Il suo nuovo romanzo Segreti e ipocrisie (Sperling & Kupfer) si appresta a scalare le classifiche: abbiamo incontrato Sveva Casati Modignani a Milano, e ci ha raccontato qualcosa di più sulla genesi del suo ultimo libro, secondo di una serie che prevede altri due volumi.
Segreti e ipocrisie inizia dal finale di Festa di famiglia, e questa è la prima volta che lei scrive un seguito di un suo romanzo. Come è successo?
È nato per caso. Io alterno da anni un romanzo più corposo a una storia più breve. Quando ho iniziato la storia delle quattro amiche a un certo punto mi sono accorta che dovevo chiuderla, ma ne veniva fuori solo la storia di una delle quattro, Andreina. E le altre? E le questioni rimaste aperte? Inevitabilmente è nato un seguito, e ce ne saranno anche un terzo e un quarto, uno per ogni protagonista. Ma non era un’operazione voluta, è arrivata per caso.
Pensando a tutte le donne che lei ha raccontato nel corso della sua lunga carriera, mi chiedevo: come si fa a raccontare ogni volta donne così diverse? È vero che la natura femminile ha infinite sfaccettature, però è anche vero che ogni autore magari mette qualcosa di sé nei personaggi, e aumenta anche il rischio di ripetersi. Come nascono quindi le sue donne?
Non lo so. Io adesso sto molto con i giovani - perché le donne della mia età mi rattristano - e ascolto le loro storie, i loro linguaggi. Osservo il loro modo di vivere e di comportarsi di fronte ai problemi della vita, al lavoro, alle relazioni sentimentali e parentali. Se devo fare un confronto tra la mia biografia, che è quella di una donna cresciuta ancora secondo schemi ottocenteschi e vittoriani, e le donne di oggi, provo tanta invidia: beate loro, che vivono molto meglio! Qui, in particolare, volevo raccontare com’è importante l’amicizia tra donne, perché io sono cresciuta in un tipo di civiltà che desiderava tenere le distanze tra le donne rendendole aggressive tra loro, quindi nessuna fiducia nella donna ma piuttosto negli uomini. Le donne erano percepite come inferiori, quindi loro stesse si fidavano più degli uomini che delle altre donne: si andava da un medico maschio, si votava un candidato politico maschio. Quand’ero giovane non c’erano quasi donne in parlamento.
Invece di mettersi le dita negli occhi, le donne dovrebbero imparare a fare squadra come gli uomini, perché la squadra ti rafforza. L’idea di partenza era la solidarietà, con quattro caratteri diversi che sono nati dalle storie che ascolto dalle mie nipoti e dalle loro amiche.
Perché le donne fanno ancora fatica ad instaurare dei rapporti d’amicizia sinceri?
Ci sono tante gelosie e invidie, soprattutto negli ambienti lavorativi. Se invece le donne si coalizzassero ne avrebbero tutte dei grandi vantaggi. Bisogna imparare a fare squadra!
L’invidia è un sentimento costruttivo se sai usarlo bene, ma paghiamo il conto di un’educazione tramandata dai secoli per mettere le donne una contro l’altra.
Negli anni si è affezionata a un personaggio che ha creato più che ad altri?
No: li amo finché li racconto, ma quando la storia finisce ci diciamo addio e io parto per un’altra avventura.
Mi ha incuriosito il titolo, e volevo sapere perché è stato scelto proprio per questo romanzo. Segreti e ipocrisie in fondo sono dei temi costanti nei suoi romanzi, perciò avrebbero potuto chiamarsi così anche altri usciti in precedenza.
Qui più che mai c’è la volontà di nascondere delle verità che alla fine sarebbero normali, banali. La moglie che tradisce il marito e viceversa non è una novità per nessuno, però la famiglia in questione ha una rispettabilità da ostentare ed è ancorata al perbenismo imperante. Maria Sole e suo fratello Filippo crescono in una famiglia che è piena di ombre, di segreti, di cose non dette. Il perbenismo impedisce di accettare la diversità del marito di Maria Sole, che madre e suocera non arrivano a comprendere. Per loro è un sacrilegio ammettere l’esistenza dell’omosessualità, che non è una malattia ma una condizione normale come l’eterosessualità.
Le protagoniste vengono da quattro mondi, età e livelli sociali diversi, però ad un certo punto si ritrovano più o meno nella stessa condizione sociale e lavorativa. C’è davvero tra le donne una volontà di coltivare amicizie che uniscano età diverse?
Non sono poi così diverse, perché una donna di trent’anni e una di quarantaquattro oggi sono quasi coetanee. A una certa età le differenze non sono più così rilevanti. Unendosi si rafforzano, spalleggiandosi ma anche criticandosi. L’amicizia tra donne è bella, quando è vera. Gli uomini sono molto più grezzi e superficiali, danno per scontato che ci sia un’amicizia anche con persone che conoscono poco, le donne pretendono qualcosa di più profondo.
Tutte le sue protagoniste, oppure le loro madri, partono da un ceto sociale non altissimo e poi, con la voglia di fare e con la tenacia raggiungono grandi obiettivi. Però è anche vero che hanno quasi sempre la fortuna di incappare in qualche principe azzurro: è una forma di incoraggiamento?
Certo, potrei anche raccontare la storia di un uomo e una donna nati nella ricchezza e poi caduti in miseria, ma poi m’intristisco: io devo vivere per mesi in compagnia dei miei personaggi e devo tenermi su il morale.
Lei scrive e pubblica dagli anni Ottanta. Come crede che sia cambiato il suo modo di scrivere da allora ad oggi? È cambiato qualcosa da quando scriveva con suo marito?
La modalità è sempre la stessa. Io racconto i personaggi come sono oggi e poi torno indietro a raccontare da dove vengono, com’è stata la loro storia. Anche in principio ero solo io a scrivere, mio marito si limitava a criticare e a suggerire modifiche. Da quando non c’è più lui ho comunque la mia editor, Donatella Barbieri, con cui lavoro da tanti anni ed è lei a darmi suggerimenti. Chi scrive ha bisogno di qualcuno che legga, giudichi e suggerisca, anche se ci sono autori che rifiutano i consigli degli editor pensando di essere bravissimi in prima persona. Io penso che si facciano del male.
Nel libro viene citato un romanzo di Rosa Teruzzi, che tra l’altro ha dato il nome Cairati alle sue protagoniste. In generale, che cosa legge?
Con Rosa Teruzzi siamo amiche e ci facciamo questi piccoli scherzi.
Io sono onnivora: io leggo di tutto, ma in prevalenza gialli, polizieschi. Camilleri è morto lasciandomi nel dolore perché adesso so che ci sarà ancora solo un libro che chiuderà la saga di Montalbano. Mi è mancato tantissimo anche Simenon.
I polizieschi sono i libri che mi fanno rilassare la sera prima di dormire, anche se può sembrare paradossale rilassarsi leggendo di omicidi. Non ho amato troppo il commissario Ricciardi di De Giovanni, mentre mi piace molto la serie dei Bastardi di Pizzofalcone.
Grazie a Sperling & Kupfer e a Sveva Casati Modignani per quest'incontro.
Segreti e ipocrisie di Sveva Casati Modignani (Sperling & Kupfer) è in libreria, al prezzo di copertina di 15,90€.
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lunedì 30 settembre 2019
martedì 4 ottobre 2016
"Dieci e lode" di Sveva Casati Modignani (e un tè con l'autrice)
Buongiorno a tutte, fanciulle (e fanciulli)!
La chiacchiera librosa di oggi è dedicata a "Dieci e lode" di Sveva Casati Modignani, edito da Sperling & Kupfer (rilegato a 19,90€):
Passiamo tanto tempo a inseguire sogni che ci sfuggono di mano, una felicità che non si lascia catturare. E poi capita che il meglio della vita si sveli in un attimo, magari nella magia di un incontro inatteso. Come quello tra Lorenzo e Fiamma, sorpresi da un amore che nemmeno loro, forse, credevano più possibile. Lorenzo Perego, uomo di grande fascino e cultura, insegna geografia economica in una scuola professionale di Milano. Avrebbe potuto scegliere un istituto più prestigioso, ma l'insegnamento è la sua passione e aiutare i ragazzi di talento in una realtà difficile e spesso desolante è una sfida che lo entusiasma e lo arricchisce. Non ha una famiglia tutta sua, ma, come ama ripetere, i suoi studenti sono come figli. Fiamma Morino ha poco più di quarant'anni, è madre di due bambine che adora, frutto di un matrimonio sbagliato, e direttore editoriale di una piccola e florida casa editrice che lei stessa ha fondato insieme al suo più grande amico, purtroppo venuto a mancare. Ora che la casa editrice sta per subire un drastico cambiamento di gestione, che Fiamma non condivide, è disposta a tutto pur di difenderla e di continuare a garantire la cura e l'amore con cui da sempre si dedica ai suoi autori. Lorenzo e Fiamma: il professore e la donna dei libri. Attraverso la loro esperienza, vediamo uno spaccato dell'Italia di oggi, quella della crisi della scuola e dell'economia, ma anche quella fatta di persone intraprendenti, pronte a rimboccarsi le maniche e decise a non arrendersi. Ripercorrendo le vite di entrambi, che il destino intreccerà servendosi proprio di un libro, scopriamo un amore capace di ripagarli di tante esperienze difficili e guarire le loro ferite. Finché anche Lorenzo e Fiamma potranno sfiorare con dita leggere la felicità che meritano.
Metti un pomeriggio da Open, una tazza di tè, tante blogger chiacchierone e Sveva Casati Modignani.
Metti un romanzo, "Dieci e lode", che parla di insegnamento ed editoria nell'Italia di oggi, ovviamente senza trascurare una splendida storia d'amore.
Impossibile non appassionarsi a Lorenzo e Fiamma, soprattutto quando a raccontarti il loro amore è proprio l'autrice.
Di Sveva Casati Modignani avevo avuto modo di leggere "La vigna di Angelica", e mi era piaciuto molto. Ho iniziato a leggere "Dieci e lode" reduce da una chiacchierata stimolante con l'autrice sulla scuola, la scrittura e l'amore, e mi ha catturata fin dalle prime pagine.
Non voglio dirvi altro della storia perchè la trama è esaustiva e perchè farei inevitabilmente spoiler, ma questo non mi impedisce di parlare dei tanti aspetti del libro che mi hanno colpita.
In particolar modo, a conquistarmi è stato il personaggio di Lorenzo, quello che l'autrice stessa non esita a definire il suo «personaggio maschile meglio riuscito».
Lorenzo è l'insegnante che tutti vorremmo incontrare nel nostro cammino scolastico: brillante, appassionato, pieno di idee e capace di stilomare fantasia e desiderio di imparare anche negli allievi più reticenti. Come Andrea Donnarumma, che mi è subito entrato nel cuore (all'inizio vi sembrerà insopportabile, ma resistete e scoprirete perchè io credo di essermene innamorata).
La vita privata di Lorenzo non è stata costellata solo di momenti di luce, ma non è stata neanche piena di dolore: è un uomo equilibrato e pieno di entusiasmo, capace di reinventare se stesso ogni giorno pur di offrire ai suoi allievi una possibilità di ambire a qualcosa di più.
Non è facile vivere in una periferia disagiata, in famiglie disastrate e frequentando una scuola che non sembra offrire molti sbocchi, ma Lorenzo c'è e sa come fare la differenza.
Davvero uno splendido personaggio, promosso a pieni voti.
E poi c'è Fiamma, quarant'anni, che ha realizzato quello che è anche il mio "grande" sogno: fondare una sua casa editrice.
Lo ha fatto con Alberto Dugnani diciotto anni fa, quando lui era un editore capace e lei una ragazza di 22 anni piena di voglia di imparare.
Dopo l'incidente che ha strappato Alberto a lei e alla madre Bianca troppo presto, le due donne hanno portato avanti il suo progetto, e la casa editrice Il Meleto è la sua grande fonte di gioia.
Fino a quando Bianca non decide di venderla a un grosso gruppo editoriale, tagliandola fuori dalla sua decisione e disorientandola.
Leggere questo romanzo proprio ora, in un momento di grandi acquisizioni e cessioni nel nostro panorama editioriale, rende impossibile non percepire nelle parole di Fiamma le preoccupazioni e le paure che in molti stanno provando sulla loro pelle.
Sia nel momento in cui affronta il mondo della scuola, sia nel momento in cui si addentra nei meccanismi che regolano la realtà editoriale, Sveva Casati Modignani si dimostra molto attenta al presente a ciò che succede proprio ora, fuori dalle nostre case, e questo rende il romanzo profondamente vero.
Se guardate con attenzione attorno a voi, di sicuro vi accorgerete di consocere un Lorenzo, e probabilmente anche una Fiamma, e questo è sicuramente uno dei punti di forza del romanzo: raccontare la storia di personaggi ben sfaccettati, che potremmo incontrare al bar domattina mentre aspettiamo di bere al volo il solito caffè.
È un romanzo che si legge con piacere, soprattutto accompagnato da una tazza di tè, e così è stata anche la nostra chiacchierata con l'autrice.
Vorrei riportarvene una parte, perchè trovo che partendo da quella che, di fatto, è anche una splendida storia d'amore, siano emersi spunti molto interessanti che vanno al di là del mero romanticismo.
Lei per un po’ di tempo ha scritto in coppia con suo marito, poi ha continuato a scrivere da sola. Com’è avvenuto questo passaggio? Cos’è cambiato nel suo modo di scrivere?
Le dirò che in una configurazione a due, dove uno è una donna, chi lavora è la donna, e questo accade sempre. Con mio marito in realtà ne abbiamo scritti solo tre, perché poi lui si è ammalato: la sua malattia è durata a lungo, finché dodici anni fa se n’è andato.
Fin dall’inizio io scrivevo i libri, lui criticava molto, ma positivamente, e questo mi era di grande aiuto. Insieme abbiamo scritto Anna dagli occhi verdi, Il barone e Saulina, quando già lui iniziava a non stare bene. A partire da Le stelle cadenti ho lavorato da sola, e ho sempre continuato così. All’inizio, quando ci chiedevano qualcosa, mio marito rispondeva “Mia moglie scrive dall’inizio, io dalla fine e c’incontriamo a metà strada”. Però esisteva una leggenda, che ho scoperto solo quando mio marito è morto, per cui fosse lui a scrivere, anche se io pubblico senza di lui da decenni … Anche tra Fruttero e Lucentini, del resto, era il secondo a scrivere, mentre il primo correggeva.
Come ha iniziato a scrivere? Cosa l’ha spinta a scrivere i primi libri?
Volevo scrivere fin da bambina, e per la verità lo facevo, anche se non mi andava mai bene quello che scrivevo. Però era lì che volevo arrivare, e una quarantina d’anni fa mi sono decisa a provare: così è nato il primo romanzo.
Quando scrive le sue storie si basa su un canovaccio? Inizia avendo già le idee molto chiare, o no?
Quando inizio materialmente a scrivere l’atto è bellissimo, perché ho già tutta la storia in testa, ho fatto il lavoro di ricerca e individuato i protagonisti, mentre i personaggi di contorno possono nascere dopo, mentre scrivo. Impiego circa sei mesi a scrivere, ma la ricerca preliminare che faccio mi rimane tutta in testa, non prendo appunti e non scrivo scalette.
Nei suoi libri la descrizione dei personaggi è però sempre molto viva e realistica, anche se lei ha appena detto che non costruisce nulla prima.
Inizio a scrivere quando li ho già ben chiari nella mia testa: se non li conosco prima, come faccio a scriverne la storia? Io ho una mente visiva: so come si muovono, conosco le loro caratteristiche, mi coinvolgono. Sono loro che si fanno raccontare, e a un certo punto prendono il sopravvento. Quando mi capita di fermarmi e di non riuscire ad andare avanti, torno a rileggere quello che ho scritto e mi rendo conto di aver attribuito a un personaggio qualcosa che non andava bene, di avergli fatto fare qualcosa di sbagliato e di dover cambiare strada.
Quant’è difficile lasciare andare i suoi personaggi dopo la parola fine?
Gli addii sono sempre tristi, e per molti giorni io sono in depressione, ma poi, a un certo punto, mi dico che quella storia è chiusa, e che devo andare a incontrare altri personaggi.
Adesso, per esempio, sono già partita con un’altra idea: questa volta vorrei affrontare il mondo operaio e dei sindacati. Sono andata a Gabicce, l’agosto scorso, e ho incontrato Maurizio Landini, che è un personaggio notevole. È bruttino, ma dopo cinque minuti che lo ascolti ne rimani affascinata. È di una onestà, semplicità e schiettezza travolgenti. Succedono cose incredibili, nel mondo dei sindacati, e io voglio creare il personaggio di un sindacalista.
Devo parlarne anche con Cofferati. L’era moderna è finita e adesso la tecnologia cambia tutto il mondo del lavoro, che è in rivoluzione continua. E vi sembra che io possa ignorare un tema così affascinante? Non conosco quasi niente di queste cose, ma m’informo e cerco di tradurle in maniera accessibile, così che tutti possano capire quel poco che ho capito io.
Parlando di tecnologia, il suo modo di scrivere è cambiato fisicamente nel corso degli anni? Oggi scrive al computer?
No, uso ancora la macchina da scrivere.
Come si fa a restare sempre capaci di trovare lo spunto per storie nuove in così tanti anni, a reinventarsi ogni volta riuscendo sia a non annoiare il lettore, sia a non annoiare se stessi?
È una bella domanda, per la quale però non ho una risposta. Io mi guardo intorno, vedo il mondo in cui ci muoviamo. Un anno fa, quando ho iniziato a lavorare a questo romanzo, sentivo parlare dei problemi della scuola – ho due nipoti che vanno a scuola e questi problemi me li servono su un piatto d’argento - e ho pensato che valesse la pena raccontare un po’ questo mondo. Tutto nasce da quello che vedo, dalla realtà.
Io vado al supermercato col mio carrello, salgo sui mezzi pubblici, prendo un taxi quando voglio scialare, vivo nel contesto della mia città. Preferisco stare con i giovani che con le mie amiche carampane, con cui mi annoio… Ascolto i problemi che tirano fuori i ragazzi, e poi sono curiosa: quando sento qualcosa che mi stimola, provo a scavare un po’, e se la cosa mi sembra davvero interessante approfondisco la ricerca e ci costruisco intorno una storia.
Non ha mai pensato di cambiare genere, di scrivere qualcosa di completamente diverso?
Io non ho mai pensato di scrivere seguendo un “genere”: io scrivo delle storie. Credo che chi scrive abbia in mente delle cose che gli piacciono, e a me piacciono le storie della gente. Non saprei costruire un giallo, ma mi piace andare a scavare nel vissuto di ogni protagonista, perché il solo modo che ho per amare un personaggio è sapere davvero chi è, da dove viene, che tipo di educazione ha ricevuto, che famiglia ha avuto, che esperienze ha vissuto.
Io sono curiosa di storie che riguardano gli individui che mi stanno intorno.
Come ci si sente a essere una scrittrice tanto affermata in un paese che legge così poco?
Più che una scrittrice affermata, ho la presunzione di credere di essere un’autrice amata.
In un paese che non legge, provo spesso la gioia di sentirmi dire “Sveva, io non leggevo, poi un giorno ho letto un suo libro e adesso non solo leggo lei, ma ho scoperto anche altri autori.”
Mi capita spesso e ne sono orgogliosa. Un’altra frase ricorrente è “Guardi, ho letto il suo libro in un momento in cui ero disperata e lei mi ha dato tanta serenità.”
Questa è una gioia immensa per chi scrive.
Che cosa legge lei, invece?
Leggo un sacco di novità, perché sono curiosa di conoscere cosa esce, poi ci sono alcuni autori che amo in modo particolare: Camilleri, Vitali, che è un mio caro amico, anche uno strano tipo, e autori che ogni tanto vado a rileggere. Credo di aver riletto Il gattopardo almeno otto volte negli ultimi quarant’anni. Ogni tanto torno alla Recherche, a Balzac e tra i russi amo Cechov, che ogni volta mi fa scoprire qualcosa di nuovo nelle sue novelle.
Spero che vi sia piaciuto scoprire qualcosa di più sull'autrice e sul "dietro le quinte" dei sui romanzi!
Consiglio la lettura del romanzo non solo a chi seguisse già con entusiasmo il lavoro dell'autrice, ma soprattutto a chi dovesse ancora scoprirla: con questo (ma anche con "La vigna di Angelica") andate davvero sul sicuro, oltre al fatto che ovviamente vi innamorerete di Lorenzo ;)
Un bacio a tutte, fanciulle (e fanciulli)!
A presto <3
La chiacchiera librosa di oggi è dedicata a "Dieci e lode" di Sveva Casati Modignani, edito da Sperling & Kupfer (rilegato a 19,90€):
Passiamo tanto tempo a inseguire sogni che ci sfuggono di mano, una felicità che non si lascia catturare. E poi capita che il meglio della vita si sveli in un attimo, magari nella magia di un incontro inatteso. Come quello tra Lorenzo e Fiamma, sorpresi da un amore che nemmeno loro, forse, credevano più possibile. Lorenzo Perego, uomo di grande fascino e cultura, insegna geografia economica in una scuola professionale di Milano. Avrebbe potuto scegliere un istituto più prestigioso, ma l'insegnamento è la sua passione e aiutare i ragazzi di talento in una realtà difficile e spesso desolante è una sfida che lo entusiasma e lo arricchisce. Non ha una famiglia tutta sua, ma, come ama ripetere, i suoi studenti sono come figli. Fiamma Morino ha poco più di quarant'anni, è madre di due bambine che adora, frutto di un matrimonio sbagliato, e direttore editoriale di una piccola e florida casa editrice che lei stessa ha fondato insieme al suo più grande amico, purtroppo venuto a mancare. Ora che la casa editrice sta per subire un drastico cambiamento di gestione, che Fiamma non condivide, è disposta a tutto pur di difenderla e di continuare a garantire la cura e l'amore con cui da sempre si dedica ai suoi autori. Lorenzo e Fiamma: il professore e la donna dei libri. Attraverso la loro esperienza, vediamo uno spaccato dell'Italia di oggi, quella della crisi della scuola e dell'economia, ma anche quella fatta di persone intraprendenti, pronte a rimboccarsi le maniche e decise a non arrendersi. Ripercorrendo le vite di entrambi, che il destino intreccerà servendosi proprio di un libro, scopriamo un amore capace di ripagarli di tante esperienze difficili e guarire le loro ferite. Finché anche Lorenzo e Fiamma potranno sfiorare con dita leggere la felicità che meritano.
Metti un pomeriggio da Open, una tazza di tè, tante blogger chiacchierone e Sveva Casati Modignani.
Metti un romanzo, "Dieci e lode", che parla di insegnamento ed editoria nell'Italia di oggi, ovviamente senza trascurare una splendida storia d'amore.
Impossibile non appassionarsi a Lorenzo e Fiamma, soprattutto quando a raccontarti il loro amore è proprio l'autrice.
Di Sveva Casati Modignani avevo avuto modo di leggere "La vigna di Angelica", e mi era piaciuto molto. Ho iniziato a leggere "Dieci e lode" reduce da una chiacchierata stimolante con l'autrice sulla scuola, la scrittura e l'amore, e mi ha catturata fin dalle prime pagine.
Non voglio dirvi altro della storia perchè la trama è esaustiva e perchè farei inevitabilmente spoiler, ma questo non mi impedisce di parlare dei tanti aspetti del libro che mi hanno colpita.
In particolar modo, a conquistarmi è stato il personaggio di Lorenzo, quello che l'autrice stessa non esita a definire il suo «personaggio maschile meglio riuscito».
Lorenzo è l'insegnante che tutti vorremmo incontrare nel nostro cammino scolastico: brillante, appassionato, pieno di idee e capace di stilomare fantasia e desiderio di imparare anche negli allievi più reticenti. Come Andrea Donnarumma, che mi è subito entrato nel cuore (all'inizio vi sembrerà insopportabile, ma resistete e scoprirete perchè io credo di essermene innamorata).
La vita privata di Lorenzo non è stata costellata solo di momenti di luce, ma non è stata neanche piena di dolore: è un uomo equilibrato e pieno di entusiasmo, capace di reinventare se stesso ogni giorno pur di offrire ai suoi allievi una possibilità di ambire a qualcosa di più.
Non è facile vivere in una periferia disagiata, in famiglie disastrate e frequentando una scuola che non sembra offrire molti sbocchi, ma Lorenzo c'è e sa come fare la differenza.
Davvero uno splendido personaggio, promosso a pieni voti.
E poi c'è Fiamma, quarant'anni, che ha realizzato quello che è anche il mio "grande" sogno: fondare una sua casa editrice.
Lo ha fatto con Alberto Dugnani diciotto anni fa, quando lui era un editore capace e lei una ragazza di 22 anni piena di voglia di imparare.
Dopo l'incidente che ha strappato Alberto a lei e alla madre Bianca troppo presto, le due donne hanno portato avanti il suo progetto, e la casa editrice Il Meleto è la sua grande fonte di gioia.
Fino a quando Bianca non decide di venderla a un grosso gruppo editoriale, tagliandola fuori dalla sua decisione e disorientandola.
Leggere questo romanzo proprio ora, in un momento di grandi acquisizioni e cessioni nel nostro panorama editioriale, rende impossibile non percepire nelle parole di Fiamma le preoccupazioni e le paure che in molti stanno provando sulla loro pelle.
Sia nel momento in cui affronta il mondo della scuola, sia nel momento in cui si addentra nei meccanismi che regolano la realtà editoriale, Sveva Casati Modignani si dimostra molto attenta al presente a ciò che succede proprio ora, fuori dalle nostre case, e questo rende il romanzo profondamente vero.
Se guardate con attenzione attorno a voi, di sicuro vi accorgerete di consocere un Lorenzo, e probabilmente anche una Fiamma, e questo è sicuramente uno dei punti di forza del romanzo: raccontare la storia di personaggi ben sfaccettati, che potremmo incontrare al bar domattina mentre aspettiamo di bere al volo il solito caffè.
È un romanzo che si legge con piacere, soprattutto accompagnato da una tazza di tè, e così è stata anche la nostra chiacchierata con l'autrice.
Vorrei riportarvene una parte, perchè trovo che partendo da quella che, di fatto, è anche una splendida storia d'amore, siano emersi spunti molto interessanti che vanno al di là del mero romanticismo.
Lei per un po’ di tempo ha scritto in coppia con suo marito, poi ha continuato a scrivere da sola. Com’è avvenuto questo passaggio? Cos’è cambiato nel suo modo di scrivere?
Le dirò che in una configurazione a due, dove uno è una donna, chi lavora è la donna, e questo accade sempre. Con mio marito in realtà ne abbiamo scritti solo tre, perché poi lui si è ammalato: la sua malattia è durata a lungo, finché dodici anni fa se n’è andato.
Fin dall’inizio io scrivevo i libri, lui criticava molto, ma positivamente, e questo mi era di grande aiuto. Insieme abbiamo scritto Anna dagli occhi verdi, Il barone e Saulina, quando già lui iniziava a non stare bene. A partire da Le stelle cadenti ho lavorato da sola, e ho sempre continuato così. All’inizio, quando ci chiedevano qualcosa, mio marito rispondeva “Mia moglie scrive dall’inizio, io dalla fine e c’incontriamo a metà strada”. Però esisteva una leggenda, che ho scoperto solo quando mio marito è morto, per cui fosse lui a scrivere, anche se io pubblico senza di lui da decenni … Anche tra Fruttero e Lucentini, del resto, era il secondo a scrivere, mentre il primo correggeva.
Come ha iniziato a scrivere? Cosa l’ha spinta a scrivere i primi libri?
Volevo scrivere fin da bambina, e per la verità lo facevo, anche se non mi andava mai bene quello che scrivevo. Però era lì che volevo arrivare, e una quarantina d’anni fa mi sono decisa a provare: così è nato il primo romanzo.
Quando scrive le sue storie si basa su un canovaccio? Inizia avendo già le idee molto chiare, o no?
Quando inizio materialmente a scrivere l’atto è bellissimo, perché ho già tutta la storia in testa, ho fatto il lavoro di ricerca e individuato i protagonisti, mentre i personaggi di contorno possono nascere dopo, mentre scrivo. Impiego circa sei mesi a scrivere, ma la ricerca preliminare che faccio mi rimane tutta in testa, non prendo appunti e non scrivo scalette.
Nei suoi libri la descrizione dei personaggi è però sempre molto viva e realistica, anche se lei ha appena detto che non costruisce nulla prima.
Inizio a scrivere quando li ho già ben chiari nella mia testa: se non li conosco prima, come faccio a scriverne la storia? Io ho una mente visiva: so come si muovono, conosco le loro caratteristiche, mi coinvolgono. Sono loro che si fanno raccontare, e a un certo punto prendono il sopravvento. Quando mi capita di fermarmi e di non riuscire ad andare avanti, torno a rileggere quello che ho scritto e mi rendo conto di aver attribuito a un personaggio qualcosa che non andava bene, di avergli fatto fare qualcosa di sbagliato e di dover cambiare strada.
Quant’è difficile lasciare andare i suoi personaggi dopo la parola fine?
Gli addii sono sempre tristi, e per molti giorni io sono in depressione, ma poi, a un certo punto, mi dico che quella storia è chiusa, e che devo andare a incontrare altri personaggi.
Adesso, per esempio, sono già partita con un’altra idea: questa volta vorrei affrontare il mondo operaio e dei sindacati. Sono andata a Gabicce, l’agosto scorso, e ho incontrato Maurizio Landini, che è un personaggio notevole. È bruttino, ma dopo cinque minuti che lo ascolti ne rimani affascinata. È di una onestà, semplicità e schiettezza travolgenti. Succedono cose incredibili, nel mondo dei sindacati, e io voglio creare il personaggio di un sindacalista.
Devo parlarne anche con Cofferati. L’era moderna è finita e adesso la tecnologia cambia tutto il mondo del lavoro, che è in rivoluzione continua. E vi sembra che io possa ignorare un tema così affascinante? Non conosco quasi niente di queste cose, ma m’informo e cerco di tradurle in maniera accessibile, così che tutti possano capire quel poco che ho capito io.
Parlando di tecnologia, il suo modo di scrivere è cambiato fisicamente nel corso degli anni? Oggi scrive al computer?
No, uso ancora la macchina da scrivere.
Come si fa a restare sempre capaci di trovare lo spunto per storie nuove in così tanti anni, a reinventarsi ogni volta riuscendo sia a non annoiare il lettore, sia a non annoiare se stessi?
È una bella domanda, per la quale però non ho una risposta. Io mi guardo intorno, vedo il mondo in cui ci muoviamo. Un anno fa, quando ho iniziato a lavorare a questo romanzo, sentivo parlare dei problemi della scuola – ho due nipoti che vanno a scuola e questi problemi me li servono su un piatto d’argento - e ho pensato che valesse la pena raccontare un po’ questo mondo. Tutto nasce da quello che vedo, dalla realtà.
Io vado al supermercato col mio carrello, salgo sui mezzi pubblici, prendo un taxi quando voglio scialare, vivo nel contesto della mia città. Preferisco stare con i giovani che con le mie amiche carampane, con cui mi annoio… Ascolto i problemi che tirano fuori i ragazzi, e poi sono curiosa: quando sento qualcosa che mi stimola, provo a scavare un po’, e se la cosa mi sembra davvero interessante approfondisco la ricerca e ci costruisco intorno una storia.
Non ha mai pensato di cambiare genere, di scrivere qualcosa di completamente diverso?
Io non ho mai pensato di scrivere seguendo un “genere”: io scrivo delle storie. Credo che chi scrive abbia in mente delle cose che gli piacciono, e a me piacciono le storie della gente. Non saprei costruire un giallo, ma mi piace andare a scavare nel vissuto di ogni protagonista, perché il solo modo che ho per amare un personaggio è sapere davvero chi è, da dove viene, che tipo di educazione ha ricevuto, che famiglia ha avuto, che esperienze ha vissuto.
Io sono curiosa di storie che riguardano gli individui che mi stanno intorno.
Come ci si sente a essere una scrittrice tanto affermata in un paese che legge così poco?
Più che una scrittrice affermata, ho la presunzione di credere di essere un’autrice amata.
In un paese che non legge, provo spesso la gioia di sentirmi dire “Sveva, io non leggevo, poi un giorno ho letto un suo libro e adesso non solo leggo lei, ma ho scoperto anche altri autori.”
Mi capita spesso e ne sono orgogliosa. Un’altra frase ricorrente è “Guardi, ho letto il suo libro in un momento in cui ero disperata e lei mi ha dato tanta serenità.”
Questa è una gioia immensa per chi scrive.
Che cosa legge lei, invece?
Leggo un sacco di novità, perché sono curiosa di conoscere cosa esce, poi ci sono alcuni autori che amo in modo particolare: Camilleri, Vitali, che è un mio caro amico, anche uno strano tipo, e autori che ogni tanto vado a rileggere. Credo di aver riletto Il gattopardo almeno otto volte negli ultimi quarant’anni. Ogni tanto torno alla Recherche, a Balzac e tra i russi amo Cechov, che ogni volta mi fa scoprire qualcosa di nuovo nelle sue novelle.
Spero che vi sia piaciuto scoprire qualcosa di più sull'autrice e sul "dietro le quinte" dei sui romanzi!
Consiglio la lettura del romanzo non solo a chi seguisse già con entusiasmo il lavoro dell'autrice, ma soprattutto a chi dovesse ancora scoprirla: con questo (ma anche con "La vigna di Angelica") andate davvero sul sicuro, oltre al fatto che ovviamente vi innamorerete di Lorenzo ;)
Un bacio a tutte, fanciulle (e fanciulli)!
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