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lunedì 18 novembre 2019

Friendship Tour: Ken Follett, Lee Child, Jojo Moyes e Kate Mosse, insieme contro la Brexit

«Sono felice e onorato di essere qui stamattina. Ognuno di noi vi spiegherà perché siamo qui. Questo tour è stata una mia idea» esordisce Ken Follett (autore de I pilastri della terra, Mondadori) alla conferenza stampa del Friendship Tour, che lo vede protagonista accanto a Lee Child, Jojo Moyes e Kate Mosse.


«Ognuno di noi ha milioni di lettori in Europa, e io personalmente sono felice di averli e orgoglioso che persone in questi paesi mi leggano, tradotto o in lingua originale. Mi imbarazza molto, che il mio Paese rigetti il legame con gli altri paesi europei, dichiarando di non volerne più fare parte, dicendo che stiamo bene per conto nostro. Io non sto bene per conto mio, voglio far parte dello stesso paese dei miei lettori italiani, francesi, spagnoli. Sono qui per dire che io non li rifiuto, e anzi, voglio loro bene» prosegue, prima di cedere la parola a Jojo Moyes (autrice di Io prima di te, Mondadori).

«Quando mi sono svegliata il 24 giugno 2016 e ho appreso l'esito del referendum, ho pianto. Come tanti altri, ero sorpresa, ma soprattutto, sin dalla nascita mi sono sempre sentita una cittadina europea. Ho passato la vita a viaggiare da un paese europeo all'altro, senza la sensazione di essere davvero straniera, e questo rischia di cambiare. Quello che voglio dire è che i politici non parlano per noi. C'è una massa compatta di popolazione che non desidera questo, che non è d'accordo, e questo ci sembra un modo efficace di utilizzare la nostra voce per dire che la politica potrà anche separarci strutturalmente dall'Europa, ma i nostri cuori e la nostra morale, oltre che le nostre radici culturali, resteranno saldamente legate ad essa.

«La mia generazione è cresciuta con il declino dell'impero britannico e il declino dell'importanza dell'Inghilterra, e ci siamo rivolti all'Europa come comunità alla quale sentivamo di appartenere e in cui ci sentivamo a casa. In cui vogliamo continuare a sentirci a casa» interviene Lee Child (autore di Il mio nome è Jack Reacher, Longanesi).
«Non ho votato a favore della Brixit, e vorrei che tutti avessero votato nel mio stesso modo... ma del resto, è quello che mi auguro sempre! Quello che è importante che comprendiamo tutti, a livello personale, è che saremo sempre europei, e faremo sempre parte della stessa comunità.
Ho anche dei motivi prettamente personali: adoro Milano, trovo che sia una città meravigliosa di cui amo l'architettura, il cibo e, ovviamente, il caffè!»

«Le storie ci aiutano da sempre a colmare i vuoti, a costruire ponti. Alle storie non importa nulla delle differenze linguistiche: che voi leggiate un nostro libro in inglese o tradotto, è il processo di condivisione della storia ad unirci tutti. Ci rende tutti uguali» continua Kate Mosse (autrice di La città dei labirinti senza fine, Newton Compton Editori).
«Mi sento profondamente inglese, ma mi sento anche europea, perché facciamo tutti parte della stessa famiglia. La nostra storia è la vostra storia, e se c'è una cosa che abbiamo imparato tutti dalla Storia è che i confini, i Paesi, vanno e vengono, ma le persone restano.
Siamo qui per dire che i giornali e i politici non parlano per noi, e per molte altre persone.
Grazie di averci permesso di venire qui oggi, e parlare per noi e per loro.»

Esiste quindi, pensando a questo scontento, la possibilità di un nuovo referendum?
«Forse abbiamo una possibilità» afferma Ken Follett, «Credo ci sia la possibilità di un nuovo referendum, anche se molto piccola. È quello che vorrei accadesse, perché penso che il risultato sarebbe diverso» continua.

Può però la politica agire davvero sulle persone? Se penso a noi italiani, in fondo, siamo ed eravamo europei a prescindere dalla nascita dell'Unione Europea: siamo europei perché siamo in Europa. È così anche per l'Inghilterra?
«È un'ottima domanda. Non credo dipenda solo dalla politica, ma anche dai giornali, e dall'intero sistema di informazione» replica Kate Mosse, prendendo la parola.
«Quando le persone si sentono messe da parte, o non ascoltate, cercano qualcuno da incolpare. Molti si sentono europei nel cuore, e molti altri sentono che quanto di meglio c'è in Europa vada ad altri, e non a loro, e che quindi sia un'Inghilterra separata ciò di cui hanno bisogno.
Io e Ken Follett scriviamo romanzi storici, ed è qualcosa che vediamo ripetersi in ogni epoca: quando ci sono difficoltà, chi governa fagocita le masse contro un nemico esterno.
È questo che sta accadendo in Inghilterra adesso.»

Domanda provocatoria: il problema dei politici è che non leggono libri, e forse neanche i giornali?
«Il mondo sarebbe un posto migliore, se i politici leggessero più libri» interviene Jojo Moyes.
«La prima cosa che impari dalla lettura di un libro è metterti nei panni di qualcun altro: ti insegna l'empatia, valore di cui sembra esserci carenza al momento. Un altro problema è che molti di loro non solo non leggono, ma lo dichiarano con orgoglio.»
«La mia esperienza è che le brave persone - sia nel senso morale del termine, sia pensando alle loro capacità - leggono» conferma Lee Child.
«Obama è un lettore forte, anzi, fortissimo. Ogni anno stila una lista delle sue letture, ed è sempre ricca di proposte interessanti. Bill Clinton è un lettore forte, ed anche un appassionato di thriller. L'anno scorso a New York era il moderatore al lancio del mio libro, ed era preparatissimo ed entusiasta. Una delle grandi differenze tra persone come Obama e Clinton, e persone come Trump e Bush, è sicuramente data dal fatto che i primi siano lettori, e i secondi no.»

Come andrà a finire, secondo voi?
«Stai chiedendo a dei narratori di immaginare come andrà a finire» risponde Ken Follett.
«Ecco uno dei possibili scenari: il Regno Unito potrebbe dividersi. La Scozia e l'Irlanda del Nord potrebbero lasciarlo, e restare in Europa. Nel prossimo futuro, anche la Cataloga potrebbe decidere di lasciare la Spagna. E cosa potrebbe accadere in Italia? Potrebbe avvenire una scissione del Nord dal Sud? È questo, il futuro del continente? Un cuore di stati liberali ricchi, e una periferia di stati poveri e populisti? È solo una storia, adesso, ma chissà...»

Come può, secondo voi, la cultura mettere un freno alla deriva alla chiusura che, come abbiamo visto, sembra emergere in diversi stati europei, non solo in Inghilterra?
«Ciò che i libri, le opere teatrali e i film possono fare è creare un ponte quando si creano situazioni che vedono due fazioni contrapporsi, incapaci di ascoltare l'altra.
Quando le persone aprono un libro leggono storie e ne vengono influenzati, anche nel momento in cui non vogliono ascoltare nessuno. È questa la ragione per cui siamo qui: le persone non ascoltano più, ma gli scrittori possono ancora raccontare loro delle storie e farci sentire.
Dipende da noi, continuare a raccontare la verità anche attraverso quelle che sono opere d'invenzione, e riuscire a farci sentire» propone Kate Mosse, sottolineando l'importante ruolo della cultura ma anche dei prodotti d'intrattenimento.

Viene da qui la scelta del tema dell'amicizia, e del nome Friendship Tour?
«Abbiamo avuto tutti la sensazione che l'amicizia fosse (e sia) l'antidoto migliore al sentimento di rottura che anima la Brexit. È una manovra che vuole dividerci, distanziarci, e quello che voglia enfatizzare è che, se sono stati fatti errori a livello politico, le persone possono ancora alzarsi e dire che siamo ancora amici, e ci sentiamo ancora europei a prescindere da ciò che dicono i governi o le manovre politiche» conclude Lee Child.

Grazie a Newton Compton Editori per la possibilità di partecipare, e agli autori per la loro disponibilità nel rispondere a tutte le domande loro rivolte.

lunedì 5 agosto 2019

"Gli accoppiati" di Jennifer Miller e Jason Feifer

«Si raddrizzò e strinse il nodo alla cravatta. Era l'unico in tutta la redazione che la indossasse tutte le mattine, e proprio come per la sua fissa di arrivare in anticipo, molti suoi colleghi storcevano il naso. Eppure, inutile negarlo, stava benissimo! Per fare la differenza bisognava sempre mostrarsi al meglio, essere pronti a tutto, ogni secondo.»


È con questo spirito e questa determinazione che Lucas Callahan, aspirante giornalista, arriva a New York e lavora, giorno dopo giorno, nella redazione di Empire: pazienza se si tratta di una posizione da fact-checker, e se guadagna trentamila dollari l'anno per vivere in una scatoletta di tonno. È il prezzo da pagare per realizzare il suo sogno.
Certo non avrebbe mai potuto immaginare che il suo debutto su una testata nazionale sarebbe stato sotto forma di lettera di protesta, ma è quello che succede quando la sua avventura di una notte con una donna bella, affascinante e decisamente fuori dal comune si traduce in un articolo in cui vengono ridicolizzate le sue prestazioni.
Perchè sì, la sua donna misteriosa era una giornalista, e non una qualsiasi: Carmen Kelly, firma di una delle rubriche più piccanti e (inutile dirlo, giusto?) apprezzate dal grande pubblico.
E non avrebbe mai potuto immaginare che la sua lettera di risposta avrebbe finito per scatenare una vera e propria guerra a colpi di tastiera: i lettori vogliono sapere di più, e da qui l'idea folle del direttore della rivista di creare un appuntamento fisso.
Lucas e Carmen andranno a letto insieme ancora, e ancora, e ancora, e racconteranno l'esperienza ai lettori... ognuno a modo suo!

È impossibile affrontare la lettura di questa storia senza aspettarsi un finale ben preciso: Lucas e Carmen innamorati. La stessa copertina, con quella nota rosa ben posizionata, sembra suggerirlo.
Invece Gli accoppiati di Jennifer Miller e Jason Feifer (Longanesi) sorprende, trasformandosi ben presto in una commedia che mira più a ridere dei paradossi che regolano il mondo del giornalismo che non a conquistare le lettrici di genere.
Divertente, accattivante, intelligente: Miller e Feifer aggirano con destrezza ogni ostacolo, rifiutano i clichè e il risultato è un romanzo godibile e coinvolgente, che si legge tutto d'un fiato ritrovandosi a desiderare altre cento pagine una volta giunti alla fine.

Il personaggio impossibile da dimenticare? Sicuramente Jay Jacobson.
Una Miranda Priestly mancata: privo dell'abilità strategica e delle capacità della boss più temuta e famosa della letteratura pop, Jay è vanesio, incauto, viscido. Cerca di trarre un profitto, di qualsiasi tipo, da chiunque gli stia attorno, ma è altrettanto veloce nel rovinare chi non gli vada più a genio.
È talmente caricaturale da suscitare più volte una risata durante la lettura, e ricorderà a ogni lettore un suo superiore dal pessimo carattere (con la non troppo sottile differenza che Jacobson è intrappolato tra le pagine di un romanzo).
La verità è che il mondo è pieno di Jay Jacobson, e prima o poi è inevitabile incontrarne uno: Gli accoppiati è la storia di come Lucas e Carmen affrontano il loro. Da soli...e insieme.
Perchè in certi casi, lenzuola comprese, l'unione fa la forza.

Consigliato: vi sorprenderà.


Gli accoppiati di Jennifer Miller e Jason Feifer (Longanesi) è in libreria, al prezzo di copertina di 19€.

venerdì 2 agosto 2019

Errore di sistema: il memoir di Edward Snowden in Italia a settembre per Longanesi

È di questi giorni l'annuncio ufficiale dell'uscita in contemporanea mondiale di Errore di sistema, memoir di Edward Snowden (Longanesi).

Nel 2013 Edward Snowden, un ex agente della CIA e appaltatore della NSA, ha scioccato il mondo quando ha rotto il silenzio imposto dall'intelligence americana, rivelando che il governo degli Stati Uniti stava segretamente cercando un modo per raccogliere ogni telefonata, messaggio di testo ed e-mail mai inviati. Il risultato sarebbe stato un sistema di sorveglianza di massa senza precedenti con la capacità di fare leva sulle vite private di ogni persona sulla terra.
In Errore di sistema, Snowden racconta la sua storia per la prima volta, portando con sè il lettore mentre contribuisce in prima persona a creare questo sistema di sorveglianza di massa, per poi sperimentare la profonda crisi di coscienza che lo ha portato a cercare di abbatterlo.

Ad oggi, Errore di sistema è in fase di pubblicazione in oltre 20 paesi.


Errore di sistema di Edward Snowden (Longanesi) sarà disponibile dal 17 settembre.

lunedì 4 febbraio 2019

Intervista ad Hanna Lindberg su "Il gusto di uccidere", la Svezia e il mondo dell'alta cucina

Hanna Lindberg è tornata, e il suo nuovo thriller Il gusto di uccidere (Longanesi) è appena arrivato sugli scaffali di tutte le librerie, catapultando i lettori nel mondo oscuro dell'alta cucina, a partire da una serata di gala scintillante e piena di tensione.

"Il cuoco d'oro": l'evento al quale chiunque abbia, o aspiri ad avere, un ruolo nel prestigioso mondo della gastronomia svedese non può non partecipare, una serata che riserva sempre grandi sorprese. Solveig Berg, la più spregiudicata giornalista d'inchiesta di Stoccolma, sempre alla ricerca dello scoop, si è assicurata l'ingresso allo Stockholm Grotesque, il noto ristorante che ospita il premio.
Tutti sembrano puntare su Florian Leblanc o su Jon Ragnarsson - due chef stellati un tempo soci, ora rivali. Ma proprio al momento dell'annuncio del vincitore le luci si spengono improvvisamente e un colpo di pistola sovrasta il brusio della sala, uccidendo Vanja Stridh, il capo di Solveig.


Le indagini sull'accaduto iniziano rapidamente, ma Solveig capisce subito che la polizia sta imboccando una pista sbagliata, soprattutto a causa di quello che Vanja le ha bisbigliato prima di morire. Tra le sale e le cucine dei ristoranti di lusso della città, la giornalista si troverà così ad affrontare nuovi intrighi, una mente criminale imprevedibile... e le ombre del suo stesso passato. Una sua vecchia conoscenza, Lennie Lee, ex fotografo di moda che ha visto la sua rivista scandalistica disfarsi e chiudere i battenti durante la sua permanenza in carcere, è finalmente tornato a Stoccolma dopo tre anni. Ha perso tutto, ma è pronto a rifarsi investendo questa volta nella ristorazione, e spende i suoi ultimi risparmi per acquistare un food truck. Le strade di Lennie e Solveig sembrano destinate a incrociarsi di nuovo...

Ecco cosa ci ha raccontato Hanna Lindberg a Milano, davanti a una golosa colazione da Architorta prima di partire per Suzzara e partecipare al festival Nebbia Gialla!

Siamo alla seconda indagine di Solveig Berg: era nei tuoi progetti?
O ti sei trovata a riprendere in mano questi personaggi in seguito al successo di "Stockholm Confidential" e a trasformare in tutto in un progetto seriale? Questo ha influenzato la tua scrittura?
No, all'inizio non avevo assolutamente quest'idea, anzi!
Avevo solo una visione molto chiara di quello che sarebbe stato "Stockholm Confidential", che era il romanzo che volevo scrivere.
Sono stata sorpresa e travolta dall'entusiasmo dei lettori e della critica per il mio lavoro, ed è stato questo a farmi desiderare di scrivere ancora.
Inoltre, molti dei miei personaggi potevano essere ulteriormente approfonditi con un secondo romanzo, e sembravano chiedermelo loro stessi.
Al momento sto lavorando al terzo capitolo della serie.

La società nordica è molto diversa da quella degli altri paesi europei, e i tuoi romanzi sono letti anche al di fuori del suolo svedese.
Ti sei posta il problema di renderne comprensibili le sfumature ai lettori stranieri?
Sì, e anzi, uno dei miei obbiettivi era proprio quello di raccontare lati inediti di Stoccolma a chi non la vivesse nella quotidianità.
Ci sono moltissimi autori che hanno raccontato e raccontano la società nordica ai lettori di tutto il mondo, e spero di essere riuscita ad aggiungere un tassello inedito e sorprendente a quanto già descritto dai miei colleghi.

"Il gusto di uccidere" ci porta nel mondo dell'alta cucina, molto meno scintillante di quanto potremmo pensare, e in Italia quella della cucina e degli chef idoli delle masse è una vera e propria moda. E in Svezia? È così?
È così anche in Svezia. È una tendenza globale, quella di far diventare i grandi chef delle rockstar.
Fino a non troppo tempo fa quello dello chef era un lavoro faticoso e nemmeno troppo pagato, mentre oggi attorno alle loro figure si crea un'aura di ricchezza, celebrità e mistero.
Tutti ingredienti utili per essere inseriti in un thriller!
C'è un aspetto specifico del mondo della cucina, quello delle sue regole nascoste e delle tensioni sotto la superficie, che mi piace esplorare con la scrittura.
Sono molto fortunata, perchè l'idea per questa storia è nata qualche anno fa e sono felice che questa tendenza non solo sia ancora viva, ma stia crescendo.

Non solo cucina: nel romanzo viene introdotto anche un tema forte come quella difficile situazione politica e sociale in Africa, e del sangue che scorre in questo continente.
Volevo che questo personaggio avesse un passato doloroso e traumatico, anche se non volevo che fosse una mera vittima. Per raccontarne il passato sono andata in Rwanda, per fare delle ricerche, e ho potuto ascoltare molte storie alle quali mi sono ispirata.

Hanna Lindberg
C'è una ricca tradizione di protagoniste femminili nella letteratura gialla, guardando a quelle iconiche come Miss Marple o alle più pop come Erica Falck. Come inseriresti Solveig Berg in questo filone, e quali sono i suoi tratti distintivi?
Ci sono sicuramente già state giornaliste-investigatrici, ma credo che Solveig sia una versione più moderna e contemporanea. Usa i social media, ama il rischio e si identifica profondamente con la sua professione: questo la rende molto potente, ma anche vulnerabile e spesso capace di mettersi in pericolo più di quanto sarebbe opportuno.
Questo perchè Solveig è il suo lavoro, e il suo lavoro è tutto ciò che ha.

Abbandoniamo Solveig per un momento: parliamo di Lennie, che torna anche in questo romanzo.
Qui Lennie cresce: ha perso tutto, e si ritrova sul fondo, intento a risalire la china.
Ha un risveglio di coscienza, e non sa come gestirlo - incontra anche una donna, per la quale si accorge di provare dei sentimenti ed è un'altra cosa che non sa gestire - insomma, a Lennie gira un po' la testa e deve trovare una nuova direzione!

Allargando il campo, come ti sei inserita nel movimento culturale nordico che, da dieci anni a questa parte, anima di entusiasmo il mondo, e quale credi sia il valore aggiunto che porti con i tuoi romanzi?
Credo di aver contribuito a rinnovare il giallo svedese, svelando lati di Stoccolma diversi da quelli messi in luce dal "tipo giallo svedese", come spesso mi ripetono i lettori.

Prima di salutarci, puoi anticiparci qualcosa del tuo nuovo libro?
Certo, perchè ci sto lavorando in questi mesi e uscirà in Svezia in autunno.
Ritroverete Solveig Berg, e stavolta indagherà nel mondo degli influencer.


Il gusto di uccidere di Hanna Lindberg (Longanesi) è in libreria, al prezzo di copertina di 20€.

lunedì 3 dicembre 2018

Libri sotto l'albero: "Il gioco del suggeritore" di Donato Carrisi

A dieci anni da Il suggeritore (e dopo molti altri successi letterari), Donato Carrisi torna a stregare i lettori con Il gioco del suggeritore (Longanesi), scrivendo quello che forse era uno dei seguiti più attesi.

Il romanzo si apre su una scena da brividi: alle 19:46 del 23 febbraio, Frida Anderson chiama la polizia con l'unico telefono presente in casa sua, denunciando la presenza di un uomo sconosciuto nella proprietà della sua famiglia. Il marito, Karl Anderson, ha già provato a convincerlo ad andarsene ma senza successo.
Le viene promesso l'invio di una pattuglia, ma il maltempo devia ogni mezzo verso incidenti stradali e altre operazioni disoccorso, quindi sono già le cinque di mattina quando la polizia irrompe nella tenuta degli Anderson.
Si trova davanti uno spettacolo agghiacciante: mobili distrutti, sangue ovunque. La scnea di un massacro... ma senza cadaveri.
Dov'è finita la famiglia Anderson?
La macchina con la quale sono stati portati via i cadaveri viene ritrovata in poco tempo, e grazie ad essa si giunge al nascondiglio, sporco e pieno zeppo di vecchi computer, di un uomo senza identità, dall'unica peculiarità di essere ricoperto di tatuaggi numerici, dalla testa ai piedi.
Manca una sua confessione, però, e mancano i corpi delle sue vittime.

Ed è qui che entra in gioco Mila Vasquez, che ha lasciato le forze dell'ordine per vivere sul lago insieme alla figlia Alice: nonostante la condizione che le rende impossibile provare emozioni come gli altri (alessitimia)e che a volte le fa credere di essere una cattiva madre, la donna fa davvero del suo meglio per tenere al sicuro e in salute la sua bambina.
Per questo, quando Joanna Shutton, capo del dipartimento di polizia federale, bussa alla sua porta con il caso degli Anderson e dell'uomo misterioso soprannominato Enigma, la sua prima reazione è di rifiuto.
Fino a quando la Sutton non le rivela che, tra i tatuaggi di Enigma, ci sono anche delle lettere: solo quattro, per comporre una sola parola: Mila.
Cosa lega la donna a Enigma? E quanto è disposta a rischiare, per scoprirlo?

Il gioco del suggeritore si legge tutto d'un fiato, e si è più volti colti di sorpresa perchè niente e nessuno è come sembra.
Mila è protagonista assoluta, al punto che questo potrebbe tranquillamente essere definito il "suo" romanzo, e se la sua condizione la rende più fredda  edistaccata nell'affontare l'indagine, è evidante in ogni pagina il conflitto interiore che le si agita nel cuore, soprattutto quando riflette sulla sua incapacità di essere affettuosa nei confronti della figlia.

Impossibile non dire due parole su Internet, e su come nel romanzo ne venga messo in luce il lato più oscuro, che poi è qualcosa che vediamo tutti i giorni, a volte senza rendercene conto: basti pensare ai social network, e a quanto siano dei veri e propri catalizzzatori della rabbia.
E se questa rabbia esplodesse al di fuori di Facebook, nella realtà concreta?
Solo pensarci fa venire la pelle d'oca.
Internet ha cambiato il nostro modo di vivere nel (e di vedere il) mondo, e non solo in meglio, anzi.

Un seguito azzeccato, appassionante e inquietante al punto giusto: una volta finito, assicuratevi di avere qualcuno accanto al momento di andare a dormire. Ne avrete bisogno.


Il gioco del suggeritore di Donato Carrisi (Longanesi) è in libreria, al prezzo di copertina di 22€.

lunedì 15 ottobre 2018

"Il ladro gentiluomo" di Alessia Gazzola

Alice Allievi è tornata: Il ladro gentiluomo, ottavo volume della fortunatissima serie di Alessia Gazzola dedicata alla specializzanda di Medicina Legale preferita dai lettori, è in libreria.
E anche se specializzanda Alice non lo è più, la sua vita non è certo più tranquilla, anzi!

Alice e CC (ovvero Claudio Conforti) sono a un punto di svolta, in quella che è stata una relazione piena di tira e molla: lui si è finalmente convinto, è pronto a frae un passo avanti e le ha proposto di convivere. E sarebbe davvero perfetto, se non fosse che Alice, convinta di non avere un futuro con CC, ha chiesto di essere trasferita, ritrovandosi così a Domodossola.
Il tempismo non è mai stato il loro forte, ma nonostante lo scoramento Alice non ha nemmeno il tempo di piangersi addosso: il cadavere di Arsen Nazarovič Scherbakov viene rinvenuto nel giardino della proprietà del cavalier Luigi Megretti Savi. Il ragazzo di quasi trent'anni sembra essere precipitato, mentre fuggiva dopo aver commesso un furto (o meglio, averci provato).
L'autopsia porta alla luce un diamante rosa nello stomaco di Arsen, e se Alice crede di fare la cosa giusta convocando un ufficiale giudiziario per affidargli la gemma, è da lì che hanno inizio i suoi guai. A prendere in consegna il diamante, infatti, non sarà un ufficiale, ma un ladro abile nei travestimenti e dai modi cortesi, presentatosi con il falso nome (molto letterario) di Alessandro Manzoni. Che la caccia al ladro abbia inizio!

Da Roma a Domodossola, da specializzanda a specialista, per Alice tutto sembra essere cambiato: la ragazza imbranata e goffa di cui i lettori si sono innamorati sin dalle prima pagine di L'allieva esiste ancora, sì, ma con una nuova consapevolezza e qualche scivolone in meno.
La ragazza è diventata donna, insomma, e con lei le lettrici che da anni ne seguono le avventure.
Non ha però perso la sua capacità di provare empatia, nè il suo intuito, ma affronta il nuovo caso con un'oculatezza che raramente le si poteva attribuire agli inizi.

Quello che è chiaro da subito è che Alice e CC, di questo trasferimento, avevano bisogno: per quanto il loro rapporto sia sempre stato fuori dall'ordinario, il rischio di essere per sempre insegnante e allieva anche nel privato esiste, e affrontare la sfida di una relazione a distanza, fatta di telefonate, nostalgia e treni per passare almeno un po' di tempo insieme, porterà la loro relazione su un altro livello. Ci saranno momento no e momenti sì, buone giornate e giorni da dimenticare, ma soprattutto arriverà il momento delle confessioni.

Il ladro gentiluomo è un ulteriore, impeccabile tassello nel puzzle che compone la storia di Alice e Claudio, e Alessia Gazzola si rivela ancora una volta in grado di emozionare e stupire i suoi lettori con un romanzo che fonde alla perfezione giallo e rosa, indagine e storia d'amore.
Quando si tratta di Alessia Gazzola, l'unico problema è aspettare con ansia il romanzo successivo una volta raggiunta l'ultima pagina.

Il ladro gentiluomo di Alessia Gazzola (Longanesi) è in libreria.

lunedì 11 dicembre 2017

Letture sotto l'albero: "L'uomo del labirinto" di Donato Carrisi

Buongiorno a tutte, fanciulle (e fanciulli)!
La chiacchiera librosa di oggi è dedicata a "L'uomo del labirinto" di Donato Carrisi, edito Longanesi (rilegato a 19€):
L'ondata di caldo anomala travolge ogni cosa, costringendo tutti a invertire i ritmi di vita: soltanto durante le ore di buio è possibile lavorare, muoversi, sopravvivere. Ed è proprio nel cuore della notte che Samantha riemerge dalle tenebre che l'avevano inghiottita. Tredicenne rapita e a lungo tenuta prigioniera, Sam ora è improvvisamente libera e, traumatizzata e ferita, è ricoverata in una stanza d'ospedale. Accanto a lei, il dottor Green, un profiler fuori dal comune. Green infatti non va a caccia di mostri nel mondo esterno, bensì nella mente delle vittime. Perché è dentro i ricordi di Sam che si celano gli indizi in grado di condurre alla cattura del suo carceriere: l'Uomo del Labirinto. Ma il dottor Green non è l'unico a inseguire il mostro. Là fuori c'è anche Bruno Genko, un investigatore privato con un insospettabile talento. Quello di Samantha potrebbe essere l'ultimo caso di cui Bruno si occupa, perché non gli resta molto da vivere. Anzi: il suo tempo è già scaduto, e ogni giorno che passa Bruno si domanda quale sia il senso di quella sua vita regalata, o forse soltanto presa a prestito. Ma uno scopo c'è: risolvere un ultimo mistero. La scomparsa di Samantha Andretti è un suo vecchio caso, un incarico che Bruno non ha mai portato a termine... E questa è l'occasione di rimediare. Nonostante sia trascorso tanto tempo. Perché quello che Samantha non sa è che il suo rapimento non è avvenuto pochi mesi prima, come lei crede. L'Uomo del Labirinto l'ha tenuta prigioniera per quindici lunghi anni. E ora è scomparso.

Alzi la mano chi non vedeva l'ora di leggere un nuovo romanzo di Donato Carrisi!
Dopo aver visto al cinema proprio quest'autunno "La ragazza nella nebbia", era il momento di tornare  ad immergersi in una delle appassionanti storie scaturite dalla penna di uno degli autori italiani più apprezzati (anche da me).

E "L'uomo del labirinto" non delude, anzi!
Sin dalla premessa, che vede la storia aprirsi non con un assassinio o un rapimento, ma con l'improvviso stato di libertà della vittima, Samantha.
Sconvolta, confusa, ferita nel corpo e nello spirito, apparentemente non è in grado di aiutare granchè le autorità in quella che potrebbe essere una delle azioni di polizia più delicate, la cattura dell'Uomo del Labirinto. Per la donna, infatti, si è trattato di alcuni mesi di paura, ma nel mondo "reale" sono passati quindici anni. Cosa sia successo a Sam per confonderla sino a questo punto è qualcosa che quasi si ha paura di scoprire, ma soprattutto ci si chiede: chi è l'Uomo del Labirinto?
E dove si è rifugiato? Come ha fatto la donna a fuggire?
Domande che trovano risposta nelle 400 pagine che vi aspettano in libreria, e credetemi: "L'uomo del labirinto" va letto con la luce accesa.

Trovo poche cose spaventose quanto la prospettiva di essere tenuta prigioniera: per molti versi, trovo preferibile una morte improvvisa e rapida.
I romanzi come "L'uomo del labirinto" giocano con questa e con un'altra delle mie grandi paure: non poter fare del tutto affidamento su ciò che credo essere vero.
Perdere il senso del tempo e della realtà è per me molto più terrificante di perdere un braccio, perchè se non sai chi sei, dove sei o in che momento ti trovi, non hai coscienza di te.
Donato Carrisi si addentra in quello che è a sua volta un misterioso labirinto, quello della mente umana, e ci accompagna in un viaggio cupo, pieno di dubbi e di paura, e lo fa mettendoci nelle mani di un personaggio molto singolare: Bruno Genko.
Non è un investigatore qualsiasi, anzi: probabilmente è uno di quei (pochi) personaggi che, a distanza di anni da ora, ricorderete con lucidità.
Ricordo o auto-inganno? Percezione o illusione?
Quanto di ciò che Sam ritiene essere parte della sua spaventosa esperienza è realmente accaduto, e soprattutto, quale sarà la chiave per trovare l'Uomo del Labirinto prima che sia troppo tardi?
E poi, Samantha è davvero chi dice (o crede) di essere?
Precipitatevi in libreria. Adesso.
La risposta a queste domande è in uno dei romanzi migliori che leggerete quest'anno.
Consigliatissimo: Donato Carrisi non si batte, mai.

Un bacio a tutte, fanciulle (e fanciulli)!
A presto <3

giovedì 23 novembre 2017

Intervista ad Alessia Gazzola su "Arabesque", la lettura e la serie TV

Buongiorno a tutte, fanciulle (e fanciulli)!
Oggi il blog ha un'ospite molto speciale: Alessia Gazzola, ora in libreria con "Arabesque" per Longanesi (rilegato a 17,60€):
Tutto è cambiato, per Alice Allevi: è un mondo nuovo quello che la attende fuori dall’Istituto di Medicina Legale in cui ha trascorso anni complicati ma, a loro modo, felici. Alice infatti non è più una specializzanda, ma è a pieno titolo una Specialista in Medicina Legale. E la luminosa (forse) e accidentata (quasi sicuramente) avventura della libera professione la attende. Ma la libertà tanto desiderata ha un sapore dolce amaro: di nuovo single dopo una lunga storia d’amore, Alice teme di perdere i suoi punti di riferimento. Tutti tranne uno: l’affascinante e intrattabile Claudio Conforti, detto CC, medico legale di comprovata professionalità e rinomata spietatezza.
Quando le capita il suo primo incarico di consulenza per un magistrato, Alice si rimbocca le maniche e sfodera il meglio di sé. Al centro del caso c’è una donna di quarantacinque anni, un tempo étoile della Scala e oggi proprietaria di una scuola di danza. In apparenza è deceduta per cause naturali. Eppure, Alice ha i suoi sospetti e per quanto vorrebbe che le cose, per una volta almeno, fossero semplici, la realtà è sempre pronta a disattenderla. Perché, grazie alla sua sensibilità e al suo intuito, Alice inizia a scoprire inquietanti segreti nel passato della donna, legati all’universo – tanto affascinante quanto spietato e competitivo – del balletto classico...

Mettete una domenica mattina, un tavolo pieno di tazze di caffè e di morbide brioche e un gruppo di lettori forti, anzi, fortissimi pronti a incontrare una delle loro autrici preferite.
È iniziato così l'incontro con Alessia Gazzola, nel bellissimo caffè della Triennale a Milano, ed ecco cosa ci siamo raccontati!
Leggendo i romanzi di questa serie si riesce a tracciare il percorso evolutivo del personaggio di Alice: ormai hai passato diversi anni in sua compagnia, com'è cambiato il rapporto con la tua protagonista? senti di essere cresciuta insieme a lei?
L'idea di farla crescere e di non lasciarla cristallizzata nel tempo e nello spazio, che in genere in ogni avventura resta uguale a se stesso, era qualcosa che non mi piaceva. Ho riscontrato questa particolarità in alcune serialità che amo, ma non era qualcosa che mi andasse di fare.
Volevo seguire un percorso, e devo dire che non mi è riuscito difficile:mi è venuto spontaneo, forse anche per il fatto che utilizzo la prima persona.
Non sono romanzi autobiografici, lo dico sempre che Alice non sono io, ma ormai mi sentivo a disagio a darle una voce ancora infantile, adesso che ormai ho trentacinque anni.
Devo dire che non condivido alcune cose che lei pensa o fa, ma siccome è diversa da me la faccio agire come penso sia importante nell'economia della trama. In ogni caso, doveva crescere: dovevo darle un decoro, anche per rispetto della sua professione, che è pur sempre la mia. E poi la stessa Alice ha ormai trent'anni, è molto lontana dalla studentessa ventitreenne del primo romanzo.
Ma qual è oggi il suo rapporto personale con Alice? Non credo che lei fin dal primo libro pensasse a un personaggio seriale, ma quanto pensa di andare avanti, e fino a che punto ha invaso la sua vita?
Il mio rapporto è ormai di familiarità: per me Alice è come una sorella più piccola, ancora un po' immatura in alcune cose. I miei pensieri in realtà li attribuisco un po' a tutti i personaggi, e anche se non sono Alice, alla fine i romanzi sono pieni dei miei pensieri, sentimenti ed emozioni.
Certe volte sia come autrice, sia come persona, posso anche non condividere il comportamento della mia protagonista in una determinata scena, ma lei ormai ha sviluppato una sua personalità, anche indipendente da me. Certe cose io stessa non le so finché non mi metto davanti al computer a scrivere. Continuerò a scrivere di lei finché sarà divertente per me, perché se deve diventare un peso o una catena preferisco lasciar perdere: alla fine, so di avere anche tante altre idee che vorrei prima o poi seguire. Qualcosa ho anche già pubblicato. Da lettrice, riconosco i libri scritti a tavolino, e non ne vorrei mai scrivere uno, per cui se dovessi mancare all'appello in futuro saprete che sarà perché non avrò niente da scrivere al momento.

In "Arabesque" l'attenzione si sposta sul mondo del balletto, ma hai voluto mettere in evidenza la competitività e l'aggressività che distruggono chiunque entri in quel mondo, invece della sua bellezza. Come mai?
Non mi propongo di scrivere delle verità assolute: il mondo della danza classica può essere anche un mondo pulito, in cui valgono le regole dello sport, i valori più nobili di qualunque attività fisica o artistica. Ma sono una giallista, e anche in un mondo puro devo trovare la zona d'ombra.
L'imput mi è stato dato da "Il cigno nero", film che in realtà non mi era piaciuto del tutto ma mi aveva impressionato, e mi aveva dato l'idea di scrivere un romanzo in cui venissero sottolineati questi aspetti dell'autodisciplina eccessiva e della competitività. Prima ancora, la cosa che più m'interessava era, indipendentemente dal mondo della danza, raccontare l'invidia della giovinezza, una cosa che mi stuzzicava molto. Volevo raccontare un rapporto particolare tra maestra e allieva, e viceversa, che avrebbe potuto nascere anche in un altro ambiente, ma quello del balletto mi piaceva per il suo aspetto "bello": vi sarete accorti che a me piace descrivere ambienti belli, eleganti.

I suoi romanzi vanno incontro sia alla voglia di giallo e mistero, sia al bisogno di romanticismo. Qual è stata la spinta che l'ha portata a creare questa miscela unica e personale?
Nei primi romanzi il lato frivolo era molto forte, anche perché all'epoca avevo ventisei anni e facevo scorpacciate di romanzi chick-lit, soprattutto quelli di Sophie Kinsella. Nella mia scrittura è finito anche quello che era il mio gusto da lettrice. Il primo libro l'ho scritto come puro divertimento, non avevo un progetto editoriale e ancora oggi mi piacciono molto i romanzi rosa, ma  credo che nelle mie storie il punto centrale sia Alice più che la sua vita sentimentale. Lei è in cerca d'identità e di sicurezza, e questo si riflette anche nelle sue relazioni, ma da un romanzo all'altro è diventata più forte e più indipendente dagli uomini. Mi piace l'idea di proporre questo tipo di modello, senza presunzione.
E oggi, quali sono le tue letture?
Seguo ancora Sophie Kinsella, che per me è la regina della chick-lit, ma adesso sono nel periodo "vecchia Inghilterra", con i romanzi editi Astoria e Fazi Editore, e con le famose sorelle Mitford.
Leggo ovviamente molti romanzi gialli, perché ritengo di dover imparare ancora molto!
Emmanuele Aita e Francesca Agostini (rispettivamente Paolone e Lara nella serie TV)
si sono uniti a noi per parlare della trasposizione sul piccolo schermo e dei loro personaggi!
La trasposizione dei romanzi in una serie televisiva ha portato nuovi lettori?
C'è qualcosa nei libri che ti è dispiaciuto non sia stato trasposto negli episodi televisivi?
In tutta onestà, la serie tv è stata una benedizione, una bella fortuna di cui sono perfettamente consapevole. Pur con delle differenze legate alle esigenze di sceneggiatura, la cosa più importante, vale a dire l'atmosfera dei libri, è stata rispettata. Che poi ci siano delle differenze, delle semplificazioni, io lo reputo un effetto limitato e accettabile.
Di sicuro mi ha portato tanti nuovi lettori. Mi sarebbe piaciuto vedere "Un segreto non è per sempre", che resta il mio libro preferito, realizzato in un modo diverso, ma sono la prima a rendersi conto che in cinquanta minuti non è possibile sviluppare tutti gli aspetti del romanzo. La trama gialla, a volte, è stata un po' sacrificata rispetto alle scene che vedono Alice in istituto e al suo rapporto con Claudio, ma capisco che queste attirassero di più il pubblico.

Colgo l'occasione e chiedo a Emmanuele Aita e Francesca Agostini come sia stato portare sullo schermo questi personaggi: cosa pensate di aver dato loro, e cosa credete vi abbiano dato?
Francesca: Io ed Emmanuele siamo amici da molto tempo, e tra di noi c'era già feeling. Di Lara ho il cinismo, almeno in parte. Ho la sua lingua tagliente, e il regista - con il quale avevo già lavorato per "Grand Hotel" - , sapendolo, ha voluto enfatizzare questo aspetto della sua personalità, rendendo lara un po' più pepata di quanto non fosse all'inizio.
Emmanuele: In Paolone di mio c'è tantissimo, quasi tutto. Sono pasticcione e permaloso, quanto lui. Conoscere già Francesca mi ha aiutato moltissimo, anche eprchè in me c'è anche tanta della timidezza di Paolone. Per fortuna il regista ci ha dato moltissima libertà nel lavorare sulle battute e la gestualità dei nostri personaggi.

Un ultima domanda prima di salutarci: guardando indietro, ora che siamo al romanzo numero sette (!), diresti che scrivere i romanzi di Alice è stato frutto di un processo graduale, o ricordi invece il fattore scatenante di quella che poi è diventata una serie di grande successo?
Avevo sempre scritto, anche in precedenza: la scrittura è qualcosa di cui ho sempre avvertito il bisogno. Avevo scritto romanzi orribili che non ho mai neanche provato a pubblicare e poi, quando sono entrata alla scuola di specializzazione mi è venuto automatico iniziare a scrivere una storia con quell'ambientazione. Rileggendola, mi sono resa conto di aver scritto qualcosa che, per una volta, poteva avere un potenziale e ho tentato di pubblicarla.
Una di quelle cose che provi a fare anche se non ci credi molto nemmeno tu.
Quando l'hanno accettato, volevo pubblicare sotto pseudonimo perché mi vergognavo tantissimo, ma poi il libro è uscito, è andato bene e io ho superato la vergogna.
E i suoi colleghi, hanno letto tutti questi romanzi? Cosa ne pensano?
Si sono divertiti da matti a leggermi: alcuni pretendevano di riconoscersi - a torto - nel personaggio di Claudio Conforti, e ovviamente nessuno voleva essere la cattiva Wally, ma nessuno si è offeso.
Per fortuna!
Grazie a Francesca Agostini ed Emmanuele Aita per la disponibilità!
Vi consiglio la lettura di "Arabesque" perchè a me ha divertita moltissimo e perchè Alice Allevi è sempre speciale-specialissima, e ringrazio moltissimo Longanesi, Alessia Gazzola, Francesca Agostini ed Emmanuele Aita per la loro disponibilità!

Un bacio a tutte, fanciulle (e fanciulli)!
A presto <3

giovedì 7 settembre 2017

Chiacchierata con Elliot Ackerman, su "Il buio al crocevia", la Siria e la speranza

Buongiorno a tutte, fanciulle (e fanciulli)!
In occasione dell'uscita di "Il buio al crocevia", Elliot Ackerman (ricordate "Prima che torni la pioggia"?) ha incontrato noi blogger a Milano grazie a Longanesi:
È notte quando Haris Abadi si ritrova all’improvviso disteso per terra, a respirare polvere e fango, mentre mani sconosciute gli sfilano di tasca tutto, soldi, cartina, passaporto. Cittadino americano di origine irachena, con alle spalle una triste storia famigliare, Haris si trova in Turchia per attraversare il confine siriano e unirsi alla lotta contro il regime di Bashar al-Assad. Derubato di tutto, si vede quasi costretto a rinunciare all’impresa quando incontra Amir, un rifugiato siriano ed ex rivoluzionario che gli offre ospitalità e aiuto. Amir è sposato con Daphne, una donna di grande fascino ma incapace di nascondere come vorrebbe le sue inquietudini. Haris capisce subito che anche Daphne desidera disperatamente raggiungere la Siria. Ma questa consapevolezza porterà con sé nuovi, angoscianti dubbi: da che parte vuole davvero schierarsi, quella donna? Sarà possibile per entrambi ridare senso a una vita così sofferta?
Scritto con grande partecipazione e la consapevolezza di chi conosce profondamente il conflitto che racconta, "Il buio al crocevia" è un viaggio tra miserie umane e inattese opportunità, nel cuore oscuro di una guerra dove l’amore e l’orrore sembrano sorgere dalla stessa radice.

"Prima che torni la pioggia" mi era piaciuto moltissimo, ma non ero pronta a emozionarmi così tanto con "Il buio al crocevia". Non ero pronta a sentire sulla pelle l'orrore e la paura di chi vive in un paese dilaniato da una guerra civile che sembra senza fine, e che non lascerà vincitori ma solo macerie.
Ero però pronta a incontrare la penna e l'uomo dietro al romanzo, ed ecco cosa ci ha raccontato durante un aperitivo da "Fioraio Bianchi" a Milano:

Non si può non partire da Haris: all'inizio è molto difficile per il lettore credere che un uomo con i suoi trascorsi rischi così tanto per oltrepassare il confine siriano e unirsi alle forze della rivoluzione.
Credo che ci sia qualcosa di seducente, per l'uomo, nella guerra.
Qualcosa che attira.
Haris è consapevole di aver combattutto in una guerra che ritiene una guerra "cattiva", e ora vuole unirsi a coloro che invece lottano per una causa in cui sente di poter investire economicamente.
Sentiva già da prima il bisogno di combattere, e nonostante questo ha voluto fare un tentativo e vivere negli Stati Uniti. Lì però gli sembrava che la sua vita non avesse significato.
Ha lavorato molto per portare in salvo in America anche la sorella, ma quando lei si allontana non gli resta nulla, ed è un'ulteriore spinta per tornare a combattere.
La guerra richiama anche i giornalisti: in molti hanno ammesso di non riuscire a smettere di fare i corrispondenti di guerra, neanche provandoci, e ci sono effettivamente persone che dopo aver vissuto l'Afghanistan e tutto ciò che ha comportato si sono poi trovate a combattere in Siria.
Haris in questo senso nasce da qui, da questo fenomeno che stavo osservando.
Il richiamo della guerra lo ritroviamo anche in un episodio molto celebre dell'Odissea, quello delle sirene: il canto seducente delle sirene parla di guerra, e di gloria conquistata combattendo.

Nel tuo romanzo, e nei tuoi personaggi, troviamo qualcosa che non ci aspetteremmo: una grande, grandissima speranza. Daphne concentra tutta la sua fede e la sua capacità di sperare nel provare a ritrovare la figlia mai ritrovata dopo un'esplosione, Haris invece nella lotta per trovare il suo scopo e il suo posto nel mondo.
Però una guerra è sempre una guerra, e come tale porta inevitabilmente dolore e distruzione: come si conciliano le due cose?
È vero, uno dei temi centrali di "Il buio al crocevia" è proprio questo.
I miei personaggi rappresentano queste due tendenze agli antipodi: meglio continuare a sperare nonostante tutto, come fa Daphne, o accettare di aver perso ciò che si è perso e andare avanti?
In particolar modo, quando si guarda ad Amir e a Daphne, si vede che rappresentano appieno questo conflitto, che è lo stesso vissuto da moltissimi siriani che si sono dati anima e corpo alla rivoluzione, sognando di poter fare la differenza, e che si sono trovati con famiglie distrutte e un paese ridotto in macerie. Eppure, molti di loro non riescono a smettere di combattere e di dire che la rivoluzione avrà successo, che funzionerà, anche se tutto dice il contrario.
Daphne è l'emblema della speranza nel romanzo, ma va detto che è anche la persona che ha vissuto meno la guerra: per Amir e Haris è stato diverso.
Può essere che il suo non avere avuto un'esperienza diretta e devastante con il combattimento, il suo non avere ricordi al riguardo, sia ciò che le permette di sperare ancora?
Quando incontriamo Haris, è una persona persa: non sa cosa sta cercando, sa solo di essere in cerca di qualcosa. Poi incontra Daphne ed Amir, e inizia a pensare che forse sia questo, che sta cercando.
Comprendo il motivo per cui Daphne continua a sperare di ritrovare la figlia: non ha visto il corpo, non l'ha vista morire. Non può avere pace fino a quando non lo avrà visto, ha bisogno di una chiusura.
Devo dire che l'idea di Haris di una "causa" è molto generica, e la sua ricerca di fatto va avanti proprio fino alle ultime pagine del libro.

E sempre dalle ultime pagine del libro - senza svelare il finale - azzarderei che forse, uno dei messaggi che hai voluto trasmettere è quello della necessità delle persone, in tempo di guerra, di avvicinarsi l'un l'altra. Per Haris e Daphne, e prima per Haris e sua sorella, in fondo è così.
Di sicuro nello stare accanto a chi si ama e nel proteggerlo si trova uno scopo, in tempo di guerra, e la guerra stessa aggiunge significato alle relazioni umane.
È ciò che manca della guerra a chi ci vive a contatto per molto tempo e poi se ne distacca: di certo non gli mancano i bombardamenti o la paura, ma l'intensità dei rapporti umani sì.
Considerate le tue esperienze personali, quanto di te - e di aneddoti che ti sono stati raccontati - è finito in "Il buio al crocevia", e quanto è mera invenzione?
La storia e in particolar modo gli eventi che vediamo succedersi nella vita dei personaggi sono opera d'invenzione. Non conosco una Daphne, o un Amir, o un Haris. Ho però incontrato persone ( e miconsidero una di loro) che hanno vissuto simili esperienze emozionalmente sconvolgenti, ed era questo viaggio, questo percorso che volevo raccontare al lettore.

Restando in tema scrittura: le tue storie emozionano moltissimo il lettore, e immagino emozionino anche te durante la stesura. Come si fa a mantenere in equilibrio la necassità di rispettare delle scadenze, e dall'altra il fatto di lasciarsi guidare dall'emozione?
Ammetto di non pensare molto alle scadenze quando scrivo, e per fortuna non ne avevo una quando ho scritto "Il buio al crocevia".
Di fatto, io mi alzo al mattino, vado a sedermi in un caffè e scrivo. Provo a farlo ogni giorno.
Credo inoltre che ogni romanzo abbia quella che è la scena che dà origine al tutto: per me stavolta si trattava di prendere quella scena e trarne un articolo, ma una volta scritta ho avuto voglia di vedere cosa fosse accaduto prima, cosa sarebbe potuto accadere dopo, ed ho iniziato a lavorare a un romanzo.

Da soldato, come si diventa scrittori? E soprattutto, dà la stessa sensazione di avere uno scopo e di stare facendo la differenza per qualcuno?
Credo che mi faccia sentire come se stessi facendo il mio dovere, e se ci pensiamo c'è una lunga tradizione di uomini d'armi diventati poi scrittori.
C'è circa una dozzina di autori americani in libreria in questo momento che, a un certo punto della loro vita, hanno combattuto in Iraq.
Per quanto riguarda me, mia madre era un'autrice, e sono cresciuto in mezzo ai libri.
Una parte di me ha sempre saputo che un giorno avrei scritto, e ora che è così mi viene molto naturale.
Una curiosità personale: quando pensi influirà il clima di odio e intolleranza di oggi sui giovani e sui soldati di domani, sul loro modo di vedere questi paesi e queste culture, e quanto dobbiamo preoccuparci?
Ho due figli piccoli, e posso dirti che vedo già gli effetti della profonda rottura che attraversa gli Stati Uniti al momento. Stanno crescendo in un momento in cui chi li circonda si dice a vicenda " tu mi disgusti, tu qui non ci devi stare", e vedo quanto loro internalizzino l'odio che li circonda, pur essendo molto piccoli.
Mi preoccupa moltissimo, anche se penso che Trump sia solo un sintomo della malattia di cui soffrono gli Stati uniti al momento. Mi preoccupa anche pensare a ciò che potrebbe accadere tra quattro anni, perchè passare da un estremismo all'altro è pericoloso.
In questo senso, quanto la letteratura e le arti possono essere un mezzo di comunicazione valido per superare gli estremismi, e quanto possono aiutarci a vedere che chi ci circonda è esattamente come noi?
Penso anch'io che come esseri umani abbiamo in comune più di quanto ci differenzia, e sì, questo è ciò che l'arte in ogni sua forma riesce a fare: riesce a farci provare la stessa emozione provata da qualcun altro. Un regista, un romanziere, uno scultore trasmettono a chi vedrà la loro opera le proprie emozioni.
Il fatto stesso di provare un'identica emozione di fronte a qualcosa ci avvicina e ci ricorda di essere uguali: siamo qui, siamo umani, e davanti alla medesima opera proviamo le stesse sensazioni.
In un momento in cui i giornalisti sono più impegnati a urlarsi addosso, un romanziere riesce a coinvolgere e a emozionare il lettore, facendo così arrivare a destinazione quello che può anche essere un messaggio importante.
Restiamo un attimo sugli Stati Uniti: quanto il tuo aver vissuto a Istanbul ha influenzato la tua opinione sulle politiche internazionali americane? Vivere altrove, fa la differenza?
Io sono cresciuto a Londra, quindi credo di avere il gene dell'espatriato nel sangue.
Ma vivere altrove, anche se non cambia la tua prospettiva a 180°, cambia sicuramente il tuo modo di percepire l'operato del tuo paese.
Aggiungo che spesso gli americani, quando viaggiano, realizzano di non essere particolarmente amati all'estero, e se ne stupiscono: perchè mai non dovrebbero amarli tutti?
Non sono sempre d'accordo con i motivi del disappunto, ma li comprendo: sono orgoglioso del mio paese, ma è impossibile negare che le fondamenta per non amarci incondizionatamente ci sono.

Una riflessione personale: il clima d'odio di cui parli esiste anche qui, in Italia.
Anzi, abbiamo un grosso problema legato alla mala informazione: abbiamo giornalisti che, in televisione e ospitati da programmi seguiti dalla fascia di popolazione che comprende il maggior numero di elettori, si permettono di dire che il Corano dice ai fedeli di fare attentati terroristici.
Chiunque lo abbia letto sa che questo non è vero, ma quasi nessuno in Italia lo ha letto. 
Non sarebbe forse importante partire proprio da questo, e istruirci maggiormente sulla cultura e le tradizioni di chi ormai vive qui con noi, anche da più di una generazione?
In questo senso non si tratta di dover andare fino in Siria, ma di capire meglio le usanze e il pensiero di chi molto probabilmente è il nostro vicino di casa.
Assolutamente! Una delle grandi componenti della "malattia dell'odio" di cui parlavamo prima è la paura, la paura di chi è diverso e non riesci a comprendere.
Un mio amico di nazionalità turca, giornalista politico, mi ha fatto notare, una volta, che potremmo definire la politica come l'acquisizione e il mantenimento del potere, e ci sono due modi per farlo: unire le persone, molto più difficile (un esempio è stata la camoagna di Barack Obama nel 2008), oppure dividerle. Molto, molto più semplice. E il modo più rapido per dividere le persone è far sì che una parte di loro tema la parte restante. È questo che sta succedendo in America, ma anche qui in Italia.

È stato davvero emozionante incontrare l'autore di due romanzi che mi hanno ridotta a un bagno di lacrime (ehm...) e che, soprattutto, mi hanno toccata nel profondo.
Elliot Ackerman va assolutamente letto, soprattutto oggi.
Qui trovate il mio scatto del romanzo su Instagram, che spero vi piaccia ;)

Un bacio a tutte, fanciulle (e fanciulli)!
A presto <3

sabato 6 maggio 2017

Judith, l'oscurità e la vendetta: intervista a Lisa Hilton

Buongiorno a tutte, fanciulle (e fanciulli)!
Aprile non è stato solo il mese di Tempo di Libri, ma è stato anche in mese in cui, a sorpresa, ho potuto incontrare Lisa Hilton, già autrice di "Maestra" e ora in libreria con "Domina", edito Longanesi (rilegato a 16,90€):
Intelligente, colta, ambiziosa e soprattutto estremamente disinibita, Judith Rashleigh ha finalmente realizzato il suo sogno: aprire una galleria d’arte a Venezia. In fuga dai crimini commessi in passato, vive e lavora sotto falso nome nella speranza di aver messo ordine nella propria vita. Ma un omicidio, al quale Judith non sembra collegata, la trascina di nuovo nel mondo spietato che credeva di essersi lasciata alle spalle. Tutto quello che pensavamo di sapere su Maestra sta per cambiare. Dalla collezione d’arte segreta di un oligarca alla temibile malavita in Serbia, dalla campagna inglese alla Calabria, tra fughe rocambolesche e notti di sesso estremo, sembra davvero vicina al successo tanto desiderato... ma quale sarà il prezzo da pagare? Con i suoi toni intriganti e una narrazione serrata e tagliente, Domina metterà alla prova Judith come mai prima d’ora.

Ero incredibilmente curiosa di incontrare l'autrice di "Maestra", perchè Lisa Hilton ha una biografia affascinante e perchè i suoi libri lasciano la sensazione di un qualcosa in più da scoprire, nascosto tra le righe.
Ecco cosa ci siamo raccontate davanti a un cappuccino!

Parto da una mia curiosità personale: se con "Maestra" ci avevi portati a Venezia, che è una città-gioiello amata in tutto il mondo, con "Domina" ci porti in Calabria.
Come mai questa scelta, e quanto di personale c'è dietro?
Non posso dire di conoscere benissimo la Calabria, ma per me era il modo migliore di dare l'idea al lettori di un'altra italia, meno conosciuta.
Gli stranieri hanno un'idea dell'Italia che prevede bellissime donne, ottima cucina - e ottimo caffè -, tantissima arte: io volevo mostrare anche l'altra faccia di questo paese, più nera e forse anche più moderna.
Volevo creare un contrasto tra queste due immagini dell'Italia.
Anche perchè con Judith ci avevi già trasportati in un mondo che, oltre ad essere glamour, è anche terribilmente decadente: quello dell'arte.
Esatto!
Ci racconti qualcosa del tuo personale perscorso nel mondo dell'arte, e quanto dei tuoi gusti personali in fatto di arte ritroviamo nel romanzo?
Ho studiato Storia dell'Arte a Parigi, per poi spostarmi a Firenze per studiare l'arte italiana come tutti gli inglesi.
L'arte ha sempre occupato un posto molto importante nella mia vita lavorativa: ho pubblicato articoli e saggi, ma non solo.
Anche a livello personale, l'arte è sempre stata qualcosa capace di darmi ispirazione e gioia.
Volevo raccontare l'arte che amo, e spero di essere riuscita a farlo in modo non troppo didattico.
C'è però un altro aspetto molto affascinante di questo mondo, decisamente più decadente: è un mondo pieno di soldi, talento, desiderio. Quando tutti questi elementi si trovano a coesistere, nasce anche la corruzione. È un mondo pieno di chiaroscuri.

Ci porti anche in Serbia, con "Domina": è un paese dalla storia molto difficile, e forse non troppo conosciuta.
Che ricerche hai fatto per poterla inserire nel romanzo?
Ci sono andata di persona! Ho scelto la Serbia per un motivo: uno dei temi di "Domina" è il traffico illegale di arte ed arti, e quello della Serbia è un mercato forte, anche per la sua vicinanza all'Europa.
Inoltre, nei Balcani c'è una scena artistica molto interessante e vivace.
Considerato che hai anche viaggiato per prepararti, quanto tempo ha richiesto la stesura di "Domina"?
La prima idea per ciò che sarebbe accaduto in questo libro mi è venuta scrivendo il precedente, ma sapevo di dover approfondire qualche argomento.
L'ho scritto in due parti, e per ognuna ho avuto bisogno di tre mesi, più o meno.
Siamo al secondo volume della trilogia: sai già come finirà la storia di Judith?
Certo che sì, l'ho anche già scritta!
Anche se, così come è successo con i due romanzi precedenti, so che in corso di revisione potrebbero cambiare molte cose.
Diciamo che so cosa voglio che succeda...

Il tempo non era il massimo, ma lei era splendida lo stesso :)
Nei tuoi romanzi alla moda spetta un ruolo importante. 
La mia impressione è stata - ma corregimi se sbaglio - è che il modo in cui ci presenti la tua protagonista, anche per quanto riguarda l'abbigliamento, serva a rappresentare il suo stato d'animo e la sua posizione nella storia.
Esatto! Sono davvero felice che tu l'abbia colto!
Sono arrivate molte critiche, in cui Judith veniva definita "superficiale", o troppo fissata con la moda.
Invece credo che per le donne la moda sia un modo di esprimere dove sono, sia fisicamente che psicologicamnte.
All'inizio, per esempio, Judith crede di avere buongusto, ma è in realtà un po' volgare, e cambiare il suo look è un'espressione del cambiamento di Judith nel corso della storia.
Volevo anche raccontare il piacere della moda, e il fatto che come tutti i piaceri è sì una cosa seria ma anche una forma di gioco.
Noi donne possiamo giocare a "Chi sono oggi?" ogni volta che apriamo l'armadio.
Quando ero un'adolescente ho conosciuto il mondo della moda attraverso "Vogue": ne arrivava una copia sola al mese dal tabaccaio, e leggendone le pagine dall'inizio alla fine avevo modo di essere trasportata altrove, di sapere che esistevano perona dalla vita così affascinante e vestiti così belli.
Vedremo questa evoluzione del look di Judith anche in "Domina"?
Certo! Se "Maestra" aveva avuto un finale, a suo modo, positivo per Judith - l'avevamo lasciata ricca, ben vestita e con una sua galleria d'arte - con Domina" ho voluto toglierle tutto: i soldi, la fiducia in se stessa, il desiderio, anche.
E le ho tolto i vestiti: Judith si trova a muoversi con solo ciò che entra in una piccola valigia, abiti che si rovinano e la stancano sempre più.
Deve improvvisare e chiedere in prestito: volevo portarla via dal suo armadio, e vedere cosa sarebbe successo.
Judith desiderava ricominciare e lasciarsi alle spalle il passato.
L'avevamo lasciata vestita di blu, il colore della tranquillità, e ora viene risucchiata di nuovo in un vortice di oscurità.
Purtroppo il nero torna. Judith ha provato a reinventarsi, ma non le riesce del tutto.

Riesci a descriverci con qualche aggettivo la Judith di "Maestra" e quella di "Domina"?
In "Maestra" Judith era ambiziosa, senza scrupoli e avida. In "Domina" è smarrita, spaventata e, in fondo, anche buffa.
Per fortuna hai aggiunto quel terzo aggettivo: iniziava a sembrare l'inizio di un film dell'orrore.
In effetti "Domina" è un libro curioso, perchè è molto più nero ma anche molto più divertente.
Troveremo anche del black humour?
Tantissimo!

Quando è uscito "Maestra" hai raccontato di essere immersa nello studio della figura e delle opere di Caravaggio. A un anno di distanza, di chi ti stai occupando?
Paul Gauguin.
Opera preferita?
Difficile da dire! Ai quadri esotici, credo di amare molto il suo periodo francese.
Lì, per me, si trova l'autenticità.
Paul Gauguin è l'artista al centro del terzo romanzo, inoltre.
Credit: Luca Del Pia
Courtesy of Bauer Venezia
Outfit: Maria Grachvogel
Grazie a Longanesi e a Lisa Hilton per questa incredibile opportunità, e per i piccoli indizi su ciò che ci aspetta nel terzo volume della trilogia! Sono molto curiosa di vedere come andrà a finire ;)
Infine, vi segnalo un appuntamento tutto italiano con l'autrice: Lisa Hilton presenterà il libro Domenica 18 Giugno alle 20 in Piazza Pola a Ragusa Ibla. Non mancate!

Un bacio a tutte, fanciulle (e fanciulli)!
A presto <3

mercoledì 7 dicembre 2016

Chiacchierata con Donato Carrisi su "Il maestro delle ombre", Internet e... altro ancora!

Buon pomeriggio a tutte, fanciulle (e fanciulli)!
Dicembre non ha portato solo i calendari dell'avvento e il panettone, ma ha anche fatto sì che in libreria arrivasse "Il maestro delle ombre" di Donato Carrisi, edito Longanesi (rilegato a 18,80€):
Una tempesta senza precedenti si abbatte sulla capitale con ferocia inaudita. 
Quando un fulmine colpisce una delle centrali elettriche, alle autorità non resta che imporre un blackout totale di ventiquattro ore, per riparare l’avaria.
Le ombre tornano a invadere Roma. Sono passati cinque secoli dalla misteriosa bolla di papa Leone X secondo cui la città non avrebbe «mai mai mai» dovuto rimanere al buio.
Nel caos e nel panico che segue, un’ombra più scura di ogni altra si muove silenziosa per la città lasciando una scia di morti… e di indizi.
Tracce che soltanto Marcus, cacciatore del buio addestrato a riconoscere le anomalie sulle scene del crimine, può interpretare. Perché Marcus è sì un prete, ma appartiene a uno degli ordini più antichi e segreti della Chiesa: la Santa Penitenzieria Apostolica, conosciuta anche come il tribunale delle anime. Ma il penitenziere ha perso la sua arma più preziosa: la memoria. Non ricorda nulla dei suoi ultimi giorni, e questo dà un enorme vantaggio all’assassino.
Soltanto Sandra Vega, ex fotorilevatrice della Scientifica, può aiutarlo nella sua caccia. Sandra è l’unica a conoscere il segreto di Marcus, ma ha sofferto troppe perdite nella sua vita per riuscire ad affrontare nuovamente il male. Eppure, qualcosa la costringe a essere coinvolta suo malgrado in questa indagine...
Ma il tramonto è sempre più vicino, e il buio è un confine oltre il quale resta soltanto l’abisso.

Donato Carrisi mi ha conquistata con "Il suggeritore" e piano piano sto recuperando tutti i suoi lavori, quindi è stata una splendida opportunità quella non solo di leggere il romanzo con qualche giorno di anticipo ma anche di intervistare l'autore prima della sua presentazione a Milano:
Ecco cosa ci ha raccontato l'autore davanti a un aperitivo (che non poteva non essere un Campari, vista la splendida location)!

Il tema principale del libro è la mancanza di luce e di energia, con il mondo che sprofonda nel buio. Lei è tecnologicamente dipendente? Questa storia l'ha immaginata per una sua ossessione personale o per qualche altra motivazione?
Ci sono diversi episodi che mi hanno portato a pensare a questa storia. Io sono connesso come ormai lo siamo tutti, anche se non riconosciamo quasi più la nostra dipendenza. Solo quando determinate tecnologie ci vengono a mancare ci accorgiamo del ruolo che esse hanno nella nostra vita.
Una volta sono rimasto bloccato in galleria, su un Eurostar tra Firenze e Bologna, e ho notato  una cosa: con l'assenza totale di segnale, improvvisamente è scoppiato un panico strano. Ho assistito a una vera trasformazione delle persone presenti, e ho cominciato a pensare a cose a cui normalmente non avrei mai pensato: per esempio, il mio telefonino in quel momento poteva diventare una torcia, così mi sono chiesto quanta carica avesse nel caso in cui fossi stato costretto a uscire dal treno per un'emergenza (accade a un personaggio di "Il maestro delle ombre", ndr).
E in fondo, com'era la società prima dell'avvento dell'elettricità? Fino alla fine dell'Ottocento, ad esempio, la gente leggeva solo di giorno, contrariamente a quello che si pensa, perché la luce delle candele era del tutto insufficiente per leggere. Al tramonto il mondo si fermava completamente, in attesa che sorgesse di nuovo il sole. Noi non siamo più abituati a vedere i luoghi in cui viviamo al buio.

In un punto del romanzo si parla del perdono, perché un personaggio, Erriaga, rimpiange i tempi della Santa Inquisizione, quando i peccatori venivano puniti severamente e fisicamente per le loro malefatte. Ai giorni nostri vengono invece commessi crimini per i quali non c'è più la certezza della pena, ma anzi, in qualche modo, una forma di giustificazione di atti criminosi.
Il rimpianto si riferisce a questo?
In realtà questo tipo di giustizia approssimativa c'è sempre stato. Non ci sono né la certezza della pena, né una condanna assoluta. Non potendo tornare indietro nel tempo e non avendo assistito ai fatti, la giustizia rimane per forza incompleta, ma è di quella che ci dobbiamo accontentare. Erriaga è un personaggio sempre sferzante, anche perché è il primo dei peccatori.

Rispetto ai romanzi precedenti di questa trilogia, c'è stata un'evoluzione, per cui la vicenda viene considerata più internazionale, non circoscritta alla sola visione di Roma.
Le critiche ricevute hanno influito su questo mutamento?
All'estero, i libri ambientati a Roma creano molta curiosità, tanto che vengono addirittura a fare dei giri turistici sui luoghi dei romanzi, un paio li ho guidato anch'io. In Italia, invece, mi dicono che i miei libri ambientati a Roma sembrano scritti da uno straniero.
Io cerco di creare l'illusione di descrivere tutto con uno sguardo esterno, senza accenti. Quando devo scrivere di Roma, io scappo dalla città, perché solo sentire il portiere che mi apostrofa in romanesco mi disturba.
La mia non è la Roma di Rugantino, ma è pur sempre la città vista dai turisti. Io non parlo delle periferie perché le trovo poco affascinanti, anche quelle pasoliniane, e del resto non si adattano al mio tipo di racconto. Dovendo scrivere un thriller mi approprio dell'"ombra" della città, quella che si trova anche a Firenze o a Venezia, e che deriva dal passato. A Milano l'"ombra" non c'è, qui funziona molto meglio l'ambientazione di un poliziesco, come anche a Napoli. A Milano si ambientano meglio i gialli dei noir, è anche una città che bisogna conoscere bene per scriverne.

Negli ultimi anni i problemi di Roma sono sempre stati in primo piano nei media, che hanno insistito molto sulla decandenza della città.
Quanto dell'attualità ha influito sulla sua idea di creare una situazione catastrofica per questa città?
Non a caso, nel romanzo non parlo mai del sindaco. Se si fosse trattato di una città americana, come ad esempio New York, il sindaco avrebbe preso in mano la situazione, facendo dichiarazioni alla tv e tutto il resto, ma voi ce li vedete Marino, Alemanno, la Raggi in una situazione del genere?
Sarebbero risultati ben poco credibili, e avrebbero ammosciato il romanzo. La politica, in generale, ammoscia, e per me è meglio toglierla dai romanzi.
Roma, in realtà, è sempre stata così, fa parte della sua magia l'essere decadente, sporca, caotica. Anche al tempo degli antichi romani era così. E poi molti dimenticano il paradosso per cui Roma è un museo, in cui abitano sei milioni di persone, un'assurdità se ci pensate. Forse bisognerebbe recintarla e far pagare un biglietto per entrare, come farei io con Venezia.
Il centro storico di Roma, tra l'altro, ha ancora meno abitanti di Venezia.

Penso che il processo di scrittura sia sempre diverso per ogni autore e per ogni genere. Lei è una di quelle persone con delle precise abitudini, a cui tiene molto, oppure segue di più l'ispirazione? Quanto lavoro di ricerca c'è dietro ogni romanzo prima di iniziare concretamente a scriverlo?    
Tantissimo lavoro, all'incirca un anno per ogni romanzo. In particolare per questo c'è stata una ricerca pazzesca, per quasi due anni. Ho dovuto consultare una serie di esperti per rendere verosimile il tutto: non puoi distruggere semplicemente Roma se non sai come farlo... Ho creato questo piano diabolico servendomi di una serie di consulenze, facendo ogni volta a ingegneri o archeologi la domanda "Tu come distruggeresti Roma", che poi loro, in realtà, sono persone chiamate a preservare il patrimonio della città, mentre io ponevo il quesito su come fare l'opposto. Che poi basterebbe davvero pochissimo: noi non ce ne accorgiamo, ma la natura umana è profondamente distruttiva.
Dopo il percorso di conoscenza, la scrittura mi ha riservato, come sempre, delle sorprese incredibili. Questo romanzo l'ho scritto in maniera indisciplinata: scrivevo, mi alzavo, interpretavo quello che stavo scrivendo, tornavo a scrivere, tanto che a fine giornata mi facevano male le gambe. Non so perché mi sono comportato così, ma forse perché è un libro più cinematografico dei precedenti. Il "Corriere della sera" l'ha già etichettato come kolossal...
Forse ero preso anche dalla paura di scrivere e mi sentivo troppo coinvolto.
L'uscita di ogni suo romanzo genera sempre una grandissima aspettativa da parte dei fan. Quanto di quest'aspettativa influisce sulla scrittura e sulla ricerca di nuove idee? Immagino che quando esce un nuovo libro lei sia già proiettato sull'idea successiva, perciò volevo sapere: come si lavora sotto pressione?
Parto da una considerazione: io scrivo i miei libri come un lettore, nel senso che scrivo le storie che mi piacerebbe leggere. Non mi definisco uno scrittore, mi piace dire che sono un narratore, quindi provo anche un certo gusto nel raccontare queste storie. La pressione in realtà la metto a me stesso: quella parte di me che legge i libri mette pressione alla parte che li scrive. La pressione del pubblico è un grande vantaggio, perché ti porta sempre ad alzare l'asticella e a pretendere di più da te stesso. L'importante è poi il confronto con il pubblico dei lettori: questo lo ritengo fondamentale.
Anne Enright ha detto che uno scrittore, per giudicare valido il suo lavoro, dovrebbe chiedersi: "Ma se io avessi solo dieci settimane di vita, vorrei leggere questo libro?"
Se la risposta è no, allora bisogna cambiare qualcosa. Lei è d'accordo?
Non tanto, perché forse, se avessi dieci settimane di vita, non mi dedicherei alla lettura.
La lettura, secondo me, ti offre la possibilità di viaggiare quando non puoi farlo, ma le ultime dieci settimane le dedicherei alla "mia" vita, alle persone. I libri farebbero parte della vita precedente. C'è anche chi rimanda sempre la lettura dei libri, mentre io non lo faccio mai.
Essendo un lettore famelico, quando acquisto un libro lo devo divorare immediatamente, non lascio mai letture in sospeso.

Visto che poco fa ha detto che questo libro ha un respiro cinematografico, sarebbe favorevole alla trasposizione sullo schermo di questo, o di altri suoi romanzi, oppure preferirebbe il format televisivo?
Io ho costituito una società di produzione che si chiama Gavila e si occuperà proprio di questo, di televisione e cinema. Da marzo andrò sul set del mio primo film come regista, tratto da "La ragazza nella nebbia" che è il romanzo dell'anno scorso, con Toni Servillo, Alessio Boni e Diego Abatantuono. Sarà un thriller internazionale ed è già stato venduto all'estero.
La trilogia di cui fa parte "Il maestro delle ombre" diventerà invece una serie televisiva internazionale, scritta in inglese perchè ormai è inevitabile, e probabilmente anche "Il suggeritore". Però il destino delle mie storie è sempre quello, perché io nasco come sceneggiatore.
Sono un narratore, più che uno scrittore, perché scrivo per immagini, devo suscitare un'emozione. Non sono interessato al compiacimento letterario, o che l'autore appaia nella storia. I miei sono tutto fuorché romanzi "d'autore".
Scrivere thriller, in realtà, è un lavoro di sottrazione: tu metti delle tracce nella scrittura, poi tutto si crea nella mente del lettore. Capita che dei lettori vengano a raccontarmi dei risvolti di scene dei romanzi che io non ho mai scritto: io suscito, evoco un'immagine ma non la scrivo.
I libri che funzionano di più sono quelli che continuano anche dopo l'ultima pagina, quelli su cui si continua a speculare. Non è necessario che abbiano un messaggio, però rimangono impressi nella fantasia. Non è indispensabile ricordare tutta la storia, perché se uno si è divertito durante il viaggio può anche accantonare quel ricordo, l'importante è che il libro lasci un residuo, una scoria. E poi sarà quella scoria a riportare il lettore in una libreria. Il momento in cui io mi gaso maggiormente è quando i librai mi dicono "il tuo lettore è tornato in libreria e mi ha chiesto un libro simile", non necessariamente un mio libro, perché non vuole perdere quel tipo di emozione.
Questo non rende più difficile la trasposizione cinematografica?
Leggendo un romanzo, il lettore si crea una sua immagine dei personaggi, che non necessariamente corrisponderà con le scelte del regista, così che, a volte, un lettore che ha amato molto un libro rimane deluso dal film, che non ha soddisfatto le sue aspettative.
Penso che costruire un libro partendo dalla sceneggiatura sia molto importante. Il lettore si sente tradito se il film cambia la storia rispetto al libro. Vi siete mai chiesti perché "Il collezionista di ossa", grande successo cinematografico, non ha mai avuto un seguito? Molto probabilmente, perché l'attore scelto non corrispondeva all'immagine del personaggio che ci si fa leggendo il libro, oltre al fatto che hanno cambiato il finale.
Ecco perché dirigerò io il film tratto dal mio libro: perché non voglio modificare nulla della storia.
Un attore era interessato a una parte, ma voleva che la modificassi perché secondo lui il personaggio era troppo cattivo, e io l'ho scartato. Ho cambiato l'attore, ma non la storia.

Leggendo il libro mi sono venuti in mente un paio di vecchi film come "È in arrivo il giudizio universale" di Vittorio de Sica, che registra l'aspettativa delle persone per l'evento che arriverà, ma anche "La notte del giudizio", in cui nella notte mancano le regole e chiunque può fare qualsiasi cosa. Il reato è visto quasi come un atto di purificazione.
Nel romanzo intendevi dare questo significato di catarsi?
Di che colore è Internet secondo voi? Se dite che non ha colore, resta l'assenza di colore, che è il buio. Non siamo forse immersi in una perenne notte, in cui chiunque dica qualcosa su Internet rimane impunito, e può scatenare qualsiasi cosa? Se togliamo la barriera tecnologica, che cosa c'impedisce di scendere per strada e far fuori il primo che passa? Se cediamo all'anarchia, chiunque lo può fare.
Il personaggio del poliziotto Vitali fa qualcosa del genere, nel romanzo, e la cosa ci lascia perplessi, ma noi, in realtà, facciamo questo ogni giorno in rete. Anche quando abbiamo intenti di denuncia, non ci rendiamo conto dei danni che possiamo provocare agli altri.
Internet va sicuramente regolamentato, perché non possiamo permetterci di vivere nell'anarchia. Il buio in cui stiamo vivendo è proprio questo. Il blackout di Roma che racconto nel romanzo è credibile perché ormai ci siamo dentro anche noi tutti i giorni, e siamo tutti vulnerabili: pensate che se uno di voi domani mi scrive una recensione negativa e io decido di contestarla, posso scatenargli contro tutti i miei lettori, in una lotta impari. Non ci sono regole, ma una regola etica ci deve essere, e ce la dobbiamo imporre tutti quanti, perché il mondo non può finire in balia del buio. C'è fin troppa gente pronta a imbracciare le armi e a farsi giustizia da sè, perdendo tutti i freni inibitori.
Grazie a Longanesi per l'incredibile opportunità di incontrare Donato Carrisi e di parlare del suo nuovo, bellissimo romanzo (consigliatissimo!) insieme a "Contorni di Noir" e "Sul Romanzo".

Un bacio a tutte, fanciulle (e fanciulli)!
A presto <3