dirlo, leggendo i miei romanzi.
Cosa speri che trasmetta il tuo romanzo ai lettori?
Mi piacerebbe, innanzitutto, che un lettore si divertisse leggendolo.
Poi vorrei che, una volta arrivato all'ultima pagina, guardasse il mondo da una prospettiva leggermente diversa, cominciando a chiedersi più spesso cosa siano la verità e la menzogna e a interrogarsi sulle persone che ha di fronte, sempre dal punto di vista dell'empatia che spero si sviluppi con il personaggio del romanzo.
Questo perchè conoscere vite diverse porta a comprenderle, e conoscere rende molto più difficile odiare. Puoi giudicare, però conoscere anche il peggiore criminale rende possibile capirlo. Non giustificarlo e anzi, continuare a condannarlo, ma capirlo.
Un libro offre sempre questa possibilità: stando a casa, puoi vivere anche un'avventura che mai nella vita ti capiterebbe e che invece ti fa sentire, una volta conclusa, arricchito.
Come quando torni da un lungo viaggio.
Ringrazio moltissimo Giunti e Federico Baccomo per la possibilità di leggere "Anna sta mentendo" e di parlarne per voi con l'autore: "Anna sta mentendo" è consigliatissimo, anche se poi probabilmente guarderete con sospetto ogni "sta scrivendo..." per almeno una settimana XD
Un bacio a tutte, fanciulle (e fanciulli)!
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sabato 22 aprile 2017
Curare, e curarsi, con i libri: intervista a Michaël Uras
Buongiorno a tutte, fanciulle (e fanciulli)!
Oggi il blog ha un ospite molto speciale, che in Italia abbiamo potuto conoscere proprio questo mese grazie al suo "Le parole degli altri", edito Nord (rilegato a 16,90€): Michaël Uras!
Per tutti arriva il momento di scegliere cosa fare nella vita. Ed è arrivato anche per Alex. Lui, però, ha avuto un’idea geniale: perché non mettere a frutto la sua smisurata passione per i libri e il suo intuito nel saper leggere il cuore delle persone? Così si è inventato un mestiere: il biblioterapeuta. Invece di medicine, Alex dispensa ai suoi pazienti precisi consigli di lettura e li accompagna nella scoperta del potere salvifico delle parole: Aspettando Godot per chi ha troppo da fare, Il giovane Holden per chi ha paura di ribellarsi, l'Odissea per ritrovare il proprio posto nel mondo... E, grazie a quei consigli, le persone stanno meglio: sta meglio Yann, il ragazzo innamorato che non riesce a dichiararsi; sta meglio Anthony, il calciatore travolto dal successo, e sta meglio Robert, l'uomo d'affari che ha smarrito se stesso. Tutto sembra andare per il meglio, finché Alex non si rende conto che, in realtà, anche nella sua vita c’è qualcosa che non va. Pure lui deve riuscire a cambiare, a «guarire». Ma, si sa, consigliare gli altri è semplice, mentre risolvere i propri problemi può essere un’impresa impossibile. Soprattutto quando non si ha idea da quale libro cominciare...
Vi avevo proposto la recensione entusiasta del romanzo qui, e ho colto al volo l'occasione di incontrare l'autore e fargli qualche domanda su Alex, sulla scrittura e sulla lettura: ecco cosa mi ha raccontato!
Partiamo subito dal tuo protagonista, Alex, perchè il primo tema che il suo personaggio ci permette di affrontare è quello della diffusione della letteratura e dei suoi personaggi, tema che credo ti tocchi da vicino come insegnante. Quanto della tua esperienza personale c'è nel libro, per quanto riguarda questo tema?
Il rapporto così stretto e appassionato con la letteratura è ciò che condivido con Alex: insegno letteratura, quindi con quest'ultima ho un rapporto privilegiato ormai da parecchi anni.
Ciò che ci separa è invece il fatto che io non sono più così ossessionato dai libri da diversi anni: Alex è invaso dalla sua follia per i libri, ed è questo a impedirgli di vivere una vita piena.
Aggiungo che Alex può essere così invaso e pervaso dalla letteratura perchè è solo: io non sono solo, sono sposato e ho due figlie, e credo che se osassi farmi prendere così la mano sarei velocemente riportato alla realtà.
Conosciamo Alex in un momento molto delicato, subito dopo la fine della sua relazione sentimentale più importante, e grazie alle sue riflessioni e ai flashback abbiamo modo di scoprirne l'infanzia e l'adolescenza, e capendo cosa lo abbia portato ad attaccarsi così morbosamente alle parole altrui - forse anche per paura di dover tirare le sue.
Per questo ti chiedo: quanto sono importanti le parole che gli altri ci dicono quando siamo bambini, quanto ci restano dentro e quanto ci indirizzano verso quali altre parole ricercare?
Nel caso di Alex, quelle dei genitori (che non sono belle parole) sono determinanti.
Sicuramente le parole che ci vengono rivolte da bambini sono le prime "parole degli altri" che registriamo, e quindi sono determinanti.
Alex è una persona che si costruisce in opposizione con la madre, universitaria che considera la letteratura un oggetto di studio scientifico. Per lui la letteratura è qualcosa che può tranquillizzare le persone, e arrivare a toccarle nel loro intimo più profondo.
Per questo la sua evoluzione avviene in netta opposizione alla madre, ed era questo il personaggio che volevo raccontare.
Aggiungo che in questa opposizione tra madre e figlio c'è la letteratura, che diventa oggetto di potere tra i due.
Una curiosità personale: tanti libri, tanti autori, ma tutti rigorosamente classici. Come mai?
Mera preferenza personale, o deformazione professionale?
È vero, i classici sono protagonisti nel mio romanzo.
I classici hanno ormai provato di funzionare, attraversando i secoli: il loro principio attivo è forte, fortissimo. Pensiamo a Moliere, o a Racine: possiamo ancora ancora apprezzarli e comprenderli perchè ci comunicano la nascita dell'essere umano.
I romanzi contemporanei sono troppo vicino a noi: lasciamo loro il tempo di vivere e, forse, anche di morire.
Al centro del romanzo non ci sono solo i libri, ma anche la peculiare professione di Alex.
Citi un'università americana in cui esiste un vero e proprio corso di studi in Biblioterapia, ma è così anche in Europa? È una forma di terapia riconosciuta?
Sì, negli Stati Uniti esiste una formazione universitaria per diventare biblioterapeuti, mentre in Francia si tratta di corsi tenuti da una biblioterapeuta molto conosciuta, Régine Detambel.
Tutto questo per dire che la biblioterapia esiste e da molto tempo: è un mestiere che esiste da secoli, anche se forse non veniva definito in questo modo. Basta guardare ai lavori di Montaigne e Montesquieu.
Non si può non chiedertelo: qual è il "tuo" libro terapeutico, quello che ti fa stare bene?
Per me è sicuramente "La ricerca del tempo perduto" di Marcel Proust. È il "mio" libro essenziale, che ho riletto e continuo a rileggere.
In realtà rileggo tutta l'opera di Marcel Proust, incluse le poesie.
Il mio interesse nei cofnronti di questo autore nasce dal fatto che secondo me è arrivato al cuore dell'essere umano, a penetrarne i pensieri, e anche dopo tanto tempo riesce ancora a a toccarci e a commuoverci tutti. E questo nonostante vivesse in quasi totale reclusione.
Come le sorelle Bronte, del resto.
Esattamente, o anche Emily Dickinson, che vissuto reclusa in una casa piccolissima.
Marcel Proust, in uno dei suoi testi di gioventù, ha parlato di Noè e ha raccontato che da bambino era profondamente triste per questo personaggio pensando ai suoi 40 giorni chiuso nell'arca.
Poi ha capito che forse Noè non aveva mai visto così chiaramente il mondo come quando era rinchiuso all'interno dell'arca. È solo estraniandosi dal mondo che si riesce a percepirlo nel profondo e ad analizzarlo. Certo, non bisogna esagerare come fa Alex!
Grazie di cuore a Nord e a Michaël Uras per la disponibilità e per l'interessante chiacchierata!
Il romanzo è consigliatissimo a tutti i lettori, agli amanti di libri sui libri (come la sottoscritta) e ai fan della letteratura francese, perchè adoreranno l'atmosfera di "Le parole degli altri".
Un bacio a tutte, fanciulle (e fanciulli)!
A presto <3
Oggi il blog ha un ospite molto speciale, che in Italia abbiamo potuto conoscere proprio questo mese grazie al suo "Le parole degli altri", edito Nord (rilegato a 16,90€): Michaël Uras!
Per tutti arriva il momento di scegliere cosa fare nella vita. Ed è arrivato anche per Alex. Lui, però, ha avuto un’idea geniale: perché non mettere a frutto la sua smisurata passione per i libri e il suo intuito nel saper leggere il cuore delle persone? Così si è inventato un mestiere: il biblioterapeuta. Invece di medicine, Alex dispensa ai suoi pazienti precisi consigli di lettura e li accompagna nella scoperta del potere salvifico delle parole: Aspettando Godot per chi ha troppo da fare, Il giovane Holden per chi ha paura di ribellarsi, l'Odissea per ritrovare il proprio posto nel mondo... E, grazie a quei consigli, le persone stanno meglio: sta meglio Yann, il ragazzo innamorato che non riesce a dichiararsi; sta meglio Anthony, il calciatore travolto dal successo, e sta meglio Robert, l'uomo d'affari che ha smarrito se stesso. Tutto sembra andare per il meglio, finché Alex non si rende conto che, in realtà, anche nella sua vita c’è qualcosa che non va. Pure lui deve riuscire a cambiare, a «guarire». Ma, si sa, consigliare gli altri è semplice, mentre risolvere i propri problemi può essere un’impresa impossibile. Soprattutto quando non si ha idea da quale libro cominciare...
Vi avevo proposto la recensione entusiasta del romanzo qui, e ho colto al volo l'occasione di incontrare l'autore e fargli qualche domanda su Alex, sulla scrittura e sulla lettura: ecco cosa mi ha raccontato!
Partiamo subito dal tuo protagonista, Alex, perchè il primo tema che il suo personaggio ci permette di affrontare è quello della diffusione della letteratura e dei suoi personaggi, tema che credo ti tocchi da vicino come insegnante. Quanto della tua esperienza personale c'è nel libro, per quanto riguarda questo tema?
Il rapporto così stretto e appassionato con la letteratura è ciò che condivido con Alex: insegno letteratura, quindi con quest'ultima ho un rapporto privilegiato ormai da parecchi anni.
Ciò che ci separa è invece il fatto che io non sono più così ossessionato dai libri da diversi anni: Alex è invaso dalla sua follia per i libri, ed è questo a impedirgli di vivere una vita piena.
Aggiungo che Alex può essere così invaso e pervaso dalla letteratura perchè è solo: io non sono solo, sono sposato e ho due figlie, e credo che se osassi farmi prendere così la mano sarei velocemente riportato alla realtà.
Conosciamo Alex in un momento molto delicato, subito dopo la fine della sua relazione sentimentale più importante, e grazie alle sue riflessioni e ai flashback abbiamo modo di scoprirne l'infanzia e l'adolescenza, e capendo cosa lo abbia portato ad attaccarsi così morbosamente alle parole altrui - forse anche per paura di dover tirare le sue.
Per questo ti chiedo: quanto sono importanti le parole che gli altri ci dicono quando siamo bambini, quanto ci restano dentro e quanto ci indirizzano verso quali altre parole ricercare?
Nel caso di Alex, quelle dei genitori (che non sono belle parole) sono determinanti.
Sicuramente le parole che ci vengono rivolte da bambini sono le prime "parole degli altri" che registriamo, e quindi sono determinanti.
Alex è una persona che si costruisce in opposizione con la madre, universitaria che considera la letteratura un oggetto di studio scientifico. Per lui la letteratura è qualcosa che può tranquillizzare le persone, e arrivare a toccarle nel loro intimo più profondo.
Per questo la sua evoluzione avviene in netta opposizione alla madre, ed era questo il personaggio che volevo raccontare.
Aggiungo che in questa opposizione tra madre e figlio c'è la letteratura, che diventa oggetto di potere tra i due.
Una curiosità personale: tanti libri, tanti autori, ma tutti rigorosamente classici. Come mai?
Mera preferenza personale, o deformazione professionale?
È vero, i classici sono protagonisti nel mio romanzo.
I classici hanno ormai provato di funzionare, attraversando i secoli: il loro principio attivo è forte, fortissimo. Pensiamo a Moliere, o a Racine: possiamo ancora ancora apprezzarli e comprenderli perchè ci comunicano la nascita dell'essere umano.
I romanzi contemporanei sono troppo vicino a noi: lasciamo loro il tempo di vivere e, forse, anche di morire.
Al centro del romanzo non ci sono solo i libri, ma anche la peculiare professione di Alex.
Citi un'università americana in cui esiste un vero e proprio corso di studi in Biblioterapia, ma è così anche in Europa? È una forma di terapia riconosciuta?
Sì, negli Stati Uniti esiste una formazione universitaria per diventare biblioterapeuti, mentre in Francia si tratta di corsi tenuti da una biblioterapeuta molto conosciuta, Régine Detambel.
Tutto questo per dire che la biblioterapia esiste e da molto tempo: è un mestiere che esiste da secoli, anche se forse non veniva definito in questo modo. Basta guardare ai lavori di Montaigne e Montesquieu.
Non si può non chiedertelo: qual è il "tuo" libro terapeutico, quello che ti fa stare bene?
Per me è sicuramente "La ricerca del tempo perduto" di Marcel Proust. È il "mio" libro essenziale, che ho riletto e continuo a rileggere.
In realtà rileggo tutta l'opera di Marcel Proust, incluse le poesie.
Il mio interesse nei cofnronti di questo autore nasce dal fatto che secondo me è arrivato al cuore dell'essere umano, a penetrarne i pensieri, e anche dopo tanto tempo riesce ancora a a toccarci e a commuoverci tutti. E questo nonostante vivesse in quasi totale reclusione.
Come le sorelle Bronte, del resto.
Esattamente, o anche Emily Dickinson, che vissuto reclusa in una casa piccolissima.
Marcel Proust, in uno dei suoi testi di gioventù, ha parlato di Noè e ha raccontato che da bambino era profondamente triste per questo personaggio pensando ai suoi 40 giorni chiuso nell'arca.
Poi ha capito che forse Noè non aveva mai visto così chiaramente il mondo come quando era rinchiuso all'interno dell'arca. È solo estraniandosi dal mondo che si riesce a percepirlo nel profondo e ad analizzarlo. Certo, non bisogna esagerare come fa Alex!
Grazie di cuore a Nord e a Michaël Uras per la disponibilità e per l'interessante chiacchierata!
Il romanzo è consigliatissimo a tutti i lettori, agli amanti di libri sui libri (come la sottoscritta) e ai fan della letteratura francese, perchè adoreranno l'atmosfera di "Le parole degli altri".
Un bacio a tutte, fanciulle (e fanciulli)!
A presto <3
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giovedì 20 aprile 2017
Uno scarabeo per amico: intervista a M.G. Leonard
Buongiorno a tutte, fanciulle (e fanciulli)!
Oggi il blog ha un'ospite frizzante e divertente, pronta a conquistarvi con la sua simpatia e con il suo romanzo "Il ragazzo degli scarabei", edito De Agostini: M.G. Leonard!
La vita di Darkus fa decisamente schifo. Da quando suo padre è scomparso nel nulla, tutto è andato a rotoli. Darkus si è ritrovato solo, a vivere in una casa che non conosce con uno zio che non sa badare a lui. Come se non bastasse, i vicini sono due tizi a dir poco disgustosi che accumulano montagne di immondizia e di insetti nel cortile. Ed è proprio da lì – precisamente dai pantaloni del signor Humphrey – che Darkus vede spuntare uno scarabeo gigante, il più grande che abbia mai immaginato. Vorrebbe scappare a gambe levate, ma qualcosa lo trattiene: forse gli occhietti simpatici dell’insetto, o forse il desiderio di trovare un amico. Presto Darkus capisce che quella strana creatura è in grado di comunicare con lui, e decide di portarla a casa con sé. Ma un ragazzino può davvero fare amicizia con un insetto? E un insetto può aiutarlo a ritrovare
il padre scomparso? È possibile. Soprattutto se l’unica persona al mondo ad avere notizie del papà di Darkus è Lucretia Cutter, una perfida collezionista di gioielli a forma di scarabeo.
Un romanzo per ragazzi che insegna ad amare qualcosa di piccolo e spesso - possiamo dirlo - non in cima alle comuni preferenze: gli insetti.
Perchè è proprio uno scarabeo il piccolo, grande protagonista di questo romanzo che ha conquistato i lettori inglesi ed è sbarcato in Italia in inverno.
Abbiamo incontrato l'autrice a Tempo di libri, ed ecco cosa ci ha raccontato!
Posso iniziare dicendo che sono terrorizzata dagli insetti, e che quindi la mia prima domanda è. ma perchè proprio uno scarabeo?
Ero spaventata anch'io! Non avevo paura dei topi, per esempio, ma degli insetti, soprattutto dei minuscoli invertebrati... brrrr!
Posti come i giardini delle farfalle per me sono terrificanti: un'amica ha pensato che fosse una buona idea portarmici e mi sono trovata con il cappotto chiuso fino al mento, terrorizzata all'idea che una sola creatura volante mi si posasse addosso.
Capisco la tua posizione! È stata anche la mia per tutta la vita, così com'ero anche spavenatta dalle altezze e credevo che lo sarei stata per tutta la vita.
Ho poi iniziato a scrivere una storia in cui avevo deciso che il"cattivo" - per essere davvero spaventoso - sarebbe stato completamente coperto di insetti e avrebbe vissuto in un posto disgustoso, ma ho realizzato, vergognandomene molto, che avrei dovuto descriverli.
All'inizio pensavo ai ragni, ma ho scoperto che non sono insetti: sono aracnidi.
Lo stesso discorso valeva per i millepiedi: chissà che creature erano!
Ho realizzato di non sapere proprio nulla degli insetti, insomma, e di dovermi informare se non volevo riempire di errori il mio libro e farmi letteralmente ridere dietro da tutti.
Dovevo imparare il più possibile sugli insetti per poterli descrivere al meglio, e una delle creature che dovevo studiare erano gli scarabei.
Ho inserito "scarabeo" su Google - che è come faccio ogni mia ricerca - e ricordo che si è aperta la pagina di Wikipedia in cui ho letto la frase che avrebbe cambiato la mia vita. Diceva che il nome scientifico dello scarabeo è coleottero, ed è dotato di due paia di ali con le quali riesce a volare.
Lì per lì mi sono detta "ma non è vero, gli scarabei non volano! Si limitano a sgattaiolare in giro!", ma poi mi sono convinta che era la mia idea a essere sbagliata.
Non sapevo davvero nulla, nemmeno degli scarabei.
Due lauree, e non sapevo nemmeno cosa fosse uno scarabeo: mi sono sentita molto stupida!
Ho persino messo alla prova le mie amiche, e nemmeno loro sapevano che gli scrabei volassero.
Mi ha fatto riflettere sul fatto che, ehi, se nessuno ne sa nulla, magari non c'è una vera e propria letteratura con gli scarabei come protagonisti. Ed era così!
Ho pensato "ma è fantastico! Ho scoperto qualcosa che non è mai stato fatto! Devo scrivere questo libro!", ma c'erano due problemi: non sapevo niente sugli scarabei, e mi terrorizzavano.
Però devo ammettere che più studiavo e meno mi spaventavano: forse perchè quello che conosciamo ci fa meno paura.
Ho superato l'ultimo scoglio - toccare degli insetti - durante le riprese di un programma dal vivo in cui ero ospite per parlare del mio libro a un pubblico di dieci milioni di ragazzini: il copione prevedeva che toccassi degli insetti, e per farlo ho dovuto lavorare sodo e superare la mia fobia.
Sono riuscita a tenere in mano una tarantola per dieci secondi!
Ora amo gli scarabei al punto da averne alcuni come animali domestici, in un terrario: purtroppo due settimane fa uno di loro è morto. Non vivono molto a lungo, al massimo diciotto mesi ma in media solo tre/quattro.
Credo che proprio per questo il mio romanzo sia così efficace nel parlare ai ragazzi del rapporto con gli insetti: perchè rappresenta anche il mio percorso dalla paura alla conoscenza, e all'apprezzamento.
Non nasci amante degli insetti, ma nemmeno romanziera: eri una produttrice.
Cosa ti ha convinta a dare una svolta simile alla tua carriera?
Non è stata proprio una scelta, perchè io amavo il mio lavoro.
Non avevo però una scelta, in proposito, perchè ormai avevo raggiunto il livello più alto possibile come produttrice. Non potevo più essere promossa, quindi quella posizione era mia fino alla pensione: non è un pensiero stimolante, quello di non poter più crescere.
Quando ho scritto il romanzo non credevo di poter avere successo, soprattutto pensando al fatto che molti dei miei amici scrittori di fatto lavoravano in librerie o come camerieri per mantenersi, dato che con i libri non si diventa facilmente ricchi.
Poi mi è venuta questa idea, ed ero così eccitata mentre ci lavoravo, senza pensare a una possibile pubblicazione. Di sicuro non potevo immaginare un tale successo.
È stato porprio questo successo a portarmi al punto di dover scegliere: tenermi il lavoro sicuro, o buttarmi in questa nuova avventura sapendo di non poter tornare indietro.
Ho potuto prendermi un anno sabbatico, ma al mio ritorno mi sono licenziata, quindi adesso devo per forza riuscire a far funzionare questa cosa della scrittura, perchè ho rinunciato al posto di lavoro migliore che potessi avere: una bella pressione!
Non ho scritto "Il ragazzo degli scarabei" perchè insoddisfatta del mio lavoro o per arricchirmi, ma semplicemente perchè la storia di Darkus mi ha trovata: ora lavorerò sodo perchè tutto vada come deve andare!
Darkus e il suo amico scarabeo si trovano ad affrontare un problema davvero semplice e allo stesso tempo complicato: come comunichi con un animale?
Quanto è stato difficile per te costruire intere scene in cui Darkus dialoga con l'insetto, senza che ci sia un'effettiva risposta?
Per risponderti ti racconto un aneddoto dei miei tempi da produttrice.
In Inghilterra abbiamo avuto un grandissimo successo con una rappresentazione di "War Horse", tratto dal celebre romanzo di Michael Molpurgo - ne hanno anche tratto un film, dopo aver visto la nostra produzione!
Nel romanzo il lettore ha il punto di vista del cavallo, del quale quindi sente i pensieri: in una rappresentazione non riesci a rendere questa cosa, così come non puoi portare un cavallo vero sul palcoscenico. Che fare?
Alla fine abbiamo costruito un enorme cavallo, che richiedeva sei persone per essere manovrato, e la relazione tra il ragazzo e il cavallo si sviluppava tutta grazie all'immaginazione del pubblico: lo vedevi accarezzare il cavallo, che muoveva la testa, e da lì veniva colto l'amore tra i due.
Ho curato questa produzione epr quattro anni, studiando a fondo il linguaggio dei gesti e il potere dell'immaginazione del pubblico, e questo si vede nel mio romanzo: dai movimenti dello scarabeo si capisce ciò che cerca di comunicare a Darkus. È il lettore a cogliere questi gesti, e i bambini sono bravissimi in questo: quando vado nelle scuole lo scarabeo è sempre il personaggio più amato.
Agli adulti interessa Darkus, ma ai bambini piace l'insetto e ne colgono ogni atto gentile.
Alcuni dei comportamenti dello scarabeo mi hanno ricordato quelli dei cani, sai?
Il modo di abbracciare, per esempio.
Non ho cani, ma ho dei gatti: amo gli animali!
E anche in loro si riscontra questo comportamento, in effetti.
Credo che comunque l'unica differenza sia che siamo più portati a dimostrare affetto ai mammiferi piuttosto che agli invertebrati. O agli uccelli: io amo gli uccelli, ma se ne entra uno in casa impazzisco, perchè come faccio a farlo uscire?
Diciamo che tutto sta meglio nel suo giusto ambiente naturale!
Parliamo della tua "cattiva", di Lucretia?
Un personaggio davvero peculiare, scienziata ma anche fashion stylist: com'è nata?
Ha un passato da scienziata, ma il suo business è nella moda.
Ho scelto queste due sfaccettature per il suo personaggio perchè Lucretia ha un grande piano, di cui saprete di più leggendo il secondo libro - centrato su di lei.
Lucretia nutre un profondo interesse scientifico, ma sa di aver bisogno di due cose per raggiungere i suoi scopi: soldi e potere.
In una società capitalista, capisce che il modo migliore per ottenerli è grazie a un business di copertura in un settore redditizio, come quello della moda.
Tutto quel glamour è una facciata.
Mi sono ispirata ad alcuni stilisti, come Alexander McQueen, il cui lavoro ha spesso tratto ispirazione da insetti e altri animali.
Come le sue Armadillo Shoes, acquistate da Lady Gaga?
Esatto, proprio loro! Hai capito di cosa sto parlando!
E poi in letteratura ci sono pochissime "cattive" alle quali è permesso aveve una personalità complessa. Ciò che rende Lucretia la "cattiva" non è la sua intelligenza, o il suo gusto per la moda: è la sua mancanza di empatia o di interesse per il prossimo. Persino per sua figlia.
È una dittatrice, conta solo ciò che brama e poco importa cosa si sacrifica per ottenerlo.
Quando era solo una scienziata era una semplice Lucy Johnson, prima che qualcosa scatenasse la sua rabbia - e sapete bene che non c'è nulla di più temibile di una donna arrabbiata!
Come mai una donna adulta, come antagonista, e non un altro bambino?
Perchè credo che nei miei libri succedano sostanzialmente due cose: i bambini, che hanno la mente aperta e imparano cosa sia il mondo attraverso ciò che li circonda, imparando anche a riconoscere ciò per cui valga la pena lottare, e gli adulti come Lucretia, che hanno già fatto le loro scelte. Poco importa se siano giuste o no.
Se nei prossimi cinquant'anni la situazione climatica degenererà o no dipenderà da ciò che faranno i ragazzi e i bambini di oggi: il futuro è nelle loro mani.
Una curiosità: hai avuto voce in capitolo per quanto riguarda l'aspetto grafico dei tuoi libri - copertine ed illustrazioni all'interno?
Ho il privilegio di poter approvare ogni cosa, e poter dire cosa ne penso, ma non avevo mai sentito parlare di Júlia Sarda - che ha illustrato il primo volume della serie oltre a realizzare le due copertine.
All'inizio avevo proposto tre illustratori che apprezzavo, ma erano impegnati per almeno due anni.
Mi hanno proposto Júlia Sarda, e il suo portfolio era così incredibile da lasciarmi a bocca aperta. Mi ha conquistata subito con la sua edizione spagnola di "Alice nel paese delle meraviglie", e ha fatto un lavoro splendido. Purtroppo ora è troppo famosa, quindi per ils econdo voume ha realizzato solo la copertina, mentre i disegni all'interno sono opera di un altro illustratore che però ne ha mantenuto lo stile dando solo un suo tocco personale.
Ho già potuto vedere la copertina del terzo volume della trilogia, che sarà verde, e l'adoro!
Grazie, grazie, grazie a De Agostini e a M.G. Leonard per questa piacevolissima chiacchierata!
Avete già letto il romanzo? Vi è piaciuto?
Un bacio a tutte, fanciulle (e fanciulli)!
A presto <3
Oggi il blog ha un'ospite frizzante e divertente, pronta a conquistarvi con la sua simpatia e con il suo romanzo "Il ragazzo degli scarabei", edito De Agostini: M.G. Leonard!
La vita di Darkus fa decisamente schifo. Da quando suo padre è scomparso nel nulla, tutto è andato a rotoli. Darkus si è ritrovato solo, a vivere in una casa che non conosce con uno zio che non sa badare a lui. Come se non bastasse, i vicini sono due tizi a dir poco disgustosi che accumulano montagne di immondizia e di insetti nel cortile. Ed è proprio da lì – precisamente dai pantaloni del signor Humphrey – che Darkus vede spuntare uno scarabeo gigante, il più grande che abbia mai immaginato. Vorrebbe scappare a gambe levate, ma qualcosa lo trattiene: forse gli occhietti simpatici dell’insetto, o forse il desiderio di trovare un amico. Presto Darkus capisce che quella strana creatura è in grado di comunicare con lui, e decide di portarla a casa con sé. Ma un ragazzino può davvero fare amicizia con un insetto? E un insetto può aiutarlo a ritrovare
il padre scomparso? È possibile. Soprattutto se l’unica persona al mondo ad avere notizie del papà di Darkus è Lucretia Cutter, una perfida collezionista di gioielli a forma di scarabeo.
Un romanzo per ragazzi che insegna ad amare qualcosa di piccolo e spesso - possiamo dirlo - non in cima alle comuni preferenze: gli insetti.
Perchè è proprio uno scarabeo il piccolo, grande protagonista di questo romanzo che ha conquistato i lettori inglesi ed è sbarcato in Italia in inverno.
Abbiamo incontrato l'autrice a Tempo di libri, ed ecco cosa ci ha raccontato!
Posso iniziare dicendo che sono terrorizzata dagli insetti, e che quindi la mia prima domanda è. ma perchè proprio uno scarabeo?
Ero spaventata anch'io! Non avevo paura dei topi, per esempio, ma degli insetti, soprattutto dei minuscoli invertebrati... brrrr!
Posti come i giardini delle farfalle per me sono terrificanti: un'amica ha pensato che fosse una buona idea portarmici e mi sono trovata con il cappotto chiuso fino al mento, terrorizzata all'idea che una sola creatura volante mi si posasse addosso.
Capisco la tua posizione! È stata anche la mia per tutta la vita, così com'ero anche spavenatta dalle altezze e credevo che lo sarei stata per tutta la vita.
Ho poi iniziato a scrivere una storia in cui avevo deciso che il"cattivo" - per essere davvero spaventoso - sarebbe stato completamente coperto di insetti e avrebbe vissuto in un posto disgustoso, ma ho realizzato, vergognandomene molto, che avrei dovuto descriverli.
All'inizio pensavo ai ragni, ma ho scoperto che non sono insetti: sono aracnidi.
Lo stesso discorso valeva per i millepiedi: chissà che creature erano!
Ho realizzato di non sapere proprio nulla degli insetti, insomma, e di dovermi informare se non volevo riempire di errori il mio libro e farmi letteralmente ridere dietro da tutti.
Dovevo imparare il più possibile sugli insetti per poterli descrivere al meglio, e una delle creature che dovevo studiare erano gli scarabei.
Ho inserito "scarabeo" su Google - che è come faccio ogni mia ricerca - e ricordo che si è aperta la pagina di Wikipedia in cui ho letto la frase che avrebbe cambiato la mia vita. Diceva che il nome scientifico dello scarabeo è coleottero, ed è dotato di due paia di ali con le quali riesce a volare.
Lì per lì mi sono detta "ma non è vero, gli scarabei non volano! Si limitano a sgattaiolare in giro!", ma poi mi sono convinta che era la mia idea a essere sbagliata.
Non sapevo davvero nulla, nemmeno degli scarabei.
Due lauree, e non sapevo nemmeno cosa fosse uno scarabeo: mi sono sentita molto stupida!
Ho persino messo alla prova le mie amiche, e nemmeno loro sapevano che gli scrabei volassero.
Mi ha fatto riflettere sul fatto che, ehi, se nessuno ne sa nulla, magari non c'è una vera e propria letteratura con gli scarabei come protagonisti. Ed era così!
Ho pensato "ma è fantastico! Ho scoperto qualcosa che non è mai stato fatto! Devo scrivere questo libro!", ma c'erano due problemi: non sapevo niente sugli scarabei, e mi terrorizzavano.
Però devo ammettere che più studiavo e meno mi spaventavano: forse perchè quello che conosciamo ci fa meno paura.
Ho superato l'ultimo scoglio - toccare degli insetti - durante le riprese di un programma dal vivo in cui ero ospite per parlare del mio libro a un pubblico di dieci milioni di ragazzini: il copione prevedeva che toccassi degli insetti, e per farlo ho dovuto lavorare sodo e superare la mia fobia.
Sono riuscita a tenere in mano una tarantola per dieci secondi!
Ora amo gli scarabei al punto da averne alcuni come animali domestici, in un terrario: purtroppo due settimane fa uno di loro è morto. Non vivono molto a lungo, al massimo diciotto mesi ma in media solo tre/quattro.
Credo che proprio per questo il mio romanzo sia così efficace nel parlare ai ragazzi del rapporto con gli insetti: perchè rappresenta anche il mio percorso dalla paura alla conoscenza, e all'apprezzamento.
Non nasci amante degli insetti, ma nemmeno romanziera: eri una produttrice.
Cosa ti ha convinta a dare una svolta simile alla tua carriera?
Non è stata proprio una scelta, perchè io amavo il mio lavoro.
Non avevo però una scelta, in proposito, perchè ormai avevo raggiunto il livello più alto possibile come produttrice. Non potevo più essere promossa, quindi quella posizione era mia fino alla pensione: non è un pensiero stimolante, quello di non poter più crescere.
Quando ho scritto il romanzo non credevo di poter avere successo, soprattutto pensando al fatto che molti dei miei amici scrittori di fatto lavoravano in librerie o come camerieri per mantenersi, dato che con i libri non si diventa facilmente ricchi.
Poi mi è venuta questa idea, ed ero così eccitata mentre ci lavoravo, senza pensare a una possibile pubblicazione. Di sicuro non potevo immaginare un tale successo.
È stato porprio questo successo a portarmi al punto di dover scegliere: tenermi il lavoro sicuro, o buttarmi in questa nuova avventura sapendo di non poter tornare indietro.
Ho potuto prendermi un anno sabbatico, ma al mio ritorno mi sono licenziata, quindi adesso devo per forza riuscire a far funzionare questa cosa della scrittura, perchè ho rinunciato al posto di lavoro migliore che potessi avere: una bella pressione!
Non ho scritto "Il ragazzo degli scarabei" perchè insoddisfatta del mio lavoro o per arricchirmi, ma semplicemente perchè la storia di Darkus mi ha trovata: ora lavorerò sodo perchè tutto vada come deve andare!
Darkus e il suo amico scarabeo si trovano ad affrontare un problema davvero semplice e allo stesso tempo complicato: come comunichi con un animale?
Quanto è stato difficile per te costruire intere scene in cui Darkus dialoga con l'insetto, senza che ci sia un'effettiva risposta?
Per risponderti ti racconto un aneddoto dei miei tempi da produttrice.
In Inghilterra abbiamo avuto un grandissimo successo con una rappresentazione di "War Horse", tratto dal celebre romanzo di Michael Molpurgo - ne hanno anche tratto un film, dopo aver visto la nostra produzione!
Nel romanzo il lettore ha il punto di vista del cavallo, del quale quindi sente i pensieri: in una rappresentazione non riesci a rendere questa cosa, così come non puoi portare un cavallo vero sul palcoscenico. Che fare?
Alla fine abbiamo costruito un enorme cavallo, che richiedeva sei persone per essere manovrato, e la relazione tra il ragazzo e il cavallo si sviluppava tutta grazie all'immaginazione del pubblico: lo vedevi accarezzare il cavallo, che muoveva la testa, e da lì veniva colto l'amore tra i due.
Ho curato questa produzione epr quattro anni, studiando a fondo il linguaggio dei gesti e il potere dell'immaginazione del pubblico, e questo si vede nel mio romanzo: dai movimenti dello scarabeo si capisce ciò che cerca di comunicare a Darkus. È il lettore a cogliere questi gesti, e i bambini sono bravissimi in questo: quando vado nelle scuole lo scarabeo è sempre il personaggio più amato.
Agli adulti interessa Darkus, ma ai bambini piace l'insetto e ne colgono ogni atto gentile.
Alcuni dei comportamenti dello scarabeo mi hanno ricordato quelli dei cani, sai?
Il modo di abbracciare, per esempio.
Non ho cani, ma ho dei gatti: amo gli animali!
E anche in loro si riscontra questo comportamento, in effetti.
Credo che comunque l'unica differenza sia che siamo più portati a dimostrare affetto ai mammiferi piuttosto che agli invertebrati. O agli uccelli: io amo gli uccelli, ma se ne entra uno in casa impazzisco, perchè come faccio a farlo uscire?
Diciamo che tutto sta meglio nel suo giusto ambiente naturale!
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| L'autrice ci ha mostrato un video in cui il suo personale scarabeo si muove felice sulla copertina di "Beetle Queen", secondo volume della serie! |
Un personaggio davvero peculiare, scienziata ma anche fashion stylist: com'è nata?
Ha un passato da scienziata, ma il suo business è nella moda.
Ho scelto queste due sfaccettature per il suo personaggio perchè Lucretia ha un grande piano, di cui saprete di più leggendo il secondo libro - centrato su di lei.
Lucretia nutre un profondo interesse scientifico, ma sa di aver bisogno di due cose per raggiungere i suoi scopi: soldi e potere.
In una società capitalista, capisce che il modo migliore per ottenerli è grazie a un business di copertura in un settore redditizio, come quello della moda.
Tutto quel glamour è una facciata.
Mi sono ispirata ad alcuni stilisti, come Alexander McQueen, il cui lavoro ha spesso tratto ispirazione da insetti e altri animali.
Come le sue Armadillo Shoes, acquistate da Lady Gaga?
Esatto, proprio loro! Hai capito di cosa sto parlando!
E poi in letteratura ci sono pochissime "cattive" alle quali è permesso aveve una personalità complessa. Ciò che rende Lucretia la "cattiva" non è la sua intelligenza, o il suo gusto per la moda: è la sua mancanza di empatia o di interesse per il prossimo. Persino per sua figlia.
È una dittatrice, conta solo ciò che brama e poco importa cosa si sacrifica per ottenerlo.
Quando era solo una scienziata era una semplice Lucy Johnson, prima che qualcosa scatenasse la sua rabbia - e sapete bene che non c'è nulla di più temibile di una donna arrabbiata!
Come mai una donna adulta, come antagonista, e non un altro bambino?
Perchè credo che nei miei libri succedano sostanzialmente due cose: i bambini, che hanno la mente aperta e imparano cosa sia il mondo attraverso ciò che li circonda, imparando anche a riconoscere ciò per cui valga la pena lottare, e gli adulti come Lucretia, che hanno già fatto le loro scelte. Poco importa se siano giuste o no.
Se nei prossimi cinquant'anni la situazione climatica degenererà o no dipenderà da ciò che faranno i ragazzi e i bambini di oggi: il futuro è nelle loro mani.
Una curiosità: hai avuto voce in capitolo per quanto riguarda l'aspetto grafico dei tuoi libri - copertine ed illustrazioni all'interno?
Ho il privilegio di poter approvare ogni cosa, e poter dire cosa ne penso, ma non avevo mai sentito parlare di Júlia Sarda - che ha illustrato il primo volume della serie oltre a realizzare le due copertine.
All'inizio avevo proposto tre illustratori che apprezzavo, ma erano impegnati per almeno due anni.
Mi hanno proposto Júlia Sarda, e il suo portfolio era così incredibile da lasciarmi a bocca aperta. Mi ha conquistata subito con la sua edizione spagnola di "Alice nel paese delle meraviglie", e ha fatto un lavoro splendido. Purtroppo ora è troppo famosa, quindi per ils econdo voume ha realizzato solo la copertina, mentre i disegni all'interno sono opera di un altro illustratore che però ne ha mantenuto lo stile dando solo un suo tocco personale.
Ho già potuto vedere la copertina del terzo volume della trilogia, che sarà verde, e l'adoro!
Nel tuo romanzo ogni scarabeo ha un potere speciale, ma qual è il vero potere di ogni personaggio?
Quello di Darkus è il talento nell'osservazione: non formula giudizi affrettati ed è una persona che non si butta a capofitto nelle situazioni. Riflette su ciò che vede, e nel mondo reale più rifletti sulle cose, meglio comprendi la realtà che ti circonda.
Virginia, al contrario, tende a non pensare troppo - ed è il personaggio che mi assomiglia di più.
Si butta capofitto nelle situazioni e le piace concludere in fretta ciò che inizia.
Bertolt è invece molto riflessivo e tranquillo, gli piace meditare prima di agire, anche se poi scopriamo questa sua passione segreta per le esplosioni.
Ha una mente scientifica, ingegneristica e matematica, al contrario di Darkus che è più il tipo di persona che analizza i comportamenti altrui.
Parliamo un po' delle tue letture: quanti altri autori di libri per ragazzi leggi, per documentarti o per svago, e quanto spazio lasci ad altri generi letterari?
Da bambina ho letto moltissimo, ed ero abituata ad andare per autore.
Questo è cambiato quando sono cresciuta, e ho perso per un po' il contatto con la letteratura per l'infanzia. Prendi per esempio Harry potter: non ne avevo nemmeno sentito parlare fino all'uscita del terzo libro (è l'anno in cui la serie diventa celebre grazie alla trasposizione cinematografica, ndr), poi ovviamente ho divorato la serie intera.
Le storie che mi influenzano ancora quando scrivo sono quelle lette tra gli 8 e i 12 anni: poco importa che io abbia letto la trilogia Millennium o "L'amore bugiardo", di quei libri pur avendoli apprezzati faccio fatica a ricordare i nomi dei personaggi.
Leggo moltissima literary fiction, strascico dei miei studi, ma se penso a ciò che ho letto e ha influenzato lo sviluppo della mia personalità risalgo per forza a ciò che ho letto a 10 anni.
Per questo voglio scrivere libri per bambini: amo l'idea di poter influenzare positivamente qualcuno, e gli adulti ormai hanno una personalità sviluppata e un'opinione sulle cose che difficilmente riesci a cambiare.
Forse se volessi guadagnare di più scriverei per adulti, ma volendo trasmettere un messaggio - come ad esempio l'importanza degli insetti - il mio pubblico ideale sono bambini e ragazzi.
Sull'importanza degli insetti sono serissima, e il bello è che da un lato noi nemmeno ci rendiamo conto di quanto ne abbiamo bisogno, dall'altro loro non hanno assolutamente bisogno di noi.
Anzi, noi distruggiamo i loro habitat naturali senza pensarci due volte.
Se ci pensi, c'è chi viaggia fino in Africa per riuscire a vedere gli elefanti prima della loro estinzione: se uno scarabeo fosse grande quanto un elefante, sarebbe un animale molto più rilevante.
Quello che spero è che ogni bambino possa poi andare in giardino, scoprire uno scarabeo, prenderlo in mano e dire «Lo so cosa sei! Sei uno scarabeo, hai due paia di ali, voli!» e realizzare di aver imparato qualcosa divertendosi.
Leggo moltissimi libri per ragazzi ancora adesso, soprattutto quelli degli autori che sono anche amici oltre che colleghi, e ho alcuni "autori del cuore" come David Almond e Philip Pullman.
Ultima domanda: se tu fossi uno scarabeo, quale ti piacerebbe poter essere?
Sicuramente un Rainbow Scarab Beetle, che è la specie a cui appartengono i miei. È la specie che vive più a lungo, e ha una corazza iridescente dalle sfumature di colore incredibile.
Hanno anche gusti particolari: ai miei piace la gelatina di fragole!
Avete già letto il romanzo? Vi è piaciuto?
Un bacio a tutte, fanciulle (e fanciulli)!
A presto <3
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mercoledì 5 aprile 2017
"La migliore delle vite" di David De Juan Marcos
Buongiorno a tutte, fanciulle (e fanciulli)!
La chiacchiera librosa di oggi è dedicata a "La migliore delle vite" di David De Juan Marcos, edito HarperCollins (rilegato a 18€):
È autunno quando Nicolás arriva a Cambridge dalla Spagna, e subito avverte qualcosa di magico e inafferrabile, un legame speciale con una città che è come una tavolozza di vetro e pietra, un arcobaleno velato. Conosce Pierre per caso, una domenica mattina, mentre corre tra alberi artritici avvolti in una nebbia azzurrina. Diventano amici. Ed è proprio Pierre a presentargli Lei, una ragazza danese inquietante e bellissima, circondata da un alone di mistero che ne accresce il fascino e rende quasi impossibile starle lontano. Quello che unisce i tre giovani è un rapporto profondo e superficiale al tempo stesso, fatto di segreti svelati a metà, di speranze condivise e di ferite che tuttavia non tolgono loro l'entusiasmo e la voglia di cambiare il mondo. In un viaggio emozionale ed emozionante tra Cambridge, Roma e Amsterdam, Lei, Nico e Pierre si lasceranno e si ritroveranno, portando alla luce segreti che cambieranno la loro vita e li costringeranno a riflettere su chi sono e chi vogliono essere.
Ho avuto l'immensa fortuna di poter leggere questo romanzo a inizio anno, e morivo dalla voglia di raccontarvelo quindi eccomi qui, senza ulteriore indugio!
David De Juan Marcos racconta ai suoi lettori una storia di amore, amicizia, viaggi attraverso l'Europa, e lo fa seduto su una poltrona accanto al nostro letto.
È questo che si prova leggendo "La migliore delle vite", grazie alla narrazione in seconda persona singolare e alla poesia che pervade la prosa di questo autore tutto da scoprire.
La voce narrante è quella di Nico, che confida al lettore il suo dolore e la sua frustrazione di fronte a una situazione famigliare infelice che non può cambiare: la scomparsa del fratello minore ha sconvolto l'equilibrio della sua famiglia, facendo sì che la madre diventasse una persona assente e persa dentro se stessa e il padre cercasse rifugio nell'alcol.
A volte fuggire è più facile che restare, ed è quello che fa Nico rifugiandosi a Cambridge: lì nessuno lo conosce, e potrà reinventarsi.
Vivere una vita diversa, da riempire di eventi e di avventure, anche solo per trarne conforto in futuro riguardando indietro.
Certo non può immaginare di essere sul punto di vivere un'avventura con la A maiuscola, destinata a portarlo in giro per l'Europa e a cambiarlo per sempre....
L'avventura nella vita di nico ci arriva con le sembianze di una giovane ragazza nordica, bella e tanto affascinante quanto inquietante.
Su di lei sembra aleggiare un'ombra di segreti mai svelati e cose non dette, ed è azzeccato che ci si rivolga (e se ne parli) a lei come, semplicemente, Lei.
Lei che è rimasta incinta e alla quale è stato strappato via il suo bambino, lei che ha provato ad uccidersi ma che non ci è riuscita, realizzando così non solo di essere un fallimento da viva, ma di non essere nemmeno in grado di morire.
Una donna piena di dolore, ma la cui perdita ben si sposa con il vuoto nel cuore di Nico, ed è al suo dolore che Nico sembra aggrapparsi, quasi a volercisi fondere.
Forse per comprendere meglio il proprio, o forse perchè ne è attratto così come lo siamo dai precipizi, o dalle terrazze al trentanovesimo piano.
Ma per Nico, Cambridge significa anche l'incontro con quelli che saranno i suoi due amici: Pierre, e Gennaro - l'italiano che gli affitta la stanza, che incontriamo già all'inizio del romanzo.
Se Lei è tormento e fascino oscuro, Pierre e Gennaro sono l'oasi nel deserto alla quale Nico può dissetarsi. Sono i due stimoli positivi, per lui e per noi.
Cos'hanno in comune i protagonisti del romanzo? Sicuramente il desiderio profondo di vedere il mondo, di viaggiare e di esplorare. Di conoscere l'altro e il diverso.
Sognano di dover affrontare ogni giorno l'incertezza e l'imprevisto, e l'autore prende alla sprovvista anche noi: da un momento all'altro, ecco che la narrazione ci porta da Cambridge a Roma, passando per Amsterdam e per tornare poi a Parigi.
Non voglio raccontarvi troppo della storia, perchè va scoperta, ma se avete amato film come "L'attimo fuggente" e "La dolce vita", o riletto dieci volte romanzi come "Viaggio al termine della notte" di Louis-Ferdinand Céline e "Festa mobile" di Ernest Hemingway, allora non potete non avere una copia di questo libro nella vostra libreria.
La prosa di De Juan Marcos è intelligente e delicata, ma soprattutto ti emoziona nel profondo.
Consigliatissimo: una lettura a cinque stelle.
Un bacio a tutte, fanciulle (e fanciulli)!
A presto <3
La chiacchiera librosa di oggi è dedicata a "La migliore delle vite" di David De Juan Marcos, edito HarperCollins (rilegato a 18€):
È autunno quando Nicolás arriva a Cambridge dalla Spagna, e subito avverte qualcosa di magico e inafferrabile, un legame speciale con una città che è come una tavolozza di vetro e pietra, un arcobaleno velato. Conosce Pierre per caso, una domenica mattina, mentre corre tra alberi artritici avvolti in una nebbia azzurrina. Diventano amici. Ed è proprio Pierre a presentargli Lei, una ragazza danese inquietante e bellissima, circondata da un alone di mistero che ne accresce il fascino e rende quasi impossibile starle lontano. Quello che unisce i tre giovani è un rapporto profondo e superficiale al tempo stesso, fatto di segreti svelati a metà, di speranze condivise e di ferite che tuttavia non tolgono loro l'entusiasmo e la voglia di cambiare il mondo. In un viaggio emozionale ed emozionante tra Cambridge, Roma e Amsterdam, Lei, Nico e Pierre si lasceranno e si ritroveranno, portando alla luce segreti che cambieranno la loro vita e li costringeranno a riflettere su chi sono e chi vogliono essere.
Ho avuto l'immensa fortuna di poter leggere questo romanzo a inizio anno, e morivo dalla voglia di raccontarvelo quindi eccomi qui, senza ulteriore indugio!
David De Juan Marcos racconta ai suoi lettori una storia di amore, amicizia, viaggi attraverso l'Europa, e lo fa seduto su una poltrona accanto al nostro letto.
È questo che si prova leggendo "La migliore delle vite", grazie alla narrazione in seconda persona singolare e alla poesia che pervade la prosa di questo autore tutto da scoprire.
La voce narrante è quella di Nico, che confida al lettore il suo dolore e la sua frustrazione di fronte a una situazione famigliare infelice che non può cambiare: la scomparsa del fratello minore ha sconvolto l'equilibrio della sua famiglia, facendo sì che la madre diventasse una persona assente e persa dentro se stessa e il padre cercasse rifugio nell'alcol.
A volte fuggire è più facile che restare, ed è quello che fa Nico rifugiandosi a Cambridge: lì nessuno lo conosce, e potrà reinventarsi.
Vivere una vita diversa, da riempire di eventi e di avventure, anche solo per trarne conforto in futuro riguardando indietro.
Certo non può immaginare di essere sul punto di vivere un'avventura con la A maiuscola, destinata a portarlo in giro per l'Europa e a cambiarlo per sempre....
L'avventura nella vita di nico ci arriva con le sembianze di una giovane ragazza nordica, bella e tanto affascinante quanto inquietante.
Su di lei sembra aleggiare un'ombra di segreti mai svelati e cose non dette, ed è azzeccato che ci si rivolga (e se ne parli) a lei come, semplicemente, Lei.
Lei che è rimasta incinta e alla quale è stato strappato via il suo bambino, lei che ha provato ad uccidersi ma che non ci è riuscita, realizzando così non solo di essere un fallimento da viva, ma di non essere nemmeno in grado di morire.
Una donna piena di dolore, ma la cui perdita ben si sposa con il vuoto nel cuore di Nico, ed è al suo dolore che Nico sembra aggrapparsi, quasi a volercisi fondere.
Forse per comprendere meglio il proprio, o forse perchè ne è attratto così come lo siamo dai precipizi, o dalle terrazze al trentanovesimo piano.
Ma per Nico, Cambridge significa anche l'incontro con quelli che saranno i suoi due amici: Pierre, e Gennaro - l'italiano che gli affitta la stanza, che incontriamo già all'inizio del romanzo.
Se Lei è tormento e fascino oscuro, Pierre e Gennaro sono l'oasi nel deserto alla quale Nico può dissetarsi. Sono i due stimoli positivi, per lui e per noi.
Cos'hanno in comune i protagonisti del romanzo? Sicuramente il desiderio profondo di vedere il mondo, di viaggiare e di esplorare. Di conoscere l'altro e il diverso.
Sognano di dover affrontare ogni giorno l'incertezza e l'imprevisto, e l'autore prende alla sprovvista anche noi: da un momento all'altro, ecco che la narrazione ci porta da Cambridge a Roma, passando per Amsterdam e per tornare poi a Parigi.
Non voglio raccontarvi troppo della storia, perchè va scoperta, ma se avete amato film come "L'attimo fuggente" e "La dolce vita", o riletto dieci volte romanzi come "Viaggio al termine della notte" di Louis-Ferdinand Céline e "Festa mobile" di Ernest Hemingway, allora non potete non avere una copia di questo libro nella vostra libreria.
La prosa di De Juan Marcos è intelligente e delicata, ma soprattutto ti emoziona nel profondo.
Consigliatissimo: una lettura a cinque stelle.
Un bacio a tutte, fanciulle (e fanciulli)!
A presto <3
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