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martedì 23 giugno 2020

Una lettera per Sara: intervista a Maurizio De Giovanni

Dal 2019, il blog ospita le recensioni e le interviste di Veronica Lempi, già collaboratrice de Gli Amanti dei Libri. Ecco la sua intervista a Maurizio De Giovanni, in occasione dell'uscita di Una lettera per Sara (Rizzoli)!


«Sembra difficile avere altro da raccontare se esistono i crimini,
se esiste il momento in cui un essere umano decide
di togliere la vita ad un altro uomo sulla faccia della Terra.»
Maurizio De Giovanni.

Durante un periodo difficile come quello che stiamo attraversando, non poteva giungere notizia più lieta di un nuovo appuntamento in libreria (finalmente!) con Maurizio De Giovanni.
Tra le penne noir più celebri e meritevoli d’Italia, che da anni intriga appassionati e non del genere, con vicende da subito destinate a diventare Cult, è tornato con un nuovo capitolo dedicato alla saga di Sara: Una lettera per Sara (Rizzoli).
Ed in una fase in cui abbiamo bisogno di familiari, ancora più che di congiunti, ecco che ci prepariamo a re-incontrare Pardo, Viola e Sara, naturalmente, in una nuova, avventurosa, appassionante e a tratti spassosa avventura.
Abbiamo avuto la fortuna di incontrare virtualmente Maurizio De Giovanni, che ci ha svelato in anteprima qualche spunto sul nuovo libro, in libreria da fine maggio. Ecco cosa ci ha raccontato!

«Un omicidio di 20, 30, 50 anni fa, mantiene inalterata la sua terribile natura. Passa attraverso le epoche e trasmette, anche a distanza di tanto tempo, il senso terribile di se stesso.
In questo libro, Sara affronta questo.
Sara non è né un investigatore, né un poliziotto. Non è un pm. È un personaggio diverso, è una donna che ha vissuto la sua vita pagandosela cara, senza sconti, che porta con orgoglio su se stessa le tracce del tempo, perché è stato il tempo dell’amore, della gentilezza e del combattimento contro la menzogna e l’ingiustizia. Ora è arrivata nell’autunno della sua vita, ed è bellissima. Personalmente, sono innamorato pazzo di Sara» inizia De Giovanni, aggiungendo che l'appuntamento con Sara è per lui «molto emozionante, perché mi coinvolge come donna. È il tipo di donna che un uomo vorrebbe incontrare nella propria vita. È un tipo di donna che non stringe patti con il tempo, né con lo stereotipo secondo cui il mondo la vorrebbe. Una donna che si batte per svelare la giustizia, far valere la legge, che non ha paura di scavare nel profondo delle cose, anche al costo di scoprirsi diversa nel suo passato. Finché noi esistiamo, il nostro passato sarà sempre vulnerabile perché potrà sempre cambiare. E il passato di Sara è il passato del nostro Paese. È questo l’aspetto meraviglioso del suo personaggio: Sara mi permette di andare a mettere le mani nelle numerose macchie e zone d’ombra di questa Nazione, così giovane e così contrastata, difficile da leggere a causa delle sue epoche tanto ravvicinate quanto diverse tra loro. 
Sara mi concede questa opportunità: potrei andare a ritrovare e indagare su delitti celebri rileggendoli in chiave narrativa. Ma preferisco andarmi a leggere i piccoli misteri, quelli che non sono stati spiegati se non per caso e se non a distanza di tempo.»

È la prima volta che prendi spunto per un tuo romanzo, da una storia vera?
Sì, è la prima volta che esplicitamente prendo le mosse da un evento che ha avuto anche una sua notorietà. Sara, appunto, mi consente questo. Mentre "Ricciardi" ha una natura più emotiva, intima e sentimentale; i "Bastardi", hanno un valore più corale, ampio e polifonico, quasi dissonante; "Mina" è una voce più rumorosa e chiassosa, velenosamente divertente; Sara è tutta nera. Con lei, io rinuncio coraggiosamente alla città (Napoli, ndr). Ho la fortuna di vivere in una città che racconta storie, in maniera molto colorata, costantemente, ma con lei vi rinuncio; è un personaggio profondamente intimo e allo stesso tempo indolente. Con Sara vado a rifugiarmi nei quartieri più residenziali e quindi più ricchi e, solitamente, queste zone si assomigliano in diverse città. Rinuncio alla peculiarità di questa città perché Sara non vuole palcoscenici invadenti. Sara non vuole essere scavalcata, racconta la sua storia in modo secco, asciutto, senza cedere mai a nient’altro che al racconto: con Sara cambia anche la mia scrittura.

In questo libro ritroviamo un turbinio di luoghi intricati, tra carceri e ospedali, parli di amori passionali e dolore. 
L’amore non è affatto una cosa sempre bello. È quasi sempre un qualcosa che quando finisce, dall’altra parte non finisce mai. È una stanza occupata dalla memoria. L’amore sa fare impazzire una persona, nel vero senso della parola, facendo scaturire emozioni non sempre positive che portano a conseguenze estreme. Parlo di questi luoghi, per antonomasia, della solitudine, che mi portano un contrasto stridulo tra l’amore inteso come lo stare insieme e la solitudine degli ospedali e delle carceri, che hanno come conseguenza la sofferenza. Penso che ancora una volta, questo romanzo parli d’amore.

Racconti di donne con i super poteri, in quanto davvero speciali, che si ritrovano tra loro perché sanno riconoscersi. Ma l’unico uomo è l’Ispettore Pardo: qual è il suo super potere?
Secondo me questo è proprio il romanzo di Davide Pardo, perché lui, come tutti, ha dei difetti ben chiari, e, per quanto possibile, cerca anche di contrastarli. Ma fa sempre un errore grave: essendo una persona buona, spesso si comporta in maniera meschina, pur non volendo, ma per superficialità cede. Quando il suo vecchio compagno lo cerca, per lui è più importante terminare il caffè che sta bevendo, nel rispetto della sua routine! Questo fatto, all’apparenza superficiale, comporterà uno scrupolo di coscienza in Pardo per tutta la durata del libro, perché averlo cacciato, significa un mancato incontro che per lui sarebbe stato fondamentale. Penso che Pardo sia l’unica vera madre che possiamo identificare nel romanzo, tanto da intuire quello che nessun altro vede. È lui che salva il bambino. Direi che il super potere di Pardo è quello della normalità.
Vi rivelo che quando scrivo di Pardo, penso molto ad Alberto Sordi: credo che rivesta tipicamente il suo ruolo nella Commedia italiana degli anni Sessanta.

Il libro sarebbe dovuto uscire quando le librerie erano ancora chiuse: come avresti preso questa situazione?
Non esiste, con me, l’eventualità che un mio libro esca quando le librerie sono chiuse. Infatti, tutto era pronto, per l’uscita programmata il 24 marzo. Quando si è compresa la situazione, ho chiesto che la pubblicazione fosse posticipata alla riapertura delle librerie. Fortunatamente i miei romanzi sono venduti bene anche nelle edizioni digitali e attraverso gli shop online, anzi, mi sarebbe anche convenuto, lanciare la novità quando tutti erano a casa e avevano tempo per leggere. Ma quello a cui tengo particolarmente, è che l’acquisto di un libro porta la gente in libreria, ed è una cosa preziosissima per tutti, soprattutto per gli autori meno famosi o emergenti. Perché se una persona si reca in un negozio di libri per comprare il mio romanzo, inevitabilmente vedrà altri titoli che avrà voglia di acquistare. Questa è la fortuna, ma anche la responsabilità, di un autore con un vasto pubblico, come quello che ho io.

Da sempre Sara si fa portavoce di tutte le lacune e zone d’ombra che caratterizzano la storia italiana, fin dal primo romanzo porta con sé da questo ruolo, ma in questo ultimo capitolo sembra emergere in maniera sempre più netta. Quando hai creato il personaggio, anni fa, all’inizio della saga, ti aspettavi che Sara potesse diventare tutto questo?
Vado conoscendo e capendo Sara, ogni volta sempre di più. Sara mi racconta tante storie, e da ognuna, in base a come lei cambia, imparo a conoscerla sempre meglio. Come se andassi a vivere in una casa nuova, incontrassi la tua vicina di casa e iniziassi a salutarla una, due, tre volte… Poi inizi a chiederle qualcosa, sempre di più. Ma dopo cinque anni che vivi in quel posto, con quella persona hai sviluppato un rapporto, positivo o negativo che sia. Riscontrando conferme o clamorose negazioni di ciò che avevi pensato la prima volta. Con i personaggi seriali funziona così. Se parli di un personaggio singolo, che incontri una sola volta, lo percepisci come un impiegato delle poste: rilevi che ha un tic, che è bello o brutto… Ma se lo incontri in un contesto diverso non lo riconosci. Con i personaggi seriali è diverso: loro sono i vicini di casa, nella storia, man mano, ti raccontano di se stessi sempre di più. L’ultima Sara è la più vera di tutte, ma è meno vera di quella successiva.

Hai detto che parli dei quartieri più ricchi perché sono quelli più comunemente simili di città in città. C’è un limite che ti poni quando scrivi, e che non vuoi superare perché senti che non è il caso di andarvi oltre?
No, assolutamente. Io seguo la storia. Non credo nello scrittore burattinaio, che muove le pedine. Non comprendo ma a tratti anche “invidio” gli autori che dicono che i loro personaggi fanno quello che scelgono loro. Io non ho mai avuto questa fortuna. Credo che noi scrittori siamo creativi al momento del primo passaggio, quando componiamo la trama. Ma nello sviluppo non dobbiamo assolutamente avere nessuna voce in capitolo, altrimenti sai che noia? Sarebbe pesante se conoscessimo già dall’inizio tutto ciò che succede nel libro. Io ho scoperto la fine di questo romanzo, durante il penultimo capitolo. E quando l’ho scritto, è stato sorprendente per tutti, per me in primis!

Qual è il tuo metodo, nonché segreto, di scrittura? 
La trama, per me, è sempre attivata da un piccolo frammento. Nozze è nato passando davanti ad una vetrina, in cui vidi un vestito da sposa caduto dal manichino e spiegazzato a terra. Questa cosa ha prodotto la voglia di raccontare di quell’abito. Una lettera per Sara si basa sulla lettura della notizia della morte di Graziella Campagna, che ha lasciato dentro di me un’offesa per la banalità della storia. Inserisco nella trama le cose che mi servono. Da quel momento faccio delle ricerche. Poi prendo un foglio A3, che riassume per punti quello che per ogni capitolo io devo dire a proposito della storia principale, di quella secondaria, e di ogni singolo personaggio. È un documento che conservo per ogni mio libro. Mi serve per avere una visione complessiva delle proporzioni del romanzo. Per esempio un personaggio secondario non può avere una storia più lunga da raccontare rispetto ad un protagonista. Da lì comincio a scrivere e non torno più indietro. Comincio con la prima pagina e finisco con l’ultima. Quando scrivo abbandono la realtà esterna, per dedicarmi completamente al libro.

Questo libro, è infatti dedicato a Graziella Campagna.
Una ragazza uccisa a 17 anni a Messina, nel 1985, perché, lavorando in una lavanderia ha trovato, in un paio di pantaloni, un biglietto da cui ha capito che la persona che aveva portato l’indumento a lavare non era chi diceva di essere. Era troppo piccola, giovane e ignorante per poter essere corrotta, per cui, non potendola portare dalla propria parte, hanno scelto di ucciderla. Oltre a lei, sono scomparsi anche i genitori, morti di dolore. Mentre il fratello maggiore, un carabiniere, ha dedicato l’intera vita a trovare il colpevole.
Ho voluto prendere ispirazione e dedicare il libro a questo mistero, per raccontare una storia dolorosa, caratterizzata dai danni collaterali che le guerre tra fazioni contrapposte comportano, con tutta la forza e la delicatezza che queste vicende portano con sé. Anche i personaggi, In questo capitolo, mi hanno seguito con un’evoluzione che li ha portati un passo avanti.


Una lettera per Sara di Maurizio de Giovanni (Rizzoli) è in libreria, al prezzo di copertina di 19€.

mercoledì 20 maggio 2020

Cercando Alaska: la serie TV arriva su Sky Atlantic!

Cercando Alaska è uno romanzi più discussi di John Green (Rizzoli): i lettori più affezionati all'autore però lo amano incondizionatamente, ed è loro la gioia più grande nello scoprire che la serie tv tratta dal romanzo arriverà su Sky Atlantic e Now TV alla fine del mese.


Firmata da Josh Schwartz e Stephanie Savage, vede Charlie Plummer e Kristine Frøseth nel ruolo dei protagonisti Miles Halter e Alaska Young, in quella che Indiewire ha definito «una storia universale, per gli adolescenti di oggi e quelli di ieri».


L'appuntamento è per il 27 maggio alle 21:15 su Sky Atlantic e su Now TV: ci sarete?

giovedì 23 gennaio 2020

Montagna, che passione: i regali per gli appassionati

«Cosa regalo a...?» «Non lo so, ma gli piace la montagna.»
Gli appassionati di escursionismo, passeggiate e arrampicate impazziranno per queste cinque idee regalo, garantito!


Da sfogliare nei giorni di pioggia e neve, in attesa della riapertura dei sentieri, c'è un volume fotografico prezioso edito Rizzoli, da conservare sul tavolino da caffè: Sentieri leggendari. L'arte di camminare fra storia, avventura e paesaggio di C. Honan, R. Klanten e A. Kouznetsova (39€) è un viaggio tra panorami mozzafiato e strade poco battute, e chissà che non sia il momento di programmare già la prossima passeggiata.


Uno dei cammini più celebri, che attira ogni anno migliaia di camminatori da tutto il mondo, è il Cammino di Santiago: per molti un modo per riflettere, meditare e ritrovarsi, per altri un'escursione non priva delle sue sfide, è in realtà un0'esperienza dalle molteplici varianti.
I cammini sono numerosi, e così i livelli di difficoltà, ma una cosa è certa: è un'esperienza unica.
A celebrarla, per chi lo avesse fatto e per chi non vedesse l'ora di partire, c'è un poster originalissimo, che rappresenta l'intera rete di cammini attraverso una peculiare forma a conchiglia (simbolo dei pellegrini, ndr). Misura 67cm × 97cm ed è disponibile su Poster Santiago (28€ + spese di spedizione).


E per chi non amasse solo le escursioni primaverili ed estive, ma anche le quelle sui sentieri innevati?
The Heat Company pensa al mantenimento della temperatura ottimale di mani e piedi grazie a degli efficaci scaldamani (11,40€ per 10 paia) e scaldapiedi (9,90€ per 5 paia) da infilare comodamente all'interno di guanti e scarponi. Consiglio: sono perfetti anche per l'amico freddoloso.

Sempre per i fan della montagna innevata, e delle piste da sci, c'è Flight Deck XM, la maschera con lenti prizm di Oakley che è un vero gioiello (anche nel prezzo, circa 200€).
Con tecnologia Wall-to-Wall per una visuale ampia e lenti balistiche antiappannamento, questo modello è privo di bordo per una maggiore visione periferica in ogni direzione e offre una protezione completa dagli agenti atmosferici. Può essere sovrapposta alla maggior parte degli occhiali da vista.


Infine, non può mancare la borraccia. E pensando a un modello adatto alla montagna, ma sfruttabile anche in città, ecco che ci pensa OMORC, con una borraccia in acciaio inox con kit di pulizia, cannucce e sì, persino lo scovolino sottile per pulirle. È disponibile nei formati 600ml e 1L, e nei colori blu, nero e rosa (rosa!). Il prezzo varia a seconda di colori, formati e disponibilità, indicativamente tra i 21,99€ e i 25,99€.


Leggi anche: ISDIN: due novità anti-freddo!

lunedì 28 ottobre 2019

"The Serpent King" di Jeff Zentner

The serpent king: l'attesissimo romanzo di Jeff Zentner (Rizzoli) è arrivato in libreria a fine settembre, forse in un momento poco fortunato. Ma è uno dei romanzi young adult meno scontati che si siano visti negli ultimi anni, e merita assolutamente di entrare nelle librerie dei lettori adolescenti (e non solo).


Ci troviamo a Forrestville, mesta cittadina del Tennessee.
Non un posto idilliaco o raffinato in cui crescere, non quanto vorrebbero i nostri tre protagonisti: Dill, per esempio, vorrebbe vivere in un luogo in cui i pettegolezzi sul padre (pastore della chiesa locale, arrestato per possesso di materiale pedo-pornografico) si spegnessero più in fretta, permettendogli di vivere più sereno e senza la vergogna che lo fa sprofondare ogni giorno di più e trascurare il suo talento per la musica; Lydia, webstar e blogger di moda di successo, odia vivere in una cittadina così provinciale e si è costruita un'immagine online che corrisponde ben poco a quello che vede chi la circonda... oltre a isolarla dai suoi coetanei, che la considerano montata e snob; Travis, appassionato lettore della saga fantasy più famosa degli ultimi anni, vive per due cose: gli accesi dibattiti sui forum online, e l'attesa spasmodica del volume finale della sua serie preferita.
I tre sono grandi amici, e iniziano l'ultimo anno di liceo con la consapevolezza che, per loro, si avvicina il momento della separazione delle grandi scelte: Lydia, infatti, andrà a New York a studiare giornalismo per conquistarsi poi un posto in una rivista di moda, e il suo futuro sembra brillare luminoso... ma non si può dire lo stesso per Dill e Travis, che pagano il prezzo di un padre che ha fatto sprofondare la famiglia nei debiti a causa delle sue spese legali (Dill), e di uno violento che riversa la rabbia e il dolore per la perdita del figlio maggiore in Afghanistan sul minore, picchiandolo e ubriacandosi sempre più spesso (Travis).
I due sembrano destinati a un futuro ben poco scintillante, con lavori per nulla stimolanti e legati a famiglie che impediscono loro di prendere il volo, ma la verità è che il futuro è tutto da scrivere... nel bene e nel male.

Jeff Zentner costruisce tre personaggi che hanno ben poco dei protagonisti abituali della letteratura per giovani adulti, e regala ai lettori un romanzo pressoché privo di cliché in cui ogni sfumatura, ogni emozione si svela piano piano, pagina dopo pagina.
L'adolescenza è il periodo della vita in cui i genitori smettono di essere dei e diventano essere umani, ma nel caso di Dill e Travis il risveglio è molto più brusco: il primo, oltre allo stigma sociale di avere un padre in carcere per un reato tra i più odiosi, deve gestire anche una madre che preferisce continuare a considerare il marito un illuminato dal Signore piuttosto che affrontare la realtà, e non perdona al figlio di non aver mentito in tribunale (dichiarando suo quel materiale rivoltante) per salvare il padre dalla galera; il secondo soffre per la perdita del fratello maggiore e vive nel terrore degli attacchi di rabbia paterni, rifugiandosi ogni volta che può nel mondo immaginario della sua serie fantasy preferita. Tra le pagine dei suoi libri preferiti, ciò che nella vita lo ferisce e lo fa sentire solo e senza speranza non esiste più.
Lydia è apparentemente la più fortunata dei tre, con una vita agiata e due genitori meravigliosi, ma è anche quella che, nel romanzo, compie il percorso di crescita più interessante: il suo acquistare gradualmente una maggiore e migliore consapevolezza di sé, il suo imparare a vedere davvero i suoi due migliori amici e il suo rimettere in discussione tutto ciò che credeva le importasse la rendono profondamente vera e umana, ed è impossibile per il lettore non ritrovarsi almeno un po'.

Alcolismo, abusi, cyber-bullismo e fanatismo religioso sono solo alcuni dei temi che Jeff Zentner riesce a trattar e sviluppare a misura di adolescente senza cadere mai nello stucchevole o nel paternalismo, e The serpent king è un romanzo profondamente legato al mondo in cui i lettori vivono ogni giorno: da Lydia che conquista un pubblico sempre più vasto sul web grazie al suo blog di moda, Dollywould (in omaggio alla celebre Dolly Parton, of course) a Dill che, forse, potrebbe vedere il suo talento musicale riconosciuto grazie a YouTube, a Travis che proprio su un forum di appassionati di letteratura fantasy incontra qualcuno che diventerà per lui sempre più importante...
È un romanzo incantevole, che si legge tutto d'un fiato.
Assolutamente da leggere, da regalare e da consigliare.


The serpent king di Jeff Zentner (Rizzoli) è in libreria, al prezzo di copertina di 18€.

martedì 10 settembre 2019

"La città delle ragazze" di Elizabeth Gilbert

Lo scorso giugno è stato un mese dorato per i lettori: sugli scaffali di tutto il mondo è arrivato City of girls, attesissimo romanzo di Elizabeth Gilbert, che arriva ora anche in Italia grazie a Rizzoli: La città delle ragazze esce il 17 settembre, e vi trasporterà nella New York degli anni quaranta tra spettacoli teatrali, costumi luccicanti e feste da sogno. Indossate un paio di scarpe comode, perchè sarà una nottata travolgente che vi lascerà senza fiato.


New York degli anni quaranta: la guerra è lontana, ma presente. I giovani ansiosi di sentirsi uomini si arruolano, le ragazze sono impegnate a scegliere il marito giusto (o almeno, quello in grado di occuparsi di loro e dei figli che verranno in modo adeguato).
Ma Vivian Morris è diversa: non sogna la vita matrimoniale, sogna di avere qualcosa di più.
Quando l'ottimo college (Vassar) che frequenta la invita a non ripresentarsi, i genitori decidono di mandarla dalla zia a New York, dove potrà riflettere sul suo comportamento e schiarirsi le idee - senza imbarazzarli oltre con il suo comportamento indisciplinato.
Zia Peg gestisce (o meglio, tiene faticosamente a galla) la Lily Playhouse, un teatrino di periferia dove gli spettacoli costano poche monete e il cui pubblico è costituito da braccianti, operai e meno abbienti impossibilitati a frequentare i teatri del centro.
I copioni sono ripetitivi, gli attori sono mediocri o peggio che mediocri, e i costumi...
Ma qui Vivian può dare sfogo alla sua creatività, e mettersi alla prova facendo qualcosa che ama davvero: cucire. Sua nonna, abile sarta, le ha trasmesso il suo sapere e la sua passione, e Vivian diventa ben presto la mascotte del teatro, capace di scovare piccoli, preziosi tesori nelle ceste degli scampoli in merceria e trasformarli in costumi sfavillanti.
Celia, Gladys, Roland... tutto il cast di sconclusionati attori e ballerine adora Vivian, e la ragazza si fa ben presto trascinare nei locali, nei bar notturni, sulle piste da ballo.
Ma non è tutto oro ciò che luccica, e quando si vive in una città che non dorme mai bisogna semrpe tenere gli occhi aperti.

Romanzo di formazione nel senso più profondo del termine, La città delle ragazze è la storia di un percorso. Di un cammino irto di ostacoli, di amori sbocciati in fretta per sfiorire altrettanto velocemente, di scandali. Vivian è un gattino gettato nel recinto dei leoni: deve imparare a sopravvivere, e a non aver paura del ruggito altrui.
È anche un romanzo profondamente femminista, che vede Vivian fare il suo ingresso come studentessa svogliata ma appassionata di moda e diventare una donna di successo, con una sua attività e una storia pazzesca da raccontare.
È lei stessa, a raccontare ai lettori le sue vicende: ormai anziana, Vivian Morris scrive a una certa Angela (il cui ruolo verrà chiarito solo nelle ultime pagine del romanzo) per raccontarle la sua storia, che vede le due donne legate da un rapporto unico e impossibile da descrivere senza svelare troppo.

La città delle ragazze è un lascito, una traccia di Vivian nel mondo, e una volta giunti all'ultima pagina è impossibile non sentirsi come se, chiudendo il volume, si stesse perdendo un'amica.
Un'amica che ha fatto molti errori, amato gli uomini sbagliati, deluso la sua famiglia, ma anche un'amica che ha lottato per la sua indipendenza, per i suoi sogni, che ha perso un fratello (era sulla USS Franklyn nel marzo del 1945, durante l'attacco aereo giapponese che costò la vita a circa 800 membri dell'equipaggio, ndr) e per l'unico amore che valga la pena vivere: quello sincero.

Sebbene la prima parte del romanzo sia la più trascinante e scanzonata, è la seconda a restare incisa a fondo nel cuore del lettore. È la Vivian che, a guerra finita, si rimbocca le maniche e trova la sua strada quella dalla quale si fa fatica a separarsi a lettura ultimata.
La stessa Vivian che, da giovane, descriveva se stessa come capace di fare solo due cose (il sesso e il cucito), e che da anziana aggiunge a quelle due misere voci la più importante: essere una buona amica, soprattutto per le altre donne. Ed è questo a rendere il romanzo speciale.

Nessuna città potrà mai essere delle regazze, se le ragazze non la costruiranno insieme, e una volta riposto il volume in libreria si ha la sesnazione che Vivian, qualche mattone di quella città, lo abbia posato.
Consigliatissimo.


La città delle ragazze di Elizabeth Gilbert (Rizzoli) sarà in libreria dal 17 settembre, al prezzo di copertina di 20€.

lunedì 29 aprile 2019

Intervista ad Andrea Scanzi, su "La politica è una cosa seria", e sulla necessità di un cambiamento

Nel 2018 Andrea Scanzi pubblicava Con i piedi ben piantati sulle nuvole (Rizzoli), e a quel periodo risale il nostro primo incontro sulla terrazza del Mondadori Store di via Marghera a Milano.
Un anno dopo, incontriamo nuovamente Andrea Scanzi ma per parlare di politica, e in particolare del perchè La politica è una cosa seria (Rizzoli), come recita il titolo del suo ultimo volume.
Una lettura appassionante, della quale abbiamo potuto discutere con l'autore all'ultimo piano della libreria Feltrinelli in piazza Piemonte a Milano, ed ecco cosa ci ha raccontato!


Quali sono stati i criteri di scelta, nel bene e nel male, che ti hanno portato a parlare di questi politici e non di altri?
Li ho scelti tenendo presenti due aspetti. Il primo è un po' stilistico o letterario, perché ho scelto di parlare di quei personaggi che stimolavano la mia penna e non di quelli che non la stimolavano per niente: quando scrivi un libro devi avere degli stimoli, un'ispirazione. Pensando a Pertini, ad esempio, potevo immaginare un capitolo che si sarebbe scritto praticamente da solo, mentre pensando a uno come Fanfani, anche se io sono aretino come lui, sapevo che avrei fatto molta fatica a parlarne.
La prima motivazione è stata dunque letteraria, ma poi ce n'è stata una superiore, del tutto emotiva, empatica e passionale. Questo è un libro in cui io mi racconto più che in altre occasioni perché dichiaro apertamente quali siano i personaggi che mi mancano, quelli che ho amato, quelli che a volte mi hanno deluso, perciò sono andato a cercare chi mi ha smosso tanto – Pertini, Rodotà, Berlinguer, Parri – oppure i personaggi nettamente respingenti. Volevo creare una netta separazione tra "politici belli", che hanno giustificato l'amore per la cosa pubblica e ci hanno fatto appartenere a un ideale, e quelle figure respingenti che finiscono per farci rimpiangere ancora di più i politici che ci mancano. Guardi i politici attuali, poi ti volti indietro, vedi Pertini e ti chiedi "come abbiamo fatto a diventare così?"

Anche per questo non parli del Movimento Cinque Stelle?
So che me lo chiederanno spesso, parlando di questo libro, soprattutto perché io ero stato uno dei primi a parlare dei Cinque Stelle anche prima che vincessero le elezioni, per cui può sembrare strano che li abbia esclusi. C'è una motivazione temporale: quando racconti un personaggio politico devi avere a disposizione tanti anni da raccontare, deve esserci qualcosa da dire.
I Cinque Stelle sono fugaci, a partire dal fatto che sono vincolati dal limite del doppio mandato. Emergono un po' solo Di Maio e Di Battista, ma il secondo si è in pratica già ritirato uscendo di scena, mentre per il primo appare una seconda motivazione: sebbene io sia stato uno dei pochi a capire fin dall'inizio pregi e difetti del movimento Cinque Stelle, adesso faccio un po' fatica a fotografarli. Se racconto Renzi, so che incarna una politica che mi è estranea. Se racconto Salvini, lo stesso, Berlusconi non ne parliamo. Se racconto Berlinguer, parlo di uno che mi manca.
Se oggi racconto Di Maio, parlo di uno che non sono in grado di fotografare, di mettere a fuoco con precisione. È un mio limite: a volte li vedo chiari nelle loro idee, il giorno dopo li trovo repellenti e non riesco a considerarli.
Ma non sono diventati meno leggibili da quando sono al governo?
Senza dubbio. Fino al 2018 avevo delle idee chiare su di loro, tendevo a collocarli tra i buoni, o quasi buoni, ma adesso tutto mi appare molto confuso. Il cambiamento che gli italiani volevano con le elezioni del 4 marzo 2018 ha determinato l'unione di due forze politiche molto distanti tra loro, col rischio di deludere una buona parte dei loro elettori.
A volte mi capita, quando partecipo ai dibattiti televisivi, di pensare di sapere bene cosa dire, ma in altre occasioni mi rendo conto di non avere per nulla le idee chiare riguardo a ciò di cui si parla. E se non le ho io, non oso pensare allo smarrimento del cittadino comune.
Ho scritto questo libro proprio per chiedermi, e chiedervi, cosa stia succedendo alla politica, se sia sempre stata così o se in passato fosse più facile dire "noi" invece di "io". Oggi mi sembra che tutti dicano "io", ma senza mitizzare troppo il passato mi sembra che prima ci fossero delle persone più belle di oggi. Prendete Berlinguer: potevate non essere d'accordo con le sue idee, ma è stato una figura straordinaria, eroica e romantica. Lui è il più alto, ma forse ci mancano anche le mezze figure di una volta.


Tempo fa mi è capitato di ascoltare il tuo direttore Marco Travaglio in televisione, mentre si discuteva sul caso Diciotti e sulla mancanza di dissenso della base dei Cinque Stelle riguardo al salvataggio di Salvini. Lui ha detto che questa è una questione di principio e che sembra che ultimamente dei principi non importi più nulla a nessuno, né ai politici, né ai cittadini. Ci ho ripensato leggendo il tuo libro e mi sembra che si parli proprio di persone che procedevano seguendo i principi.
È una lettura corretta?
Più che una domanda, la tua mi sembra una meravigliosa recensione, per cui faccio fatica ad aggiungere altro: questo è esattamente quello che penso. I politici di oggi quasi sempre non hanno a cuore l'etica, la cosiddetta "questione morale", mentre in passato c'era chi, anche se non tutti, naturalmente,  era mosso da valori altissimi.
I principi sono decaduti, sono fuori moda. Il voto sulla Diciotti è emblematico, perché i Cinque Stelle hanno vinto le elezioni insistendo sulla questione morale, che è qualcosa di più alto dell'onestà. Poi però li vedi far assolvere Salvini per un puro tornaconto, per restare al potere, e una persona che ha seguito il loro percorso, come me o Marco Travaglio, non può non sentire molti campanelli d'allarme. Molti cittadini sono rimasti male, come me, anche del fatto che questa decisione dei Cinque Stelle non abbia generato un grande dibattito. La loro base, la stessa che sei anni fa voleva Rodotà presidente, non ha detto nulla.
Ma come s'inverte questa tendenza? Io ho trent'anni e sono molto preoccupata per questo paese. Venendo dagli studi classici parto purtroppo dalla Grecia antica, dove la politica è un onore che ti avvicina agli dei, e confrontare un politico di quel mondo con quelli attuali genera un contrasto stridente.
Gaber, che io cito spesso e volentieri, in una delle sue canzoni dice "vorrei dire a Platone che un politico è sempre meno un filosofo e sempre più un coglione". E lo diceva nel 1980! Non che stessero benissimo nemmeno ai tempi della Prima Repubblica, fra stragi di stato e vicende come Ustica, però adesso c'è davvero tanta confusione.
Io non ho una ricetta, se l'avessi sarei il primo a consegnarla e mi piacerebbe se qualcuno sapesse dirmi come si fa ad uscirne. Nel libro racconto un episodio che mi ha colpito molto perché è stato uno dei momenti importanti della mia vita.
Il giudice Antonino Caponnetto, dopo aver creato e guidato il pool antimafia e aver visto morire in due mesi Falcone e Borsellino, uscendo dalla camera mortuaria di quest'ultimo disse "è finito tutto".
Quella frase fu devastante, ma Caponnetto se ne rese conto e sentendosi in colpa decise di fare un tour andando a incontrare almeno una scuola in ogni città italiana, pur avendo ormai settantacinque anni. Venne anche nella mia scuola e fu un incontro emozionante per tutti noi. Alla fine ci disse "ragazzi, adesso tocca a voi prendervi in carico questo paese". In quel momento, eravamo nel 1993, pur in mezzo agli attentati, si percepiva una spinta al cambiamento, una volontà di uscirne, anche se durò poco perché l'anno successivo Berlusconi vinse le elezioni.
Adesso non c'è nemmeno una lotta tra una volontà di cambiamento e la negatività, mi sembra che siamo in una fase di stanca e di rassegnazione. La politica appare involuta e servirebbe una spinta che sparigli le carte, ma io non la vedo all'orizzonte. Le elezioni possono portare solo a una crescita dell'astensione. La maggior parte delle persone ha la sensazione di non capire più nulla della politica attuale. Montanelli diceva ai giovani "l'unica battaglia della vostra vita che potrete vincere è la battaglia con il vostro specchio. Quando vi piacerete e sarete soddisfatti di voi stessi avrete vinto".
Questa però è una vittoria privata, una rinuncia alla collettività, che oggi purtroppo non è così distante.

Qual è il meccanismo che ha facilitato la regressione della classe politica? La cultura o la sua mancanza hanno inciso tanto? E perché le donne sembrano essere scomparse dalla politica? Non servirebbe, più ancora che qualche donna in più, una maggiore sensibilità femminile in generale?
Premesso che trent'anni fa avremmo potuto ritrovarci come oggi a criticare la classe politica di allora, perché di fronte a gente profondamente respingente come Gava, Sbardella o Cirino Pomicino persino Di Maio sembra un intellettuale, il confronto rimane: tempo fa in un dibattito mi sono ritrovato insieme a Martelli, che non ho mai amato né votato in passato, ma che quando parla rispetto ai politici attuali ha la statura di un Kennedy o di un Adenauer.
Andando in televisione, spesso ho l'impressione di parlare col nulla,  che dall'altra parte manchino proprio i fondamentali. Il livello è spesso di una bassezza di contenuti indescrivibile.
Però dobbiamo dire che, come nello sport o nel vino, ci sono annate e generazioni che vengono meglio e altre che vengono peggio, perché dipendono dall'humus culturale in cui crescono.
Pensate cos'è stato crescere nel dopoguerra: negli anni Sessanta e Settanta è stata composta la musica più bella in assoluto, almeno per me che amo i cantautori. Erano tutti più ricettivi, più stimolati...
C'è stato uno svilimento un po' di tutto, dalla musica alla letteratura, al cinema, e calando i contenuti in generale è calata anche la politica.
Cosa possono darvi come modelli culturali Salvini, Renzi o Di Maio? Ci sono tante brave persone in politica, ne conosco di destra e di sinistra, ma il livello rimane basso. Il berlusconismo ci ha segnato profondamente e non è certo scomparso.
Riguardo alle donne concordo sul fatto che manca una sensibilità femminile, però bisogna stare attenti a non sopravvalutare certe persone solo perché donne... Non possiamo paragonare la Boschi e Tina Anselmi. Mancano figure femminili notevoli, perché anche lì c'è uno svilimento. Trovatemi cinque donne in politica oggi che vi convincano davvero, ma anche cinque uomini.
Del resto, gli americani tre anni fa, inseguendo il mito della donna in politica, hanno finito per far vincere Trump.

Tu mescoli politica e cultura pop. Metti la musica in apertura di ogni capitolo, parli spesso per immagini: ad esempio, di Berlinguer parli della sua morte e del suo funerale più che della sua politica. Perché?
Tendo sempre ad associare ogni vita a una musica, per cui la musica non poteva non esserci. Per me tutto ha una colonna sonora, sono associazioni che mi vengono naturali anche perché io ho un passato da critico musicale. Detesto tutto ciò che è verboso, prolisso e autoreferenziale, per cui mi va bene essere pop. Se c'è una cosa che ha allontanato il cittadino dalla politica è l'idea che si debba usare un linguaggio da iniziati. A me fa piacere se un ragazzo che dice di non capire nulla di politica viene a dirmi di aver capito un trenta per cento in più leggendo i miei articoli.
Su Berlinguer hai ragione, ma credo che su du lui esistano almeno trecento libri e non c'era bisogno di un capitolo su di lui scritto da me. Così ho cercato di scrivere di certe persone offrendone dei flash, partendo da un particolare. Purtroppo nel caso di Berlinguer non riesco a non pensare alla sua morte in diretta: per uno come lui la politica giustificava il sacrificio fino alla fine. È morto per non tradire i suoi compagni e compagne. Ancora adesso non riesco a rivedere il filmato del suo ultimo discorso, in cui vedi tutto il suo dramma personale e la volontà di arrivare alla fine nonostante stesse male. Nessuno mi toglie dalla testa che se si fosse fermato prima avrebbe avuto qualche possibilità di salvarsi, ma lui questa possibilità se l'è negata. Ne ho parlato proprio per sottolineare il dislivello tra la politica di allora e la robetta attuale. Del resto, guardate il sottotitolo di questo libro: accostare Berlinguer a Salvini suona come accostare i Pink Floyd a Povia.
Io vengo da una famiglia di sinistra, in cui si pianse per due mesi dopo la morte di Berlinguer, ma rimane comunque un esempio totale. Pertini a sua volta ha una biografia straordinaria e non potevo non raccontarla.

Non per abbassare il livello, ma di Renzi cosa ci puoi dire?
Che è sempre stato sopravvalutato, e fin dal principio questo si poteva capire. Abbiamo la stessa età e amici comuni, veniamo da due città vicine e quindi io ho iniziato a osservarlo molto presto.
C'è una differenza tra Berlusconi, Salvini e Renzi?
Tra Berlusconi e Renzi c'è la differenza che c'è tra maestro ed allievo, ma il maestro rimane migliore dell'allievo come l'originale è sempre meglio della copia. Renzi ha fatto sue le ricette della destra pur di far vincere il pd e per un po' ha funzionato, ma poi è crollato tutto.
Del resto Berlusconi è bravo: ha vinto come imprenditore, come sportivo, come politico, mentre Renzi resta un personaggio debole e marginale.
Salvini è diverso: non ha poi molto in comune con Berlusconi, come Renzi è fanfarone  e non ammette mai di sbagliare, ma è diverso perché ha un'idea differente della destra, un'idea che bisogna comprendere pienamente per combatterla. Non è propriamente nazista o fascista, per combatterlo devi stanare e dimostrare tutte le sue lacune. È uno che sguscia come un'anguilla, sa parlare, ma concretamente non ha fatto nulla. Se guardate alle sue mosse politiche, sono nulle, a partire dal decreto sicurezza che aumenta il rischio della criminalità e della clandestinità. Per non parlare della legittima difesa, della legge Fornero che vuole smantellare da sei anni, delle accise sulla benzina che non ha tolto ... Salvini è uno che in nove mesi non ha fatto praticamente niente, ed è questo che dovrebbe essergli continuamente rinfacciato.
Quando gli italiani capiranno i bluff di Salvini?
Questo governo non è destinato a durare, perché Lega e Cinque Stelle sono diversissimi, ma è nato perché non c'erano alternative, e non ci sono nemmeno adesso. Se il governo cade, non ho più Nenni, Parri o Pertini, e rischio di beccarmi Salvini con Berlusconi e con la Meloni, ed è questa la mia grande paura. L'operazione per uscire da questa situazione sarà molto lunga, perché deve crescere una vera alternativa, che per ora non c'è. La disillusione degli italiani da Renzi è stata molto veloce, quella da Salvini temo che durerà un po' di più.


La politica è una cosa seria di Andrea Scanzi (Rizzoli) è n libreria, al prezzo di copertina di 16€.

venerdì 15 marzo 2019

Intervista a Christopher Paolini su "La forchetta, la strega e il drago", il Ciclo dell'Eredità e la scrittura

Christopher Paolini: basta pronunciare il suo nome, per pensare a quella che è stata una delle serie fantasy più amate e discusse degli ultimi 15 anni: il Ciclo dell'Eredità, giunto oggi a quota quattro romanzi e una raccolta di novelle, La forchetta, la strega e il drago. Racconti da Alagaësia (Rizzoli).
Ho incontrato l'autore a Milano, prima del firmacopie attesissimo dai lettori accorsi in massa anche da fuori città, ed ecco cosa mi ha raccontato!


Sono cresciuta con i tuoi romanzi, ed è un vero onore intervistarti oggi in occasione del tuo ritorno in libreria.
Un nuovo tuffo nel mondo di Eragon, che per noi lettori è stato fonte di grande gioia: per te, com’è stato tornare a scrivere di questo universo?
Quando la tetralogia è giunta a conclusione, ci avevi lasciati con un mondo del quale molte aree erano rimaste inesplorate, ed eravamo molto curiosi di scoprire cosa sarebbe accaduto!
Ho sempre pensato di tornare nel mondo di Eragon, scrivendo un altro romanzo, ma ho lavorato ad altri progetti e continuato ad avere idee per storie diverse.
Finalmente mi sono seduto e ho deciso di scrivere dei racconti: scriverli è stato come tornare a casa dopo un lungo viaggio.
Incredibilmente nostalgico, ma anche confortante ed eccitante: mi sono divertito immensamente durante la scrittura, e anzi ricordo di aver fatto una pausa dopo aver scritto le prime tre pagine, essermi allontanato dalla scrivania e aver pensato “ma perché ho aspettato così tanto?”
Non intendo aspettare così a lungo in futuro: ci saranno altri volumi di racconti, e anche un romanzo come mi ero ripromesso.
Sto anche per ultimare la stesura di un romanzo sci-fy, un progetto molto impegnativo che però dovrebbe raggiungere il suo compimento tra non molto

Non possiamo non parlare di draghi: fin da bambina, quella del drago è una figura mitologica e fantastica che mi ha affascinata. la troviamo nelle letterature e nella mitologia di quasi ogni cultura, con accezioni differenti, così come abbiamo una selezione più che abbondante di saggi e manuali sul tema.
Quanto di tutto questo bagaglio culturale sul drago è entrato nel tuo immaginario e ti ha ispirato prima e durante la stesura della tua saga?
Come te, ho letto moltissimi saggi e miti sul tema, inclusi classici come Beowulf e saghe fantasy di vario tipo.
Il punto di forza della narrativa è che puoi letteralmente fare ciò che desideri, e questo mi ha permesso di rielaborare sicuramente tante ispirazioni diverse in quello che poi è diventato il “mio” drago. Quando leggo di draghi penso spesso “mi piace come hanno sviluppato il tema in questo romanzo”, oppure “che idea interessante, quella di tratteggiare un drago in questo modo”, e chiaramente tutto ciò mi ha influenzato e continua a influenzarmi.
Tra i titoli che voglio citare c’è la serie Earthsea Cycle di Ursula K. Le Guin, il ciclo di Pern di Anne McCaffrey, Lo Hobbit.

Pensando invece ai personaggi a due gambe che popolano la tua serie, potresti indicarne uno che ti rappresenta di più, e perché?
Quando ho iniziato a scrivere, quel personaggio era sicuramente Eragon, perché per un ragazzino di quindici anni la cosa più semplice da fare è scrivere di un ragazzino di quindici anni.
Tuttavia, già nel corso del primo romanzo, molte delle azioni di Eragon non mi rappresentavano poi così tanto, oltre ad essere ovviamente irrealizzabili per me (una su tutte, cavalcare un drago… anche se mi sarebbe piaciuto!), e questo lo ha reso fin dall’inizio una persona a sé, staccato da me.
Ti direi che mi sentivo un mix in parti uguali di Eragon, suo cugino Roran e il suo fratellastro Murtagh.

Voglio aprire una parentesi sui personaggi femminili, perché la letteratura sempre più spesso propone protagoniste molto diverse da quelle che i lettori trovavano in libreria anche solo dieci anni fa. Ragazze e donne forti, determinati, che siano fonte d’ispirazione invece di essere donzelle da salvare.
Pensando ai tuoi personaggi femminili, e al fatto che soprattutto a quindici anni le donne dovevano essere ancora un “mistero” per te (come per ogni ragazzo di quell’età), come sono nati, e quanto è stato difficile svilupparli?
Hai centrato il punto: quando ho iniziato a scrivere, il personaggio per me più difficile è stato proprio quello di Arya.
Scrivendo, ho cercato di raccontare le mie protagoniste allo stesso modo in cui raccontavo le loro controparti maschili.
In questa raccolta, per esempio, è stato veramente un caso trovarmi con tre novelle con al centro personaggi femminili: ha sorpreso me prima di tutti gli altri.
Devo ringraziare tutte le figure femminili forti che ho avuto attorno crescendo, a cominciare dalle donne della mia famiglia, che hanno sempre letto ciò che scrivevo e che mi rimettevano in carreggiata quando andavo fuori strada.

Hai iniziato a scrivere questa serie quando avevi solo quindici anni, e se oggi sono sempre di più i fenomeni letterari “teen”, quando è stato il tuo turno eri un’eccezione e questo forse ti ha reso, per certi versi, anche un outsider nel mondo della letteratura.
Da scrittore e dal punto di vista personale, quanto ti ha influenzato crescere insieme alla tua scrittura?
Non posso fare paragoni non avendo sperimentato una realtà differente, ma da un lato è stato un conforto.
I miei personaggi e il mio mondo mi hanno accompagnato per anni, e sono maturati con me, così come è maturata la mia scrittura di libro in libro.
Dall’altro lato, questo mondo e questa serie ha dominato la mia vita: ci ho lavorato e ne ho parlato senza pause dal 1998, e ventun anni sono davvero tanti da dedicare a un progetto.
Sono sicuramente stato un outsider, sia per la mia giovane età, sia perché in principio Eragon era un’autopubblicazione.
Oggi quello dell’autopubblicazione è un tema caldo, e molto discusso.
È sicuramente utile per un autore che non riesce a farsi notare dagli editori sfruttando i canali tradizionali, e inoltre i tuoi profitti per libro sono più alti.
Ovviamente non si ha il supporto e la competenza di un editore, la sua guida.
Pensiamo alla distribuzione, ma anche all’editing e al design di una copertina.
L’autopubblicazione oggi è molto più semplice di quanto non fosse vent’anni fa, ma allo stesso tempo è molto più difficile farsi notare perché la concorrenza è cento, mille volte maggiore.
Devi scrivere qualcosa di incredibile per farti notare, o qualcosa che va incontro a un’esigenza precisa e al momento giusto.

Attorno a Eragon è nata e cresciuta nel corso degli anni una folta community: qual è il tuo rapporto con essa, e quanto interagisci con i tuoi lettori?
Ho un ottimo rapporto con i lettori, anche se è sicuramente molto più facile averlo oggi piuttosto che ai miei inizi.
I social media non esistevano, e io vivevo in un posto sperduto in mezzo al Montana: incontravo i lettori ogni due, tre anni.
Ho iniziato  interagire con i lettori tramite i social media nel 2011, e da allora sono attivo su Facebook, Twitter e Instagram.
Adoro incontrare i lettori dal vivo, quando sono in tour, e ciò che ogni volta mi lascia senza fiato è che ci sono lettori che mi hanno scoperto da ragazzi e ora vengono ai miei incontri con mogli, mariti e figli. Sono cresciuti con le mie storie, e io insieme a loro.
Ci sono lettori che hanno tatuaggi legati alla mia serie, o che hanno dato ai figli i nomi di alcuni miei personaggi, e questo è pazzesco!


La forchetta, la strega e il drago. Racconti da Alagaësia di Christopher Paolini (Rizzoli) è in libreria, al prezzo di copertina di 17€.

Intervista a Maurizio De Giovanni su "Le parole di Sara", il noir italiano e il racconto delle città

«Le parole di Sara ha, nella mia stessa produzione, un elemento di novità assoluta: è il mio primo libro manifestamente politico» racconta Maurizio De Giovanni, mentre incontra blogger  e influencer per presentare loro il suo ultimo lavoro (Rizzoli).
Le indagini di Sara sono arrivate al loro secondo capitolo, ed è proprio dalla protagonista che ha inizio la discussione sul romanzo, Napoli e le ispirazioni letterarie di Maurizio De Giovanni.


È evidente che Sara e Teresa vengono percepite come speculari una all'altra.
Quanto sei partito da Sara per costruire la sua controparte, e quanto pensi invece che scrivere di Teresa abbia regalato qualcosa anche a Sara?
Sara e Teresa hanno un passato professionale in comune, ma in realtà la loro amicizia resta un po' un mistero. Sara e Teresa hanno condiviso tutto ed erano complementari, Sara nella silenziosa interpretazione, Teresa nell'effervescenza delle conclusioni, come due segmenti di uno stesso processo. Si completavano, avevano bisogno una dell'altra.
Quando hanno finito di lavorare insieme si sono separate, ma si reincontrano nel terreno fragile dell'amore. L'amore ci rende fragili, e ci scopre la gola. Teresa si scopre nel momento in cui deve rinunciare a un certo tipo di avvenenza e ha bisogno di conforto: è una lupa rimansta senza branco, e ha bisogno di Sara a completarla. Sara la salva con la menzogna, perché la bugia è sempre meglio della verità, altrimenti non sarebbe necessaria. Questo libro in realtà è la storia di un'amicizia.

Rispetto al libro precedente, Sara appare un po' meno invisibile, si rivela di più al lettore.
È la nuova famiglia a cambiarla?
È l'interesse nei confronti del futuro. Prima aveva solo in mente una gestione personale della giustizia, ora si sente responsabile verso il futuro, che deve essere migliore del presente.
In realtà, più che una famiglia, attorno a Sara hai costruito una squadra di supereroi e il libro è molto più corale del precedente. Come ti sei rapportato a tutti questi personaggi?
Se vuoi affrontare un personaggio e raccontarlo gli devi volere bene, anche se è un personaggio terribile, un pedofilo, uno stragista o un omicida: se non gli vuoi bene, non sei grado di comprenderlo. Il mio coinvolgimento nei confronti di Sara e della sua cerchia è sempre maggiore perché  conosco sempre di più i loro sentimenti, le paure, le fragilità.
Un autore scrivendo entra in contatto con i suoi personaggi e più ne scrive più li conosce.
Da autore, credo che Le parole di Sara sia migliore del precedente volume della serie proprio perché conosco meglio i personaggi.

Ci racconterai qualcosa di più del passato di Sara nei prossimi romanzi?
A me interessa il riflesso del passato sul presente, e anche se mi piacerebbe andare a ficcare il naso nel mistero di Ustica o in quello di Emanuela Orlandi - sarebbe pure commercialmente vantaggioso -, il mio compito è quello di raccontare il presente che non vediamo. Sara mi serve a questo, non a raccontare di papa Luciani o del delitto Moro. Anche l'invisibilità di Sara è una grossa tentazione.
Non l'ho quasi mai descritta come nonna, ad esempio.
Il grande amore può giustificare l'abbandono del figlio? Sara è forte perché ha seguito l'amore, oppure è debole perché non ha avuto la forza di rinunciare e restare in famiglia?
Sara ha un principio di fondo: io non mento. Il mio lavoro è smascherare la menzogna e la mia vita riflette tutto questo. Non mi tingo i capelli, non porto le scarpe col tacco, non mi vesto con abiti eleganti ma scomodi. Quando s'innamora, Sara capisce che non può fare altro che seguire l'amore, anche se questo contempla l'abbandono del figlio. Eticamente la sua scelta è atroce, soprattutto per me che ho vissuto nella realtà come il marito di Sara, crescendo i miei figli da solo, ma come personaggio non poteva fare altrimenti.

Teresa, donna alfa che demoliva tutte le convenzioni sul suo sesso, alla fine sembra quasi punita per le sue scelte. Perché?
Il romanzo nero racconta una cosa: le imperfezioni. Noi non raccontiamo i muri, ma le crepe, i buchi, le feritoie, l'amore che diventa odio. I personaggi sono tanto più riusciti quanto meno perfetti.
La donna alfa o l'uomo forte che restano uguali dalla prima all'ultima pagina danno un brutto libro.
La realtà non è manichea, se i personaggi non sono sbagliati non sono veri.
Teresa è fortissima ma fragile, come è giusto che sia.

Sono rimasta colpita dal modo di raccontare Napoli, che qui appare molto diversa rispetto a quella descritta in altri tuoi libri. Come sei arrivato a descriverla così fredda, grigia e anonima, tanto che porebbe essere qualsiasi altra città?
Napoli con Sara offre la migliore interpretazione di se stessa, perché in realtà è un personaggio. Interpreta un ruolo accorato, dolente, dignitoso e disperato nei romanzi di Ricciardi, così come diventa rumorosa, policroma, polifona, plirale, invadente e anche pericolosa nella serie dei Bastardi di Pizzofalcone. Con Sara è fredda, distante, borghese e ostile. Guarda l'orticello e difende se stessa.
Se venite a Napoli e andate nel Vomero, che è il quartiere dove vive Sara, lo trovate come l'ho descritto.

Anche il linguaggio secondo me è cambiato, molto scarno e meno ricco. Negli altri tuoi romanzi era più barocco. Torna più ricco quando parli della storia d'amore passata di Sara.
Quella di Sara e Massimiliano è la più bella storia d'amore che ho mai scritto. Il ricordo di un amore così è talmente vasto che colma tutti i vuoti successivi.

Nonostante il generedi appartenenza, l'amore ha un ruolo importante in entrambi i romanzi di Sara, soprattutto nel secondo. Quanto è importante parlare d'amore in un romanzo noir?
Io parlo sempre d'amore. Non c'è un mio romanzo o racconto dove non ci sia. L'amore è un inferno, perché chi s'innamora scende in un inferno, non va in paradiso. Ti fa vedere la felicità dietro un vetro, è una debolezza, un'incrinatura dalle conseguenze imprevedibili. Per me è impossibile scrivere un romanzo noir senza l'amore. Sara non mente e non si nasconde, però nasconde le sue manifestazioni d'amore. Le nasconde perché potrebbe parlarne solo in caso di necessità, ma parlarne non serve a nessuno. Ricciardi ha dentro di sè la compassione, Lojacono l'orgoglio ferito, Sara il pianto.

Quanto divertimento, invece, c'è nella tua scrittura? 
Non c'è autore napoletano che, per quanto tragico, non abbia in sè vene comiche, e viceversa. Gomorra è un libro terribile, ma il capitolo in cui i camorristi si attribuiscono i soprannomi è divertentissimo. È una cifra precisa degli autori napoletani. Dai senso al nero solo se fai vedere anche il bianco.

In passato hai citato Stephen King come uno dei tuoi maestri, in cosa ti ha ispirato?
Parliamo di uno che si sente un nano di fronte a un gigante, anche se vendessi quattro volte i libri che vendo mi sentirei solo un pallido imitatore. Direi che da Stephen King ho preso la modalità narrativa dei romanzi di Ricciardi, così come McBain mi ha ispirato i bastardi di Pizzofalcone e Le Carré il mondo di Sara.


Le parole di Sara di Maurizio De Giovanni (Rizzoli) è in libreria, al prezzo di copertina di 19€.

venerdì 16 novembre 2018

Diavoli: le prime immagini dal set della serie con Patrick Dempsey e Alessandro Borghi

Sono state diffuse le prime immagini di DIAVOLI, la nuova serie originale Sky, prodotta da Lux Vide, basata sull’omonimo best seller (Rizzoli) di Guido Maria Brera; una eccezionale storia di finanza, potere e disinganni le cui riprese, iniziate a settembre, sono in corso fra Londra e Roma. Nelle foto rilasciate, relative al set romano, si vedono per la prima volta con il look di scena Patrick Dempsey e Alessandro Borghi nei panni dei due protagonisti della serie Dominic Morgan e Massimo Ruggero.

©Antonello&Montesi
©Antonello&Montesi
E vengono annunciati oggi due nuovi e prestigiosi interpreti della serie: Kasia Smutniak (Loro, Made in Italy, Perfetti Sconosciuti, In Treatment) che sarà Nina Morgan, la bella e sofisticata moglie del personaggio interpretato da Patrick Dempsey e Lars Mikkelsen (The Killing, Sherlock, House of Cards – Gli intrighi del potere) nel ruolo di Daniel Duval, il carismatico leader di un’organizzazione internazionale che pubblica informazioni segrete di ambito finanziario. Completano il cast di livello internazionale già annunciato: Laia Costa (Victoria), Malachi Kirby (Radici), Paul Chowdhry (Live at the Apollo), Pia Mechler (Everything Is Wonderful), Harry Michell (Chubby Funny) e Sallie Harmsen (Blade Runner 2049).

©Antonello&Montesi
DIAVOLI è ambientata nella sede londinese dell’americana New York – London Investment Bank (NYL), una delle più grandi banche di investimento nella città, dove lo spregiudicato Head of Trading Massimo Ruggero (Alessandro Borghi) è stato accolto dall’Italia e cresciuto nel mondo finanziario da Dominic Morgan (Patrick Dempsey), CEO della banca. Massimo è il perfetto esempio di self-made man: italiano e di origini umili, si è guadagnato il suo posto al sole nell’olimpo della finanza grazie al un intuito straordinario che lo rende il migliore nel suo campo. Dominic è uno degli uomini più potenti della finanza mondiale, ha un profondo legame con Massimo che lo considera il suo mentore, e ha però degli interessi che lo stesso Massimo non può nemmeno immaginare. Quando Massimo si troverà coinvolto in una guerra finanziaria intercontinentale che colpisce l’Europa, dovrà scegliere se allearsi con il suo mentore oppure combatterlo.

©Antonello&Montesi
Alla regia di questo nuovo progetto internazionale l’inglese Nick Hurran, nome legato a serie tv di grande successo: Sherlock (per cui è stato nominato agli Emmy), Doctor Who, Fortitude, Altered Carbon, The Prisoners. A Hurran è affidata anche la supervisione artistica della serie. Lo affiancherà nel team di regia l’italiano Jan Michelini (I Medici). Il team di scrittura include Alessandro Sermoneta, Mario Ruggeri, Elena Bucaccio, Guido Maria Brera, Chris Lunt, Michael Walker, Ben Harris, Daniele Cesarano, Ezio Abate e Barbara Petronio.

La serie, in 10 episodi prossimamente in Italia su Sky, è co-finanziata e distribuita a livello internazionale da Sky Vision ed è realizzata in collaborazione con Orange Studio e OCS.

mercoledì 5 settembre 2018

Come diventare una buona capitana: la lezione (fantasy) di Sarah Driver

Sarah Driver ha firmato una delle trilogie fantasy per ragazzi più attese del 2018, e La predatrice dei mari (Rizzoli), il primo volume, è uno dei titoli "caldi"dell'autunno.

La Predatrice altro non è che il veliero che, sotto la guida di Capitan Codibugnola, compie scorribande nei mari più lontani.
Ma diffidate dalle apparenze, perché Sarah Driver rovescia ogni canone della letteratura piratesca per ragazzi (e non). Il capitano della nave, infatti, è la nonna della protagonista e voce narrante Topo, la cui vita da quando è rimasta orfana è stata spesa nel prendersi cura del fratellino, Passerotto, in attesa che si compisse il suo destino: diventare la nuova capitana della Predatrice.
Quando anche il padre scompare e Passerotto si trova in pericolo, Topo deve prendere in mano la situazione prima del tempo: qualcosa non quadra, e tutti gli indizi conducono a Cervo, il nuovo navigatore che mira al comando della Predatrice.

Consigliato agli aspiranti navigatori, e a chi sogna di solcare i sette mari, ai quali insegna come diventare capitani (e capitane) senza paura.
Topo crede che essere capitana significhi combattere con ferocia e sconfiggere ogni nemico, ma la nonna e gli ostacoli che dovrà affrontare le insegneranno che per essere una buona comandante serve anche lucidità, controllo delle proprie emozioni e raziocinio.
Serve la capacità di non prendere decisioni avventate che potrebbero mettere in pericolo l'intero equipaggio, perché una capitana senza il proprio equipaggio non è niente e perché la stima e il rispetto dei sottoposti non sono assoluti: vanno conquistati.
C'è differenza tra coraggio e irruenza, e tra determinazione e ostinazione.

Leggere Sarah Driver da bambini permette di sognare di solcare i mari misteriosi a caccia di tesori e balene, ma leggerla da adulti è altrettanto speciale: in modo più o meno consapevole, l'autrice regala ai più grandi una lezione di leadership e team building decisamente attuale.
Da scoprire.


La predatrice dei mari di Sarah Driver (Rizzoli) è in libreria.

mercoledì 30 maggio 2018

Destinazione Giappone, con Silvia Montemurro e "La casa delle farfalle"

Buongiorno a tutte, fanciulle (e fanciulli)!
Il ritorno in libreria di Silvia Montemurro con il suo "La casa delle farfalle", edito Rizzoli (brossurato a 18,50€), non poteva lasciarmi indifferente, soprattutto con una trama così:
Anita ha trent'anni e insegna biologia all'Università di Colonia. Non ama gli aerei e soffre di vertigini, ma non saprebbe spiegarne il motivo. Quando la sua vita viene sconvolta da un tragico evento, in crisi lascia Hans, il suo compagno, per tornare nei luoghi dov'è cresciuta - in treno naturalmente. Lì, sul lago di Como, è decisa a ritrovare se stessa. Mentre passeggia cullata dallo sciabordio delle onde, incontra una bambina dai tratti giapponesi e dalla voce meravigliosa. Si chiama Yoko e, proprio come lei, è segnata da una ferita difficile da rimarginare. Presto Anita, leggendo il diario della nonna Lucrezia, scoprirà di essere legata a Yoko da una storia rimasta sepolta per anni, che unisce le loro famiglie. Tutto ha origine nel 1943, quando la casa di Lucrezia, la villa delle Farfalle, viene occupata da alcuni ufficiali tedeschi. Tra lei e Will, uno degli ufficiali, nasce un sentimento dirompente, ma la guerra sembra ostacolarli... In questo romanzo ricco di grazia e femminilità si intrecciano due storie mozzafiato, dal passato ai giorni nostri. Perché la forza dell'amore, quello vero, non si dissolve con il trascorrere degli anni ma perdura nel tempo.

Ma perchè "destinazione Giappone"?
Perchè ho pensato di farvi fare un piccolo tuffo in questo paese magico, a cominciare dal condividere con voi la leggenda della farfalla bianca, che apre il romanzo di Silvia:

Un vecchio di nome Takahama viveva in una casetta dietro il cimitero. Piaceva ai vicini, ma era considerato un uomo strano dal momento che nessuno l’aveva mai visto avere un rapporto con una donna. Un’estate Takahama stava così male che invitò sua sorella con suo figlio a venire a trovarlo per rendergli gli ultimi giorni di vita più facili. Un giorno, mentre osservavano il  vecchio che dormiva, dalla finestra entrò una farfalla bianca e si fermò sul suo cuscino.  Madre e figlio tentarono di allontanarla, ma la farfalla continuava a tornare, almeno per un paio di volte. Quando la farfalla uscì dalla stanza per ultima volta, il nipote Takahamin si mise a seguirla. Il ragazzo vide che la farfalla volava diritto ad una tomba. Volò brevemente intorno alla tomba ed improvvisamente  scomparve. Il giovane allora corse al sepolcro e lo fissò da tutti i lati. Improvvisamente  notò un foglio bianco su cui era scritto Akiko. Morta quando aveva 18 anni. Il giovane rapidamente tornò a casa e disse a sua madre ciò che aveva visto. Nel frattempo, Takahama morì. Quando la giovane madre sentì quello che era successo, il suo cuore si riempì di gioia. «Akiko» mormorò, «Quando era giovane, tuo zio era fidanzato con una bella ragazza di nome Akiko. Pochi giorni prima del matrimonio, lei improvvisamente si ammalò e morì. Il giorno del suo funerale, Takahama giurò che non avrebbe più guardato altre donne, e che fino alla fine della sua vita avrebbe vissuto vicino la sua tomba per prendersi cura di lei. In tutti questi anni aveva mantenuto la sua promessa. Ogni giorno andava alla sua tomba e le portava fiori. Negli ultimi momenti della sua vita non era più in grado di mantenere la sua promessa, allora Akiko è venuta da lui. La farfalla bianca è in realtà la sua anima.»
L'ho trovata una leggenda molto romantica ed emozionante, e un'ottima apertura per quello che è il romanzo più bello letto a Maggio.
La storia di Anita, Yoko e Lucrezia mi ha fatta sognare un po' ed emozionare tantissimo, perchè cosa c'è di meglio di un segreto famigliare - e di un amore passato - per stimolare la curiosità?

Un'altra leggenda giapponese fa capolino tra le pagine del romanzo, raccontata ad Anita dalla piccola Yoko: la storia di una splendida principessa ammaliata dalla bellezza del lago, e rapita dalle sue acque, il cui canto torna a farsi sentire nelle notti di luna piena.
É soprattutto questo, il Giappone che traspare dal romanzo di Silvia Montemurro: il Giappone delle leggende, degli spiriti e dei misteri.
Il Giappone che si svela attraverso un kimono ritrovato tra scatole impolverate piene di ricordi, o la storia di una ragazzina salvata da un soldato tedesco, disposto a rischiare la sua vita per proteggerla da una delle guerre più violente della storia.
La storia di Yu Kari, Cho e Yoko è quella di una dinastia di donne in fuga e, allo stesso tempo, alla ricerca di radici solide: una storia di madri perdute e figure materne incontrate al momento giusto, di paure e di rinunce ma anche di amore.

"La casa delle farfalle" è un romanzo meraviglioso, che ho letto in una notte e che avrei voluto lungo il doppio, e in sé racchiude tanta, tantissima vita.
E proprio per questo, perchè non scoprirne altri due aspetti grazie a "Diario di un sogno" e "Il bello di esser letti"?
Vi invito a scoprire entrambi gli articoli perchè per me sono stati la perfetta lettura di accompagnamento al caffè negli ultimi due giorni, e perchè ho ritrovato tanti spunti che la lettura del romanzo mi aveva lasciato.
Romanzo che, ovviamente, è consigliatissimo: Silvia non delude mai!

Un bacio a tutte, fanciulle (e fanciulli)!
A presto <3

martedì 29 maggio 2018

"Mary e il fiore della strega" di Mary Stewart

Buongiorno a tutte, fanciulle (e fanciulli)!
La chiacchiera librosa di oggi è dedicata a "Mary e il fiore della strega" di Mary Stewart, edito Rizzoli (rilegato a 15€):
Mary Smith non si è mai annoiata così tanto in vita sua. I genitori l'hanno spedita a passare le vacanze in campagna, a casa dalla prozia Charlotte, dove non accade mai niente di divertente. Un giorno più noioso degli altri, Mary si mette a seguire un gattino nero, si inoltra nel bosco e trova un fiore viola mai visto prima, così bello da sembrare magico. La bambina non ci mette molto a scoprire che le basta sfregare i petali del fiore su un manico di scopa per prendere il volo. Da quel momento per Mary la vacanza in campagna si trasforma in un'avventura da brividi, che la porterà in una misteriosa scuola di stregoneria, tra lezioni di incantesimi, laboratori di magia e segreti molto pericolosi.

Nulla è magico quanto un libro per ragazzi scritto bene, e avevo proprio bisogno di un pizzico di magia. "Mary e il fiore della strega" di Mary Stewart è arrivato sulla mia scrivania nel giorno giusto, e mi ha catturata dalle prime pagine.

Mary Smith ha dieci anni, un nome poco originale, e si annoia da morire: a causa di un impegno dei genitori, è costretta a passare l'estate a Red Manor nello Shropshire, ospite dalla prozia Charlotte, dove non c'è niente di divertente da fare.
Fino a quando, durante la sua prima passeggiata nel bosco, Mary non trova un fiore viola protagonista (almeno secondo il giardiniere, Zebedee, ) di miti e leggende.
Il "fiore della strega" all'inizio le sembra solo un bellissimo fiore da tenere in un bicchiere sul comodino, almeno fino a quando non si trova catapultata in un mondo fatto di scuole di magia nascoste nel fitto del bosco, gatti neri dagli occhi verdi che sembranno apparire dal nulla (e nel nulla scomparire) e incantesimi da imparare... se ne sarà capace!

Chi non ha mai sognato, almeno una volta, che la magia esistesse davvero?
Orfani di "Harry Potter" a parte, sono cresciuta con fiabe e racconti con la magia protagonista, ben prima che le avventure del maghetto inglese arrivassero in libreria, e "Mary e il fiore della strega" è esattamente il libro che avrei amato profondamente da bambina - da bambini potreste averlo letto: è uscito per la prima volta in Italia nel 2001 con il titolo "La scopa volante".

La storia di Mary è avventurosa al punto giusto, a tratti divertente e ricca di incanto, e non stupisce che sia diventata un film prodotto da Yoshiaki Nishimura, già Studio Ghibli e produttore di Hayao Miyazaki. È impossibile non immaginare sul grande schermo personaggi come la signora Mumblechook, apparentemente cortese ma allo stesso tempo leggermente inquietante, o il buffo Danny Flanagan, istruttore di volo decisamente sopra le righe.
Mi sono affezionata a ognuno di loro, anche se al gattino Tib è andato subito un pezzo di cuore perchè... insomma, è un gatto: serve un altro motivo?

Consigliatissimo, e chissà che anche nel vostro giardino non spunti, complice la primavera, un fiore di strega: nel caso, sapete cosa fare!

Un bacio a tutte, fanciulle (e fanciulli)!
A presto <3

mercoledì 18 aprile 2018

Di "Sara al tramonto", e di quel caffè con Maurizio De Giovanni

Buongiorno a tutte, fanciulle (e fanciulli)!
O forse dovrei dire, buongiorno #DeGiovanners visto che siamo in tanti, anzi in tantissimi ad aver seguito con entusiasmo, libro dopo libro, gli spostamenti e le indagini del commissario Ricciardi e dell'ispettore Lojacono?
Una cosa è certa: aspettavamo con trepidazione ancor maggiore "Sara al tramonto", ultima fatica di Maurizio De Giovanni, edita Rizzoli (brossurato a 19€):
Sara non vuole esistere. Il suo dono è l'invisibilità, il talento di rubare i segreti delle persone. Capelli grigi, di una bellezza trattenuta solo dall'anonimato in cui si è chiusa, per amore ha lasciato tutto seguendo l'unico uomo capace di farla sentire viva. Ma non si è mai pentita di nulla e rivendica ogni scelta. Poliziotta in pensione, ha lavorato in un'unità legata ai Servizi, impegnata in intercettazioni non autorizzate. Il tempo le è scivolato tra le dita mentre ascoltava le storie degli altri. E adesso che Viola, la compagna del figlio morto, la sta per rendere nonna, il destino le presenta un nuovo caso. 
Anche se è fuori dal giro, una vecchia collega che ben conosce la sua abilità nel leggere le labbra - fin quasi i pensieri - della gente, la spinge a indagare su un omicidio già risolto. Così Sara, che non si fida mai delle verità più ovvie, torna in azione, in compagnia di Davide Pardo, uno sbirro stropicciato che si ritrova accanto per caso, e con il contributo inatteso di Viola, e del suo occhio da fotografa a cui non sfugge nulla. 
Maurizio de Giovanni ha dato vita a un personaggio che rimarrà tra i più memorabili del noir italiano. Sara, la donna invisibile che, dal suo archivio nascosto in una Napoli periferica e lunare, ci trascina nel luogo in cui tutti vorremmo essere: in fondo al nostro cuore, anche quando è nero.

Proprio per festeggiare l'uscita di quella che speriamo sia solo la prima storia con protagonista Sara (ebbene sì, ci siamo già affezionati e vogliamo saperne di più!), Rizzoli ha invitato i #DeGiovanners a scoprirne i retroscena e le molteplici sfumature in casa editrice, insieme all'autore e a Michele Rossi, direttore responsabile della narrativa italiana Rizzoli.
Pronti a scoprire cosa ci siamo raccontati?
Partiamo proprio da Sara, perchè dopo tanti uomini è arrivata una donna, e forse non quella che ci saremmo potuti aspettare. Sara non è più giovane, non è curata, ha un carattere decisamente peculiare: da dove è arrivata l'ispirazione per questo personaggio così singolare?
È arrivata, innanzitutto, nel momento meno opportuno: avevo già un piano di lavoro ben preciso, quattro romanzi distribuiti sui mesi a venire, e non ero certo nelle condizioni di mettermi a pensare  a un nuovo libro. Invece, una sera, ho notato un'auto con targa russa in sosta davanti a casa mia. Al volante, una persona canuta che, a prima vista, avevo creduto essere anziana, ma che una volta avvicinatomi ho realizzato essere una donna molto più giovane di quanto avessi creduto, le mani infilate in un paio di mezzi guanti, lo sguardo assorto e decisamente triste.
Guardava dritto davanti a sè, e c'era qualcosa in lei che mi ha spinto, una volta sbrigata la faccenda per la quale ero sceso, a tornare indietro, a cercarla.
Purtroppo se n'era andata, ma un dettaglio mi ha ulteriormente incuriosito: laddove era stata parcheggiata la sua auto, la strada, altrove ancora bagnata a causa della pioggia del pomeriggio, eera asciutta. Era stata ferma a lungo, insomma, assorta in pensieri evidentemente dolorosi sui quali non potei fare a meno di interrogarmi quella notte.
Il giorno dopo, dopo tante domande, all'improvviso ce l'avevo: avevo Sara, avevo la sua storia.
Ho dovuto rivedere i miei piani, perchè non potevo non scrivere la sua storia... nata, in effetti, per puro caso.

È possibile scorgere, in molte delle caratteristiche di Sara, una critica alle imposizioni della società nei confronti delle donne, soprattutto legate all'aspetto?
Da questo punto di vista, il suo personaggio è molto interessante.
Una delle caratteristiche di Sara è proprio l'imperdonabilità della sincerità.
Sara è una donna sincera, odia la finzione in ogni sua forma e deve smantellarla a ogni costo.
Il trucco i tacchi alti, le tinture per capelli sono finzioni e in quanto tali non fanno per lei.
Soprattutto, Sara è una donna che, nella sua vita personale, ha fatto quello che socialmente perdoniamo a un uomo, ma non a una donna: ha lasciato il marito e il figlio, perchè si innamora di un altro e non può vivere un solo giorno in una condizione di insincerità, senza scegliere l'amore.
Persino da lettori la si perdona con difficoltà, e questo è inaccettabile.
A Sara succede ciò che non vorremmo che accadesse mai - innamorarsi di qualcuno quando si ha già costruita una famiglia - ma che, invece, accade, e a questo punto cosa è meglio: restare nel buio e nella bugia, condannandosi a una galera oppure è meglio fare la stessa scelta di Sara?
È una donna che, quando si ammala il suo grande amore, è la persona migliore per succederlo al comando, e invece lascia il lavoro per restargli accanto. Perchè? Perchè sa che la compagnia dell'uomo che ama vale più di qualsiasi successo professionale, e che vuole stare con lui fino al suo ultimo respiro perchè è l'amore della sua vita. È una scelta semplice, naturale per lei, e allo stesso tempo è straordinariamente eroica.
Sara è anche arrabbiata, forse.
Credo che sia arrabbiata per come sono andate le cose, ma non si è mai pentita.
Non ha un solo rimorso. Ha tanti rimpianti, ma non un rimorso: ha sempre fatto quello che sentiva di dover fare, quindi anche guardando indietro sa che non agirebbe diversamente, adesso.
I rimpianti, e il dolore, sono forse ciò che la rendono cauta anche nel momento in cui si avvicina a Viola (che a sua volta è tutto fuorchè pronta a fidarsi totalmente della donna che ha abbandonato suo figlio), ma tra le due cade uno dei muri che hanno eretto per proteggersi quando Viola mette tra le braccia di Sara il suo bambino.
Sono due donne disperate, che hanno sofferto e continuano a soffrire, ma allo stesso tempo non smettono mai di guardare avanti, al futuro, ed è un futuro spaventoso: Sara sarà sola, visto che l'amore della sua vita non è più accanto a lei, e Viola sarà madre di un figlio che non sa come crescere. Proprio partendo da qui il legame tra le due diventa perfetto, perchè guardando entrambe al futuro vedono l'una nell'altra qualcosa di cui avranno bisogno: per Viola un aiuto con il bambino, per Sara la possibilità di un futuro che non ha, e di essere ancora utile a qualcuno.

Non possiamo non dire qualcosa sul grande amore di Sara, giusto?
Massimilano è assente, ma allo stesso tempo sempre presente nei pensieri e nelle emozioni della tua protagonista, e in parte il suo "scopo" è quello di rendere più umano il personaggio di Sara.
Scrivere di Massimiliano ha richiesto che lavorassi molto su me stesso: ho immaginato di essere un uomo come lui, e ho immaginato cosa direbbe un uomo come lui a una donna tanto più giovane che finalmente gli apre la finestra sul panorama - che non ha mai nemmeno intravisto - dell'amore.
Massimiliano ha lavorato, e basta. Un lavoro sporco, difficile, che lo ha costretto a rapportarsi con eventi e persone terribili: un uomo così, come vive l'amore?
Come vive il fatto che, all'improvviso, nella sua vita ci sia anche questo?
Ho provato a rispondere a quuesta domanda, nel costruire il suo personaggio, e farlo senza che lui fosse davvero presente nel romanzo non è stato semplice.
Spero di esserci riuscito.

Altra grande protagonista è la città in cui si muove Sara, ancora una volta Napoli.
Una Napoli con sfumature differenti da quelle che avevi narrato in precedenza, che sembra quasi mutare e adattarsi ai diversi stati d'animo della tua nuova protagonista.
Sono uno degli autori più fortunati, credo, perchè vivo in una città che recita il ruolo che io le chiedo, in maniera convincente. Se voglio la Napoli chiassosa la trovo facilmente, e lo stesso accade qualora mi servisse quella silenziosa, o quella accogliente. Napoli offre tutto e il contrario di tutto.
La Napoli di Sara è ostile, grigia e borghese. Mentre la Napoli popolare è per sua natura più accogliente ed inclusiva, quella borghese non lo è affatto. È anche una Napoli dall'identità indistinta, o meglio in cui confluiscono mille identità differenti incapaci di formarne una sola.
Il racconto di Sara necessitava di questo.
L'altra Napoli che racconto è quella della periferia nord, luogo ostile per natura.
È qui che posiziono la sede di quest'unità, trasferita da import-export, nella Napoli ostile che dovevo trovare per Sara.
Che dire se non grazie, a Rizzoli e a Maurizio De Giovanni, per questo tuffo tra le pagine di "Sara al tramonto"?
Consigliatissima la lettura del romanzo, perchè Maurizio De Giovanni dimostra ancora una volta di saper regalare ai suoi lettori tutto il "nero" che desiderano, e di saper arrivare con altrettanta precisione e - allo stesso tempo - violenza ai loro cuori.

Un bacio a tutte, fanciulle (e fanciulli)!
A presto <3