È uno dei romanzi più attesi dell'autunno 2019, dopo il successo ottenuto negli Stati Uniti e in Inghilterra: Leopardo nero, lupo rosso di Marlon James (Frassinelli), primo capitolo della trilogia Dark Star, arriverà in libreria il 29 ottobre, ed è una lettura che non potrete farvi scappare.
Mito, fantasia e storia fanno da sfondo alle avventure dell'Inseguitore, un mercenario ingaggiato per trovare un bambino scomparso tre anni prima. L'Inseguitore è famoso per le sue doti di cacciatore solitario - «Ha un gran fiuto», dice la gente -, ma per questa missione deve lavorare con un eterogeneo gruppo di personaggi, ciascuno dei quali si porta dietro un segreto.
Primo fra tutti il muta-forma Leopardo. In viaggio sulle tracce del bambino, l'Inseguitore si sposta da un'antica città all'altra, si addentra in fitte foreste, attraversa fiumi vorticosi e si scontra con mostruose creature decise a ucciderlo. In quella lotta quotidiana per la sopravvivenza, comincia allora a chiedersi chi sia veramente il bambino che sta cercando, chi vuole impedirgli a tutti i costi di trovarlo e soprattutto chi mente e chi dice la verità.
Leopardo nero, lupo rosso è una sfida. Una sfida di oltre seicento pagine al lettore, che sin dai primi paragrafi si trova a dover tenere testa a un autore brillante, dalla prosa non sempre lineare ma capace di portare una storia laddove nessuno avrebbe potuto prevederlo.
La vicenda è narrata attraverso il flashback e senza seguire un ordine strettamente cronologico: preparatevi a fare qualche salto avanti e indietro, a destra e sinistra sulla linea del tempo.
E che dire dei personaggi che popolano le pagine di questa storia che trasporta il lettore in un'Africa intrisa di magia e oscurità? Indimenticabili, e da non svelare con anticipo fatta eccezione per uno, davvero singolare: Sologon, strega lunare pluricentenaria. A voi l'onore di scoprire Nyka, Sangoma, Ogo (che tutti chiamano Sadogo)... vi conquisteranno.
Un inizio audace e pieno di brutale meraviglia, per quella che si preannuncia come una trilogia destinata a diventare un pilastro della letteratura fantasy: Marlon James non si risparmia e, soprattutto, non risparmia una singola emozione ai suoi lettori.
A tratti onirico, a tratti da incubo, la sensazione a lettura ultimata è quella di aver avuto un'allucinazione lunga 640 pagine: quello creato da Marlon James è un mondo fantastico, certo, ma incredibilmente concreto, che fa pensare di poter essere sfiorato se solo si riuscisse ad allungare la mano anche solo pochi centrimetri più in là.
Marlon James canta i temi universali (amore, perdità, ricerca di un'identità) come un antico poeta ispirato da una musa ultraterrena, e il risultato è un'epica nuova, bruciante e che si legge tutta d'un fiato. Desiderando solo di poter ricominciare dall'inizio, una volta giunti all'ultima pagina.
Leopardo nero, lupo rosso di Marlon James (Frassinelli) vi aspetta in libreria dal 29 ottobre, al prezzo di copertina di 22,50€.
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lunedì 19 agosto 2019
"Leopardo nero, lupo rosso" di Marlon James
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lunedì 22 ottobre 2018
Intervista a Valerio Varesi su "La paura nell'anima", il commissario Soneri e le infinite sfumature della paura
La paura nell'anima è sugli scaffali da una settimana, e il suo protagonista è uno dei più riusciti di Valerio Varesi: l'ultima indagine del commissario Soneri (Frassinelli) prende spunto da un reale fatto di cronaca, ed è proprio da qui che iniziamo la nostra chiacchierata con l'autore da Open, a Milano.
Ritroviamo il commissario Soneri e lo seguiamo mentre porta avanti una nuova indagine, ma stavolta lo spunto arriva dalla cronaca.
Mi colpiscono i fatti di cronaca che hanno al loro interno la possibilità di essere sviluppati e raccontare l'oggi, che è poi lo scopo che io perseguo col giallo. Per me è importante, ed è una legge inderogabile del giallo, arrivare a identificare l'assassino, ma quello che m'importa di più è capire perché è successo, quindi attraverso un'indagine riuscire a capire l'attualità. Quello che leggiamo sui giornali e non riusciamo a sviluppare del tutto perché siamo tenuti all'onere della prova.
Igor ci racconta la paura, una paura che non è riconducibile ad una cosa precisa, ma proprio perché invisibile fa ancora più paura: una presenza che aleggia, ma non c'è.
Rappresenta più in generale le nostre paure di quest'epoca, con uno sguardo alla politica e a chi usa la paura per avere consenso.
Indagine dopo indagine, il personaggio del commissario Soneri si sviluppa sempre di più, cresce nella sua caratterizzazione.
Ho scelto un personaggio che si racconta, che invecchia, che ha dei problemi, che in qualche modo attraversa la vita e quindi muta nel tempo. Mi piaceva che ogni episodio rivelasse qualcosa di lui, non solo per una ragione di interesse del lettore. Anzi, può capitare che il lettore preferisca un personaggio immutabile, come Maigret. Mi piaceva l'idea che Soneri si raccontasse, perchè tutti noi cambiamo: andiamo a letto la sera e ci svegliamo al mattino dopo un po' differenti, come se morissimo e rinascessimo. Questo lo rende più umano e più vicino a noi.
Pensando agli anni di scrittura, quanto c'è di Valerio Varesi nel commissario Soneri?
Tanto, anche se la sua vita non è proprio sovrapponibile alla mia.
Dal punto di vista della visione della realtà coincidiamo.
Guardo la realtà attraverso Soneri perché credo nella letteratura impegnata, nella quale l'autore deve rivelare ciò che pensa. Quando leggo un libro pretendo personaggi credibili e che rimangano vivi nella mente e una trama possibilimente significativa, ma soprattutotto mi piace trovare un autore che mi dica quello che pensa e mi restituisca una visione del mondo. Magari posso anche non essere d'accordo, ma esigo che lui lo faccia. La letteratura è un distillato di vita: dobbiamo raccontare quello che vediamo. Poi è evidente come le vicende sentimentali di Soneri o certi suoi gusti non siano i miei. In fondo, anche il personaggio televisivo era molto diverso: Luca Barbareschi è un bellone rispetto a Soneri, così come Angela non è una superdonna come la Stefanenko.
Leggendo il romanzo, la mia percezione è che non faccia paura tanto il serial killer, che in fondo è l'elemento concreto di cui tutti dobbiamo avere paura, quanto il fatto che la sua presenza vada a interferire nella vita di tutti i giorni: le abitudini stesse diventano pericolose, mentre non c'è nulla di più rassicurante della routine. Mi sembra che tu abbia lavorato tantissimo sulla paura delle piccole cose e mi è piaciuta l'introduzione del tema dei social network, di solito visti come parte ludica della nostra vita e qui usati invece come presa in giro malefica, andando ad alimentare la paura.
Cosa pensi di questa influenza dei social e quanto è facile farli diventare strumento di paura?
Nella realtà, in qualche caso i social network sono stati alleati degli inquirenti rivelando, ad esempio nascondigli dei mafiosi. Qui servono a Igor, che sa come sfruttarli, per beffare il prossimo, per dire «sono qui, ma non riuscite a prendermi, ci sono e non ci sono».
L'uso dei social network rende ancora più impalpabile la minaccia che Igor rappresenta: spaventa sia perché ha ucciso delle persone, sia perché scatena le paure latenti che tutti portano dentro.
Nella realtà, lo stravolgimento delle abitudini per paura è esattamente ciò che è accaduto in quella parte della pianura padana tra Bologna e Ferrara: la vita è effettivamente cambiata. La gente ha smesso di uscire la sera e messo le inferriate alle finestre, i fari potenti, i cani doberman nei giardini. Si è messa a guardare con sospetto i vicini se compravano più cibo pensando che nascondessero qualcuno in casa. Igor nel romanzo corrode la vita sociale e i rapporti tra le persone, facendo da detonatore a paure esistenziali.
Il nostro è un mondo senza punti di riferimento, senza speranza nel futuro, con la paura di vivere. Non c'è un percorso collettivo, non c'è un collettore di idee e ci sentiamo sempre più isolati.
Tutto questo si innesta nella paura prodotta da Igor come un mozzicone che incendia un bosco.
A me è piaciuta molto l'ambientazione nel piccolo paese, in una piccola comunità montana chiusa in cui la presenza di Igor scatena vecchi rancori. Mi ha fatto pensare alla storia di Cogne, in cui si accusavano tra vicini di casa della morte del bambino. La comunità chiusa moltiplica le paure della gente rispetto alla grande città?
No, io credo sia più o meno la stessa cosa: anche in città tu vivi l'angoscia del vicino, dell'abitare magari in un grande palazzo di cui non conosci tutti i condimini.
Ho inventato il paese del romanzo per non condannare un luogo preciso, ma è vero che in un luogo chiuso le voci corrono più velocemente e alimentano le suggestioni collettive, molto più che in una città. L'elemento montano conta, perché nei miei romanzi voglio che l'ambiente sia uno dei protagonisti: questo mondo montano riscopre un'arcaicità che, forse, giudichiamo paradossale al tempo della razionalità tecnologica, ma che ritorna proprio in virtù del fallimento della razionalità e del controllo. Questa arcaicità si esprime attraverso le figure mitiche di cui si parla nel romanzo, a cui gli abitanti di quei luoghi attribuivano in passato tutti i fatti inspiegabili. La natura stessa a un certo punto diventa un elemento pauroso, perché ti fa sentire piccolo di fronte alla grandezza delle montagne.
Nella vicenda a un certo punto prevale la vergogna di ciò che accade, rispetto al dolore per il fatto stesso. È così anche nella vita?
Sì, molto spesso è così. Viviamo nell'epoca dell'immagine e la vergogna corrompe la tua immagine, ti distrugge dal punto di vista sociale. L'elemento della meschinità si trova anche in altre epoche. Pensate a Céline nel suo Viaggio al termine della notte, che da medico entra nelle case della piccola borghesia dei sobborghi parigini, dove trova famiglie disposte a lasciar morire dissanguata una ragazza dopo un aborto clandestino pur di non portarla in ospedale e denunciare così quanto accaduto. La vergogna prevale a discapito della vita, e in questo forse la comunità ristretta si rivela diversa dalla grande città.
Hai passato tanto tempo in compagnia di Soneri: gli hai dato tanto, ma sicuramente lui ha anche dato tanto a te. Dopo tante indagini diverse, pensi che esista un tipo di caso che potrebbe metterlo veramente in difficoltà?
Se volessimo veramente raccontare fino in fondo la realtà che ci circonda, a un certo punto dovremmo raccontare di un investigatore che fallisce, perché la metà dei delitti in Italia non viene risolta. È abbastanza strano che tutti i gialli finiscano con la cattura del colpevole.
Bisognerebbe costruire un giallo dove alla fine l'assassino svanisce, come ne "La Promessa" di Dürrematt, anche se si trattava di un investigatore sui generis.
Quest'idea mi stuzzica da molto tempo, ma probabilmente andrei in contrasto con tutto lo schema narrativo classico del giallo, e i lettori resterebbero sconcertati.
Del resto la società cambia in fretta, e con lei cambiano le città: nel romanzo precedente (Il commissario Soneri e la legge del Corano, ndr) racconto una parte di Parma in cui Soneri non si riconosce più. Spesso non riusciamo a stare al passo con i cambiamenti dei luoghi. Forse questo potrebbe mettere in crisi Soneri, più ancora dello sviluppo tecnologico che lui segue a fatica.
Oppure, come suggerivo all'inizio, trovare un assassino che gli sfugge, come capita a volte con certe indagini giornalistiche ma anche giudiziarie. Ho conosciuto molti commissari di polizia che nonostante conoscessero i colpevoli di certi delitti non avevano prove sufficienti a incastrarli.
La narrativa, e il romanziere, non ha l'onere della prova e può raccontare come sono andate le cose.
Parlando di lettori, come sono oggi?
Disorientati dalla grande produzione libraria. Io stesso quando entro in una libreria e vedo un bancone sterminato, non so cosa scegliere a meno di non averne già un'idea precisa.
Non c'è più una società letteraria che faccia da filtro, che indirizza un po' il lettore.
Puoi avere fiducia in un marchio editoriale, forse, ma anche questo non è semrpe una garanzia.
Alcuni editori fanno ancora il loro mestiere, altri inseguono solo il business.
Molti lettori finiscono per comprare i libri imposti dalla pubblicità, con risultati pericolosi: se uno compra il vincitore del Premio Strega che quell'anno è scadente, tende a pensare che gli altri concorrenti siano anche peggio e a non dare loro una possibilità.
E il commissario Soneri, col suo carattere introspettivo, cosa leggerebbe?
Di sicuro i classici. Non certo i gialli, che per uno del mestiere potrebbero risultare insopportabili.
I commissari spesso pensano di essere gli unici depositari dell'argomento: ce ne sono molti che scrivono romanzi, ma spesso dimenticano che seguire alla lettera la realtà delle procedure può rendere un romanzo noiosissimo.
Non hai mai l'impressione che quello che voi scrittori mettete nei libri sia del tutto inutile?
Tu già nel 2016 nel tuo Il commissario Soneri e la legge del Corano mettevi in guardia contro l'immigrazione incontrollata e il rischio della fine di certi equilibri che sono effettivamente saltati. Tanti romanzi oltre ai tuoi hanno anticipato la realtà (pensiamo a Gomorra, tra i più celebri) ma la mia impressione è che anche chi legge queste cose nei librimalla fine le rimuova.
Credo che chi fa lo scrittore abbia anche un'antenna in più, che gli permette di anticipare qualcosa. Pensate a Pasolini, che in tempi remoti aveva anticipato come saremmo finiti molto più tardi.
Ma se io, scrittore, penso e prevedo tutto ciò, perché la classe politica non lo fa, e se glielo dici non ascolta? È chiaro che la diffusione limitata dei libri nel nostro paese non ha la forza di cambiare le opinioni, ma questo dimostra anche che non c'è più una connessione tra mondo intellettuale e mondo politico. Oppure dimostra che la classe politica fa finta che questi problemi non esistano e prosegue ciecamente presentando sempre le stesse ricette.
Preoccuparsi dell'immigrazione non significa essere xenofobi, e ignorare certi segnali è sconsiderato. La sinistra italiana continua a essere troppo massimalista su questo punto.
Il problema del resto è ormai di tutti, anche di paesi come Francia e Germania che erano decisamente più attrezzati di noi per affrontarlo. Quando saltano le regole di convivenza e scoppia la guerra del "tutti contro tutti", come diceva Hobbes, è inevitabile che alla fine la gente cerchi qualcuno che prenda il potere e faccia la legge, e la destra è maestra in questo. Uno stato con leggi rigide e severe appare rassicurante, ed è sempre stato così, ma noi non abbiamo la memoria storica.
La paura nell'anima di Valerio Varesi (Frassinelli) è in libreria, al prezzo di copertina di 18,50€.
Ritroviamo il commissario Soneri e lo seguiamo mentre porta avanti una nuova indagine, ma stavolta lo spunto arriva dalla cronaca.
Mi colpiscono i fatti di cronaca che hanno al loro interno la possibilità di essere sviluppati e raccontare l'oggi, che è poi lo scopo che io perseguo col giallo. Per me è importante, ed è una legge inderogabile del giallo, arrivare a identificare l'assassino, ma quello che m'importa di più è capire perché è successo, quindi attraverso un'indagine riuscire a capire l'attualità. Quello che leggiamo sui giornali e non riusciamo a sviluppare del tutto perché siamo tenuti all'onere della prova.
Igor ci racconta la paura, una paura che non è riconducibile ad una cosa precisa, ma proprio perché invisibile fa ancora più paura: una presenza che aleggia, ma non c'è.
Rappresenta più in generale le nostre paure di quest'epoca, con uno sguardo alla politica e a chi usa la paura per avere consenso.
Indagine dopo indagine, il personaggio del commissario Soneri si sviluppa sempre di più, cresce nella sua caratterizzazione.
Ho scelto un personaggio che si racconta, che invecchia, che ha dei problemi, che in qualche modo attraversa la vita e quindi muta nel tempo. Mi piaceva che ogni episodio rivelasse qualcosa di lui, non solo per una ragione di interesse del lettore. Anzi, può capitare che il lettore preferisca un personaggio immutabile, come Maigret. Mi piaceva l'idea che Soneri si raccontasse, perchè tutti noi cambiamo: andiamo a letto la sera e ci svegliamo al mattino dopo un po' differenti, come se morissimo e rinascessimo. Questo lo rende più umano e più vicino a noi.
Pensando agli anni di scrittura, quanto c'è di Valerio Varesi nel commissario Soneri?
Tanto, anche se la sua vita non è proprio sovrapponibile alla mia.
Dal punto di vista della visione della realtà coincidiamo.
Guardo la realtà attraverso Soneri perché credo nella letteratura impegnata, nella quale l'autore deve rivelare ciò che pensa. Quando leggo un libro pretendo personaggi credibili e che rimangano vivi nella mente e una trama possibilimente significativa, ma soprattutotto mi piace trovare un autore che mi dica quello che pensa e mi restituisca una visione del mondo. Magari posso anche non essere d'accordo, ma esigo che lui lo faccia. La letteratura è un distillato di vita: dobbiamo raccontare quello che vediamo. Poi è evidente come le vicende sentimentali di Soneri o certi suoi gusti non siano i miei. In fondo, anche il personaggio televisivo era molto diverso: Luca Barbareschi è un bellone rispetto a Soneri, così come Angela non è una superdonna come la Stefanenko.
Leggendo il romanzo, la mia percezione è che non faccia paura tanto il serial killer, che in fondo è l'elemento concreto di cui tutti dobbiamo avere paura, quanto il fatto che la sua presenza vada a interferire nella vita di tutti i giorni: le abitudini stesse diventano pericolose, mentre non c'è nulla di più rassicurante della routine. Mi sembra che tu abbia lavorato tantissimo sulla paura delle piccole cose e mi è piaciuta l'introduzione del tema dei social network, di solito visti come parte ludica della nostra vita e qui usati invece come presa in giro malefica, andando ad alimentare la paura.
Cosa pensi di questa influenza dei social e quanto è facile farli diventare strumento di paura?
Nella realtà, in qualche caso i social network sono stati alleati degli inquirenti rivelando, ad esempio nascondigli dei mafiosi. Qui servono a Igor, che sa come sfruttarli, per beffare il prossimo, per dire «sono qui, ma non riuscite a prendermi, ci sono e non ci sono».
L'uso dei social network rende ancora più impalpabile la minaccia che Igor rappresenta: spaventa sia perché ha ucciso delle persone, sia perché scatena le paure latenti che tutti portano dentro.
Nella realtà, lo stravolgimento delle abitudini per paura è esattamente ciò che è accaduto in quella parte della pianura padana tra Bologna e Ferrara: la vita è effettivamente cambiata. La gente ha smesso di uscire la sera e messo le inferriate alle finestre, i fari potenti, i cani doberman nei giardini. Si è messa a guardare con sospetto i vicini se compravano più cibo pensando che nascondessero qualcuno in casa. Igor nel romanzo corrode la vita sociale e i rapporti tra le persone, facendo da detonatore a paure esistenziali.
Il nostro è un mondo senza punti di riferimento, senza speranza nel futuro, con la paura di vivere. Non c'è un percorso collettivo, non c'è un collettore di idee e ci sentiamo sempre più isolati.
Tutto questo si innesta nella paura prodotta da Igor come un mozzicone che incendia un bosco.
A me è piaciuta molto l'ambientazione nel piccolo paese, in una piccola comunità montana chiusa in cui la presenza di Igor scatena vecchi rancori. Mi ha fatto pensare alla storia di Cogne, in cui si accusavano tra vicini di casa della morte del bambino. La comunità chiusa moltiplica le paure della gente rispetto alla grande città?
No, io credo sia più o meno la stessa cosa: anche in città tu vivi l'angoscia del vicino, dell'abitare magari in un grande palazzo di cui non conosci tutti i condimini.
Ho inventato il paese del romanzo per non condannare un luogo preciso, ma è vero che in un luogo chiuso le voci corrono più velocemente e alimentano le suggestioni collettive, molto più che in una città. L'elemento montano conta, perché nei miei romanzi voglio che l'ambiente sia uno dei protagonisti: questo mondo montano riscopre un'arcaicità che, forse, giudichiamo paradossale al tempo della razionalità tecnologica, ma che ritorna proprio in virtù del fallimento della razionalità e del controllo. Questa arcaicità si esprime attraverso le figure mitiche di cui si parla nel romanzo, a cui gli abitanti di quei luoghi attribuivano in passato tutti i fatti inspiegabili. La natura stessa a un certo punto diventa un elemento pauroso, perché ti fa sentire piccolo di fronte alla grandezza delle montagne.
Nella vicenda a un certo punto prevale la vergogna di ciò che accade, rispetto al dolore per il fatto stesso. È così anche nella vita?
Sì, molto spesso è così. Viviamo nell'epoca dell'immagine e la vergogna corrompe la tua immagine, ti distrugge dal punto di vista sociale. L'elemento della meschinità si trova anche in altre epoche. Pensate a Céline nel suo Viaggio al termine della notte, che da medico entra nelle case della piccola borghesia dei sobborghi parigini, dove trova famiglie disposte a lasciar morire dissanguata una ragazza dopo un aborto clandestino pur di non portarla in ospedale e denunciare così quanto accaduto. La vergogna prevale a discapito della vita, e in questo forse la comunità ristretta si rivela diversa dalla grande città.
Hai passato tanto tempo in compagnia di Soneri: gli hai dato tanto, ma sicuramente lui ha anche dato tanto a te. Dopo tante indagini diverse, pensi che esista un tipo di caso che potrebbe metterlo veramente in difficoltà?
Se volessimo veramente raccontare fino in fondo la realtà che ci circonda, a un certo punto dovremmo raccontare di un investigatore che fallisce, perché la metà dei delitti in Italia non viene risolta. È abbastanza strano che tutti i gialli finiscano con la cattura del colpevole.
Bisognerebbe costruire un giallo dove alla fine l'assassino svanisce, come ne "La Promessa" di Dürrematt, anche se si trattava di un investigatore sui generis.
Quest'idea mi stuzzica da molto tempo, ma probabilmente andrei in contrasto con tutto lo schema narrativo classico del giallo, e i lettori resterebbero sconcertati.
Del resto la società cambia in fretta, e con lei cambiano le città: nel romanzo precedente (Il commissario Soneri e la legge del Corano, ndr) racconto una parte di Parma in cui Soneri non si riconosce più. Spesso non riusciamo a stare al passo con i cambiamenti dei luoghi. Forse questo potrebbe mettere in crisi Soneri, più ancora dello sviluppo tecnologico che lui segue a fatica.
Oppure, come suggerivo all'inizio, trovare un assassino che gli sfugge, come capita a volte con certe indagini giornalistiche ma anche giudiziarie. Ho conosciuto molti commissari di polizia che nonostante conoscessero i colpevoli di certi delitti non avevano prove sufficienti a incastrarli.
La narrativa, e il romanziere, non ha l'onere della prova e può raccontare come sono andate le cose.
Parlando di lettori, come sono oggi?
Disorientati dalla grande produzione libraria. Io stesso quando entro in una libreria e vedo un bancone sterminato, non so cosa scegliere a meno di non averne già un'idea precisa.
Non c'è più una società letteraria che faccia da filtro, che indirizza un po' il lettore.
Puoi avere fiducia in un marchio editoriale, forse, ma anche questo non è semrpe una garanzia.
Alcuni editori fanno ancora il loro mestiere, altri inseguono solo il business.
Molti lettori finiscono per comprare i libri imposti dalla pubblicità, con risultati pericolosi: se uno compra il vincitore del Premio Strega che quell'anno è scadente, tende a pensare che gli altri concorrenti siano anche peggio e a non dare loro una possibilità.
E il commissario Soneri, col suo carattere introspettivo, cosa leggerebbe?
Di sicuro i classici. Non certo i gialli, che per uno del mestiere potrebbero risultare insopportabili.
I commissari spesso pensano di essere gli unici depositari dell'argomento: ce ne sono molti che scrivono romanzi, ma spesso dimenticano che seguire alla lettera la realtà delle procedure può rendere un romanzo noiosissimo.
Non hai mai l'impressione che quello che voi scrittori mettete nei libri sia del tutto inutile?
Tu già nel 2016 nel tuo Il commissario Soneri e la legge del Corano mettevi in guardia contro l'immigrazione incontrollata e il rischio della fine di certi equilibri che sono effettivamente saltati. Tanti romanzi oltre ai tuoi hanno anticipato la realtà (pensiamo a Gomorra, tra i più celebri) ma la mia impressione è che anche chi legge queste cose nei librimalla fine le rimuova.
Credo che chi fa lo scrittore abbia anche un'antenna in più, che gli permette di anticipare qualcosa. Pensate a Pasolini, che in tempi remoti aveva anticipato come saremmo finiti molto più tardi.
Ma se io, scrittore, penso e prevedo tutto ciò, perché la classe politica non lo fa, e se glielo dici non ascolta? È chiaro che la diffusione limitata dei libri nel nostro paese non ha la forza di cambiare le opinioni, ma questo dimostra anche che non c'è più una connessione tra mondo intellettuale e mondo politico. Oppure dimostra che la classe politica fa finta che questi problemi non esistano e prosegue ciecamente presentando sempre le stesse ricette.
Preoccuparsi dell'immigrazione non significa essere xenofobi, e ignorare certi segnali è sconsiderato. La sinistra italiana continua a essere troppo massimalista su questo punto.
Il problema del resto è ormai di tutti, anche di paesi come Francia e Germania che erano decisamente più attrezzati di noi per affrontarlo. Quando saltano le regole di convivenza e scoppia la guerra del "tutti contro tutti", come diceva Hobbes, è inevitabile che alla fine la gente cerchi qualcuno che prenda il potere e faccia la legge, e la destra è maestra in questo. Uno stato con leggi rigide e severe appare rassicurante, ed è sempre stato così, ma noi non abbiamo la memoria storica.
La paura nell'anima di Valerio Varesi (Frassinelli) è in libreria, al prezzo di copertina di 18,50€.
venerdì 9 marzo 2018
"Sentimi" di Tea Ranno: due chiacchiere con l'autrice
Buongiorno a tutte, fanciulle (e fanciulli)!
Altro giro, altra corsa, ed oggi scopriamo insieme qualcosa di più su "Sentimi" di Tea Ranno, appena uscito per Frassinelli (rilegato a 17,50€), con il resoconto dell'incontro con l'autrice a Tempo di Libri:
Durante una notte surreale, e nello stesso tempo fin troppo reale, una donna, una scrittrice, tornata nel paese siciliano dove è nata, ascolta decine di voci che giungono da un altrove indistinto, che si fanno strada in una nebbia strana, inquietante. Sono voci di donne morte, che vogliono, devono, raccontare le loro storie perché la scrittrice le trascini fuori dall'oblio al quale sono destinate.
Sono storie quasi sempre dolorose, a volte tragiche, che hanno una caratteristica in comune: l'umanità delle protagoniste, la loro complessità emotiva e intellettuale, i loro sentimenti, le loro vite vere. Ma non solo per raccontarsi, i fantasmi di queste donne parlano all'autrice: c'è anche un'altra storia, che tutte le coinvolge, e che vogliono si sappia. La storia di Adele, figlia di Rosa, ma non del suo legittimo marito, Rosario. E la colpa più grave di Adele è quella di avere i capelli rossi, come il suo vero padre, segno inequivocabile della colpa, delle corna. Per questo Rosario passerà il resto della sua vita nel tentativo di uccidere la bambina, poi ragazza. E per questo le donne del paese faranno di tutto per salvarla. Perché levare almeno la piccola Adele dai meccanismi mentali malati di questi maschi brutali, ancestrali e irredimibili, vorrebbe dire aver salvato tutte loro.
Ecco cosa ci ha raccontato su "Sentimi", Pietra e la scrittura!
Partiamo dalla domanda di rito: com'è nato "Sentimi", e come si inserisce nella tua produzione?
"Sentimi" non è nato come un romanzo, o come una storia da proporre a un editore.
Ci sono stati momenti, nella mia vita, in cui la scrittura è stat un rifugio da ciò che mi stancava o preoccupava. In primis faccio la mamma, perchè ho due figlie e mi piace dedicarmi a loro. Non credo che occuparsi dei figli tolga qualcosa alle donne o impedisca loro di fare carriera, non credo affatto sia svilente, anzi! Ho due gemelle, tra l'altro, e crescerle è un lavoro a tempo pieno e molto impegnativo.
Ci sono momenti, come dicevo, in cui sono troppo stanca o le notizie di cronaca mi colpiscono particolarmente, durante i quali la scrittura diventa un vero e proprio bisogno.
Nel 2016 si parlava moltissimo di femminicidio, visto il numero di casi in costante ascesa, e ricordo che a colpirmi particolarmente fu la storia di Sara (bruciata viva dal fidanzato): sentire parlare di femminicidio avendo due figlie, dentro di me ha creato una combinazione esplosiva che si traduce in scrittura. Non una prosa elaborata, nè un romanzo costruito.
Pensate che scrivo ancora a mano, su dei taccuini numerati e datati.
C'è un particolare autore (o più di uno) che abbia influenzato la tua scrittura?
Con "Sentimi" ho provato a giocare alla Simenon nelle sue memorie intime raccontava un curioso metodo di scrittura, che consisteva nel prendere delle buste gialle e inserire all'interno dei profili di personaggi (psicologici, caratteriali, fisici) con nomi scelti a caso dall'elenco del telefono. Mescolava le buste, e combinava così i suoi personaggi.
Nel mio caso, mi sono procurata dei fogli di carta e ho iniziato a pensare a nomi e profili di donne, delle quali però mi veniva in mente non solo la data di nascita ma anche quella di morte, senza che sapessi spiegarmi il motivo.
A darmi il via per quello che poi sarebbe diventato il mio romanzo è stata la scheda di Pietra, e ho cominciato a giocare con il suo nome, con le rime, con le assonanze.
La sua storia parte da un doppio tradimento, del marito e della sorella (i suoi amori più grandi), che concepiscono dei figli che diventeranno poi la sua ragione di vita.
È stata Pietra a raccontarmi la sua storia, e via via le altre donne si sono palesate, una alla volta.
Nel tuo romanzo la Sicilia è essa stessa piena protagonista.
Mi sono trasferita a Roma nel 1995, e devo ammettere che prima del mio trasferimento non sentivo questo forte bisogno di raccontare la mia terra. Era mia, la vivevo, faceva parte della mia quotidianità.
Nel momento in cui mi è venuta a mancare, la prima cosa che ho voluto recuperare è stato il dialetto.
Abitualmente non parlavo siciliano perchè mia madre è sempre stata inflessibile sulla necessità di parlare italiano, ma poi anche con le mie figlie mi è capitato spesso che mi "uscisse" così, in modo inaspettato e spontaneo.
La Sicilia che racconto è una Sicilia sognata.
Se tu non fossi siciliana, scriveresti in modo diverso secondo te?
Assolutamente sì, ma non solo questo. Ho iniziato a scrivere, di fatto, per sfuggire al mondo giuridico: era uno sfogo creativo mentre portavo avanti la pratica notarile. Ciò che mi ha dato il via è stato il fatto che un'amica ha portato un mio racconto a un editore a mia insaputa, e sono stata convocata. È lì che è iniziato il mio percorso nel mondo letterario, e il confronto con i grandi nomi.
"Sentimi" è una storia di violenza, ma soprattutto è una storia di donne.
Tanti lettori mi hanno fatto notare che sì, io racconto le donne ma che allo stesso tempo mostro gli uomini. Le donne al centro, e perchè sono così attenta alle donne?
Perchè è stato da qui che sono partita, quando ho iniziato a scrivere il mio primo romanzo: un libro sulla caccia alle streghe e sui processi per stregoneria mi ha colpita in modo particolare, e mi ha avvelenata nel profondo.
Ho cominciato a documentarmi, a leggere di atrocità tali da farmi rabbrividire e di una misoginia oltre ogni limite dove la sapienza, la bravura e il talento diventano strumenti del demonio invece di essere riconosciuti come tali.
Volevo raccontare il femminile, e la sorellanza. Uno degli aspetti del libro che vorrei proprio mettere in evidenza è il ruolo centrale della sorellanza, perè l'ho vissuta e la vivo anche oggi: a Roma le ho trovate, le amiche-sorelle, che mi hanno sostenuta quando il lavoro, le figlie, la famiglia e le difficoltà di ogni giorno si facevano sentire.
Non è vero che le donne si odiano e si invidiano, c'è un femminile bello da raccontare e da vivere.
Anche le donne del mio romanzo, persino le più odiose, hanno un pizzico di questo femminile e hanno a cuore l'interesse della bambina.
Cosa c'è di vero, in "Sentimi"?
C'è molto di vero: la storia delle donne violentate dagli alleati, per esempio, è vera e documentata anche se ovviamente ho modificato qualcosa nel mio romanzo; è vera persino quella che sembra una storia assurda, ovvero quella del ragazzo ucciso per una disputa sorta su chi dovesse portare la Madonna Addolorata in processione durante il venerdì santo.
Ci tengo anche a dire che non racconto solo la Sicilia: una delle storie che ho utilizzato nel romanzo è accaduta realmente, ma a Napoli. La Sicilia non è una regione retrograda, o ignorante, ed è un pregiudizio che vorrei aiutare a sfatare.
Si parla molto di femminismo, nel bene e nel male. Tu invece parli di femminile.
Non condivido l'idea del femminismo per partito preso, o della superiorità della donna a ogni costo.
C'è un femminile che permette alla donna di essere unica anche nel momento in cui trova una persona con la quale vivere in armonia.
Credo invece nell'importanza dell'emancipazione, e dell'educazione: incito le mie figlie a studiare, sempre, perchè la preparazione e l'istruzione sono alla base di qualsiasi opportunità.
C'è un libro che mi ha colpita particolarmente e mi ha fatta riflettere a lungo su quanta strada debbano ancora fare le donne in alcune aree del mondo: "Leggere Lolita a Teheran".
Di sicuro fa capire quanti privilegi abbiamo qui, rispetto alle donne che vivono in società diverse dalla nostra.
Credo in un maschile e in un femminile che vivono in armonia e che si supportano vicendevolmente, senza che nessuno rinunci alle proprie qualità.
Devo dire di essere stata fortunata e di essere cresciuta con un esempio del genere: mio padre lavava i piatti, mia madre cucinava, e nessuno ci trovava nulla di strano. Si aiutavano a vicenda, e ora è così anche tra me e mio marito.
Essere una mamma chioccia non mi impedisce di essere una femmina tosta quando serve, anzi.
E nella vita serve!
Ringrazio di cuore Frassinelli e l'autrice per la disponibilità, e consiglio vivamente la lettura del romanzo perchè la prosa di Tea Ranno e la sua capacità di emozionare sono davvero da cinque stelle, e spero che l'intervista abbia stimolato la vostra curiosità.
Un bacio a tutte, fanciulle (e fanciulli)!
A presto <3
Altro giro, altra corsa, ed oggi scopriamo insieme qualcosa di più su "Sentimi" di Tea Ranno, appena uscito per Frassinelli (rilegato a 17,50€), con il resoconto dell'incontro con l'autrice a Tempo di Libri:
Durante una notte surreale, e nello stesso tempo fin troppo reale, una donna, una scrittrice, tornata nel paese siciliano dove è nata, ascolta decine di voci che giungono da un altrove indistinto, che si fanno strada in una nebbia strana, inquietante. Sono voci di donne morte, che vogliono, devono, raccontare le loro storie perché la scrittrice le trascini fuori dall'oblio al quale sono destinate.
Sono storie quasi sempre dolorose, a volte tragiche, che hanno una caratteristica in comune: l'umanità delle protagoniste, la loro complessità emotiva e intellettuale, i loro sentimenti, le loro vite vere. Ma non solo per raccontarsi, i fantasmi di queste donne parlano all'autrice: c'è anche un'altra storia, che tutte le coinvolge, e che vogliono si sappia. La storia di Adele, figlia di Rosa, ma non del suo legittimo marito, Rosario. E la colpa più grave di Adele è quella di avere i capelli rossi, come il suo vero padre, segno inequivocabile della colpa, delle corna. Per questo Rosario passerà il resto della sua vita nel tentativo di uccidere la bambina, poi ragazza. E per questo le donne del paese faranno di tutto per salvarla. Perché levare almeno la piccola Adele dai meccanismi mentali malati di questi maschi brutali, ancestrali e irredimibili, vorrebbe dire aver salvato tutte loro.
Ecco cosa ci ha raccontato su "Sentimi", Pietra e la scrittura!
Partiamo dalla domanda di rito: com'è nato "Sentimi", e come si inserisce nella tua produzione?
"Sentimi" non è nato come un romanzo, o come una storia da proporre a un editore.
Ci sono stati momenti, nella mia vita, in cui la scrittura è stat un rifugio da ciò che mi stancava o preoccupava. In primis faccio la mamma, perchè ho due figlie e mi piace dedicarmi a loro. Non credo che occuparsi dei figli tolga qualcosa alle donne o impedisca loro di fare carriera, non credo affatto sia svilente, anzi! Ho due gemelle, tra l'altro, e crescerle è un lavoro a tempo pieno e molto impegnativo.
Ci sono momenti, come dicevo, in cui sono troppo stanca o le notizie di cronaca mi colpiscono particolarmente, durante i quali la scrittura diventa un vero e proprio bisogno.
Nel 2016 si parlava moltissimo di femminicidio, visto il numero di casi in costante ascesa, e ricordo che a colpirmi particolarmente fu la storia di Sara (bruciata viva dal fidanzato): sentire parlare di femminicidio avendo due figlie, dentro di me ha creato una combinazione esplosiva che si traduce in scrittura. Non una prosa elaborata, nè un romanzo costruito.
Pensate che scrivo ancora a mano, su dei taccuini numerati e datati.
C'è un particolare autore (o più di uno) che abbia influenzato la tua scrittura?
Con "Sentimi" ho provato a giocare alla Simenon nelle sue memorie intime raccontava un curioso metodo di scrittura, che consisteva nel prendere delle buste gialle e inserire all'interno dei profili di personaggi (psicologici, caratteriali, fisici) con nomi scelti a caso dall'elenco del telefono. Mescolava le buste, e combinava così i suoi personaggi.
Nel mio caso, mi sono procurata dei fogli di carta e ho iniziato a pensare a nomi e profili di donne, delle quali però mi veniva in mente non solo la data di nascita ma anche quella di morte, senza che sapessi spiegarmi il motivo.
A darmi il via per quello che poi sarebbe diventato il mio romanzo è stata la scheda di Pietra, e ho cominciato a giocare con il suo nome, con le rime, con le assonanze.
La sua storia parte da un doppio tradimento, del marito e della sorella (i suoi amori più grandi), che concepiscono dei figli che diventeranno poi la sua ragione di vita.
È stata Pietra a raccontarmi la sua storia, e via via le altre donne si sono palesate, una alla volta.
Nel tuo romanzo la Sicilia è essa stessa piena protagonista.
Mi sono trasferita a Roma nel 1995, e devo ammettere che prima del mio trasferimento non sentivo questo forte bisogno di raccontare la mia terra. Era mia, la vivevo, faceva parte della mia quotidianità.
Nel momento in cui mi è venuta a mancare, la prima cosa che ho voluto recuperare è stato il dialetto.
Abitualmente non parlavo siciliano perchè mia madre è sempre stata inflessibile sulla necessità di parlare italiano, ma poi anche con le mie figlie mi è capitato spesso che mi "uscisse" così, in modo inaspettato e spontaneo.
La Sicilia che racconto è una Sicilia sognata.
Se tu non fossi siciliana, scriveresti in modo diverso secondo te?
Assolutamente sì, ma non solo questo. Ho iniziato a scrivere, di fatto, per sfuggire al mondo giuridico: era uno sfogo creativo mentre portavo avanti la pratica notarile. Ciò che mi ha dato il via è stato il fatto che un'amica ha portato un mio racconto a un editore a mia insaputa, e sono stata convocata. È lì che è iniziato il mio percorso nel mondo letterario, e il confronto con i grandi nomi.
"Sentimi" è una storia di violenza, ma soprattutto è una storia di donne.
Tanti lettori mi hanno fatto notare che sì, io racconto le donne ma che allo stesso tempo mostro gli uomini. Le donne al centro, e perchè sono così attenta alle donne?
Perchè è stato da qui che sono partita, quando ho iniziato a scrivere il mio primo romanzo: un libro sulla caccia alle streghe e sui processi per stregoneria mi ha colpita in modo particolare, e mi ha avvelenata nel profondo.
Ho cominciato a documentarmi, a leggere di atrocità tali da farmi rabbrividire e di una misoginia oltre ogni limite dove la sapienza, la bravura e il talento diventano strumenti del demonio invece di essere riconosciuti come tali.
Volevo raccontare il femminile, e la sorellanza. Uno degli aspetti del libro che vorrei proprio mettere in evidenza è il ruolo centrale della sorellanza, perè l'ho vissuta e la vivo anche oggi: a Roma le ho trovate, le amiche-sorelle, che mi hanno sostenuta quando il lavoro, le figlie, la famiglia e le difficoltà di ogni giorno si facevano sentire.
Non è vero che le donne si odiano e si invidiano, c'è un femminile bello da raccontare e da vivere.
Anche le donne del mio romanzo, persino le più odiose, hanno un pizzico di questo femminile e hanno a cuore l'interesse della bambina.
Cosa c'è di vero, in "Sentimi"?
C'è molto di vero: la storia delle donne violentate dagli alleati, per esempio, è vera e documentata anche se ovviamente ho modificato qualcosa nel mio romanzo; è vera persino quella che sembra una storia assurda, ovvero quella del ragazzo ucciso per una disputa sorta su chi dovesse portare la Madonna Addolorata in processione durante il venerdì santo.
Ci tengo anche a dire che non racconto solo la Sicilia: una delle storie che ho utilizzato nel romanzo è accaduta realmente, ma a Napoli. La Sicilia non è una regione retrograda, o ignorante, ed è un pregiudizio che vorrei aiutare a sfatare.
Si parla molto di femminismo, nel bene e nel male. Tu invece parli di femminile.
Non condivido l'idea del femminismo per partito preso, o della superiorità della donna a ogni costo.
C'è un femminile che permette alla donna di essere unica anche nel momento in cui trova una persona con la quale vivere in armonia.
Credo invece nell'importanza dell'emancipazione, e dell'educazione: incito le mie figlie a studiare, sempre, perchè la preparazione e l'istruzione sono alla base di qualsiasi opportunità.
C'è un libro che mi ha colpita particolarmente e mi ha fatta riflettere a lungo su quanta strada debbano ancora fare le donne in alcune aree del mondo: "Leggere Lolita a Teheran".
Di sicuro fa capire quanti privilegi abbiamo qui, rispetto alle donne che vivono in società diverse dalla nostra.
Credo in un maschile e in un femminile che vivono in armonia e che si supportano vicendevolmente, senza che nessuno rinunci alle proprie qualità.
Devo dire di essere stata fortunata e di essere cresciuta con un esempio del genere: mio padre lavava i piatti, mia madre cucinava, e nessuno ci trovava nulla di strano. Si aiutavano a vicenda, e ora è così anche tra me e mio marito.
Essere una mamma chioccia non mi impedisce di essere una femmina tosta quando serve, anzi.
E nella vita serve!
Ringrazio di cuore Frassinelli e l'autrice per la disponibilità, e consiglio vivamente la lettura del romanzo perchè la prosa di Tea Ranno e la sua capacità di emozionare sono davvero da cinque stelle, e spero che l'intervista abbia stimolato la vostra curiosità.
Un bacio a tutte, fanciulle (e fanciulli)!
A presto <3
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lunedì 22 gennaio 2018
Per non dimenticare: tre letture per la Giornata della Memoria
Buongiorno a tutte, fanciulle (e fanciulli)!
La Giornata della Memoria si avvicina, e oggi voglio segnalarvi tre letture che ho avuto modo di fare - e apprezzare - in queste settimane:
Dalla vicenda di Oskar Schindler, il giovane industriale tedesco che salvò la vita di migliaia di ebrei durante la persecuzione nazista, Steven Spielberg ha tratto "Schindler's List", un film che non si può non vedere almeno una volta nella vita. Amante del lusso e delle belle donne, considerato da molti un collaborazionista, Schindler riuscì a sottrarre uomini, donne e bambini allo sterminio, impiegandoli nella sua fabbrica come personale necessario allo sforzo bellico: un'operazione rischiosa, con la quale mise in pericolo la propria vita. Assolutamente da riscoprire in libreria questo mese, nella bellissima nuova edizione firmata Frassinelli (rilegato a 18,50€)!
Una novità è invece quella portata in libreria da Piemme (insieme a "Ti scrivo da Auschwitz" di Ellis Lehman e Shulamith Bitran, che avevo recensito qui), "Il bambino del treno" di Paolo Casadio (rilegato a 17,50€), che racconta la storia del casellante Giovanni Tini, tra i vincitori del concorso da capostazione, dopo essersi finalmente iscritto al pnf, e del suo arrivo alla stazione di Fornello, nel giugno 1935, insieme alla moglie incinta. Attorno a loro, solo le montagne, ed è lì che crescerà suo figlio Romeo, fino al giorno in cui, nel dicembre del 1934, padre e figlio vedranno passare un treno carico di uomini, donne e bambini diretto in Germania.
È un romanzo molto intenso, che racconta la realtà rurale di inizio Novecento che oggi tendiamo a dimenticare e la consapevolezza che ogni scelta comporta delle conseguenze.
Alcune più spaventose di quanto potremmo mai immaginare.
Ultimo, ma forse il più singolare del gruppo, è "Le assaggiatrici" di Rosella Postorino, edito Feltrinelli (brossurato a 17€): l'autrice, ispirandosi alla storia vera di Margot Wölk (assaggiatrice di Hitler nella caserma di Krausendorf), racconta la vicenda di Rosa, una delle tante ragazza tedesche incaricate di assaggiare il cibo destinato a Hitler - che nel 1943 vive ormai nella costante paura di essere avvelenato, solo una delle sue numerose paranoie.
Certo, in un momento in cui il resto del paese muore di fame, la garanzia di tre pasti caldi al giorno è allettante, ma come convivere con la consapevolezza che un mostro è ancora vivo anche grazie a te? E come continuare a sentirsi una persona, quando ti viene ricordato ora dopo ora che sei soltanto uno strumento nelle mani del regime? È in questo contesto che Rosa si troverà persino a stringere un legame speciale con il loro nuovo comandante, Albert Ziegler.
È un romanzo che offre al lettore una profonda riflessione sull'istinto di sopravvivenza insito nell'animo umano, sulla femminilità e sul bisogno di restare attaccati, anche in mezzo all'orrore, a tutto ciò che ci rende umani.
Non ho voluto presentarvi una carrellata di titoli presi pari pari dalle cartelle stampa ma solo quelli che avevo effettivamente letto, e quest'anno sono questi.
Torno a consigliarvi anche "La pianista di Auschwitz" di Suzy Zail, edito Newton Compton, letto nel 2016 e che avevo davvero apprezzato (la recensione è qui), e classici moderni come "L'amico ritrovato" di Fred Uhlman, che mi ha commossa moltissimo sia in lettura che in rilettura e che trovate nell'Universale Economica Feltrinelli.
Un bacio a tutte, fanciulle (e fanciulli)!
A presto <3
La Giornata della Memoria si avvicina, e oggi voglio segnalarvi tre letture che ho avuto modo di fare - e apprezzare - in queste settimane:
Dalla vicenda di Oskar Schindler, il giovane industriale tedesco che salvò la vita di migliaia di ebrei durante la persecuzione nazista, Steven Spielberg ha tratto "Schindler's List", un film che non si può non vedere almeno una volta nella vita. Amante del lusso e delle belle donne, considerato da molti un collaborazionista, Schindler riuscì a sottrarre uomini, donne e bambini allo sterminio, impiegandoli nella sua fabbrica come personale necessario allo sforzo bellico: un'operazione rischiosa, con la quale mise in pericolo la propria vita. Assolutamente da riscoprire in libreria questo mese, nella bellissima nuova edizione firmata Frassinelli (rilegato a 18,50€)!
Una novità è invece quella portata in libreria da Piemme (insieme a "Ti scrivo da Auschwitz" di Ellis Lehman e Shulamith Bitran, che avevo recensito qui), "Il bambino del treno" di Paolo Casadio (rilegato a 17,50€), che racconta la storia del casellante Giovanni Tini, tra i vincitori del concorso da capostazione, dopo essersi finalmente iscritto al pnf, e del suo arrivo alla stazione di Fornello, nel giugno 1935, insieme alla moglie incinta. Attorno a loro, solo le montagne, ed è lì che crescerà suo figlio Romeo, fino al giorno in cui, nel dicembre del 1934, padre e figlio vedranno passare un treno carico di uomini, donne e bambini diretto in Germania.
È un romanzo molto intenso, che racconta la realtà rurale di inizio Novecento che oggi tendiamo a dimenticare e la consapevolezza che ogni scelta comporta delle conseguenze.
Alcune più spaventose di quanto potremmo mai immaginare.
Ultimo, ma forse il più singolare del gruppo, è "Le assaggiatrici" di Rosella Postorino, edito Feltrinelli (brossurato a 17€): l'autrice, ispirandosi alla storia vera di Margot Wölk (assaggiatrice di Hitler nella caserma di Krausendorf), racconta la vicenda di Rosa, una delle tante ragazza tedesche incaricate di assaggiare il cibo destinato a Hitler - che nel 1943 vive ormai nella costante paura di essere avvelenato, solo una delle sue numerose paranoie.
Certo, in un momento in cui il resto del paese muore di fame, la garanzia di tre pasti caldi al giorno è allettante, ma come convivere con la consapevolezza che un mostro è ancora vivo anche grazie a te? E come continuare a sentirsi una persona, quando ti viene ricordato ora dopo ora che sei soltanto uno strumento nelle mani del regime? È in questo contesto che Rosa si troverà persino a stringere un legame speciale con il loro nuovo comandante, Albert Ziegler.
È un romanzo che offre al lettore una profonda riflessione sull'istinto di sopravvivenza insito nell'animo umano, sulla femminilità e sul bisogno di restare attaccati, anche in mezzo all'orrore, a tutto ciò che ci rende umani.
Non ho voluto presentarvi una carrellata di titoli presi pari pari dalle cartelle stampa ma solo quelli che avevo effettivamente letto, e quest'anno sono questi.
Torno a consigliarvi anche "La pianista di Auschwitz" di Suzy Zail, edito Newton Compton, letto nel 2016 e che avevo davvero apprezzato (la recensione è qui), e classici moderni come "L'amico ritrovato" di Fred Uhlman, che mi ha commossa moltissimo sia in lettura che in rilettura e che trovate nell'Universale Economica Feltrinelli.
Un bacio a tutte, fanciulle (e fanciulli)!
A presto <3
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venerdì 12 gennaio 2018
"Favola splatter" di Beppe Tosco e Francesco Tosco
Buongiorno a tutte, fanciulle (e fanciulli)!
La chiacchiera librosa di oggi è dedicata a "Favola splatter" di Beppe Tosco e Francesco Tosco, edito Frassinelli (rilegato a 16,90€) in uscita il 16 Gennaio:
Milano. Tra 15 anni. Gheorge Pop è un criminale pieno di idee brillanti. L'ultima, davvero geniale, è quella di riutilizzare la cocaina che - una volta evacuata dai suoi consumatori - abbonda nelle fogne di Milano: raccoglierla, filtrarla, ripulirla, e rimetterla in circolazione. Little Virgin, la chiama (raffinato inglesismo per Madunina). Un tragico giorno d'estate, però, un temporale fa cadere un'enorme gru sul deposito in cui Pop tiene ammassate tonnellate di droga da ripulire, che trascinate dal vento si spargono sopra Milano. E la città impazzisce: i freni inibitori scompaiono, e gli operosi cittadini di Milano si abbandonano ai loro desideri più nascosti. Desideri che, nella stragrande maggioranza dei casi, si rivelano essere estremamente violenti. Vendette, violenze, omicidi dilagano per le vie di Milano, e, come se non bastasse quello che succede davvero, qualcuno si diverte a gettare benzina sul fuoco attraverso il web, dove spopola l'hashtag #MilanoFiesta, che viralizza e diffonde all'infinito le immagini e i video della follia. In questo contesto inizia l'odissea di uno strano trio: Vladi, un ragazzino di origini russe strutturalmente orfano; Lola, adolescente tanto impaurita quanto decisa, e il comandante dei carabinieri De Leo, che - non potendo fare nulla per fermare l'ondata di violenza - decide che la cosa migliore da fare sia provare a salvare almeno i due ragazzini. E intanto si domanda: ma è possibile che sia stata solo una nuvola di droga a scatenare tutto questo?
Meravigliosamente inquietante, e temo più vero di quanto ci piaccia ammettere.
Cosa c'è di più spaventoso, infatti, della violenza che si nasconde dentro di noi, sotto strati e strati di freni inibitori, di convenzioni sociali e di educazione imposta con più o meno successo sin dalla tenera età?
"Favola splatter" ci racconta, insomma, e racconta una Milano che non è più tanto da bere quanto da corsa. Una città frenetica, che non dorme e non ti fa dormire mai, che stimola e sovrastimola i suoi abitanti e che, anche se non la cambierei con nessun altro posto al mondo, a volte finisce per sopraffare chi l'abita. Quale ambientazione migliore per il dramma stupefacente (è il caso di dirlo) che vede l'imponente scorta di Gheorge Pop di quella che dovrebbe diventare, con l'aiuto di un buon chimico, cocaina riciclata e di nuovo pura al 96%, dispersa tra raffiche di vento degne della migliore tempesta estiva?
L'intera città inspira ed espira una droga capace di farle perdere ogni freno inibitore, e i suoi abitanti cedono ai loro desideri più sfrenati.
#MilanoFiesta nasce così, sui media che diffondono senza sosta video e immagini di quello che sembra un sadico e caotico rave a cielo aperto, e una violenza di strada che ricorda quella così ben narrata da Hubert Selby Jr. nel suo celebre "Ultima uscita per Brooklyn": un hashtag per catalogare la follia sanguinaria che nessuno sembra capace di fermare.
Beppe Tosco racconta la violenza quotidiana e insita in ognuno di noi attraverso la sua caratterizzazione più estrema e, a tratti, carica di humour nero, ma racconta anche cosa voglia dire essere un eroe oggi, attraverso il personaggio di De Leo.
De Leo non è un cavaliere senza macchia e senza paura, non possiede una spada laser e non può estrarre nessuna spada dalla roccia. Sa di non potere nulla contro un'intossicazione di massa per via aerea, ma sa anche cosa è davvero importante nel momento in cui l'umanità si abbandona totalmente alla violenza e alla mera crudeltà: preservare l'innocenza, per salvare il futuro.
È questo a legarlo a Lola e Vladi, e non volendovi rovinare la lettura ci tengo a dirvi di tenerli d'occhio, i giovani membri dell'improbabile terzetto: Vladi vi farà sorridere fino all'ultima pagina.
De Leo si chiede anche se davvero basti respirare un po' di polvere bianca per scendere in strada e squarciare gole, spezzare gambe e pugnalare ventri, e la risposta (parziale e che, in fondo, è quella che da esseri umani temiamo) alla sua domanda arriva nelle ultime pagine di questo romanzo che, ve lo assicuro, si legge tutto d'un fiato.
Mi ha ricordato alcuni dei miei grandi amori, dal già citato Hubert Selby Jr. a Bret Easton Ellis, senza che si perdessero l'ironia e il senso dell'umorismo caratteristici del lavoro televisivo e radiofonico di Beppe Tosco: consigliato, potrebbe stupirvi.
Un bacio a tutte, fanciulle (e fanciulli)!
A presto <3
La chiacchiera librosa di oggi è dedicata a "Favola splatter" di Beppe Tosco e Francesco Tosco, edito Frassinelli (rilegato a 16,90€) in uscita il 16 Gennaio:
Milano. Tra 15 anni. Gheorge Pop è un criminale pieno di idee brillanti. L'ultima, davvero geniale, è quella di riutilizzare la cocaina che - una volta evacuata dai suoi consumatori - abbonda nelle fogne di Milano: raccoglierla, filtrarla, ripulirla, e rimetterla in circolazione. Little Virgin, la chiama (raffinato inglesismo per Madunina). Un tragico giorno d'estate, però, un temporale fa cadere un'enorme gru sul deposito in cui Pop tiene ammassate tonnellate di droga da ripulire, che trascinate dal vento si spargono sopra Milano. E la città impazzisce: i freni inibitori scompaiono, e gli operosi cittadini di Milano si abbandonano ai loro desideri più nascosti. Desideri che, nella stragrande maggioranza dei casi, si rivelano essere estremamente violenti. Vendette, violenze, omicidi dilagano per le vie di Milano, e, come se non bastasse quello che succede davvero, qualcuno si diverte a gettare benzina sul fuoco attraverso il web, dove spopola l'hashtag #MilanoFiesta, che viralizza e diffonde all'infinito le immagini e i video della follia. In questo contesto inizia l'odissea di uno strano trio: Vladi, un ragazzino di origini russe strutturalmente orfano; Lola, adolescente tanto impaurita quanto decisa, e il comandante dei carabinieri De Leo, che - non potendo fare nulla per fermare l'ondata di violenza - decide che la cosa migliore da fare sia provare a salvare almeno i due ragazzini. E intanto si domanda: ma è possibile che sia stata solo una nuvola di droga a scatenare tutto questo?
Meravigliosamente inquietante, e temo più vero di quanto ci piaccia ammettere.
Cosa c'è di più spaventoso, infatti, della violenza che si nasconde dentro di noi, sotto strati e strati di freni inibitori, di convenzioni sociali e di educazione imposta con più o meno successo sin dalla tenera età?
"Favola splatter" ci racconta, insomma, e racconta una Milano che non è più tanto da bere quanto da corsa. Una città frenetica, che non dorme e non ti fa dormire mai, che stimola e sovrastimola i suoi abitanti e che, anche se non la cambierei con nessun altro posto al mondo, a volte finisce per sopraffare chi l'abita. Quale ambientazione migliore per il dramma stupefacente (è il caso di dirlo) che vede l'imponente scorta di Gheorge Pop di quella che dovrebbe diventare, con l'aiuto di un buon chimico, cocaina riciclata e di nuovo pura al 96%, dispersa tra raffiche di vento degne della migliore tempesta estiva?
L'intera città inspira ed espira una droga capace di farle perdere ogni freno inibitore, e i suoi abitanti cedono ai loro desideri più sfrenati.
#MilanoFiesta nasce così, sui media che diffondono senza sosta video e immagini di quello che sembra un sadico e caotico rave a cielo aperto, e una violenza di strada che ricorda quella così ben narrata da Hubert Selby Jr. nel suo celebre "Ultima uscita per Brooklyn": un hashtag per catalogare la follia sanguinaria che nessuno sembra capace di fermare.
Beppe Tosco racconta la violenza quotidiana e insita in ognuno di noi attraverso la sua caratterizzazione più estrema e, a tratti, carica di humour nero, ma racconta anche cosa voglia dire essere un eroe oggi, attraverso il personaggio di De Leo.
De Leo non è un cavaliere senza macchia e senza paura, non possiede una spada laser e non può estrarre nessuna spada dalla roccia. Sa di non potere nulla contro un'intossicazione di massa per via aerea, ma sa anche cosa è davvero importante nel momento in cui l'umanità si abbandona totalmente alla violenza e alla mera crudeltà: preservare l'innocenza, per salvare il futuro.
È questo a legarlo a Lola e Vladi, e non volendovi rovinare la lettura ci tengo a dirvi di tenerli d'occhio, i giovani membri dell'improbabile terzetto: Vladi vi farà sorridere fino all'ultima pagina.
De Leo si chiede anche se davvero basti respirare un po' di polvere bianca per scendere in strada e squarciare gole, spezzare gambe e pugnalare ventri, e la risposta (parziale e che, in fondo, è quella che da esseri umani temiamo) alla sua domanda arriva nelle ultime pagine di questo romanzo che, ve lo assicuro, si legge tutto d'un fiato.
Mi ha ricordato alcuni dei miei grandi amori, dal già citato Hubert Selby Jr. a Bret Easton Ellis, senza che si perdessero l'ironia e il senso dell'umorismo caratteristici del lavoro televisivo e radiofonico di Beppe Tosco: consigliato, potrebbe stupirvi.
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lunedì 6 novembre 2017
"Vorrei essere mio fratello" di Markus Zusak: il rapporto tra fratelli nella letteratura
Buongiorno a tutte, fanciulle (e fanciulli)!
La chiacchiera librosa di oggi è dedicata a "Vorrei essere mio fratello" di Markus Zusak, edito da Frassinelli (rilegato a 14,90€):
La famiglia dei fratelli Wolfe sta passando un brutto momento. Il padre ha perso il lavoro, soldi ce ne sono sempre meno, e il clima in casa è sempre più pesante. Per questo Cameron e Ruben accettano di entrare nel circuito degli incontri clandestini di boxe tra ragazzi. Con le scommesse e le mance si può guadagnare bene. Naturalmente lo fanno di nascosto dai genitori, e Cameron dovrà anche nascondere, persino a se stesso, quello che prova per la ragazza che viene sempre agli incontri, e che sembra avere occhi soltanto per Ruben. Ma i due fratelli presto capiranno che stanno combattendo per qualcosa di più importante dei soldi, persino delle ragazze: combattono per la loro dignità, combattono per scoprire chi sono veramente. E combattono l'uno per l'altro.
Al centro di questo secondo capitolo della trilogia dedicata ai fratelli Wolfe c'è, appunto, il rapporto in costante evoluzione tra Cam e Ruben, ed era impossibile non pensare ai tanti fratelli che, dai classici ai romance, ci hanno affascinati e, occasionalmente, fatto innamorare.
A partire dai fratelli della nostra infanzia, i fratelli Weasley.
Ben più di due, ma non per questo meno uniti, solidali e sempre pronti a supportarsi a vicenda senza mai perdere l'occasione per farsi uno scherzo. I miei preferiti sono in assoluto i gemelli Fred e George, e il loro rapporto da partner in crime è di sicuro uno degli elementi più divertenti e speciali dell'intera serie dedicata a Harry Potter.
Lo so, è un bel salto da Harry Potter a Fëdor Dostoevskij e al suo "I fratelli Karamazov".
Ma quando ho scoperto questo romanzo al liceo mi sono innamorata di Dostoevskij e della sua scrittura, e Alëša è ancora il mio preferito nonostante sia il meno ribelle e il più spirituale della famiglia. L'opera vede la contrapposizione di quattro fratelli, i loro scontri e le loro differenze di opinione su... praticamente tutto ciò che attiene la vita umana.
I salti mi piacciono parecchio, questo è evidente.
I fratelli Maddox creati dalla penna di Jamie McGuire hanno popolato la mia libreria volume dopo volume, e come dare torto alle fan in giro per il mondo? Sono belli, intelligenti, dolci, romantici e molto passionali: un fratello Maddox tira l'altro, insomma. Come le ciliegie.
Infine, uno dei miei romanzi preferiti di sempre! Ho letto "La valle dell'Eden" di John Steinbeck anni fa, e l'ho riletto l'anno scorso quando ho fatto una maratona dei suoi lavori. La storia di Adam e Charles, che presenta numerosi tratti in comune con quella di Caino e Abele, è struggente e dall'esito infelice, e se la lettura di questo non troppo agile volume (circa 700 pagine) vi spaventasse, potreste recuperare almeno il film, in cui James Dean interpretava il meno affabile e più scontroso dei fratelli.
Come si inseriscono i fratelli Wolfe in questo quadro?
Il loro rapporto è quello che caratterizza ogni coppia di ragazzi cresciuti insieme, un mix di rivalità e di desiderio di protezione che vi conquisterà sin dalla prima pagina.
E se foste ancora indecisi sull'iniziare o no la lettura di questa trilogia, ecco i contenuti che vi aspettano online questa settimana per scoprirla insieme:
Un bacio a tutte, fanciulle (e fanciulli)!
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La chiacchiera librosa di oggi è dedicata a "Vorrei essere mio fratello" di Markus Zusak, edito da Frassinelli (rilegato a 14,90€):
La famiglia dei fratelli Wolfe sta passando un brutto momento. Il padre ha perso il lavoro, soldi ce ne sono sempre meno, e il clima in casa è sempre più pesante. Per questo Cameron e Ruben accettano di entrare nel circuito degli incontri clandestini di boxe tra ragazzi. Con le scommesse e le mance si può guadagnare bene. Naturalmente lo fanno di nascosto dai genitori, e Cameron dovrà anche nascondere, persino a se stesso, quello che prova per la ragazza che viene sempre agli incontri, e che sembra avere occhi soltanto per Ruben. Ma i due fratelli presto capiranno che stanno combattendo per qualcosa di più importante dei soldi, persino delle ragazze: combattono per la loro dignità, combattono per scoprire chi sono veramente. E combattono l'uno per l'altro.
Al centro di questo secondo capitolo della trilogia dedicata ai fratelli Wolfe c'è, appunto, il rapporto in costante evoluzione tra Cam e Ruben, ed era impossibile non pensare ai tanti fratelli che, dai classici ai romance, ci hanno affascinati e, occasionalmente, fatto innamorare.
A partire dai fratelli della nostra infanzia, i fratelli Weasley.
Ben più di due, ma non per questo meno uniti, solidali e sempre pronti a supportarsi a vicenda senza mai perdere l'occasione per farsi uno scherzo. I miei preferiti sono in assoluto i gemelli Fred e George, e il loro rapporto da partner in crime è di sicuro uno degli elementi più divertenti e speciali dell'intera serie dedicata a Harry Potter.
Lo so, è un bel salto da Harry Potter a Fëdor Dostoevskij e al suo "I fratelli Karamazov".
Ma quando ho scoperto questo romanzo al liceo mi sono innamorata di Dostoevskij e della sua scrittura, e Alëša è ancora il mio preferito nonostante sia il meno ribelle e il più spirituale della famiglia. L'opera vede la contrapposizione di quattro fratelli, i loro scontri e le loro differenze di opinione su... praticamente tutto ciò che attiene la vita umana.
I salti mi piacciono parecchio, questo è evidente.
I fratelli Maddox creati dalla penna di Jamie McGuire hanno popolato la mia libreria volume dopo volume, e come dare torto alle fan in giro per il mondo? Sono belli, intelligenti, dolci, romantici e molto passionali: un fratello Maddox tira l'altro, insomma. Come le ciliegie.
Infine, uno dei miei romanzi preferiti di sempre! Ho letto "La valle dell'Eden" di John Steinbeck anni fa, e l'ho riletto l'anno scorso quando ho fatto una maratona dei suoi lavori. La storia di Adam e Charles, che presenta numerosi tratti in comune con quella di Caino e Abele, è struggente e dall'esito infelice, e se la lettura di questo non troppo agile volume (circa 700 pagine) vi spaventasse, potreste recuperare almeno il film, in cui James Dean interpretava il meno affabile e più scontroso dei fratelli.
Come si inseriscono i fratelli Wolfe in questo quadro?
Il loro rapporto è quello che caratterizza ogni coppia di ragazzi cresciuti insieme, un mix di rivalità e di desiderio di protezione che vi conquisterà sin dalla prima pagina.
E se foste ancora indecisi sull'iniziare o no la lettura di questa trilogia, ecco i contenuti che vi aspettano online questa settimana per scoprirla insieme:
Un bacio a tutte, fanciulle (e fanciulli)!
A presto <3
martedì 31 ottobre 2017
"Vorrei essere mio fratello" di Markus Zusak
Buongiorno a tutte, fanciulle (e fanciulli)!
La chiacchiera librosa di oggi è dedicata a "Vorrei essere mio fratello" di Markus Zusak, edito Frassinelli (rilegato a 14,90€):
La famiglia dei fratelli Wolfe sta passando un brutto momento. Il padre ha perso il lavoro, soldi ce ne sono sempre meno, e il clima in casa è sempre più pesante. Per questo Cameron e Ruben accettano di entrare nel circuito degli incontri clandestini di boxe tra ragazzi. Con le scommesse e le mance si può guadagnare bene.
Naturalmente lo fanno di nascosto dai genitori, e Cameron dovrà anche nascondere, persino a se stesso, quello che prova per la ragazza che viene sempre agli incontri, e che sembra avere occhi soltanto per Ruben.
Ma i due fratelli presto capiranno che stanno combattendo per qualcosa di più importante dei soldi, persino delle ragazze: combattono per la loro dignità, combattono per scoprire chi sono veramente. E combattono l'uno per l'altro.
L'unica critica che si può fare ai romanzi che compongono la serie "The Wolfe Brothers"?
Sono troppo brevi.
Anche stavolta, la lettura mi ha completamente assorbita e, nel giro di un paio d'ore, ero già costretta a salutare Cameron e Ruben (ma solo fino al 21 Novembre). Non si fa!
Scherzi a parte, "Vorrei essere mio fratello" esplora le dinamiche del rapporto tra fratelli con una spontaneità e una leggerezza che pochi autori possiedono: la competizione e il desiderio di proteggere, la voglia di superarsi ma anche quella di tenersi per mano.
Tra fratelli è così, ed è così anche tra Cam e Ruben.
Ho apprezzato tantissimo il tuffo nel mondo della boxe clandestina, e scoprire pagina dopo pagina ciò che comporta per un ragazzo come Cam - ve lo ricordate, il sognatore un po' sfigatello di "A 15 anni sei troppo vecchio"? - entrare in un ambiente violento e senza scrupoli come quello delle scommesse sottobanco.
Se già nel primo volume della serie quella del padre era una figura distaccata e non troppo presente nella "vera" vita dei figli, ora il divario che li separa sembra essersi ulteriormente dilatato: mentre l'uomo diventa sempre più insofferente (poichè incapace di provvedere alla sua famiglia), i due figli si appoggiano sempre di più l'uno all'altro. I soldi e il loro non bastare più per il benessere della famiglia sono il motivo scatenante dell'atto estremo dei fratelli Wolfe, e anche un ulteriore motivo di distacco dei due ragazzi dai genitori. Ma davvero a sedici, diciassette anni ci si basta da soli?
Adoro la prosa di Markus Zusak e il suo indagare il rapporto tra fratelli attraverso una storia semplice e spontanea, e "Vorrei essere mio fratello" conferma l'ottima impressione avuto dal primo capitolo di una trilogia che sto davvero apprezzando moltissimo: non vedo l'ora di scoprire il terzo volume il 21 Novembre!
Un bacio a tutte, fanciulle (e fanciulli)!
A presto <3
La chiacchiera librosa di oggi è dedicata a "Vorrei essere mio fratello" di Markus Zusak, edito Frassinelli (rilegato a 14,90€):
La famiglia dei fratelli Wolfe sta passando un brutto momento. Il padre ha perso il lavoro, soldi ce ne sono sempre meno, e il clima in casa è sempre più pesante. Per questo Cameron e Ruben accettano di entrare nel circuito degli incontri clandestini di boxe tra ragazzi. Con le scommesse e le mance si può guadagnare bene.
Naturalmente lo fanno di nascosto dai genitori, e Cameron dovrà anche nascondere, persino a se stesso, quello che prova per la ragazza che viene sempre agli incontri, e che sembra avere occhi soltanto per Ruben.
Ma i due fratelli presto capiranno che stanno combattendo per qualcosa di più importante dei soldi, persino delle ragazze: combattono per la loro dignità, combattono per scoprire chi sono veramente. E combattono l'uno per l'altro.
L'unica critica che si può fare ai romanzi che compongono la serie "The Wolfe Brothers"?
Sono troppo brevi.
Anche stavolta, la lettura mi ha completamente assorbita e, nel giro di un paio d'ore, ero già costretta a salutare Cameron e Ruben (ma solo fino al 21 Novembre). Non si fa!
Scherzi a parte, "Vorrei essere mio fratello" esplora le dinamiche del rapporto tra fratelli con una spontaneità e una leggerezza che pochi autori possiedono: la competizione e il desiderio di proteggere, la voglia di superarsi ma anche quella di tenersi per mano.
Tra fratelli è così, ed è così anche tra Cam e Ruben.
Ho apprezzato tantissimo il tuffo nel mondo della boxe clandestina, e scoprire pagina dopo pagina ciò che comporta per un ragazzo come Cam - ve lo ricordate, il sognatore un po' sfigatello di "A 15 anni sei troppo vecchio"? - entrare in un ambiente violento e senza scrupoli come quello delle scommesse sottobanco.
Se già nel primo volume della serie quella del padre era una figura distaccata e non troppo presente nella "vera" vita dei figli, ora il divario che li separa sembra essersi ulteriormente dilatato: mentre l'uomo diventa sempre più insofferente (poichè incapace di provvedere alla sua famiglia), i due figli si appoggiano sempre di più l'uno all'altro. I soldi e il loro non bastare più per il benessere della famiglia sono il motivo scatenante dell'atto estremo dei fratelli Wolfe, e anche un ulteriore motivo di distacco dei due ragazzi dai genitori. Ma davvero a sedici, diciassette anni ci si basta da soli?
Adoro la prosa di Markus Zusak e il suo indagare il rapporto tra fratelli attraverso una storia semplice e spontanea, e "Vorrei essere mio fratello" conferma l'ottima impressione avuto dal primo capitolo di una trilogia che sto davvero apprezzando moltissimo: non vedo l'ora di scoprire il terzo volume il 21 Novembre!
Un bacio a tutte, fanciulle (e fanciulli)!
A presto <3
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lunedì 16 ottobre 2017
"A 15 anni sei troppo vecchio" di Markus Zusak: conosciamo meglio l'autore!
Buongiorno a tutte, fanciulle (e fanciulli)!
"A 15 anni sei troppo vecchio" di Markus Zusak, edito Frassinelli (rilegato a 14,90€) è in libreria da pochi giorni, ed è il momento di scoprire qualcosa di più sull'autore, diventato famoso in tutto il mondo grazie a "Storia di una ladra di libri" (che, per chi lo avesse amato sin dall'inizio come me, resterà sempre "La bambina che salvava i libri" nonostante il cambio di titolo per allinearsi al film).
A distanza di qualche anno dalla pubblicazione originale è arrivata finalmente in Italia anche la storia dei fratelli Wolfe, di cui trovate già recensito qui il primo volume, "A 15 anni sei troppo vecchio", e di cui leggerò prestissimo il seguito.
Quale migliore occasione per scoprire qualcosa di più su Markus Zusak, l'uomo dietro i libri?
Markus Zusak è nato a Sydney il 23 Giugno 1975, da madre tedesca e padre austriaco entrambi emigrati in Australia da circa vent'anni.
Ha raccontato (in un'intervista rilasciata al The Guardian nel 2008, ndr) di essere cresciuto con i libri per bambini e ragazzi del Dr. Seuss, perchè i genitori non conoscevano l'inglese appena arrivati in Australia e ci tenevano che i figli crescessero con una conoscenza eccellente di quella lingua.
Aveva circa 16 anni quando ha deciso di voler scrivere, e ammette di trovarlo difficile ancora oggi, anche a casua delle aspettative e del suo desiderio di scrivere ogni volta un libro migliore del precedente.
Però ha un metodo infallibile per capire se la storia che gli ronza in testa merita di esser scritta e sviluppata. Si chiede "Se nessuno volesse pubblicare questo libro, varrebbe comunque la pena di scriverlo?" e se la risposta è sì, si mette al lavoro.
Ha due sorelle e un fratello, tutti più grandi di lui: il ruolo di fratello minore è qualcosa che condivide con il protagonista della sua prima fatica letteraria, Cameron Wolfe.
"A 15 anni sei troppo vecchio" è stato scritto dall'autore nel 1999, seguito a ruota da "Vorrei essere mio fratello" e "Il cielo è fatto di lei e di me" (i cui titoli originali sono "The Underdog", "Fighting Ruben Wolfe" e "When Dogs Cry"), ma nonostante i premi letterari vinti la vera fama è arrivata solo con i suoi lavori successivi, "Io sono il messaggero" e, soprattutto, "Storia di una ladra di libri".
Uscito nel 2005 e tradotto in più di 30 lingue, è stato un successo internazionale da cui è stato tratto un film nel 2013, anch'esso apprezzatissimo dal pubblico e dalla critica.
La pubblicazione dei suoi lavori in Italia è stata diversa da quella originale, perchè molti di voi avranno letto "Io sono il messaggero" già nel 2006, quando era uscito con il titolo "La quinta carta" (che è da qualche parte in fondo alla mia libreria), e poi scoperto "La bambina che salvava i libri" nel 2009, prima che diventasse "Storia di una ladra di libri" in concomitanza con l'uscita del film al cinema. Ora potremo recuperare anche la lettura della sua trilogia d'esordio, non siete emozionati?!
E se vi dicessi che, oltre a scoprire qualcosa di più sull'autore, potreste anche saperne di più sulla serie ora in libreri? Ecco dove e quando trovare gli altri contenuti dedicati a Markus Zusak e alla sua bellissima trilogia:
Un bacio a tutte, fanciulle (e fanciulli)!
A presto <3
"A 15 anni sei troppo vecchio" di Markus Zusak, edito Frassinelli (rilegato a 14,90€) è in libreria da pochi giorni, ed è il momento di scoprire qualcosa di più sull'autore, diventato famoso in tutto il mondo grazie a "Storia di una ladra di libri" (che, per chi lo avesse amato sin dall'inizio come me, resterà sempre "La bambina che salvava i libri" nonostante il cambio di titolo per allinearsi al film).
A distanza di qualche anno dalla pubblicazione originale è arrivata finalmente in Italia anche la storia dei fratelli Wolfe, di cui trovate già recensito qui il primo volume, "A 15 anni sei troppo vecchio", e di cui leggerò prestissimo il seguito.
Quale migliore occasione per scoprire qualcosa di più su Markus Zusak, l'uomo dietro i libri?
Markus Zusak è nato a Sydney il 23 Giugno 1975, da madre tedesca e padre austriaco entrambi emigrati in Australia da circa vent'anni.
Ha raccontato (in un'intervista rilasciata al The Guardian nel 2008, ndr) di essere cresciuto con i libri per bambini e ragazzi del Dr. Seuss, perchè i genitori non conoscevano l'inglese appena arrivati in Australia e ci tenevano che i figli crescessero con una conoscenza eccellente di quella lingua.
Aveva circa 16 anni quando ha deciso di voler scrivere, e ammette di trovarlo difficile ancora oggi, anche a casua delle aspettative e del suo desiderio di scrivere ogni volta un libro migliore del precedente.
Però ha un metodo infallibile per capire se la storia che gli ronza in testa merita di esser scritta e sviluppata. Si chiede "Se nessuno volesse pubblicare questo libro, varrebbe comunque la pena di scriverlo?" e se la risposta è sì, si mette al lavoro.
Ha due sorelle e un fratello, tutti più grandi di lui: il ruolo di fratello minore è qualcosa che condivide con il protagonista della sua prima fatica letteraria, Cameron Wolfe.
"A 15 anni sei troppo vecchio" è stato scritto dall'autore nel 1999, seguito a ruota da "Vorrei essere mio fratello" e "Il cielo è fatto di lei e di me" (i cui titoli originali sono "The Underdog", "Fighting Ruben Wolfe" e "When Dogs Cry"), ma nonostante i premi letterari vinti la vera fama è arrivata solo con i suoi lavori successivi, "Io sono il messaggero" e, soprattutto, "Storia di una ladra di libri".
Uscito nel 2005 e tradotto in più di 30 lingue, è stato un successo internazionale da cui è stato tratto un film nel 2013, anch'esso apprezzatissimo dal pubblico e dalla critica.
La pubblicazione dei suoi lavori in Italia è stata diversa da quella originale, perchè molti di voi avranno letto "Io sono il messaggero" già nel 2006, quando era uscito con il titolo "La quinta carta" (che è da qualche parte in fondo alla mia libreria), e poi scoperto "La bambina che salvava i libri" nel 2009, prima che diventasse "Storia di una ladra di libri" in concomitanza con l'uscita del film al cinema. Ora potremo recuperare anche la lettura della sua trilogia d'esordio, non siete emozionati?!
E se vi dicessi che, oltre a scoprire qualcosa di più sull'autore, potreste anche saperne di più sulla serie ora in libreri? Ecco dove e quando trovare gli altri contenuti dedicati a Markus Zusak e alla sua bellissima trilogia:
Un bacio a tutte, fanciulle (e fanciulli)!
A presto <3
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giovedì 12 ottobre 2017
"A 15 anni sei troppo vecchio" di Markus Zusak
Buongiorno a tutte, fanciulle (e fanciulli)!
La chiacchiera librosa di oggi è dedicata a "A 15 anni sei troppo vecchio" di Markus Zusak, edito Frassinelli (rilegato a 14,90€):
In "A 15 anni sei troppo vecchio" incontriamo per la prima volta i fratelli Cameron e Ruben Wolfe. I due sono tanto uniti quanto diversi, visto che mentre Ruben, il più vecchio, è forte, bello e brillante, Cameron è invece il più classico degli sfigati.
I due ragazzi passano la maggior parte del loro tempo litigando con i genitori e i fratelli maggiori, combattendo tra di loro incontri di boxe «a una mano» (possiedono un solo paio di guantoni), e progettando piani semidelinquenziali, come derubare il dentista del quartiere, che falliscono miseramente.
Ma quello che Cameron, come tutti gli adolescenti, desidera veramente, è incontrare una ragazza - una ragazza vera, non una di quelle delle riviste che guarda il fratello.
Ma la domanda che lo attanaglia è: chi può innamorarsi di un perdente come me?
Mi sono innamorata di Cameron dal primo capitolo di questo romanzo, e per un motivo molto semplice: la sua voce è profondamente e completamente vera.
Niente estremismi, nessuna frase-Tumblr. Solo i pensieri confusi di quello che è un adolescente come lo siamo o lo siamo stati tutti.
#CameronUnoDiNoi, insomma.
Perchè dico questo?
Perchè io mi sono ritrovata moltissimo nei dubbi e nelle insicurezze del minore dei dei fratelli Wolfe, preoccupato di non esssere abbastanza attraente, abbastanza forte o abbastanza sveglio per riuscire a farcela nella vita.
E senza arrivare alla vita, limitiamoci al primo pensiero di Cameron (e di tutti gli altri ragazzi della sua età): riuscirà mai ad avere una ragazza?
Markus Zusak ci racconta - in quel suo modo speciale che avevamo già potuto apprezzare in "Storia di una ladra di libri" e "Io sono il messaggero" - la quotidianità fatta di alti e bassi di un ragazzino come tanti, diviso tra i conflitti con un padre non proprio perfetto e l'ammirazione-odio che prova verso il fratello maggiore Ruben, allo stesso tempo spina nel fianco e partner in crime.
Dà voce ai dubbi, alla confusione e ai desideri di Cameron con freschezza e spontaneità, portando sulla carta un personaggio che, ne sono sicura, resterà nei vostri cuori a lungo e vorrete seguire per tutti e tre i volumi della serie.
Ho adorato l'interazione tra Cameron e Ruben, il loro battibeccare in cui ho ritrovato me stessa e mio fratello in più di un'occasione, e ho riso quando ho assistito alla comica evoluzione del loro piano per derubare il dentista. Vi dico solo che entrano con l'idea di uscire ricchi, ed escono con un appuntamento per fare la pulizia dei denti a causa di un'assistente molto carina che fa breccia nel cuore di #CameronUnoDiNoi XD
Bellissimo anche l'espediente scelto dall'autore per renderci partecipi dei desideri e delle paure inespresse di Cameron: raccontarci i suoi sogni.
Sogni assurdi, sogno sconclusionati e a volte ridicoli, ma che sono lo specchio dei suoi pensieri e dell'impatto che le azioni altrui hanno su di lui.
Nei suoi sogni Cameron è a tratti un eroe e a tratti una vittima, esattamente come vorrebbe sentirsi e come invece si trova ad essere nella vita di ogni giorno, ed è stato un modo affascinante e coinvolgente per entrare nella mente del personaggio senza dover leggere pagine e pagine di flusso di pensiero.
È un approccio diverso al romanzo YA, sicuramente meno "di tendenza" ma allo stesso tempo molto più spontaneo e naturale: la verità è che, adolescenti o meno, siamo tutti Cameron. Almeno un po'.
Markus Zusak in questo libro non racconta solo la vita di un personaggio, ci mette anche di fronte ai nostri stessi dubbi sull'amore, sul coraggio e sull'importanza delle nostre scelte.
Consigliatissimo, soprattutto se cercate qualcosa che racconti l'adolescenza in modo meno patinato ma molto, molto più vero. Io bramo già il secondo volume ;)
Un bacio a tutte, fanciulle (e fanciulli)!
A presto <3
La chiacchiera librosa di oggi è dedicata a "A 15 anni sei troppo vecchio" di Markus Zusak, edito Frassinelli (rilegato a 14,90€):
In "A 15 anni sei troppo vecchio" incontriamo per la prima volta i fratelli Cameron e Ruben Wolfe. I due sono tanto uniti quanto diversi, visto che mentre Ruben, il più vecchio, è forte, bello e brillante, Cameron è invece il più classico degli sfigati.
I due ragazzi passano la maggior parte del loro tempo litigando con i genitori e i fratelli maggiori, combattendo tra di loro incontri di boxe «a una mano» (possiedono un solo paio di guantoni), e progettando piani semidelinquenziali, come derubare il dentista del quartiere, che falliscono miseramente.
Ma quello che Cameron, come tutti gli adolescenti, desidera veramente, è incontrare una ragazza - una ragazza vera, non una di quelle delle riviste che guarda il fratello.
Ma la domanda che lo attanaglia è: chi può innamorarsi di un perdente come me?
Mi sono innamorata di Cameron dal primo capitolo di questo romanzo, e per un motivo molto semplice: la sua voce è profondamente e completamente vera.
Niente estremismi, nessuna frase-Tumblr. Solo i pensieri confusi di quello che è un adolescente come lo siamo o lo siamo stati tutti.
#CameronUnoDiNoi, insomma.
Perchè dico questo?
Perchè io mi sono ritrovata moltissimo nei dubbi e nelle insicurezze del minore dei dei fratelli Wolfe, preoccupato di non esssere abbastanza attraente, abbastanza forte o abbastanza sveglio per riuscire a farcela nella vita.
E senza arrivare alla vita, limitiamoci al primo pensiero di Cameron (e di tutti gli altri ragazzi della sua età): riuscirà mai ad avere una ragazza?
Markus Zusak ci racconta - in quel suo modo speciale che avevamo già potuto apprezzare in "Storia di una ladra di libri" e "Io sono il messaggero" - la quotidianità fatta di alti e bassi di un ragazzino come tanti, diviso tra i conflitti con un padre non proprio perfetto e l'ammirazione-odio che prova verso il fratello maggiore Ruben, allo stesso tempo spina nel fianco e partner in crime.
Dà voce ai dubbi, alla confusione e ai desideri di Cameron con freschezza e spontaneità, portando sulla carta un personaggio che, ne sono sicura, resterà nei vostri cuori a lungo e vorrete seguire per tutti e tre i volumi della serie.
Ho adorato l'interazione tra Cameron e Ruben, il loro battibeccare in cui ho ritrovato me stessa e mio fratello in più di un'occasione, e ho riso quando ho assistito alla comica evoluzione del loro piano per derubare il dentista. Vi dico solo che entrano con l'idea di uscire ricchi, ed escono con un appuntamento per fare la pulizia dei denti a causa di un'assistente molto carina che fa breccia nel cuore di #CameronUnoDiNoi XD
Bellissimo anche l'espediente scelto dall'autore per renderci partecipi dei desideri e delle paure inespresse di Cameron: raccontarci i suoi sogni.
Sogni assurdi, sogno sconclusionati e a volte ridicoli, ma che sono lo specchio dei suoi pensieri e dell'impatto che le azioni altrui hanno su di lui.
Nei suoi sogni Cameron è a tratti un eroe e a tratti una vittima, esattamente come vorrebbe sentirsi e come invece si trova ad essere nella vita di ogni giorno, ed è stato un modo affascinante e coinvolgente per entrare nella mente del personaggio senza dover leggere pagine e pagine di flusso di pensiero.
È un approccio diverso al romanzo YA, sicuramente meno "di tendenza" ma allo stesso tempo molto più spontaneo e naturale: la verità è che, adolescenti o meno, siamo tutti Cameron. Almeno un po'.
Markus Zusak in questo libro non racconta solo la vita di un personaggio, ci mette anche di fronte ai nostri stessi dubbi sull'amore, sul coraggio e sull'importanza delle nostre scelte.
Consigliatissimo, soprattutto se cercate qualcosa che racconti l'adolescenza in modo meno patinato ma molto, molto più vero. Io bramo già il secondo volume ;)
Un bacio a tutte, fanciulle (e fanciulli)!
A presto <3
giovedì 28 settembre 2017
Markus Zusak torna in libreria
con la trilogia "The Wolfe Brothers"!
Buongiorno a tutte, fanciulle (e fanciulli)!
La chiacchiera librosa di oggi è dedicata alla trilogia "The Wolfe Brothers" di Markus Zusak, in arrivo da Ottobre per Frassinelli:
La storia dei fratelli Wolfe si snoda lungo tre volumi, e personalmente nonvedo l'ora di ritrovare l'autore di "Storia di una ladra di libri" e "Io sono il messaggero".
Ma sono curiosa: vediamo questa serie libro per libro, che ne dite?
In "A 15 anni sei troppo vecchio" incontriamo per la prima volta i fratelli Cameron e Ruben Wolfe. I due sono tanto uniti quanto diversi, visto che mentre Ruben, il più vecchio, è forte, bello e brillante, Cameron è invece il più classico degli sfigati.
I due ragazzi passano la maggior parte del loro tempo litigando con i genitori e i fratelli maggiori, combattendo tra di loro incontri di boxe «a una mano» (possiedono un solo paio di guantoni), e progettando piani semidelinquenziali, come derubare il dentista del quartiere, che falliscono miseramente.
Ma quello che Cameron, come tutti gli adolescenti, desidera veramente, è incontrare una ragazza - una ragazza vera, non una di quelle delle riviste che guarda il fratello.
Ma la domanda che lo attanaglia è: chi può innamorarsi di un perdente come me?
La famiglia dei fratelli Wolfe sta passando un brutto momento. Il padre ha perso il lavoro, soldi ce ne sono sempre meno, e il clima in casa è sempre più pesante. Per questo Cameron e Ruben accettano di entrare nel circuito degli incontri clandestini di boxe tra ragazzi. Con le scommesse e le mance si può guadagnare bene.
Naturalmente lo fanno di nascosto dai genitori, e Cameron dovrà anche nascondere, persino a se stesso, quello che prova per la ragazza che viene sempre agli incontri, e che sembra avere occhi soltanto per Ruben.
Ma i due fratelli presto capiranno che stanno combattendo per qualcosa di più importante dei soldi, persino delle ragazze: combattono per la loro dignità, combattono per scoprire chi sono veramente. E combattono l'uno per l'altro.
Del terzo volume non sono riuscita a recuperare la trama, non ancora disponibile: appena lo sarà la sostituirò qui sotto. Non vedo davvero l'ora di iniziare a leggere questa trilogia, la aspetto da mesi e finalmente ci siamo!
E voi, che dite? La state aspettando?
Un bacio a tutte, fanciulle (e fanciulli)!
A presto <3
La chiacchiera librosa di oggi è dedicata alla trilogia "The Wolfe Brothers" di Markus Zusak, in arrivo da Ottobre per Frassinelli:
La storia dei fratelli Wolfe si snoda lungo tre volumi, e personalmente nonvedo l'ora di ritrovare l'autore di "Storia di una ladra di libri" e "Io sono il messaggero".
Ma sono curiosa: vediamo questa serie libro per libro, che ne dite?
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| 10 Ottobre - 14,90€ |
I due ragazzi passano la maggior parte del loro tempo litigando con i genitori e i fratelli maggiori, combattendo tra di loro incontri di boxe «a una mano» (possiedono un solo paio di guantoni), e progettando piani semidelinquenziali, come derubare il dentista del quartiere, che falliscono miseramente.
Ma quello che Cameron, come tutti gli adolescenti, desidera veramente, è incontrare una ragazza - una ragazza vera, non una di quelle delle riviste che guarda il fratello.
Ma la domanda che lo attanaglia è: chi può innamorarsi di un perdente come me?
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| 31 Ottobre - 14,90€ |
Naturalmente lo fanno di nascosto dai genitori, e Cameron dovrà anche nascondere, persino a se stesso, quello che prova per la ragazza che viene sempre agli incontri, e che sembra avere occhi soltanto per Ruben.
Ma i due fratelli presto capiranno che stanno combattendo per qualcosa di più importante dei soldi, persino delle ragazze: combattono per la loro dignità, combattono per scoprire chi sono veramente. E combattono l'uno per l'altro.
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| 21 Novembre - 14,90€ |
E voi, che dite? La state aspettando?
Un bacio a tutte, fanciulle (e fanciulli)!
A presto <3
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venerdì 21 luglio 2017
"Didone regina" di Gaia Servadio
Buongiorno a tutte, fanciulle (e fanciulli)!
La chiacchiera librosa di oggi è dedicata a "Didone regina" di Gaia Servadio, edito Frassinelli (rilegato a 18,50€):
Un veliero, tre sorelle in fuga da una faida scoppiata per evitare che una di loro diventi regina, un viaggio avventuroso tra Cipro, l'Egitto, il Nord Africa e Cartagine. È questo l'inizio del mito di Didone: regina di diritto, esule per volontà degli Assiri. Didone è una donna volitiva, impulsiva, intelligente e per questo temuta e osteggiata. Costretta da una congiura a fuggire dal Libano, attraversa l'intero Mediterraneo per poi fermarsi nel Nord Africa, fondare Cartagine e con essa costruire il mito dei Fenici. Amata e finalmente protetta dal suo popolo, Didone incontrerà l'uomo che per la prima volta la farà innamorare ma, allo stesso tempo, la porterà alla distruzione: Yarbas, un giovane, bellissimo e crudele principe del deserto. Per lui perderà il bene più prezioso, suo figlio Annibale, e per lui attraverserà il Sahara, si allontanerà dalla sua città, e finirà umiliata e tradita. Tornata a Cartagine, in una città che ora la osteggia, troverà la morte a causa di una aggressione proprio dentro il tempio del quale è sacerdotessa. Il potere, il potere maschile, si libera così di una donna troppo forte per i suoi tempi, e la Storia trova la sua prima eroina. Gaia Servadio sa raccontare come nessun altro le donne, e come nessuno racconta Didone: una donna forte, libera, indipendente, profondamente appassionata, e lacerata dall'eterno contrasto tra amore e potere, ragione e sentimento.
Ho sempre avuto un debole per miti e leggende, e ricordo ancora quando ho letto per la prima volta la storia di Didone ed Enea sulla mia Iliade illustrata per ragazzi, tanti anni fa.
Ma Didone non è solo la mitica regina toltasi la vita per amore di un soldato errante, no: Gaia Servadio ne racconta la storia di donna appassionata e determinata, dalla fede incrollabile ma ahimè, dal cuore così profondamente umano.... e fragile.
Una lettura imprescindibile per quest'estate che, più o meno, è arrivata per tutti (anche se io alle mie tazze di tè non ho ancora rinunciato, soprattutto durante la lettura), e un libro da avere in libreria perchè non è solo l'opera più appassionante ed accattivante che mai leggerete sulla figura di Didone: è una meravigliosa storia di donna, tra privazioni, conquiste e battaglie da combattere.
Anche soltanto per affermare il proprio diritto a decidere per se stesse.
La sua storia è un viaggio indietro nei secoli e attraverso il Mediterraneo, in cui Didone è esule al pari dei migranti che attraversano oggi quello stesso mare, in fuga dalle stesse guerre: impossibile non leggere "Didone regina" senza uno sguardo al presente, e impossibile non restare conquistati da una figura di cui c'è tanto da dire oltre al mito dell'amore infelice per Enea, anche se le pagine dell'Iliade sono ciò che l'ha resa veramente celebre.
La chiacchiera librosa di oggi è dedicata a "Didone regina" di Gaia Servadio, edito Frassinelli (rilegato a 18,50€):
Un veliero, tre sorelle in fuga da una faida scoppiata per evitare che una di loro diventi regina, un viaggio avventuroso tra Cipro, l'Egitto, il Nord Africa e Cartagine. È questo l'inizio del mito di Didone: regina di diritto, esule per volontà degli Assiri. Didone è una donna volitiva, impulsiva, intelligente e per questo temuta e osteggiata. Costretta da una congiura a fuggire dal Libano, attraversa l'intero Mediterraneo per poi fermarsi nel Nord Africa, fondare Cartagine e con essa costruire il mito dei Fenici. Amata e finalmente protetta dal suo popolo, Didone incontrerà l'uomo che per la prima volta la farà innamorare ma, allo stesso tempo, la porterà alla distruzione: Yarbas, un giovane, bellissimo e crudele principe del deserto. Per lui perderà il bene più prezioso, suo figlio Annibale, e per lui attraverserà il Sahara, si allontanerà dalla sua città, e finirà umiliata e tradita. Tornata a Cartagine, in una città che ora la osteggia, troverà la morte a causa di una aggressione proprio dentro il tempio del quale è sacerdotessa. Il potere, il potere maschile, si libera così di una donna troppo forte per i suoi tempi, e la Storia trova la sua prima eroina. Gaia Servadio sa raccontare come nessun altro le donne, e come nessuno racconta Didone: una donna forte, libera, indipendente, profondamente appassionata, e lacerata dall'eterno contrasto tra amore e potere, ragione e sentimento.
Ho sempre avuto un debole per miti e leggende, e ricordo ancora quando ho letto per la prima volta la storia di Didone ed Enea sulla mia Iliade illustrata per ragazzi, tanti anni fa.
Ma Didone non è solo la mitica regina toltasi la vita per amore di un soldato errante, no: Gaia Servadio ne racconta la storia di donna appassionata e determinata, dalla fede incrollabile ma ahimè, dal cuore così profondamente umano.... e fragile.
Una lettura imprescindibile per quest'estate che, più o meno, è arrivata per tutti (anche se io alle mie tazze di tè non ho ancora rinunciato, soprattutto durante la lettura), e un libro da avere in libreria perchè non è solo l'opera più appassionante ed accattivante che mai leggerete sulla figura di Didone: è una meravigliosa storia di donna, tra privazioni, conquiste e battaglie da combattere.
Anche soltanto per affermare il proprio diritto a decidere per se stesse.
La sua storia è un viaggio indietro nei secoli e attraverso il Mediterraneo, in cui Didone è esule al pari dei migranti che attraversano oggi quello stesso mare, in fuga dalle stesse guerre: impossibile non leggere "Didone regina" senza uno sguardo al presente, e impossibile non restare conquistati da una figura di cui c'è tanto da dire oltre al mito dell'amore infelice per Enea, anche se le pagine dell'Iliade sono ciò che l'ha resa veramente celebre.
La vita di Didone è una costante montagna russa di conquiste e sconfitte, in cui la donna si trova a regnare su una potente Cartagine ma allo stesso tempo vivere il dolore della perdita di un figlio, probabilmente il dolore più grande che una donna possa affrontare: io ve lo dico, nonostante non fosse chiaramente questo l'intento, alcuni passaggi mi hanno commossa.
Una delle letture più coinvolgenti fatte a Luglio, perchè sin dalle prime pagine, in cui troviamo una Didone bambina ma con il cuore già appesantito dalle aspettative e dalle future responsabilità, la prosa di Gaia Servadio conquista e cattura l'attenzione del lettore.
Da avere, e soprattutto da leggere!
Un bacio a tutte, fanciulle (e fanciulli)!
A presto <3
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mercoledì 27 luglio 2016
"Niente è mai acqua passata" di Alessandro Bongiorni
Buongiorno a tutte, fanciulle (e fanciulli)!
La chiacchiera librosa di oggi è dedicata a "Niente è mai acqua passata" di Alessandro Bongiorni, edito da Frassinelli (rilegato a 18,50€):
Il vice commissario Carrera è fatto a modo suo.
Avrebbe potuto fare molta strada, dentro la questura di Milano, se solo fosse stato capace ogni tanto di tacere, di accettare qualche compromesso, di scegliere le indagini "giuste".
Ma non sarebbe stato Rudi Carrera.
E non è certo un'indagine "giusta" quella in cui si è lasciato coinvolgere dopo aver salvato una giovane prostituta da uno stupro.
«A chi vuoi che gliene freghi di qualche puttana», gli ripetono un po' tutti.
A Carrera gliene frega.
E gliene frega anche a Beppe Modica, da quando sua figlia è scomparsa nel nulla, da quando ha capito che la fine più probabile è che sia stata rapita dal racket della prostituzione, da quando ha iniziato a cercarla, tutti i giorni, tutte le notti, per anni.
Ma il racket della prostituzione, a Milano, è una brutta cosa: la criminalità albanese, legata da regole antiche e cattive, "tiene" il territorio metro a metro, e lo fa con violenza, con ferocia, con moltissimi soldi, e con il massimo disprezzo della vita: quella delle ragazze che umiliano, violentano e vendono, e quella di chi – come Carrera, come Beppe Modica – cerca di ostacolarli.
E infatti il prezzo che Carrera dovrà pagare, per essersi infilato in questa storia, sarà davvero altissimo.
Alessandro Bongiorni conferma con questo nuovo romanzo tutto il suo talento.
"Niente è mai acqua passata" è nello stesso tempo una storia che non molla mai il lettore, resa davvero viva da personaggi memorabili, e uno sguardo tagliente che scruta le nostre notti, quello che succede nelle nostre città quando noi andiamo a dormire.
Dopo il discreto successo ottenuto due anni fa con “La sentenza della polvere” (Piemme, 2014), il primo noir in cui ci aveva presentato il vicecommissario Rudi Carrera, Alessandro Bongiorni torna a condurci per le strade di Milano, al seguito delle complesse indagini affidate al suo personaggio.
Se nel romanzo precedente al centro di tutto c’era lo spaccio di cocaina, e le guerre malavitose per averne il controllo, questa volta si parla di un traffico ancora più ripugnante: quello delle ragazze che, reclutate per pochi soldi nelle zone più povere dell’Est europeo, a volte addirittura vendute dalle famiglie o illuse dal miraggio di un lavoro ben retribuito, finiscono per esercitare la prostituzione nelle zone peggiori delle grandi città.
C’è un padre disperato che cerca una figlia scomparsa, che se non è stata uccisa è probabilmente finita sul marciapiede, ci sono bande di albanesi che spaziano dalla piccola criminalità ad affari molto più grossi, di quelli che coinvolgono i piani alti, le società fantasma e le protezioni politiche, e c’è Carrera che, costretto a occuparsi controvoglia di un’indagine che non riesce a decollare, finisce per ritrovarsi coinvolto anche a livello personale.
Di più non si può dire: non solo per non fare spoiler, ma anche perché le quasi quattrocento pagine del romanzo sono talmente fitte di personaggi e di colpi di scena che sarebbe impossibile farne un riassunto.
Di Bongiorni mi era già piaciuto il romanzo precedente, e ho apprezzato anche questo per gli stessi motivi. Il suo stile è incalzante, la storia scorre veloce grazie a capitoli brevi, che determinano continui cambi di personaggi e di prospettiva, così che la tensione non si allenta fino alle pagine finali, il che è sempre la cosa migliore che si possa dire di un romanzo di questo genere.
Rudi Carrera è un investigatore un po’ anomalo: fa il poliziotto per passione,perché è ricco di famiglia e potrebbe svolgere qualunque attività meno rischiosa e più redditizia, ma noi lo vediamo muoversi per Milano a ogni ora del giorno e della notte, come un qualsiasi agente costretto a sgobbare per portare a casa lo stipendio, anche se si può permettere di farlo indossando un cappotto di cashmere.
Questo non gl’impedisce di subire più di un attentato alla sua integrità psicofisica, e di lui ho apprezzato che non faccia parte di quel genere d’investigatori infallibili e invulnerabili a cui non capita mai nulla di preoccupante. Mi è piaciuto di meno, invece, quando Bongiorni cade in uno dei peggiori cliché dei romanzi noir facendo consumare al suo protagonista una quantità spropositata di sigarette e bevande alcoliche. Whisky come se piovesse, insomma...
Molto credibili e umani sono tutti i personaggi che lo attorniano, a partire dai poliziotti che lavorano con lui, e di cui ci vengono spesso raccontate le difficoltà di conciliare la vita personale e familiare con un lavoro ad alto rischio.
Sullo sfondo, una Milano ritratta con estremo realismo nel bene e nel male, dai quartieri segreti del centro storico, corrispondenti all’antica città romana, attorno al commissariato di piazza San Sepolcro dove lavora Carrera, fino alle peggiori periferie: Bongiorni la conosce bene, ne è un po’ innamorato e lo lascia capire da come la descrive nei suoi libri.
In conclusione, “Niente è mai acqua passata” è un noir in piena regola, che piacerà sicuramente a tutti gli amanti del genere.
Consigliato per un'estate piena di casi da risolvere e indagini che tengono con il fiato sospeso ;)
Un bacio a tutte, fanciulle (e fanciulli)!
A presto <3
La chiacchiera librosa di oggi è dedicata a "Niente è mai acqua passata" di Alessandro Bongiorni, edito da Frassinelli (rilegato a 18,50€):
Il vice commissario Carrera è fatto a modo suo.
Avrebbe potuto fare molta strada, dentro la questura di Milano, se solo fosse stato capace ogni tanto di tacere, di accettare qualche compromesso, di scegliere le indagini "giuste".
Ma non sarebbe stato Rudi Carrera.
E non è certo un'indagine "giusta" quella in cui si è lasciato coinvolgere dopo aver salvato una giovane prostituta da uno stupro.
«A chi vuoi che gliene freghi di qualche puttana», gli ripetono un po' tutti.
A Carrera gliene frega.
E gliene frega anche a Beppe Modica, da quando sua figlia è scomparsa nel nulla, da quando ha capito che la fine più probabile è che sia stata rapita dal racket della prostituzione, da quando ha iniziato a cercarla, tutti i giorni, tutte le notti, per anni.
Ma il racket della prostituzione, a Milano, è una brutta cosa: la criminalità albanese, legata da regole antiche e cattive, "tiene" il territorio metro a metro, e lo fa con violenza, con ferocia, con moltissimi soldi, e con il massimo disprezzo della vita: quella delle ragazze che umiliano, violentano e vendono, e quella di chi – come Carrera, come Beppe Modica – cerca di ostacolarli.
E infatti il prezzo che Carrera dovrà pagare, per essersi infilato in questa storia, sarà davvero altissimo.
Alessandro Bongiorni conferma con questo nuovo romanzo tutto il suo talento.
"Niente è mai acqua passata" è nello stesso tempo una storia che non molla mai il lettore, resa davvero viva da personaggi memorabili, e uno sguardo tagliente che scruta le nostre notti, quello che succede nelle nostre città quando noi andiamo a dormire.
Dopo il discreto successo ottenuto due anni fa con “La sentenza della polvere” (Piemme, 2014), il primo noir in cui ci aveva presentato il vicecommissario Rudi Carrera, Alessandro Bongiorni torna a condurci per le strade di Milano, al seguito delle complesse indagini affidate al suo personaggio.
Se nel romanzo precedente al centro di tutto c’era lo spaccio di cocaina, e le guerre malavitose per averne il controllo, questa volta si parla di un traffico ancora più ripugnante: quello delle ragazze che, reclutate per pochi soldi nelle zone più povere dell’Est europeo, a volte addirittura vendute dalle famiglie o illuse dal miraggio di un lavoro ben retribuito, finiscono per esercitare la prostituzione nelle zone peggiori delle grandi città.
C’è un padre disperato che cerca una figlia scomparsa, che se non è stata uccisa è probabilmente finita sul marciapiede, ci sono bande di albanesi che spaziano dalla piccola criminalità ad affari molto più grossi, di quelli che coinvolgono i piani alti, le società fantasma e le protezioni politiche, e c’è Carrera che, costretto a occuparsi controvoglia di un’indagine che non riesce a decollare, finisce per ritrovarsi coinvolto anche a livello personale.
Di più non si può dire: non solo per non fare spoiler, ma anche perché le quasi quattrocento pagine del romanzo sono talmente fitte di personaggi e di colpi di scena che sarebbe impossibile farne un riassunto.
Di Bongiorni mi era già piaciuto il romanzo precedente, e ho apprezzato anche questo per gli stessi motivi. Il suo stile è incalzante, la storia scorre veloce grazie a capitoli brevi, che determinano continui cambi di personaggi e di prospettiva, così che la tensione non si allenta fino alle pagine finali, il che è sempre la cosa migliore che si possa dire di un romanzo di questo genere.
Rudi Carrera è un investigatore un po’ anomalo: fa il poliziotto per passione,perché è ricco di famiglia e potrebbe svolgere qualunque attività meno rischiosa e più redditizia, ma noi lo vediamo muoversi per Milano a ogni ora del giorno e della notte, come un qualsiasi agente costretto a sgobbare per portare a casa lo stipendio, anche se si può permettere di farlo indossando un cappotto di cashmere.
Questo non gl’impedisce di subire più di un attentato alla sua integrità psicofisica, e di lui ho apprezzato che non faccia parte di quel genere d’investigatori infallibili e invulnerabili a cui non capita mai nulla di preoccupante. Mi è piaciuto di meno, invece, quando Bongiorni cade in uno dei peggiori cliché dei romanzi noir facendo consumare al suo protagonista una quantità spropositata di sigarette e bevande alcoliche. Whisky come se piovesse, insomma...
Molto credibili e umani sono tutti i personaggi che lo attorniano, a partire dai poliziotti che lavorano con lui, e di cui ci vengono spesso raccontate le difficoltà di conciliare la vita personale e familiare con un lavoro ad alto rischio.
Sullo sfondo, una Milano ritratta con estremo realismo nel bene e nel male, dai quartieri segreti del centro storico, corrispondenti all’antica città romana, attorno al commissariato di piazza San Sepolcro dove lavora Carrera, fino alle peggiori periferie: Bongiorni la conosce bene, ne è un po’ innamorato e lo lascia capire da come la descrive nei suoi libri.
In conclusione, “Niente è mai acqua passata” è un noir in piena regola, che piacerà sicuramente a tutti gli amanti del genere.
Consigliato per un'estate piena di casi da risolvere e indagini che tengono con il fiato sospeso ;)
Un bacio a tutte, fanciulle (e fanciulli)!
A presto <3
martedì 19 luglio 2016
"L'ultimo parallelo dell'anima" di Pajtim Statovci
Buongiorno a tutte, fanciulle (e fanciulli)!
La chiacchiera librosa di oggi è dedicata a "L'ultimo parallelo dell'anima" di Pajtim Statovci, edito da Frassinelli (rilegato a 18,50€):
Un ragazzo. Un boa reale. Un gatto capriccioso.
Una famiglia, due paesi.
I frammenti di un cuore spezzato.
Uscito in Finlandia nel 2014, "L'ultimo parallelo dell'anima" si sta affermando in tutta Europa come il romanzo rivelazione di un grande talento, che racconta con una prosa immaginifica ed elegante la ricerca di un'identità nell'Europa multietnica di oggi, e i profondi conflitti interiori di un giovane, brillante immigrato, omosessuale, con un passato confuso e un futuro incerto.
Siamo negli anni Ottanta del XX secolo, nella Jugoslavia più arretrata.
Una giovane donna musulmana è costretta – seguendo riti familiari antichi e feroci – a sposare un uomo che praticamente non ha mai visto prima.
Nonostante questo, si sforza di essere una buona moglie, ma la vita non fa che metterla di fronte a delusioni e amarezze.
Allo scoppio della guerra, lei, il marito, i figli, decidono di fuggire. Verso il Nord Europa.
Suo figlio crescerà in Finlandia, un paese freddo e livido, dove ci si aspetta che gli immigrati accettino con entusiasmo l'ospitalità che viene loro così generosamente offerta.
È difficile crescere così: strutturalmente emarginati, fisiologicamente subordinati. E se oltre a essere immigrati si è anche omosessuali, le cose peggiorano, e il disagio esistenziale scava l'anima. Per questo il protagonista del romanzo si circonda di figure simboliche, surreali ma profondamente vere: un enorme serpente, e soprattutto un gatto sprezzante e beffardo, che lo condurrà di nuovo in Kosovo, dove tutto era iniziato.
Decisamente singolare e molto, molto raffinato, "L'ultimo parallelo dell'anima" si stacca nettamente dai romanzi mass-market e richiede una certa sensibilità per essere apprezzato fino in fondo.
Ed è stato proprio quest'apparente inaccessibilità a conquistarmi.
Pajtim Statovci racconta due storie in parallelo, a capitoli alterni: quella di un ragazzo disilluso, incapace di vivere appieno e in modo sano la propria omosessualità e decisamente confuso riguardo alle sue stesse aspirazioni, e quella della giovane donna che diventerà, un giorno, sua madre.
E se leggendola vi sembrerà di essere catapultati indietro di chissà quanti decenni, in realtà no: siamo solo negli anni Ottanta, ma nel cuore della Jugoslavia il matrimonio è ancora combinato e le donne non hanno alcuna voce in capitolo sull'argomento.
Abbiamo quindi la possibilità di conoscere la storia dell'uomo e della donna che diventeranno con gli anni i genitori del nostro protagonista, e nel mentre lo vediamo già nel suo presente fatto di acquisti impulsivi come quello di un terrario e di un grosso serpente.
Quale migliore antidoto alla solitudine di un cobra reale che ti si attorciglia attorno al busto?
La prosa di Pajtim Statovci è pulita, chiara e priva di qualsiasi inutile fronzolo, perchè il suo romanzo non ha bisogno di alcun abbellimento.
Mi ha colpita per la sua crudezza, in determinati passaggi, così come per l'inaspettata sensibilità con cui l'autore affronta il tema della solitudine.
Non si tratta solo, a modo suo, di una saga famigliare: è anche un vero e proprio romanzo di formazione, un percorso di crescita e di scoperta di sè.
A questo si lega l'altro tema fondamentale del romanzo, che è quello dell'immigrazione.
Se il paese in cui vivi da quando hai memoria continua a considerarti un ospite nemmeno troppo desiderato, e se la tua patria d'origine ti è completamente sconosciuta, qual è davvero casa tua?
È una domanda molto attuale, che un sacco di giovani si pongono ogni giorno, e trovo fondamentale che si provi a dare loro una risposta ache grazie a romanzi così.
Ho trovato la lettura affascinante anche a causa della mia, ahimè, ignoranza: sapevo molto, molto poco della Jugoslavia e delle sue tradizioni, e soprattutto della sua eredità culturale: l'autore è stato in grado di trasmettere appieno la profondità e l'importanza di queste tradizioni, e l'eredità che ne deriva.
Anche per chi ha lasciato il paese da bambino e vi torna solo una volta adulto (in quella che, ormai, Jugoslavia non è più).
Una voce narrante maschile, omosessuale e piena di incertezze è una grossa scommessa, ma l'autore l'ha vinta regalandoci un protagonista difficile da dimenticare (per non parlare del suo serpente e del gatto. Soprattutto il gatto!).
Mi sento di consigliarlo a chi ama i romanzi un po' particolari, i protagonisti peculiari e le storie fuori dall'ordinario: non vi deluderà!
Un bacio a tutte, fanciulle (e fanciulli)!
A presto <3
La chiacchiera librosa di oggi è dedicata a "L'ultimo parallelo dell'anima" di Pajtim Statovci, edito da Frassinelli (rilegato a 18,50€):
Un ragazzo. Un boa reale. Un gatto capriccioso.
Una famiglia, due paesi.
I frammenti di un cuore spezzato.
Uscito in Finlandia nel 2014, "L'ultimo parallelo dell'anima" si sta affermando in tutta Europa come il romanzo rivelazione di un grande talento, che racconta con una prosa immaginifica ed elegante la ricerca di un'identità nell'Europa multietnica di oggi, e i profondi conflitti interiori di un giovane, brillante immigrato, omosessuale, con un passato confuso e un futuro incerto.
Siamo negli anni Ottanta del XX secolo, nella Jugoslavia più arretrata.
Una giovane donna musulmana è costretta – seguendo riti familiari antichi e feroci – a sposare un uomo che praticamente non ha mai visto prima.
Nonostante questo, si sforza di essere una buona moglie, ma la vita non fa che metterla di fronte a delusioni e amarezze.
Allo scoppio della guerra, lei, il marito, i figli, decidono di fuggire. Verso il Nord Europa.
Suo figlio crescerà in Finlandia, un paese freddo e livido, dove ci si aspetta che gli immigrati accettino con entusiasmo l'ospitalità che viene loro così generosamente offerta.
È difficile crescere così: strutturalmente emarginati, fisiologicamente subordinati. E se oltre a essere immigrati si è anche omosessuali, le cose peggiorano, e il disagio esistenziale scava l'anima. Per questo il protagonista del romanzo si circonda di figure simboliche, surreali ma profondamente vere: un enorme serpente, e soprattutto un gatto sprezzante e beffardo, che lo condurrà di nuovo in Kosovo, dove tutto era iniziato.
Decisamente singolare e molto, molto raffinato, "L'ultimo parallelo dell'anima" si stacca nettamente dai romanzi mass-market e richiede una certa sensibilità per essere apprezzato fino in fondo.
Ed è stato proprio quest'apparente inaccessibilità a conquistarmi.
Pajtim Statovci racconta due storie in parallelo, a capitoli alterni: quella di un ragazzo disilluso, incapace di vivere appieno e in modo sano la propria omosessualità e decisamente confuso riguardo alle sue stesse aspirazioni, e quella della giovane donna che diventerà, un giorno, sua madre.
E se leggendola vi sembrerà di essere catapultati indietro di chissà quanti decenni, in realtà no: siamo solo negli anni Ottanta, ma nel cuore della Jugoslavia il matrimonio è ancora combinato e le donne non hanno alcuna voce in capitolo sull'argomento.
Abbiamo quindi la possibilità di conoscere la storia dell'uomo e della donna che diventeranno con gli anni i genitori del nostro protagonista, e nel mentre lo vediamo già nel suo presente fatto di acquisti impulsivi come quello di un terrario e di un grosso serpente.
Quale migliore antidoto alla solitudine di un cobra reale che ti si attorciglia attorno al busto?
| Grazie a Frassinelli per la copia cartacea del romanzo <3 |
Mi ha colpita per la sua crudezza, in determinati passaggi, così come per l'inaspettata sensibilità con cui l'autore affronta il tema della solitudine.
Non si tratta solo, a modo suo, di una saga famigliare: è anche un vero e proprio romanzo di formazione, un percorso di crescita e di scoperta di sè.
A questo si lega l'altro tema fondamentale del romanzo, che è quello dell'immigrazione.
Se il paese in cui vivi da quando hai memoria continua a considerarti un ospite nemmeno troppo desiderato, e se la tua patria d'origine ti è completamente sconosciuta, qual è davvero casa tua?
È una domanda molto attuale, che un sacco di giovani si pongono ogni giorno, e trovo fondamentale che si provi a dare loro una risposta ache grazie a romanzi così.
Ho trovato la lettura affascinante anche a causa della mia, ahimè, ignoranza: sapevo molto, molto poco della Jugoslavia e delle sue tradizioni, e soprattutto della sua eredità culturale: l'autore è stato in grado di trasmettere appieno la profondità e l'importanza di queste tradizioni, e l'eredità che ne deriva.
Anche per chi ha lasciato il paese da bambino e vi torna solo una volta adulto (in quella che, ormai, Jugoslavia non è più).
Una voce narrante maschile, omosessuale e piena di incertezze è una grossa scommessa, ma l'autore l'ha vinta regalandoci un protagonista difficile da dimenticare (per non parlare del suo serpente e del gatto. Soprattutto il gatto!).
Mi sento di consigliarlo a chi ama i romanzi un po' particolari, i protagonisti peculiari e le storie fuori dall'ordinario: non vi deluderà!
Un bacio a tutte, fanciulle (e fanciulli)!
A presto <3
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