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mercoledì 23 gennaio 2019

Intervista a Chiara Marchelli su "La memoria della cenere", l'irrequietezza e la scrittura

Chiara Marchelli è per molti l'autrice de Le notti blu (Giulio Perrone Editore), uscito nel 2017 e apprezzato da pubblico e critica, tanto da arrivare nella dozzina del Premio Strega.

L'autrice torna in libreria con La memoria della cenere (NN Editore), e con la storia di Elena, scrittrice capace di leggere le storie sui volti delle persone. Una notte, un aneurisma la colpisce nella sua casa di New York. La donna sopravvive, e insieme a Patrick decide di trasferirsi in Francia, nell'Auvergne, in un paesino ai piedi del vulcano Puy de Lúg: qui, durante la convalescenza, la mente di Elena arde di pensieri, di memorie interrotte, di sentimenti riscoperti, di attese e incertezze, come il magma che ribolle sottoterra, a pochi chilometri da lei. Quando i genitori vengono a trovarla per un breve soggiorno, il loro arrivo coincide con un'improvvisa eruzione del vulcano.
Così, mentre una colonna di fumo, cenere e lava inizia a uscire dalla bocca del Puy de Lúg, i protagonisti si trovano bloccati tra le mura di casa, in un tempo sospeso che sovverte ruoli e sicurezze, paure e desideri.


La prima impressione, leggendo La memoria della cenere, è che sia scritto da una persona molto sicura di sè e della sua scrittura. Visto che in un'intervista ha invece parlato di sè come di una persona irrequieta, la mia domanda è questa: da dove viene in questa vita apparentemente irrequieta la capacità di scrivere storie solide come questa?
Non credo che l'irrequietezza e quella che tu chiami sicurezza della penna non possano stare insieme, perché l'irrequietezza è quella del vivere quotidiano, come uno si sente nel mondo, che posizione pensa di occupare, il luogo in cui decide di restare, se decide di cambiare il posto in cui vivere. Quella che tu chiami sicurezza può essere perfettamente compatibile con un modo di essere di questo tipo, perché là dove forse uno si sente meno robusto, meno radicato, meno concreto, ha bisogno di costruirsi da qualche altra parte in un modo più completo per sé.
In senso generale penso di poterti rispondere così. Per quanto mi riguarda, da un certo punto in avanti ho cercato i luoghi o il luogo che potesse riaccogliermi, darmi radici, identità, un senso di casa. Ho cercato in vari posti, partendo appena possibile, studiando in altre città, spostandomi anche un po' in Italia e poi all'estero. Ma nel frattempo si andava costruendo anche la mia personalità come donna e come scrittrice: credo di avere costruito una coerenza proprio nella scrittura.
Ho cominciato molto presto a scrivere: ho sempre saputo di volerlo fare, anche se non come, perché il come viene facendo, però forse è l'unica parte di me che non è mai stata messa in discussione.
Quindi in questo modo immagino che si sia costruita una certa solidità.
Quanto poi all'avere davvero una buona penna, quello è il lavoro di una vita. Mi sono sempre detta che la mia massima ambizione era quella di diventare la migliore scrittrice che avrei potuto essere, ma dietro c'è un lavoro molto serio. Non si tratta solo di essere ispirati, il lavoro dietro è fondamentale. Ho anche costruito attorno a me un mondo che mi permettesse di avere sempre il tempo e la concentrazione per scrivere: la scrittura sempre al primo posto, e tutto il resto è secondario.
Pensando al concetto di felicità: la sua irrequietezza è condizione indispensabile per essere felice?
Non credo che muoversi sia propedeutico ad essere felici. Credo che la felicità non sia una condizione statica ma un'onda, perché è un'emozione, un sentimento. Una spinta, un'energia.
Invidio molto chi sa stare fermo, chi ha radici solide e non ha nessun bisogno di andarsene dall'altra parte del mondo per stare bene. Ora ho risolto questa cosa, ma ci sono stati dei momenti anni fa in cui per me non era facile partire, anche se essendo irrequieta per me non è stata una scelta.
Penso che ognuno trovi il proprio modo di stare bene nel mondo, da fermo o un movimento.
Non sento la felicità come una condizione precisa, con un inizio e una fine.

Di questo romanzo colpiscono due cose: la descrizione delle sensazioni legate alla malattia della protagonista - da qui la curiosità di sapere come si è documentata per raccontare così bene quest'esperienza - e la scelta di collocare l'eruzione id un vulcano in una zona della Francia  che è sì di origine vulcanica, ma dove non ci sono eruzioni da mille anni.
Per raccontare l'aneurisma ho fatto moltissima ricerca. M'interessava una malattia che colpisse il cervello e la mente, fondamentale per la protagonista che da lì genera il proprio mestiere. Sono partita da Internet, andando a leggere articoli via via sempre più specifici, fino a trovare qualche specialista (in questo caso la neurologa che ringrazio alla fine del libro) che bombardo di domande.
Immagino poi il resto, come fa qualsiasi scrittore che parli di qualcosa che non lo riguardi direttamente. Penso che sia un po' compito dello scrittore il fatto di non parlare solamente di se stesso, ma di entrare in uno stato di ascolto/osservazione/empatia dell'altro fino a diventare un po' l'altro. Si rischia di diventare un po' camaleontici facendo questo mestiere, ma penso che sia fondamentale porsi dentro la vita di un altro: se ci riesco, è un bene.
Sto anche attenta a fare domande precise e giuste a chi magari soffre.
Non ho conosciuto direttamente persone che hanno avuto un aneurisma, ma ho parlato con amiche che hanno avuto parenti che l'hanno subito.
I vulcani francesi sono in effetti in stato di quiescenza.
Volevo inventarmi qualcosa e il vulcano mi è venuto in mente perché mi sembrava forte, perché si accompagnava al processo magmatico, al movimento che sta dentro la protagonista, che da uno stato orizzontale di impotenza torna alla vita in un modo impetuoso, in questo luogo chiuso in cui saltano tutti i rapporti.
Ho avuto un attimo d'incertezza all'inizio, immaginando che inventare un luogo non funzionasse: ne ho parlato con i miei agenti e anche per loro era difficile ambientare una storia in un posto che non esiste, ma per me ormai quel posto esisteva e ho provato a fare questa scommessa.
Fare eruttare un vulcano in una regione vulcanica.
Un amico mi ha detto che ho avuto una tempistica perfetta, perché da quando ho finito il romanzo si sono mossi vulcani ovunque, per cui non è detto che non possa succedere qualcosa persino nell'Auvergne.
Far succedere qualcosa in un luogo che non esiste è una delle invenzioni narrative che possono permettersi gli scrittori.

Ha creato un parallelismo interessante tra aneurisma e vulcano: sono entrambe cose pericolose quando esplodono. Appaiono qui come una duplice immagine dello stesso concetto: un'esplosione che va a coprire tutto quello che c'era prima, e che rende necessario poi andare a vedere cosa resti e come prosegua la vita da quel momento in avanti. Ha lavorato anche su questo, o è venuto dopo?
Il lettore spesso rivela allo scrittore anche quello che lo scrittore non aveva capito di stare facendo.
Sì, tanto che a un certo punto del libro faccio dire a Elena che le è scoppiata la testa mentre il vulcano erutta. C'è questo collegamento che hai visto, ma è venuto dopo.
M'interessava l'idea del magma, tanto che per me in lavorazione "Magma" era il titolo.
Avevo più o meno idea di dove sarebbe finita la storia, però non così precisa.
Certe cose e certi rapporti si delineano solo mentre scrivi. Le due esplosioni hanno iniziato ad assomigliarsi sempre più da un certo punto in avanti: non sono casuali ma all'inizio non avevo pensato a questo rapporto diretto tra le due cose.
Mi piace pensare di scrivere in un modo organico, per cui mettere un vulcano a qualcosa deve servire: serve a riunire queste persone  in una casa e farle parlare, discutere e lottare, ma serve anche  a fare quello che ho fatto anche in Le notti blu, un parallelismo tra la natura e noi.
Se non si era delineato nelle mie intenzioni all'inizio si è poi declinato senz'altro in questo modo.

Anche nel romanzo precedente c'è questo sviscerare le dinamiche familiari, con un'attenzione particolare al concetto stesso di essere figlio.
Sì, soprattutto perché io sono figlia ma non sono madre. Ne Le notti blu il racconto è dal punto di vista del padre, quindi c'è un forte senso di famiglia, di appartenenza, di rapporti padri-figli, madri-figlie. In questo libro è forte l'identità di Elena in quanto figlia, perché quello è , è sempre stata e da un certo momento in poi desidererebbe pure tornare a essere.
Succede di faticare a costruirsi un'identità fuori nel mondo, magari lontano, e poi succedono tante cose e a un certo punto vorresti smettere, fermarti.
È la prima volta che scrivo un romanzo in prima persona da un punto di vista femminile: Elena è una donna, è andata via ma è rimasta in divenire, sta ancora diventando.
È compagna ma non è madre.

Cosa significa per Chiara Marchelli ricominciare?
È una necessità che ha sentito personalmente nella vita?
Continuamente, e per fortuna! Il ricominciare della protagonista non è il mio, perché quello che succede a lei non è successo a me, però credo che ci siano continuamente nella vita di tutti dei bivii per cui prendi una direzione, e nel momento in cui fai una scelta ne escludi un'altra. Forse ogni scelta è una cosa nuova. Anche se provi a restare nel tuo poi arriva la vita a far succedere cose per cui ti tocca ricominciare.
Per quanto mi riguarda, credo di essere in una fase per cui ho voglia di una svolta profonda, di un cambiamento di vita e forse è questo un po' l'aspetto autobiografico del romanzo.
A febbraio saranno vent'anni che vivo a New York, che è la città in cui ho vissuto più a lungo in tutta la mia vita. Non è la prima volta che mi succede, da scrittrice, di anticipare sulla carta quello che vorrei far accadere nella vita. Poi ovviamente drammatizzo, perché mi auguro di non dover cambiare dopo un aneurisma, ma è l'irrequietezza di cui si parlava anche all'inizio: dopo un po' mi annoio e ho bisogno di cambiamenti, magari anche soltanto di stimoli. Per me il nuovo è anche tanto nelle piccole cose, per cui alla fine è difficile che mi annoi veramente. Al di là del macrocosmo della scelta del dove stare e cosa fare, probabilmente adesso ho voglia di fare qualcosa di diverso.

In che modo la ricerca di rinnovamento e di stimoli va di pari passo con un recupero del passato, che poi è una grande ricchezza, non solo dolore e nostalgia?
Penso che la spinta in avanti, ma con un occhio su chi siamo, cosa ci ha formato e come siamo diventati oggi, sia un connubio fondamentale nella costruzione di un'identità rotonda, perché la spinta verso il futuro negando il passato potrebbe essere una fuga. L'occhio soltanto sul passato potrebbe essere un atteggiamento poco sano nei confronti della vita che in ogni caso procede.
In questo libro entrambe le cose sono molto calcate perché si tratta di una persona che ha rischiato di morire, quindi tutto quanto diventa più netto e più importante. Soprattutto se, come nel caso dell'aneurisma, sei costretto a stare fermo in un tempo verticale in cui tu non puoi che scendere dentro di te, e non puoi procedere andando solo avanti. È impossibile fare i conti con se stessi senza ricordare ciò che si è, è semplicemente l'essere vivi.

In questo romanzo c'è spazio anche per delle riflessioni sul ruolo dello scrittore, partendo dal personaggio di Bruno e dal suo dire alla protagonista - parafrasando - che gli scrittori trattano male loro stessi e anche le altre persone, considerandole tutte uguali.
Questo pensiero è nato a monte, o è stato influenzato dal personaggio? È lei ad influenzare i suoi personaggi, o avviene spesso il contrario?
Sono uno di quegli scrittori che vive col filtro della scrittura davanti. Vivo intensamente le emozioni, in modo onesto e sincero, ma penso anche "questo potrei usarlo per una storia" nel senso migliore del termine: usarlo nel senso di trascriverlo, riportarlo, perché quella dopotutto è la mia voce e ho bisogno della penna per esprimerla pienamente.
I personaggi non sono altro che la traduzione in una trama e dentro una storia delle persone, della natura umana. Quello che faccio è osservare e riportare quello che mi ha colpito e che ho voglia di raccontare. Non ci sono distanza, prevaricazione od ordine di apparizione tra me e quello che scrivo: molto spesso c'è una storia  che m'interessa scrivere, ed è lei che comanda.
Però ci sono anche momenti della scrittura in cui voglio esprimere qualcosa che è mio, e lo faccio passare attraverso un personaggio. In questo caso comando io, ma è un'armonia, uno scambio continuo tra me e quello che sta fuori da me: l'osservazione, l'assorbimento dell'altro, l'identificazione. Mi è difficile separare i momenti.
È un modo molto intimo di stare dentro quello che scrivo, anche se non ho allucinazioni e non parlo con i miei personaggi.

Quali sono le sue aspettative nei confronti della critica e del pubblico per questo libro, dopo il grande successo de Le notti blu?
Nessuna. Ho moltissime speranze: spero che piaccia tantissimo e a tutti, ma non ho aspettative.
Scrivo veramente da tanto tempo: il primo romanzo che ho spedito a un editore l'ho finito a diciassette anni e quest'anno ne compio quarantasette. Sono tanti anni  che scrivo e che provo a essere pubblicata. Ho pubblicato il primo romanzo a trent'anni, per poi scriverne altri due ed avere un vuoto di sette anni: molti, per questo, sono convinti che Le notti blu sia il mio primo libro.
In quei sette anni ho ricevuto molti rifiuti, per cui ho acquisito un vivissimo senso del concreto, anche se ovviamente sarei disonesta se dicessi che non m'interessa che il libro vada bene!


La memoria della cenere di Chiara Marchelli (NN Editore) è in libreria dal 24 gennaio, al prezzo di copertina di 18€.

mercoledì 7 marzo 2018

Profumo di novità a Marzo in casa NN Editore!

Buongiorno a tutte, fanciulle (e fanciulli)!
Oggi scopriamo insieme due novità di Marzo che arrivano sugli scaffali grazie a NN Editore, casa editrice che ha permesso ai lettori italiani di innamorarsi follemente di Kent Haruf e Tom Drury (tra gli altri):
8 MARZO
Brossurato a 18€ 
Ray, il protagonista di questo libro, è un uomo di quasi sessant’anni che vive, isolato da tutti, nella casa del padre, in una cittadina sulla costa irlandese. Un giorno, in un moto d’impulso, decide di adottare un cane impaurito, malandato e privo di un occhio. Con il suo nuovo compagno di vita, Ray riesce per la prima volta ad aprirsi, a scardinare la solitudine, in un dialogo serrato dove ripercorre la sua esistenza, dall’infanzia alla scomparsa misteriosa della madre. Quando Unocchio, però, azzanna un altro cane del paese, i due sono costretti alla fuga e si mettono in viaggio alla ri- cerca della libertà e della speranza.
Con una musica composta di parole, colori, profumi ed emozioni, Sara Baume ci consegna un romanzo sull’amicizia tra un uomo e un cane, un’alleanza che si rinsalda giorno dopo giorno grazie a fiducia e compassione, in un inno ap- passionato alla stupefacente bellezza del mondo.

Questo libro è per chi ama conversare con i personaggi dei suoi libri preferiti, per chi inventa parole strambe giocando a Scarabeo, per chi compone ogni giorno la lista delle cose da fare, e per chi si è liberato i polmoni da una caligine di tristezza e, gambe in spalla, ha deciso di andare a cercare l’odore dell’infinito.
15 MARZO
Brossurato a 19€
La pace che regna su Bull Mountain, dopo che lo sceriffo Clayton Burroughs ha ucciso suo fratello Halford, è solo apparente: ora che la montagna e i suoi sentieri sono privi di padroni, molti altri fuorilegge attendono il momento giu- sto per prendere il controllo dei traffici di marijuana, whiskey e anfetamina, da decenni nelle mani dei Burroughs. Clayton, però, non si è ancora ripreso dalle ferite provocate dallo scontro a fuoco con l’agente federale Simon Holly, e non ha la forza di reagire. Nemmeno l’amata moglie Kate o il piccolo Eben riescono a scuoterlo dalla depressione. La lotta per il possesso di Bull Mountain è appena cominciata, e mette in pericolo la famiglia di Clayton. È Kate a render- sene conto, e a dover combattere con tutta se stessa per salvare la sua casa e la sua terra da un nemico spietato e inarrestabile.
Il nuovo capitolo della saga di Bull Mountain è un romanzo denso, incalzante, dove i personaggi si trovano ad affrontare le conseguenze delle loro scelte e a dover riconoscere, infine, che l’amore per le proprie radici può trasfor- marsi in un oscuro ricatto.

Questo libro è per chi si è preso il pomeriggio libero per sedersi a leggere sotto un albero di magnolia, per chi non si preoccupa di uscire in pigiama a comprare il giornale, per chi si ostina a dare al prossimo l’occasione di sorprenderlo, e per chi ha trovato rifugio in un pensiero di riscatto ed è riuscito a vincere la paura.

Non so voi, ma io sono molto curiosa e dovrò sicuramente sbirciare lo stand di NN Editore a Tempo di Libri: lo trovate al Padiglione 4, Stand D64.

Un bacio a tutte, fanciulle (e fanciulli)!
A presto <3

venerdì 10 novembre 2017

Chiacchierata con Tom Drury, su "A caccia nei sogni" e la trilogia di Grouse County

Buongiorno a tutte, fanciulle (e fanciulli)!
Oggi il blog ospita un autore molto speciale: Tom Drury, autore della trilogia di Grouse County edita NN Editore. Il secondo capitolo, "A caccia nei sogni", è in libreria da pochi giorni, e abbiamo potuto incontrare l'autore e scoprire qualcosa di più:
Tom Drury ritorna a Grouse County per raccontare pochi giorni cruciali nella vita della famiglia Darling, in cui tutti cercano di ottenere qualcosa, ma senza sapere come farlo. Charles, ovvero Tiny, vuole un vecchio fucile legato a un ricordo d'infanzia; Joan, sua moglie, è in cerca delle aspirazioni perdute; Lyris, la figlia di Joan, vuole trovare un punto fermo da cui cominciare davvero a crescere; e il piccolo Micah, figlio di Charles e Joan, vuole sfuggire al buio della sua stanza a costo di perdersi nel buio delle strade cittadine, Dalla vastità dei panorami della Fine dei vandalismi, Drury si concentra adesso su un frammento di quel mondo, racchiuso in un unico weekend, in cui gli eventi si dilatano come nei sogni e i protagonisti rivelano tutta la loro umanità, nell'intensità dei desideri e negli sforzi, ora comici ora drammatici, per diventare persone migliori.

In una location accattivante come la libreria Verso, a Milano, Tom Drury ci ha raccontato come sia nata la serie, il suo passato da giornalista, il Midwest e molto altro!

Com'è nato il progetto della trilogia di Grouse County?
Nel 1990 avevo scritto un racconto per il New Yorker. Ero già stato contattato dalla rivista, e avevo mandato diverse cose, ma ricevevo risposte del tipo "sì, è interessante ma cerca di scrivere qualcosa d'altro perché questo non è esattamente quello che stiamo cercando".
In qualche modo questi rifiuti avevano qualcosa di molto incoraggiante, sapevo di avere l'opportunità di pubblicare con loro e così mi sono seduto a scrivere questo racconto intitolato "La fine dei vandalismi" che è stato in effetti il mio primo pezzo pubblicato dal New Yorker.
La direttrice di allora mi aveva poi chiesto di scrivere qualcosa d'altro e io ho domandato "vi dispiacerebbe se io continuassi a scrivere degli stessi personaggi?" Lei mi ha risposto che andava benissimo, perché alla fine avrei avuto un romanzo, ed effettivamente è andata proprio così. Lo stesso meccanismo si è ripetuto con i romanzi successivi, ma nel frattempo ho scritto anche altre cose.
 Da dove prende ispirazione? Quanto c'è di autobiografico nei suoi romanzi?
È come se, tutti insieme, costituissero un'autobiografia in piccoli frammenti. L'immagine che uso per spiegarla è questa: se uno immaginasse di vedere la propria vita dipinta su una serie di pannelli di vetro e poi questi si dovessero frantumare e mescolarsi fra loro, il processo di scrittura della fiction è come guardare questi frantumi per terra, raccoglierne uno, magari quello che trovi più interessante o ti dà maggiore ispirazione, iniziare da lì e poi inserirne un altro, che nella vera vita magari non è stato il momento successivo, e continuare così. La fiction è composta da elementi della tua vita scomposti e ricomposti a formare una nuova narrazione. Il processo di scrittura diventa così una reinvenzione della tua vita trasformandola per dare vita a questi nuovi personaggi. Come comporre un mosaico.

La sua è una letteratura del quotidiano che parla di persone semplici dalle alterne fortune. Lo stile nasce già così piano e solo apparentemente semplice oppure il processo di scrittura passa da uno stile più ricco che viene depurato?
La mia è sempre una riscrittura e l'editing è una parte fondamentale del lavoro. Ci sono delle scene che butto giù, non mi convincono o mi convincono solo in parte e riscrivo da capo. L'idea è di avere una voce che suoni spontanea, ma questo risultato non si ottiene semplicemente descrivendo quello che viene in mente, ma attraverso un processo di riscrittura che porti a uno stile semplice.
È più difficile popolare un intero mondo di personaggi  con le loro storie parallele oppure entrare in profondità in pochi caratteri e concentrarsi su di loro?
Non ricordo di aver pensato "quanto è facile scrivere questo libro". Da un certo punto di vista è stato più difficile, in altri momenti più facile. Era positivo avere una struttura temporale rigida entro cui lavorare. Mi sono divertito molto a scriverlo, ma non direi che sia stato più facile. Non ho impiegato tanto tempo a scriverlo, ma dovendomi concentrare sui monologhi interiori dei personaggi qualche volta mi capitava di avere delle difficioltà . Tutti i libri sono difficili, a modo loro.
"La fine dei vandalismi" era un libro più ottimista che portava in sè una maggiore allegria, mentre questo è un romanzo più dark e notturno, con molte scene ambientate nei boschi o nelle città deserte, con scenari che hanno un alone di mistero e in qualche modo di  pericolo.
Volevo mettere in scena la precarietà della vita di Tiny e Joan e dei figli, mostrare quanto fossero più vicini alla separazioe e alla distruzione di quanto non fossero stati Dan e Louise alla fine di "La fine dei vandalismi". Da un punto di vista emotivo ero molto vicino ai personaggi, e mi preoccupavo per loro.

Perché i sogni hanno così tanta importanza in questo libro?
Credo che i sogni abbiano una particolare importanza per i personaggi. Spesso consideriamo i sogni dei momenti in cui la mente vaga senza una particolare significato, ma io credo che in realtà abbiano un significato. L'ambientazione notturna, poi, ricorda il mondo onirico e fa scivolare i personaggi in modo fluido dalla realtà ai loro sogni. Per me sono importanti, e mi è piaciuto scriverne e raccontarli stando attento a non eccedere con la simbologia, mantenendo un senso casuale per cui a volte un sogno potrebbe avere significato, ma anche no.

Questo libro mi è sembrato  un invito alla lentezza, a prendersi del tempo per entrare nei dettagli di queste storie e questo, da lettore, mi è piaciuto molto. Ma da scrittore qual è il fascino di raccontare queste persone semplici?
Io sono cresciuto in un luogo molto simile a quello che racconto nel romanzo. Le persone che descrivo le ho viste, e c'è una parte di me che corrisponde a questo universo, anche se io me ne sono andato via per frequentare l'università e poi non ci ho più vissuto, se non per quattro mesi nel 2014.
Ho ricordi molto vivi di quel periodo, della mia infanzia, perché sono le cose  che si ricordano per più tempo e sono forse le più importanti, anche se spesso non sai esattamente perché te le ricordi.
Il fatto stesso che l'inconscio li faccia riaffiorare li rende dei ricordi importanti. E poi nella scrittura confluisce l'esperienza di tutti gli altri luoghi in cui ho vissuto, dalla Florida all'Europa.
Nel romanzo si è immersi in un clima di familiarità, tipico della contea, dove si respira una forte coesione.
I personaggi avvertono questo forte senso di comunità, positivo e negativo insieme. Significa, per esempio, rivedere sempre le stesse persone, e dover forgiare la propria personalità in base alle esigenze della comunità, a volte reprimendole proprie.
Quando sono andato a vivere a Berlino mi sono chiesto cosa stessi cercando: una comunità, amici da frequentare? La contea offre proprio questa dimensione.
L'appartenenza al grande stato americano, però, a me sembra un'idea che rimane spesso lontana dalle persone della contea, che considerano il proprio mondo nella dimensione locale. Le questioni di rilevanza nazionale legati all'attualità, invece, sono rimaste fuori dai miei libri perché li avrebbero legati a un determinato periodo, ed era qualcosa che volevo evitare.

Tornando a casa, ha avvertito cambiamenti nel "suo" Midwest? E quali sono per lei gli scrittori che l'hanno descritto meglio?
Il cambiamento è inevitabile. Le fattorie familiari che descrivo ne "La fine dei vandalismi", ad esempio, non esistono più: sono state assorbite da grandi aziende agricole, perché oggi l'agricolutra è diventata in generale un'impresa di grandi dimensioni. Ho cercato di conservare il ricordo del mondo degli anni Settanta, quello in cui sono nato e cresciuto.
C'è un libro  di Daniel Woodrell, "Un gelido inverno", che non è ambientato proprio nel Midwest ma nel Missouri, che parla dei cambiamenti della vita rurale e della vita degli Stati Uniti nelle diverse stagioni.  Un altro libro che amo molto e che consiglio è una raccolta di racconti di Chaviza Woods, "Things to Do When you're a Goth in the Country".

Lei si è laureato in giornalismo e poi col tempo si è dedicato solo alla scrittura. A cosa è dovuto questo cambio di direzione? Pensa che il lavoro giornalistico le sia stato utile, per esempio per scandagliare le emozioni, per essere un ottimo osservatore del mondo emozionale?
Quand'ero al liceo sapevo di voler diventare un romanziere, ma non mi era molto chiaro il percorso.
Ho fatto la cosa che mi sembrava più sensata studiando giornalismo, che in qualche modo mi avrebbe permesso di guadagnarmi da vivere scrivendo. A un certo punto ho capito che dovevo lasciare il giornalismo per fare sul serio, e mi sono iscritto a un'università vicino a Providence dove vivevo per laurearmi in scrittura creativa: ho capito che avevo bisogno di capire molte più cose riguardo alla scrittura, di leggere e di studiare di più la letteratura angloamericana.
Il giornalismo ti permette di osservare così tante persone in situazioni diverse che questo rappresenta senz'altro un ottimo allenamento per riuscire poi a creare dei mondi che siano sì inventati, ma che assomiglino di fatto al mondo reale.

Sono felicissima di aver potuto incontrare l'autore di "La fine dei vandalismi" e di "A caccia nei sogni", e aspetto già con ansia il terzo volume della trilogia.
Serie consigliatissima, davvero.

Un bacio a tutte, fanciulle (e fanciulli)!
A presto <3