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giovedì 4 ottobre 2018

"Il filo che ci unisce" di Robin Benway

Inevitabile interrogarsi sulle proprie origini, quando non si sa nulla (o quasi) al riguardo.
Se si è adolescenti, poi, porsi domande su se stessi e sulla propria natura è ineluttabile.
Di certo lo è per Grace, Maya e Joaquin, protagonisti di Il filo che ci unisce di Robin Benway (DeAgostini). Se il nome dell'autrice vi suona familiare, non vi sbagliate: in Italia è uscito un suo lavoro precedente, Aspetta! (Rizzoli) dieci anni fa.

I tre sono fratelli biologici, anche se ancora non si conoscono: Grace e Maya sono state adottate da due famiglie che, nonostante i loro problemi, le hanno amate e cresciute con affetto e supporto, mentre Joaquin è rimbalzato da una famiglia affidataria all’altra, trovando solo ora una coppia di genitori adorabili che vorrebbero adottarlo.
A farli incontrare è la decisione di Grace di sapere di più sulle sue origini, quando resta incinta e si trova a dare in adozione la sua bambina: in quel momento capisce cosa deve aver passato sua madre, e vuole mettersi sulle sue tracce. Scoprire di avere una sorella e un fratello là fuori è una sorpresa, e i primi incontri dei tre sono molto teneri e impacciati, tra l’ansia di non piacersi e la gioia nello scoprire piccoli tratti in comune.
Le settimane che seguono il loro incontro comportano cambiamenti importanti per tutti e tre: Maya lascia la sua ragazza, Claire, e deve affrontare il fatto che l’alcolismo della madre non sia più qulcosa da tenere nascosto sperando che sparisca; Grace deve gestire il senso di paura e di vuoto che le è rimasto dopo aver dato via la sua bambina, alla quale continua a pensare, e allo stesso tempo trova nel divertentissimo Rafe un nuovo, insperato amico; Joaquin deve decidere se vuole che i suoi genitori affidatari lo diventino a tutti gli effetti con l’adozione, e capire se è pronto a lasciarsi andare e accettare il fatto che stavolta potrebbe davvero avere trovato la sua famiglia.

Il filo che ci unisce è una lettura stimolante fin dal primo capitolo, ed una volta iniziato il romanzo, lo si legge tutto d’un fiato. Ottima tensione narrativa, che porta il lettore a scoprire cosa sia successo alla madre dei tre ragazzi, e cosa ne sarà di Grace, Maya e Joaquin ora che si sono ritrovati.
Grace deciderà di far parte della vita di sua figlia, oppure no? Joaquin si farà adottare? Maya riuscirà a trovare le parole giusto per salvare la sua relazione con la madre?
Seguire, a capitoli alterni, i movimenti dei tre fratelli è un ulteriore stimolo a leggere senza interruzioni, una tecnica che Robin Benway padroneggia alla perfezione.

Attorno ai tre giovani protagonisti c’è un cast non indifferente di genitori affidatari e adottivi, sorelle, amici. Da tenere d'occhio Rafe, personaggio secondario che acquista sempre più importanza mano a mano che il suo rapporto con Grace evolve e si rafforza. Lo stesso accade per i genitori di Maya (che devono affrontare il divorzio e l’alcolismo della madre).
I personaggi creati dall'autrice risultano vincenti, credibili perchè imperfetti e non stereotipati, ed è facile identificarsi in uno o più di loro, nelle loro paure e nei loro errori.

Sebbene sia un romanzo decisamente americano (al centro, un sistema di adozioni e affidi diverso dal nostro, e si vede) è allo stesso tempo universale: al centro tre fratelli e le emozioni dell’adolescenza, la ricerca della propria identità e del proprio posto del mondo.
Quello che abbiamo cercato tutti, e che forse molti di noi cercando ancora.


Il filo che ci unisce di Robin Benway (DeAgostini) sarà in libreria il 30 Ottobre.

lunedì 2 ottobre 2017

"Mirror Mirror" di Cara Delevingne e Rowan Coleman:
leggi il primo capitolo!

Buongiorno a tutte, fanciulle (e fanciulli)!
La chiacchiera librosa di oggi è dedicata a "Mirror Mirror" di Cara Delevingne e Rowan Coleman, edito DeAgostini (rlegato a 16,90€) in uscita il 10 Ottobre:
Red, Leo, Naomi e Rose. Quattro ragazzi diversi ma uniti da un’unica passione: la musica. È stata la musica a renderli non solo una band, i Mirror Mirror, ma anche una famiglia. Inseparabili.
Almeno fino al giorno in cui Naomi è scomparsa nel nulla e la polizia l’ha ritrovata in condizioni disperate sulle rive del Tamigi. Da quel momento niente è più stato come prima: uno specchio si è rotto e un pezzo si è perso per sempre nelle vite di Red, Leo e Rose. Perché Naomi era la più solare di tutti, l’amica migliore del mondo. 
Ma in fondo al cuore nascondeva un segreto… Un segreto inconfessabile che nemmeno Red aveva fiutato e che nessuno avrebbe mai potuto immaginare. E mentre Rose si abbandona agli eccessi e Leo si chiude in se stesso, Red non accetta il destino dell’amica: ha bisogno di sapere, di capire. Che cosa ha ridotto Naomi in quello stato? Può davvero trattarsi di un tentato suicidio come crede la polizia?
Per scoprire la verità Red dovrà trovare la forza di guardarsi allo specchio, conoscersi e imparare ad amarsi per quello che è. Perché, a volte, bisogna accettare che niente è ciò che sembra e che la realtà può essere capovolta.

Sono curiosissima di leggere questo romanzo: Cara Delevingne oltre che per le sopracciglia e i selfie con la lingua fuori è famosa per essere eclettica, e visto che la sua interpretazione in "Valerian e la città dei mille pianeti" mi ha convinta, sono pronta a scoprirla in questo nuovo ruolo.
Ed ecco il primo capitolo di "Mirror Mirror", che potevate trovare sul numero di TU Style del 26 settembre:
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OTTO SETTIMANE PRIMA
l sole sorgeva mentre tornavamo a casa, strascicando i piedi, le nostre braccia intrecciate, il caldo dell’estate che si ammassava nell’aria. La testa di Rose poggiata sulla mia spalla, il suo braccio intorno alla mia vita. Mi ricordo con esattezza la sensazione del suo fianco che batteva contro il mio come fosse fuori ritmo, della sua pelle sulla mia, calda e morbida.
Mancava poco alle cinque; la luce del mattino, violenta e dorata, faceva brillare le strade sporche neanche fossero nuove di zecca. Avevamo visto tante volte l’alba, tornando a casa insieme dopo le lunghe nottate in giro, trascinando quel momento finché non ci si chiudevano gli occhi. Fino a quella notte, la vita era bella. Era finalmente nostra e noi le appartenevamo riempiendola ogni secondo di cose nuove che ci sembravano importanti. Ma quella notte era diversa.
I miei occhi bruciavano, la bocca era arida, il cuore mi batteva forte. Non volevamo tornare a casa, ma che cosa potevamo fare? Non c’erano altri posti dove avremmo potuto andare. «Perché adesso?» ha detto Rose. «Andava tutto bene. Era contenta, felice. Perché proprio adesso?». «Vabbè, non è la prima volta» ha ri- sposto Leo. «Per questo gli sbirri non sono preoccupati. L’ha già fatto prima. Soldi, zaino pieno di cibo, chitarra. Sparire per un paio di settimane è proprio da lei». «Ma non da quando ci sono i Mirror, Mirror» ha ribattuto Rose. «Non da quando ci siamo noi. Giusto? Prima, quando si tagliava, prendeva e scappava via. Ma non da quando c’è la band. Era... stavamo tutti bene. Andava tutto benissimo». Mi ha guardato per avere conferma e io non potevo che darle ragione: la vita di noi tre era cambiata totalmente nell’ultimo anno. Prima della band, avevamo ognuno i nostri casini. Poi ci siamo trovati. E insieme eravamo cool, eravamo super punk, eravamo proprio strafighi. Pensavamo che anche per Naomi fosse lo stesso, che non avesse più bisogno di scappare di casa. Fino alla notte prima.
Quella notte siamo rimasti tutto il tempo fuori, in giro per la città. In ogni luogo in cui eravamo stati con lei, ci siamo tornati senza di lei. Siamo stati nei posti che conoscono anche i nostri genitori, e in quelli di cui non abbiamo mai fatto parola; nei locali che non andrebbero bene per noi, perché eravamo troppo giovani, carichi e puzzolenti di sudore e ormoni. Ci siamo fatti largo a gomitate tra la folla che ballava, cercando di avvistarla. Siamo strisciati nell’ombra, nei vicoli dietro i pub dove si può trovare la roba, per parlottare con dei ragazzetti nervosi dagli occhi cerchiati che ci hanno proposto lo skunk. Quella notte lo abbiamo rifiutato.
Siamo andati in posti senza insegne, dove bisogna conoscere qualcuno per entrare. Seminterrati bui, dove avevano fumato così tanto da rendere l’aria irrespirabile: la musica era talmente forte da farti fischiare le orecchie, il petto vibrava e il pavimento sobbalzava seguendo il ritmo. Siamo stati in questi posti e in molti altri. Il giardino nel condominio dove andavamo a cazzeggiare. Il fiume, estraneo, su cui si affacciano gli appartamenti dei milionari.Vauxhall Bridge, il ponte che sentiamo talmente nostro da sembrarci quasi un amico, una specie di testimone: lo avevamo attraversato milioni di volte, gridando per farci sentire nel traffico. Alla fine abbiamo provato in quel centro scommesse vuoto, con la porta rotta e il materasso sul retro, dove vanno alcuni ragazzi per stare soli. Alcuni, ma io mai, perché se c’è una cosa che odio è la solitudine.
La notte passava, ora dopo ora, ma noi pensavamo che presto l’avremmo trovata, che stava solo facendo una delle sue scene per attirare l’attenzione quando stava male. Eravamo sicuri che la nostra migliore amica, nonché membro della band, Naomi, fosse in un posto che conoscevamo solo noi. Ad aspettarci.
Perché non puoi esistere e il giorno dopo sparire di colpo. Non ha senso.
La gente non svanisce nel nulla senza lasciare tracce.
Questo ci dicevamo la notte in cui l’abbiamo cercata, e anche quella dopo, e tutte le altre notti, finché i nostri genitori ci hanno imposto di smettere: sarebbe tornata a casa quando se la fosse sentita. Anche la polizia ha interrotto le ricerche, perché era già scappata tante volte. Ma noi ce lo sentivamo che le cose erano diverse, che non era come le altre volte, perché lei non era quella di prima. Loro non ci ascoltavano, se ne stavano lì con la loro espressione annoiata e i taccuini vuoti. Che cosa potevano saperne?
Così abbiamo continuato a cercarla noi, Naomi, a lungo, anche dopo che tutti avevano smesso. Abbiamo guardato ovunque. Ma lei non era da nessuna parte. L’unica cosa che abbiamo trovato erano i posti che frequentava.

***

CAPITOLO 1
Oggi... La vita va avanti, dicono tutti così. Dobbiamo continuare ad alzarci, andare a scuola, tornare a casa, pensare a cazzate tipo gli esami sempre più vicini. E “sperare, pregare e avere fiducia” e tutte le altre stronzate che ci ripetono.
La vita va avanti. Ma è una balla, perché la notte in cui Naomi è sparita ha premuto il tasto PAUSA per tutti noi. I giorni passano, e anche le settimane e le stagioni e qualsiasi altra cavolata, ma il resto no. Per niente. È come se vivessimo in apnea da otto settimane. E poi c’è quello che non dicono più. Non dicono più che tornerà a casa quando se la sentirà.Vedo la sorella maggiore, Ashira, a scuola: testa bassa, chiusa a cozza per scoraggiare chiunque abbia intenzione di avvicinarsi. E i suoi genitori che vagano al supermercato e fissano i prodotti senza vederli.Anche se è Nai a essere scomparsa, sono loro a sembrare persi.
Certo, una volta sarebbe scappata di casa per farsi cercare, eccome, perché un tempo quel tipo di psico-dramma era la norma, per lei. Ma ormai non lo faceva da tanto, e di sicuro non in questo modo. Non avrebbe mai voluto far contorcere dalla preoccupazione i suoi genitori, o vedere Ash trattenere il respiro in attesa di cattive notizie. Nai è complicata, ma ama la sua famiglia e loro la ricambiano: è come un puntino luminoso che attira tutti sulla sua scia, come una fiamma per le falene. La sua è la classica famiglia in cui ci si prende cura l’uno dell’altro.
Davvero, Naomi non farebbe mai questo a loro. O a noi. Ma nessuno vuole sentirlo, né la polizia, né sua madre, perché è più facile pensare che Naomi sia una stronza al quadrato piuttosto che considerare che sia sparita per sempre.
Per questo a volte mi scopro a desiderare che trovino il cadavere. E mi sento una merda, sì. Però, a volte, vorrei che fosse morta così almeno saprei cos’è successo. E invece, niente. Non hanno trovato nulla. E la vita va avanti. Il che significa che ci serve un nuovo bassista per sostituire Naomi.
Per un attimo, abbiamo pensato che, senza di lei, ci saremmo sciolti. Il resto dei Mirror, Mirror – cioè io, Leo e Rose – si è riunito per le prove, e ci siamo chiesti se non fosse il caso di mollare, ed eravamo d’accordo.
Solo che poi ce ne siamo stati fermi lì tutti e tre, nessuno di noi se ne andava o prendeva le proprie cose e, anche senza dirlo, abbiamo capito che non potevamo scioglierci. Smembrare la band significava non solo distruggere la cosa migliore della nostra vita, ma anche abbandonare Naomi, per sempre.
È stata lei a fondarla. O per lo meno è stata lei che l’ha trasformata da banale progetto scolastico in una cosa reale e importante. Grazie a Nai, abbiamo trovato qualcosa in cui siamo bravi, qualcosa in cui lei era bravissima. Davvero, era una grande bassista, come ne esistono pochi; la sentivi suonare e ci restavi secco. Ma, soprattutto, Naomi componeva canzoni. Ed erano canzoni stupende. Io non sono malaccio e insieme spacchiamo, ma Nai ha quel non so che di speciale, è in grado di prendere una cosa qualunque, grigia e banale, e farla brillare talmente tanto da renderla unica. Prima dei Mirror, Mirror non sapeva di avere questo superpotere, ma ora sì, perché glielo avevamo rivelato noi. E più glielo ripetevamo, più lei migliorava. Quando hai un superpotere come quello, non hai bisogno di
scappare di casa. Il giorno in cui ci siamo quasi sciolti, il prof Smith, il nostro insegnante di musica, è entrato in sala prove. Eravamo in piene vacanze estive, la scuola era semideserta, tranne che per noi,
perché lui ci aveva dato il permesso di andarci. Passava le ferie seduto a leggere il giornale mentre noi litigavamo e suonavamo. Ma quella volta si è seduto e ha aspettato che finissimo di parlare
e ci girassimo verso di lui, e in quel momento aveva uno sguardo diverso, mai visto prima. Il prof Smith è una di quelle persone che riempiono la stanza, non solo perché è alto e ben piazzato. È per la sua perso- nalità. Ama la vita, ama noi che siamo i suoi studenti, e questo è raro.Ti stimola a fare, a imparare, e tutto grazie a quel tipo di energia che di solito gli adulti non hanno. Si vede che lui ci tiene davvero. Quel giorno, però, sembrava che si fosse sgonfiato come un palloncino, come se tutta la forza e la positività che portava con sé fossero scomparse. Ed era spaventoso vederlo in quello stato, perché lui non molla mai. Mi ha colpito in un modo che non saprei spiegare e, forse, me lo ha fatto apprezzare ancora di più. Era bello vedere quanto fosse preoccupato per la scomparsa di Nai. Intendo, preoccupato sul serio. A parte noi tre e la famiglia di Nai, lui era uno dei pochi a cui sembrava importasse. Non so cosa provassero gli altri, ma in quel momento io avrei voluto aiutarlo, proprio come sapevo che lui voleva aiutare noi.
«State davvero pensando di sciogliervi?» ha chiesto. Ci siamo guardati l’un l’altro e per un attimo è stato come tornare indietro nel tempo, prima che fossimo amici, quando eravamo solitari e maldestri, e l’idea di ritornare a quel punto era terrificante. «Senza di lei non ha senso» ho detto. «Lo capisco» ha risposto, passandosi le dita tra i capelli biondi che sono rimasti dritti come spine. «Ma ascoltatemi, se ora vi sciogliete, ve ne pentirete.Voi quattro... voi tre... io sono fierissimo di voi e di tutto quello che fate. Non voglio che perdiate questa cosa, né per voi, né per Nai. L’unica cosa che possiamo fare ora per lei è assicurarci che tutti continuino a ricordarla finché non la ritroveranno. In questo modo non smetteranno mai di cercarla. Ed è per questo che ho pensato di proporvi un’idea che mi è venuta: organizziamo un concerto, qui a scuola. Raccogliamo i fondi per aiutare la sua famiglia con le
ricerche, per impedire che la gente si dimentichi di lei. Costringiamo il mondo intero a guardarci, a guardare voi, ragazzi, e quanto tenete a Nai. Questo è ciò che voglio realizzare, ma da solo non posso fare nulla. Che cosa ne pensate? Ci state?».
Certo che ci stavamo.
Era l’unica cosa che potevamo fare.

***

Abbiamo continuato a suonare per tutta l’estate, solo noi tre, ma adesso che manca poco al concerto, abbiamo realizzato che dobbiamo trovare un nuovo bassista. E sarà un gran bel casino. Naomi era... è... la migliore bassista con cui abbia mai suonato, il che è strano perché è una ragazza e di solito non sono portate per questo strumento. Non sono sessista, è un dato di fatto. Per suonare bene il basso ci vuole parecchia determinazione e, soprattutto, la capacità di rendersi invisibili. E alle ragazze, cioè
alle ragazze normali, piace essere guardate.
Ma oggi dobbiamo andare avanti. Devo ripigliarmi. Mentre mi trascino fuori dal letto, guardo i vestiti appallottolati sul pavimento.
A differenza mia, Leo non ha problemi, lui esce dal letto ed è già perfetto. Prende la sua chitarra e pare un dio: le ragazze lo adorano proprio come se lo fosse. Non è giusto che a sedici anni uno sia già così figo, come se fosse nato già perfetto, con la voce profonda e il fisico scolpito, alto, muscoloso.
Io invece sono ancora nella fase sgraziata.Vivo nella fase sgraziata. Incarno la fase sgraziata. Se esistesse un emoji per le fasi sgraziate, avrebbe il mio aspetto. Ho quasi la certezza che sarò nella mia fase sgraziata anche quando avrò quarantacinque anni e starò per morire. Eppure vorrei davvero avere un po’ di figaggine.Anzi, a dirla tutta, vorrei la figaggine di Leo: maglietta bianca senza scritte, jeans, felpa col cappuccio e sneaker alte, candide e immacolate. Non è un livello di figaggine che posso raggiungere. Sinceramente non credo esista un livello di figaggine che posso raggiungere, a parte quella che mi arriva per riflesso da Leo. Anche Rose è fantastica, ma lei è bella nel vero senso della parola e i belli non hanno bisogno di sforzarsi. Ha dei capelli incredibili: castano scuro naturale, ma tinti di biondo sulle punte. Non è magrissima come la maggior parte delle ragazze e si può ben dire che il seno e i fianchi di Rose tengano in pugno tutti i maschi del Thames Comprehensive.
E non è tutto. Si trucca un sacco, anche se sta meglio senza. Si pettina i capelli all’indietro e si buca le calze apposta. Rose è consapevole del proprio aspetto e dell’effetto che ha sugli altri: ovunque vada, riesce a caricare l’aria di una specie di elettricità statica e a creare milioni di piccole esplosioni attorno a lei. In tante cercano di copiarla, ma non c’è nessuna come Rose, perché, ve lo giuro, è l’unica ragazza che abbia mai conosciuto in grado di sbattersene alla grande di tutto.
E quando canta... i muri vibrano. Gli occhi da castani le diventano verdi. Maschi arrapati dappertutto.
Tra i quattro membri della nostra fantastica famiglia di disadattati, Naomi era... è quella che mi somiglia di più. Se Leo e Rose sono il re e la regina del ballo in versione punk, io e Nai siamo a capo della squadra dei nerd.
Quando penso a lei, con i suoi occhiali dalla montatura spessa che le nascondono il volto a forma di cuore e i dolci occhi castani, provo orgoglio. Per come porta le camicie, abbottonate fino al collo, e le gonne a pieghe, di una lunghezza diversa rispetto alle altre ragazze. Le scarpe basse, stringate e lucidate. E dietro a tutto questo, agli abbinamenti volutamente sbagliati e alle sue scelte strane, c’è una vera dura che non ha tempo per le cazzate.
A volte io e Naomi andavamo a leggere in biblioteca in pausa pranzo. Stavamo in silenzio, immobili. Era rilassante. Lei incrociava il mio sguardo sopra la copertina del libro e sollevava un sopracciglio quando qualche primino ci passava accanto. Ci scambiavamo un sorrisetto incredulo: due super nerd che avevano in qualche modo raggiunto la pole position.
E quando suonava... era brava quanto il miglior bassista del mondo, anzi, anche di più. Io stavo alla batteria e noi due insieme eravamo il cuore pulsante della band e riuscivamo a tenere il ritmo con rara precisione. Ora come ora, mi scoccia anche solo pensare a come vestirmi, quindi ’sticazzi. Jeans e camicia a quadri con T-shirt bianca sotto: questa è la mia uniforme. Da taglialegna professionista, come dice Rose. Almeno non devo più pensare ai capelli, da quando me li sono rasati quasi a zero.
Pel di carota. Ketchup.Testa di cazzo.
Tutti simpatici nomignoli che mi hanno appioppato solo perché ho i capelli rossi. E non semplicemente rossi, ma anche ricci. Una massa di ricci rossi, ecco cosa mi ritrovo. Praticamente, è come se dalla nascita girassi con un cartello PICCHIAMI piantato proprio sulla testa.
Rose mi ripete che potrei sistemarli e cerca sempre di spalmarmi qualche prodotto per lisciarli. No, bella mia. In più, ogni tre giorni mi propone di tingermeli di nero. Ma io le ripeto che no, sono pel di carota, e dovete farvene tutti una ragione.E poi, se avessi i capelli scuri non potrebbero chiamarmi Red, che è la cosa più figa di me.
Quello che ho fatto è tagliarli cortissimi, il giorno prima della scomparsa di Nai. Non l’ho detto a nessuno, siamo andati io e Leo dal barbiere e ho chiesto di rasarmeli di lato e lasciarli lunghi davanti, quanto basta per farli cascare sugli occhi e farli rimbalzare all’impazzata quando ci do dentro con la batteria. Mamma ha urlato per un’ora intera quando li ha visti. Mi ha detto che sembravo un avanzo di galera, e non sto scherzando. Quando papà è tornato da una delle sue “riunioni notturne del consiglio”, ha sbraitato pure contro di lui perché non mi aveva rimproverato. È stato addirittura peggio di quella volta che ho fatto quattro buchi alle orecchie. Da allora non racconto più nulla delle cose che faccio per sentirmi bene. Non ne vale la pena. Avevo capito da molto tempo che i miei genitori non mi avrebbero salvato, recuperato o aiutato. Sono entrambi così impegnati ad autodistruggersi che io e mia sorella minore Gracie siamo solo un danno collaterale. Da quando ho assimilato questo concetto, che ci crediate o no, la vita mi è sembrata più facile. Certo, è difficile ignorare che mia madre mi detesti e che mio padre sia un porco. Ma, per quanto possibile, ci provo.
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Che dite, vi incuriosisce? A me tantissimo!

Un bacio a tutte, fanciulle (e fanciulli)!
A presto <3

lunedì 7 novembre 2016

Chiacchierata con Naomi Wood, su "Quando amavamo Hemingway", sul fascino di un uomo tormentato e sulle donne-faro

Buongiorno a tutte, fanciulle (e fanciulli)!
Oggi vi propongo l'intervista che ho avuto modo di fare insieme ad altri giornalisti e blogger a Naomi Wood, autrice di "Quando amavamo Hemingway", edito Book Me (rilegato a 16,90€):
La prima è Hadley, la moglie dei giorni "poveri e felici" che precedono la fama e il successo. Hadley nel minuscolo appartamento a Parigi - due sedie soltanto, uova sode per pranzo e un freddo da battere i denti; la stessa che alla Gare de Lyon, in un momento di distrazione, perde irreparabilmente la valigetta contenente i manoscritti del marito. Poi c'è Pauline, per tutti Fife, dal fisico acerbo e perfetto, ricchissima ed elegante, inevitabile fin dall'istante in cui gli appare avvolta in un soprabito di cincillà. Dopo viene Martha, reporter leggendaria, compagna coraggiosa nel cuore della Guerra Civile Spagnola. E infine Mary, l'ultima - sposata a Cuba e abbandonata nell'Idaho in modo persino più crudele e definitivo delle altre. Hadley, Fife, Martha e Mary: sono le "Signore Hemingway" cui dà voce questo romanzo. Quattro mogli, quattro donne tra le tante amate e tradite dallo scrittore più famoso e tormentato della sua generazione. Tra la Parigi degli Anni Venti e Key West, tra Cuba e l'America della Guerra Fredda, le quattro Mrs. Hemingway si passano il testimone per raccontare una storia vera densa di passioni e tradimenti, di intrighi, ambizioni e gelosie. Perché dietro un grande uomo c'è sempre una grande donna. E qualche volta persino più di una.

Adoro Hemingway da quando ho letto "Addio alle armi" in estate parecchi anni fa su un vecchio Oscar Mondadori sciupato, e da lì è stato un attimo recuperare ogni suo scritto.
Non potevo perdere l'occasione di incontrare un'autrice che, per scrivere il suo romanzo, ha letteralmente respirato Hemingway per mesi.
Riporto per voi la nostra chiacchierata, sperando che vi incuriosisca sia riguardo al romanzo sia riguardo alla figura di Hemingway.

Cos'ha fatto scattare il desiderio di fare ricerca su un personaggio come Hemingway e sulle donne della sua vita?
Sono sempre stata una fan della sua produzione letteraria ed ero particolarmente attratta dal suo stile scarno, semplice ed economico, ma il clic è scattato leggendo le lettere d'amore che ha scritto alle sue donne nel corso della vita, in cui il tono della sua scrittura, ed il modo di narrare, cambiano completamente rispetto ai romanzi. Troviamo una prosa sensuale e sentimentale, con tantissimi nomignoli, e ho pensato che questo fosse un ottimo punto di partenza per costruire un ritratto inedito del personaggio Hemingway.

Come definiresti Hemingway come marito?
Come marito dev'essere stato senz'altro orribile, ma questa è una delle domande che mi sono posta di più durante la scrittura.
Se lui fosse stato sempre mostruoso non ci sarebbe stata una ragione perchè queste quattro donne, che comunque erano tutte assolutamente valide, restassero con lui così a lungo, e quindi mi sono proprio chiesta: perché sono rimaste lì nonostante i maltrattamenti e i tradimenti?
In questo senso, ho cercato di mostrare anche il suo lato generoso e più amabile, e anche il fatto che lui, comunque, oltre a spingere e sostenere se stesso e la sua produzione ha sempre cercato di fare lo stesso anche nei confronti delle mogli. Ho tentato di rispondere a questa potenziale domanda dei lettori nel momento in cui scrivevo il libro, anche quando sostenere un uomo come lui sembrava andare oltre i propri limiti.

Nel libro si racconta la vita delle quattro mogli, due delle quali hanno dato a Hemingway complessivamente tre figli, ma di questi figli non si parla quasi mai, come se le donne fossero molto concentrate sul marito, che assorbiva così tanto le loro energie da non lasciare molto spazio per i figli. È così?
Sì, per due ragioni. La prima è che questo è un dato di realtà, perché soprattutto Pauline, la seconda moglie, era talmente ossessionata dalla felicità di Ernest che non si è mai curata particolamente dei figli. Il fatto poi che lo scrittore volesse avere un ritmo di vita sostenuto e avventuroso, a cui era impossibile far partecipare anche i figli, e che non amasse per nulla la routine domestica, ha imposto alla donna una scelta, che ha finito per favorire il marito a discapito dei figli.
La seconda ragione è che tutti i personaggi di cui si parla nel romanzo sono morti, ad eccezione di Patrick, il maggiore dei due figli avuti da Pauline, per cui, nel timore di suscitare in lui reazioni di tipo legale, ho preferito parlare il meno possibile di lui e dei suoi fratelli. Patrick Hemingway è un uomo misterioso e molto ricco, che vive in Minnesota e non volevo rischiare di essere magari citata in tribunale per aver scritto cose che gli risultassero sgradite.

In un'intervista hai dichiarato che il trenta per cento della storia è inventato.
Non avevi paura di inventare, e dove ha lavorato di più di fantasia?
Sono partita senz'altro dai dati disponibili e ho cercato di essere il più aderente possibile ai fatti storici, cercando anche di rendere giustizia alle persone coinvolte nella vicenda, però ci sono degli elementi di fiction. Ad esempio, ho letto una frase pronunciata veramente da Mary che aveva incontrato Martha a una festa. Martha era arrivata attorniata da due piloti polacchi e portava un collo di volpe molto vistoso, e mi sono chiesta subito questi due piloti cosa potessero dirsi. Su questo tipo di scelta, quanto inventare e quanto no, ho passato delle notti insonni e poi sono arrivata a un compromesso con me stessa: settanta per cento di fatti reali e trenta per cento di elementi inventati per me poteva essere un buon compromesso, e alla fine sono stata soddisfatta del risultato.
Nella ricerca fatta per scrivere il libro c'è qualche particolare che hai scoperto e che hai preferito omettere?
Non c'era nulla che avrei scelto di non inserire, più che altro è stata una questione di spazi, per cui ho dovuto operare delle scelte. Riguardo al sesso, però, devo dire che non me la sono sentita d'inserire delle descrizioni troppo intime ed esplicite, non perché scrivere scene di sesso mi crei problemi, ma per il tipo di personaggio, questo maschio alfa estremamente virile, che forse rischiava di apparire bizzarro, o buffo.

Qual è la moglie che hai amato di più e che in qualche modo riflette qualcosa di tuo? 
E che tipo di commenti sono arrivati da lettori di sesso maschile?
Sicuramente ho sentito la maggiore vicinanza con Pauline Pfeiffer, la seconda moglie, che all'inizio mostro, e spero di essere riuscita a rappresentare bene, come il nemico numero uno, ma con la quale già nel secondo capitolo entro in maggiore empatia, per varie ragioni.
In "Festa mobile" Hemingway parla di lei marcandola negativamente in modo molto esplicito, come una specie di diavolo in gonnella, e lei è l'unica delle mogli che non ha avuto la possibilità di raccontarsi perché è morta prematuramente.
Per quanto riguarda i pareri maschili, molti lettori uomini mi hanno accusato di aver tolto Hemingway dalla gogna troppo presto, di essere stata troppo empatica con lui e che avrei dovuto lasciarlo a lungo sulla graticola.
Quale delle quattro mogli invece è più antipatica?
Io le ho amate tutte allo stesso modo però quella di cui è stato più difficile scrivere è sicuramente Martha, perché su di lei esiste una ricchissima documentazione, per cui mi sono rimasti pochi spazi creativi e per me è stato più difficile "romanzare".

In un'intervista hai detto che in questa storia non erano tanto le mogli le vittime quanto lo stesso Hemingway, perciò volevo sapere il perché.
In realtà lui è stato soprattutto vittima di se stesso e nessuna di loro è stata  nei suoi confronti. Lo svilupparsi di uno stato d'animo depressivo e paranoide e l'attenuarsi di tutti i piaceri della vita sono stati un suo problema molto personale. Le mogli vi hanno preso parte ma è stato lui la vittima dei propri stati d'animo.
Quanto hai letto di meramente storico e documentario e quanto di altri libri sotto forma di romanzo scritti su Hemingway e le sue  mogli, come per esempio "La moglie di Parigi" (di Paula McLain, concentrato su Hadley, la prima moglie, ndr)?
Probabilmente ho letto troppo, fino a essere quasi ossessionata. In un certo senso mi sentivo la quinta moglie e ho letto tutte le opere di Hemingway e di Martha Geldhorn, e in questo modo ho tentato di potermi muovere all'interno della mia capacità inventiva basandomi su tutti i fatti di cui ero certa. Invece la parte più letteraria e di fiction l'ho affrontata molto più tardi nel processo di scrittura perché non volevo esserne influenzata.
Una delle relazioni più importanti della vita di Hemingway, a parte quelle con le mogli, è stata quella con F. S. Fitzgerald. Hai indagato un po' anche in quella direzione? Non è stato una "quinta moglie", in un certo senso?
È stata una relazione difficile da definire e per certi versi ingannevole. Molte persone ritengono che ci fosse una sfumatura di tipo omosessuale, ma per me si trattava soprattutto dello scontro tra due personalità molto grandi e forti che volevano sostanzialmente la stessa cosa, cioè essere il miglior scrittore del mondo. A un certo punto Fitzgerald ha definito se stesso melanconico e Hemingway megalomane e per noi è molto più facile entrare in empatia con un melanconico che con un megalomane.
Resto scettica riguardo a una possibile relazione omosessuale tra i due.

Chi ama Hemingway deve sempre fare i conti con la sua personalità molto spesso respingente, da antieroe e da esempio negativo. Al termine di questo percorso biografico, la tua visione dello scrittore è cambiata? Ti piace di più o di meno?
Sicuramente la mia prospettiva è cambiata nel corso dell'opera. All'inizio lo giudicavo un marito tremendo e mi chiedevo perché le donne gli restassero accanto, mentre alla fine mi sono anche resa conto di quanto è accaduto dopo a queste donne, che si sono comnuque rifatte una vita, mentre lui è rimasto incagliato fino a decidere di uccidersi. È stato uno spreco enorme di talento.
Questo come autrice, ma come lettrice? Leggere ora le sue opere ha lo stesso valore di prima o assume altre sfumature?
La sua opera continua a piacermi, però è vero che aver conosciuto il suo lato biografico mi mette a conoscenza anche dei punti di debolezza della sua scrittura, perché posso vedere che ci sono libri e passaggi che funzionano meno bene, e vado a verificare che magari corrispondono ai momenti della sua vita in cui era in crisi o attraversava un momento buio.
In "Verdi colline d'Africa" scritto nel 1935 Hemingway si rappresenta al centro del libro come uomo molto macho, col grande fucile in mano mentre uccide animali, e questo è una posa molto evidente perché parallelamente il suo matrimonio stava andando in fumo.
Lui e il suo corpo sono comunque sempre al centro.
Hai subito il fascino di Hemingway?
No, alla mia età non vengo più sedottta da questo genere di uomini.
Hemingway aveva bisogno di circondarsi d'amore per la sua vita o per la scrittura?
Penso che siano vere entrambe le cose. Non usava le mogli, ma era molto felice del fatto che tutte loro adorassero la sua scrittura e lo sostenessero anche nel caso in cui non stesse scrivendo il migliore dei suoi libri o i critici lo stroncassero. Sicuramente, come scrittore, ha avuto bisogno di questo fortissimo supporto emotivo da parte delle mogli. Da un lato aveva bisogno d'amore, come tutti noi, ma dall'altro si è anche appoggiato molto alle mogli come se loro fossero il suo editor.
Una persona così irrequieta e con poca stabilità come sopravvive? Secondo te qual'era il faro nella vita di Hemingway?
Credo che il suo faro siano state proprio le donne. Lui ha avuto tantissimi incidenti, vicissitudini che l'hanno portato spessissimo vicino alla morte, e probabilmente il femminile in generale tende ad avvicinarsi di meno al pericolo, forse con l'eccezione di Martha, la terza moglie, corrispondente di guerra come lui. Forse sono state proprio le mogli a mantenerlo vivo e a essere i suoi fari nella nebbia.
Potresti dire che un altro faro nella sua vita è stato l'alcool?
No, perché l'alcool non ha la connotazione positiva che dovrebbe avere un faro. La tendenza a ripetere che aveva con le donne era la stessa che lo portava vicino all'alcool. Si sentiva giù, si sentiva male, quindi per darsi coraggio e infondersi la capacità di relazionarsi o di scrivere beveva, ma alla fine era talmente ubriaco da ricominciare il processo di tristezza e di fase bassa. L'alcool non era un faro ma uno scoglio verso cui andava a sfracellarsi.
Perché neanche una delle mogli ha mai provato a curarlo dall'alcolismo?
Probabilmente si tratta di una questione legata all'epoca: il contesto era differente e sarebbe stato difficile per loro trovare un aiuto. Loro stesse del resto erano bevitrici e non disdegnavano l'alcool. Infine, Hemingway bevitore diventava un ordigno troppo difficile da disinnescare.

La Parigi di Hemingway è più uno stato d'animo che una città reale. Oggi è possibile trovare un posto del genere?
Non lo so. Parliamo della Parigi degli anni Venti, in cui c'era un enorme fermento a livello di sperimentazione letteraria. Era un coacervo di artisti, lì insieme, che vi confluivano per tante ragioni. C'era un cambio monetario molto favorevole, cibo e vino erano buonissimi, potevano tutti avere facilmente un aiuto per i figli, con governanti a basso costo, così tutti questi elementi positivi rendevano favorevole la loro unione. Era un luogo non luogo che psicogeograficamente poteva avere un senso. Ora non so se ci possa essere qualcosa di analogo. Qualcuno ha suggerito Londra, ma io ci abito e posso dire di no... e non fatemi dire nulla sulla Brexit!

Una parte della vita di Hemingway molto significativa per lui è stata segnata il suo rapporto con la Spagna. Dietro alla fascinazione che ha subito da parte della corrida veniva da una certa immedesimazione? Secondo te lui si specchiava nel torero o nel toro?
Questa analogia è molto bella e molto utile per comprendere la sua scrittura. Io parto dal presupposto che lui volesse essere il torero e che questa oscurità elusiva che sfuggiva continuamente lui la vedesse come il toro da uccidere. Gregory, uno dei figli, era stato trovato dallo stesso Hemingway in bagno mentre tentava d'infilarsi le calze della madre. Il padre, che aveva difficoltà a comprendere questo comportamento, scrisse a Pauline, la madre di Gregory, dicendo che il figlio soffriva della stessa oscurità che tutti loro condividevano. Senza dubbio il concetto di toro come oscurità che sfuggiva era molto presente in lui. In principio voleva essere il torero, ma di sicuro verso la fine si sentiva più simile al toro.

Nella costruzione del personaggio Hemingway c'entrava in qualche modo una dose di maschilismo? Torero, pugile, reporter di guerra, bevitore. Un personaggio emblematico di una certa figura dominante di uomo, con le sue donne sempre un passo indietro: i rapporti di forza tra Hemingway come figura di macho e le donne che lo subivano erano un riflesso dei rapporti più in generale tra uomo e donna?
Sì, credo proprio che sia esattamente successo questo. La storia che racconto inizia negli anni venti, epoca nota per il suo liberalismo in tutti i sensi, per il fatto che la società era permissiva: si poteva vivere in tre e avere una relazione, ci si poteva amare tra donne, e quindi ci si chiede come mai lui si ponesse in un ruolo così conservatore e da macho.
Successivamente lo vediamo negli anni trenta a ritagliarsi addosso un personaggio su misura: scrive e pubblica su Esquire, rivista tipicamente maschile, un articolo su "come essere un uomo vero".
La sua potrebbe essere una tipica reazione di fronte alle conquiste ottenute in quegli anni dalle donne e dal femminismo, come il diritto di voto in molti stati. Il desiderio di un maschio alfa dominante poteva essere una specie di contromisura rispetto a questo.
Hilary Mantel afferma che molto spesso quando siamo trasferiti in un'altra epoca durante il processo di scrittura ci troviamo di fronte a fatti e affermazioni che suonano difficili da raccontare secondo la nostra sensibilità contemporanea. Però anche in questo caso io, come ha fatto anche Hilary Mantel, ho scelto di essere estremamente leale e fedele ai personaggi originali, forzandomi anche a scrivere cose per me inammissibili come donna contemporanea, che per loro invece erano ammissibili.

Una domanda sulla tua vita da scrittrice: in quali situazioni ami scrivere?
La notte purtroppo per me non è più disponibile perché ho una figlia molto piccola e seguo un regime piuttosto drastico: vado a letto alle 21 perché alle 5 del mattino lei si sveglia. Però amo molto scrivere appena sveglia, dopo aver bevuto un buon caffé: mi siedo e non mi alzo finché non ho finito.
Sono davvero felice di aver avuto loccasione di incontrare l'autrice di uno dei romanzi più interessanti letti quest'anno, e anche se io sono di parte perchè amo Hemingway e i suoi lavori, non posso fare a meno di consigliarlo a gran voce perchè è godibilissimo e ricco di emozioni.
Grazie a Book Me per questa splendida opportunità!

Un bacio a tutte, fanciulle (e fanciulli)!
A presto <3

venerdì 10 luglio 2015

"Love is Red" di Sophie Jaff

Buongiorno fanciulle (e fanciulli)!
La chiacchiera librosa di oggi è dedicata a "Love is Red" di Sophie Jaff:
La sua prima arma è il sorriso: accattivante, irresistibile. Adocchia le sue vittime nei locali alla moda di New York e le seduce con studiata naturalezza. Le fa parlare, le osserva, offre loro da bere e alla fine riesce sempre a portarle là dove vuole arrivare. Già tre ragazze sono morte nell’ultimo mese, la pelle incisa da arcani solchi, e mentre le forze dell’ordine si affannano per trovare il più piccolo indizio, non c’è donna sola, in città, che non sia costretta a convivere con la paura. Quando, nel clima di angoscia scatenato dai misteriosi omicidi, Katherine incontra David per la prima volta, la chimica tra i due è immediata. David non è solo bello, è anche colto, garbato, pieno di attenzioni. Tutto il contrario di Sael, il suo migliore amico: freddo, scostante, eppure dotato di un fascino dall’intensità quasi elettrica. Prima ancora di accorgersene, Katherine si ritrova invischiata in un doppio gioco di seduzione dove niente e nessuno è quel che sembra. E mentre il conto delle vittime sale e l’intera città sprofonda nella psicosi, il cerchio di un destino dalle radici antichissime si stringe attorno a Katherine e ai due uomini che le confondono il cuore. Alla fine, la verità verrà a galla in tutta la sua sconcertante potenza, in un crescendo di colpi di scena dalla portata terrificante.

Ho letto questo romanzo in due giorni, completamente catturata dal suo ritmo e da una storia complessa, che mi ha sorpresa in diverse occasioni.

Abbiamo innanzitutto il killer, a cui la voce narrante si rivolge in seconda persona singolare, e di cui seguiamo le mosse senza conoscerne l'identità.
Vediamo come pianifica ogni conquista, e come si muove al momento del brutale assassinio.
Quello che non capiamo, perlomeno all'inizio, è il suo movente: è solo un pazzo, o c'è un significato da ricercare nel suo modo di muoversi?

E poi c'è Katherine, la protagonista del romanzo: una giovane donna, attraente ed istruita, che convive con Andrea, giovane madre single, e il figlio Lucas.
La sua è una vita tranquilla, fino a quando non conosce David e Sael.
Attratta da entrambi in modo differente, e dalle personalità per molti versi agli antipodi, ed entrambi portano scompiglio nella sua vita mentre la città sprofonda nel panico.
Ogni donna, giovane o no, si sente in pericolo, mentre il killer miete una vittima dopo l'altra.

E' in questo contesto, spaventoso e confuso, che Katherine inizia a notare il verificarsi di strani fenomeni: sogni inquietanti, voci, e soprattutto il piccolo Lucas che ogni giorno racconta di "signore" che gli dicono di avvertirla di qualcosa, o dimostra di conoscere cose di cui dovrebbe essere all'oscuro.
Allo stesso tempo, seguendo il killer, vediamo come entri in gioco una componente paranormale del tutto inaspettata.
Non voglio scendere nei dettagli perché è un thriller e vi rovinerei la lettura, ma posso dire perché questo romanzo mi è piaciuto molto.
Mi ha completamente catturata l'atmosfera angosciante e il crescendo di panico che percepiamo pagina dopo pagina, e anche se ho capito ben prima della fine chi fosse il killer (qualche indizio c'è) mi sono comunque goduta appieno il romanzo.
Volevo vedere fino a che punto si sarebbe spinto, volevo sapere perché.
Perché proprio Katherine, perché tutte quelle vittime innocenti.
E in parte sono stata soddisfatta, perché vengono date risposte a molte domande e il romanzo ha un finale molto soddisfacente.
Tuttavia, è il primo volume di una trilogia, la trilogia "Nightsong" e quindi diverse questioni sono lasciate in sospeso.

Non sappiamo cosa ne sarà di Katherine, o di Sael.
Non sappiamo se Lucas continuerà a vedere ciò che non dovrebbe.
E' davvero finita? O questo era solo l'inizio?

Un romanzo molto singolare, i cui continui cambi di narrazione e il mix di thriller ad alta tensione e paranormale lo rendono un'opera di forte impatto.
E' un libro che non lascia indifferenti, e di cui non vedo l'ora di leggere il seguito.
Lo consiglio a chi ama i thriller con qualcosa d'insolito, a chi come me si sta avvicinando a questo genere letterario e non ha paura di sperimentare, e a chi ama le storie dalla trama inizialmente complessa che diventa mano a mano più cristallina.

Un bacio a tutte, fanciulle (e fanciulli).
A presto <3

martedì 23 giugno 2015

"L'ora di lettura" di Carole Lanham

Buongiorno fanciulle!
La chiacchiera librosa del giorno è dedicata a "L'ora di lettura" di Carole Lanham (con un enorme e sentitissimo GRAZIE a BookMe e a Valentina per la possibilità di leggerlo in anteprima):
Ve lo avevo presentato in anteprima, ma vi riporto comunque la trama:
Mississippi, 1920. Hadley Crumley ha nove anni, occhi vivaci e la pelle di un invitante color caffelatte. Quando la madre prende servizio presso la ricca famiglia Browning, Hadley si innamora a prima vista della deliziosa, turbolenta Lucinda, che ha la sua stessa età, la lingua tagliente e capelli lucidi come la seta. Dopo averlo studiato per qualche tempo, Lucinda sorprende il ragazzo invitandolo nella sua stanza con il pretesto di insegnargli a leggere. È l’inizio di una strana, seducente amicizia: lunghi pomeriggi strappati alle convenzioni per dedicarsi all’esplorazione dei capolavori “proibiti” della letteratura, da Romeo e Giulietta, all’Amante di Lady Chatterley. Ma la curiosità per i libri risveglia altri, più concreti appetiti, e
quello che all’inizio è solo un gioco tra ragazzi minaccia di trasformarsi in qualcosa di molto più serio, destinato a segnare la vita di entrambi. 
Romanzo di una passione smodata per i libri e attraverso i libri, L’ORA DI LETTURA celebra l’amore con la A maiuscola, quello capace di ribaltare le aspettative, di infrangere i tabù e di sorprenderci con il dono più grande: la libertà di essere fino in fondo noi stessi.

Ho AMATO questo romanzo. Con tutte le maiuscole.
L'ho iniziato una sera e finito la sera seguente, restando sveglia fino a un orario improponibile perchè DOVEVO sapere cosa sarebbe successo ad Hadley e Lucinda.
Il mattino dopo la notte insonne il tè mi è servito XD

Iniziamo con il dire che nulla di questo libro è convenzionale.
Lucinda è una bambina prepotente che diventa una donna tirannica, Hadley è un bambino timido che diventa un uomo sottomesso ai suoi capricci.
Eppure la loro storia è intrisa di desiderio dalla prima all'ultima pagina.
Lucinda e Hadley restano insieme tutta la vita, in un modo che può sembrare crudele e infelice ma che allo stesso tempo dimostra quanto il loro sentimento fosse reale.

Anche il loro amore per i libri è anti-convenzionale.
Tutto parte infatti dal loro cercare con entusiasmo i libri proibiti: storie scabrose, intrise di erotismo o di violenza, storie macabre e del tutto inadatte sia a una rampolla di buona famiglia come lei che a un domestico meticcio come lui.
Le ore che passano a leggere sono un gioco ma anche la base su cui nasce il profondo sentimento che li unisce: attraverso "Dracula", "Grandi Speranze" e diversi romanzi erotici di dubbio gusto Lucinda e Hadley esplorano i propri desideri e le proprie fantasie.

Mi sono divertita molto nel leggere dell'imbarazzo di Hadley per gli estratti sempre più spinti proposti da Lucinda, e a tratti mi sono trovata a pensare che lui fosse una vittima della tirannia di lei.
Ma leggendo il romanzo fino alla fine ho rivalutato il loro rapporto, perchè se anche può sembrare che lei lo maltratti per tutta la vita di fatto il loro rapporto dura più del matrimonio di lei e più di ogni relazione di lui.
Tutto inizia con Lucinda ed Hadley e finisce con Lucinda ed Hadley, insieme in modi sempre diversi, ma insieme nonostante tutto.

Il mio personaggio preferito del romanzo è sicuramente Hadley, perchè l'ho trovato molto singolare.
Innanzitutto non è nero, ma meticcio.
Era scontata la storia tormentata tra una ragazza bianca ricca e un domestico di colore, ma Carole Lanham ci stupisce proponendoci invece un nero a metà.
Hadley si sente sia bianco che nero, e a volte nessuno dei due: troppo scuro per i bianchi e troppo chiaro per i neri, subisce una doppia discriminazione sociale che lo isola per tutta la vita.
Ed è qui che io ho rivalutato il suo rapporto con Lucinda: è di fatto lì'unica persona che quando lo guarda non vede un colore, ma vede uno splendido uomo.
Hadley è la versione speculare di Lucinda, sotto moltissimi aspetti.
Lei è una persona distruttiva, mentre lui sembra essere in grado di aggiustare ogni cosa.
Lei è cinica e disincatata, mentre lui è un appassionato di giardinaggio che si meraviglia ogni giorno del miracolo che rappresenta un fiore che sboccia.
Coltiva i suoi fiori con dedizione, studiandone anche il significato, e le sue aiuole e i suoi prati traboccanti di profumi e colori sono la sua dichiarazione d'amore nei confronti di quella che potrebbe facilmente passare per l'eroina romantica più insopportabile della letteratura.

Dal canto suo, invece, Lucinda è una vittima.
Almeno secondo me.
E' vittima di sè stessa e del suo pessimo carattere, della sua prepotenza che è stata tollerata troppo a lungo da un padre incapace di crescerla, e che la porta a scegliere una vita infelice per sè e per chi le sta intorno.
Ama Hadley? Io sono convinta di sì.
Sono convinta che l'amore per Hadley sia l'unico vero sentimento che si sia mai concessa di provare in vita sua, e che l'accompagna dal primo all'ultimo giorno che passano insieme.
Ogni meschinità, ogni cattiveria, ogni prepotenza che gli fa subire non sono altro che manifestazioni del suo spasmodico bisogno di non perdere chi rappresenta la parte migliore di lei stessa.

Questo libro mi ha toccata profondamente e lasciato addosso un senso di struggimento che ci ha messo qualche giorno ad andare via, ed è di sicuro una delle migliori letture del 2015 fino ad oggi.
Posso descrivere le sensazioni che mi ha lasciato addosso come molto simili a quelle provate dopo aver letto "Stoner" di John Williams, e in un certo senso Hadley me lo ricorda moltissimo.
Se avete amato il romanzo di Williams, questo vi piacerà.
Se vi incuriosisce tutto ciò che riguarda i fiori e il loro significato, in fondo al romanzo c'è addirittura un'appendice dedicata.
Se vi piacciono gli amori tormentati, questo è anticonvenzionale e lontanissimo dai New Adult di adesso ma potrebbe conquistarvi, a modo suo.

Consigliatissimo, con quattro stelline e mezzo su Goodreads meritatissime, e a cui spero davvero darete un'opportunità!

Un bacio a tutte, fanciulle!
A presto <3

sabato 13 giugno 2015

Anteprima: "Love is red" di Sophie Jaff

Buongiorno (ancora), fanciulle!
Vi presento la seconda uscita BookMe in arrivo in libreria il 23 Giugno, e stavolta è un thriller, il debutto letterario di Sophie Jaff:
New York, giorni nostri. La metropoli dalle mille luci è il terreno di caccia ideale per il killer bello e insospettabile che da mesi abborda le sue prede nei club e nei bar più alla moda, le seduce, e infine le uccide al culmine di un rituale ad altissimo tasso di crudeltà e perversione. Quando, nel clima di angoscia che attanaglia la città, Kathrine incontra David, la chimica tra i due è immediata. David non è solo bello, è anche elegante, garbato, pieno di attenzioni. Tutto il contrario di Saul, il suo migliore amico: freddo, scostante, eppure dotato di un fascino dall’intensità quasi elettrica. Prima ancora di accorgersene, Kat si ritrova invischiata in un doppio gioco di seduzione dove niente e nessuno è quel che sembra. Perché mentre l’angoscia si trasforma in psicosi e le vittime dell’assassino più misterioso di sempre si fanno di ora in ora più numerose, il cerchio di un destino dalle radici antichissime si stringe attorno a Kat e ai due uomini che le confondono il cuore. Alla fine, la verità verrà a galla in tutta la sua sconcertante potenza, in un crescendo di colpi di scena dalla portata terrificante.

Mi piace spaziare e leggere un po' di tutto, tant'è che questo mese di thriller ve ne ho proposti ben due (uno psicologico ed uno apocalittico), e questo sembra giocare molto sulla linea sottile tra terrore e fascino quindi penso che potrebbe essere una lettura interessante anche per me :)
Voi che ne dite?

Un bacio a tutte, fanciulle!
A presto <3

Anteprima: "L'ora di lettura" di Carole Lanham

Buongiorno di nuovo a tutte!
Dopo un esordio rosso corallo, ora parliamo di BookMe e un titolo interessantissimo in uscita il 23 Giugno.

Sembra essere stato scritto apposta per me, a cominciare dal titolo "L'ora di lettura".
E' il primo romanzo di Carole Lanham, autrice di racconti, ed eccone copertina e trama:
Mississippi, 1920. Hadley Crumley ha nove anni, occhi vivaci e la pelle di un invitante color caffelatte. Quando la madre prende servizio presso la ricca famiglia Browning, Hadley si innamora a prima vista della deliziosa, turbolenta Lucinda, che ha la sua stessa età, la lingua tagliente e capelli lucidi come la seta. Dopo averlo studiato per qualche tempo, Lucinda sorprende il ragazzo invitandolo nella sua stanza con il pretesto di insegnargli a leggere. È l’inizio di una strana, seducente amicizia: lunghi pomeriggi strappati alle convenzioni per dedicarsi all’esplorazione dei capolavori “proibiti” della letteratura, da Romeo e Giulietta, all’Amante di Lady Chatterley. Ma la curiosità per i libri risveglia altri, più concreti appetiti, e
quello che all’inizio è solo un gioco tra ragazzi minaccia di trasformarsi in qualcosa di molto più serio, destinato a segnare la vita di entrambi. 
Romanzo di una passione smodata per i libri e attraverso i libri, L’ORA DI LETTURA celebra l’amore con la A maiuscola, quello capace di ribaltare le aspettative, di infrangere i tabù e di sorprenderci con il dono più grande: la libertà di essere fino in fondo noi stessi.

Ecco, chi mi conosce e mi segue da un po' avrà subito pensato "America degli Anni Venti, libri, lettura... Questo è per Elisa!" e infatti non vedo l'ora di leggerlo!
Che ne dite?

Un bacio a tutte, fanciulle!
A presto <3

venerdì 24 aprile 2015

"Reflections" di Kasie West"

Buonasera fanciulle!
Il post libroso di oggi è dedicato ad una delle mie ultime letture, "Reflections" di Kasie West, bellissimo romanzo portato in Italia da DeAgostini con la meravigliosa copertina originale:
Il titolo originale era "Pivot Point", ed è il primo di una duologia (il secondo e ultimo volume si intitola "Split Second", e spero non passino troppi mesi prima della sua uscita!) piaciuta moltissimo all'estero.
Le copertine originali
Come al solito vi riporto la trama:

Mi chiamo Addison Coleman. 
Ho diciassette anni, una massa di riccioli biondi e un potere straordinario: riesco a vedere il futuro. 
Di solito non amo approfittare di questa capacità, ma da quando i miei genitori hanno deciso di divorziare le cose sono cambiate. 
Mi sono trovata davanti alla scelta più difficile di sempre – con chi di loro sarei andata ad abitare? – e ho iniziato a indagare il futuro. 
Un’Indagine di sei settimane per capire quale fosse la migliore delle mie alternative. 
O almeno così speravo. 
Perché l’Indagine si è rivelata molto più complicata del previsto. 
Due ragazzi hanno stravolto la mia vita, o forse sarebbe meglio dire… le mie vite. 
Due ragazzi di cui è impossibile non innamorarsi. 
Duke è come un mare in tempesta, travolgente e affascinante. 
Gioca a football e non sa ancora in quale college andrà il prossimo anno. 
Trevor è come una notte d’estate, dolce e spensierato. 
Vorrebbe ricominciare a giocare a football e disegna fumetti. 
Uno riesce a farmi perdere la concentrazione con un solo sguardo. 
All’altro basta una parola per farmi battere il cuore all’impazzata. 
Ed è per questo che scegliere tra i miei due futuri alternativi non sarà affatto facile: perché qualsiasi decisione prenda, dovrò dire addio a uno di loro.

Breve commento, e poi VIA TUTTI coloro che non vogliono nemmeno un minuscolo spoiler.
Questo libro mi è piaciuto, perché parla di scelte, e di come anche la più semplice possa cambiare radicalmente il nostro futuro e quello di chi ci sta intorno.
Non è una storia d'amore, e so che lo dico sempre ma davvero ignorate quella quarta di copertina da cui sembra che il punto sia "quale ragazzo sceglierà Addie?" perché non è così.
Kasie West ha realizzato un piccolo capolavoro, sviluppando perfettamente in parallelo i due diversi futuri di Addison e coinvolgendomi dalla prima all'ultima pagina.
Per darvi un'idea, il meccanismo è lo stesso del famoso film "Sliding Doors", in cui seguiamo le due storie in contemporanea, con la telecamera che slitta da una all'altra.
Ve lo consiglio se volete una storia non banale, dal finale inaspettato, con qualche spunto di riflessione su temi come il peso delle nostre decisioni, sull'importanza della correttezza, e su cosa valga davvero la pena sacrificare quando la posta in gioco è molto, molto alta.
Uno dei romanzi Young Adult migliori letti negli ultimi anni, senza ombra di dubbio.
Un bel ritratto dell'autrice: non è splendida? 
Ed ora vi agli SPOILER ALERT lampeggianti e con sirene incorporate!
A partire dal personaggio di Addison.
Addie, all'inizio proprio non mi piacevi.
Paturnie che come te nessuno mai, e poi all'improvviso mi sei piaciuta. Un sacco.
Anche se la mia Addison preferita è quella che abbandona il suo regno pieno di superpoteri e tecnologia avanzatissima e si trova a fare i conti con la Normalità.
Momento top quando si schianta contro una porta a vetri perché ignora che a volte, nel mondo vero, si usano le maniglie.
O quando non sa usare il telecomando del lettore dvd "perché ci sono tutti quei triangolino sui tasti" (giustamente a casa sua basta dire "Play" ad alta voce e tutto parte da sé).
Nonostante il suo doversi inserire in un mondo completamente diverso dal suo, Addie risulta meno imbranata di decide e decine di eroine Young Adult che l'hanno preceduta, e questo l'ho apprezzato molto. Basta con tutte queste ragazze che inciampano su se stesse: ve lo assicuro, sappiamo camminare.
E poi c'è Trevor. O meglio, TREVOR.
Che mi ha ricordato moltissimo Josh di "Isla & the Happily Ever After" di Stephanie Perkins, ma con un tocco di Etienne St. Clair da "Anna & The French Kiss" della stessa autrice (questo lo trovate anche in italiano, come "Il mio primo bacio a Parigi").
Un mix di due tra i miei fidanzati letterari preferiti, Trevor è ironico, intelligente, gentile e spiritoso.
Frustrato da morire per essere stato privato di una cosa che amava (il football: non può più giocare in seguito ad un gravissimo infortunio) e perché il suo futuro sarà totalmente diverso da come l'aveva pianificato, è comunque una persona piena di entusiasmo.
Quello tra lui ed Addison è un sentimento profondo e sincero, che nasce COL TEMPO (un altro clichè che qui non troviamo, grazie a Dio, è quello del "ti guardo, sei bellissimo, bam! Sei l'amore della mia vita!"), un amore per cui io facevo il tifo fin dall'inizio (ero MOLTO di parte, fin da subito).
La migliore amica di Addison, Laila (che uno tenderebbe a considerare un personaggio di contorno ma NON fatelo: è più importante di quanto sembri!) mi è stata antipatica dall'inizio alla fine, e quando non mi suscitava antipatia mi era comunque indifferente.
In uno dei due futuri lei è sempre meno presente (ed è assurdo: ci sono i telefoni, i cellulari, i computer: non è così difficile restare in contatto!) mentre nell'altro tradisce Addison in un modo davvero sgradevole: insomma, proprio non mi è andata giù.

Il terzo motivo per cui ho amato questo libro è il mondo all'interno del Perimetro, ipertecnologico e abitato da umani speciali.
Telepatia, Telecinesi, Manipolazione della Massa, Chiaroveggenza: dite un superpotere mentale, e ci sarà qualcuno che lo possiede.
E' un po' il sogno di tutti noi, in fondo, quello di scoprirci un talento speciale, e questi ragazzi ne sono pieni. Vivono in un ambiente che li forma e li potenzia, ma che allo stesso tempo li tiene costantemente sotto controllo.
Per loro il mondo esterno è quasi del tutto sconosciuto, e questo mi ha fatto pensare che sì, la separazione ha senso, perché in fondo da un lato queste persone sono avvantaggiate in un sacco di ambiti (pensate a una supermemoria fotografica, o alla capacità di leggere nel pensiero!) ma dall'altro alimenta solo la paura.
Isolare chi è diverso non fa altro che renderlo sempre meno simile, fino al punto di non ritorno.
Addie stessa, nel momento in cui lascia il Perimetro, ha un sacco di pregiudizi, anche inconsapevoli.
Considera il mondo Normale inferiore, più arretrato e trova faticosissimo anche solo pensare di dover fingere di essere "meno" di quello che è.
E' solo quando incontra Trevor, che realizza quanto il mondo attorno a lei non sia inferiore, solo differente: è un ragazzo privo di qualsiasi potere, ma è anche la persona più straordinaria che Addison abbia mai conosciuto.
Il mondo di Addison l'ha cresciuta facendola sentire superiore e speciale, ma è solo lasciandolo che scopre fino i fondo quanto non siano i poteri a renderla tale, ma il suo cuore e la sua testa.

Infine, il potere di Addison, il dono della Divergenza.
Ovvero, messa di fronte a una scelta, Addison può vivere in proiezione i futuri che seguono ad entrambe le opzioni durante quella che lei chiama Indagine", che potremmo dire sia una sorta di visione.
L'unica differenza è che, finita l'Indagine, conserva i ricordi di entrambi i futuri, come se fossero accaduti realmente. Le restano i ricordi belli, ma anche quelli brutti.
Personalmente non è un potere che vorrei possedere, perché anche se da un lato sembra allettante l'idea di poter vedere "come va a finire se io faccio A, o se faccio B" e poi scegliere la migliore, mi dovrei comunque tenere ogni emozione legata all'opzione peggiore.
Se vivessi un momento davvero terrificante, per esempio, io continuerei a pensarci e a sognarmelo anche se poi, di fatto, non sarebbe "reale".
Se vivessi un lutto, stesso discorso.
Se conoscessi qualcuno e mi affezionassi, e poi scegliessi l'altra via, avrei sempre nostalgia di quella persona anche se nella realtà non ci saremmo mai incontrate.
Kasie West ha fatto un ottimo lavoro, con Addison, perché da un lato le ha dato un potere utilissimo, ma dall'altro ha fatto in modo che abusarne sia terrificante.

Non dico nulla sul finale, tranne una cosa: vorrete passare subito al seguito, e vi dispererete all'idea di doverne aspettare la traduzione.
Incolpate pure la sottoscritta, quando succederà XD

E con questo vi saluto, fanciulle, e vi auguro un buonissimo Venerdì!
Un bacio a tutte, e a presto <3