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giovedì 7 novembre 2019

La seconda porta: intervista a Raul Montanari

Da quest'anno, il blog ospita le recensioni e le interviste di Veronica Lempi, già collaboratrice de Gli Amanti dei Libri. Ecco cosa ha le ha raccontato Raul Montanari su La seconda porta (Baldini+Castoldi)!

Nell’era delle influencer, si può ancora sensibilizzare con un libro?
Il protagonista de La seconda porta di Raul Montanari (Baldini +Castoldi), sa bene come fare a influenzare l’opinione pubblica su temi delicati. E se la voce del protagonista, è anche quella dell’autore, la risposta vien da sé.


Milo, uomo (forse Alfa) bianco, milanese, separato, con problemi di insonnia e dipendenza da alcolici, è Co-Founder di un’agenzia creativa specializzata in campagne sociali. Lui è la mente che macina idee sui temi ostici, che però non portano fatturato, il suo socio, Carminati, è il braccio artefice della campagne commerciali - quelle che portano budget.
Un equilibrio perfetto che si rompe non appena ci si addentra di un passo nelle loro vite.

Seppur specializzato in messaggi efficaci, che vanno dritti al punto mixando la giusta dose di razionalità ed emozione, Milo non si è mai trovato occhi negli occhi con uno dei soggetti dei suoi spot. O quanto meno, non con un ragazzo che in quelle condizioni ci vive davvero.
Finché si trova a condividere spazio e tempo con Adam, un bellissimo giovane egiziano che, senza chiedere, otterrà da Milo molto di più di quanto lui si credeva capace di dare.

La seconda porta apre una finestra su un tema che "conosciamo" molto bene, ma che forse troppe volte abbiamo dato per scontato.
Questo libro è - nella sua intensità - una ventata d'aria fresca.
Una via semplice, ma non più scontata, per raccontare aspetti rilevanti della nostra attualità quotidiana.

Come si è documentato sul tema scafisti e "viaggi"?
Dato che la cialtroneria è un peccato mortale per un narratore, specialmente oggi che è molto più facile che in passato procurarsi informazioni, ho seguito tutti i canali possibili per documentarmi. In particolare, ho parlato con persone che lavorano in centri di prima e di seconda accoglienza. Altre ricerche le ho fatte naturalmente in rete e su libri recenti che parlano di questi argomenti. Segnalo in particolare il bellissimo reportage di Alessandro Leogrande, La frontiera (Feltrinelli).

Argomento delicato: come è stato affrontarlo da scrittore?
Sono abituato ad affrontare temi scabrosi usando come unico criterio l’obiettività. Per un romanziere il bene e il male esistono, sono anzi alla base di tutte le storie che raccontiamo. Ma sono sempre distribuiti in modo imprevedibile, non stanno schierati comodamente in modo manicheo da una parte o dall’altra. Su questo argomento io, come cittadino, ho le mie idee; non credo che queste idee interessino a qualcuno, mentre immagino che interessi una storia appassionante in cui tutti i personaggi hanno le loro zone oscure, tutti mentono (come facciamo noi nella vita, ogni giorno), nessuno è innocente.

Alla base di questo storia ci sono sicuramente migliaia di storie vere. Tutti i giorni.
Ma Adam esiste? Da dove ha tratto informazioni così dettagliate?
Adam esiste nel senso che dava Aristotele alla narrazione d’invenzione: non è una persona storicamente determinata con nome, cognome e data di nascita, ma è un personaggio universale. Adam quindi è un diciassettenne che due anni fa è arrivato in Italia su un barcone, il che fa di lui prima di tutto un animale spaventato, un cucciolo che ringhia, morde, seduce, inganna, usa tutti i mezzi per difendersi e salvarsi. È sopravvissuto alle peripezie drammatiche che lo accomunano a tanti altri ragazzi, ma oggi (nell’oggi della storia raccontata) deve affrontare nuovi pericoli. È per questo che chiede aiuto a Milo.

Perché la scelta di un personaggio buono (Milo) ma estremamente dipendente? E di
dipendenze quasi "feticiste" - come i video la notte.
Non so se definirei Milo un personaggio dipendente, visto che alla fine i suoi vizi sono solo due: l’alcol (che tutto sommato non influenza i suoi comportamenti) e i video atroci che cerca in rete quando è torturato dall’insonnia. Due vizi non sono tanti... io per esempio ne ho di più.
Milo è soprattutto un personaggio tormentato e contraddittorio, un guru della comunicazione sociale, acclamato e riverito, che nel privato ha ben poca stima di se stesso e non è incline a perdonarsi i propri errori. L’avventura che il libro racconta gira intorno a una domanda fondamentale: è possibile fare del bene? Ha senso provarci, quando la vita e il mondo sembrano suggerirti che non ne valga la pena? Milo si pone questa domanda a ogni passo della vicenda che vive nel romanzo; non se la pone in forma di ragionamento ma di comportamenti, scelte, azzardi. Credo che sia anche un personaggio molto simpatico perché è intelligente, divertente, auto-ironico all’eccesso e profondamente onesto nel raccontarsi al lettore senza risparmiargli nulla di sé, mettendosi a nudo senza riserve.

Dal punto di vista linguistico e grammaticale, come è stato immedesimarsi in Adam e scrivere con i tempi sfalsati?
Per formazione sono un linguista - il mio primo titolo universitario è stato una laurea in glottologia - quindi elaborare linguaggi mi riesce facile. Devo anche dire che nella vita reale sono molto attratto dalle anomalie nel modo di parlare delle persone... per esempio ho una vera passione per i balbuzienti, perché i loro intoppi nell’articolare le parole mi sembrano qualcosa di più profondo rispetto a un semplice difetto, come se la balbuzie ci rivelasse la difficoltà, a volte l’insensatezza, dei tentativi che facciamo di comunicare fra noi. Penso che prima o poi mi metterò a tartagliare anch’io! Adam sbaglia i tempi delle subordinate, tende ad appiattirli su un presente indicativo buono per tutti gli usi, e questa è una piccola manchevolezza che si nota spesso negli stranieri.

Che ruolo ha oggi un libro, a proposito di temi così delicati quali i tanti che ha toccato con La seconda porta? Temi che vanno dal confronto con una cultura diversa alle situazioni di genitorialità e fecondazione assistita, fino al ruolo della lettura e del mezzo cartaceo.
In tempi in cui i cambiamenti nei modi e nei mezzi con cui comunichiamo sono così vertiginosi, la sopravvivenza del libro, questo oggetto tanto antico, ha del miracoloso.
E non solo sopravvive, anche se perde lettori in un lento stillicidio, ma è più che mai prestigioso: a dimostrarlo bastano le decine di migliaia di persone che seguono corsi di scrittura o cercano di arrivare in qualche modo alla pubblicazione, ma anche il fatto che perfino chi ha già un ruolo sociale prestigioso, o fa un lavoro invidiabile, appena può presenta a un editore il suo romanzo, o la raccolta di poesie, o il memoir e così via. I temi che lei ha citato sono tutti cruciali e vengono tutti affrontati nel modo più obiettivo e interessante che mi è riuscito di escogitare... senza peraltro che vengano date risposte univoche. O, peggio ancora, risposte di comodo.


La seconda porta di Raul Montanari (Baldini+Castoldi) è in libreria, al prezzo di copertina di 18€.

mercoledì 6 marzo 2019

Intervista a Loreta Minutilli su "Elena di Sparta", l'attualità del mito e la scrittura

Elena di Sparta è il personaggio femminile che da 2500 anni occupa l'immaginario della letteratura, dell'arte, ed è l'archetipo, se ne esiste uno, della figura femminile.
Quasi sempre cantata e raccontata da uomini, ma oggi tocca a Loreta Minutilli (laureata in Fisica e laureanda in Astrofisica e finalista con questo romanzo al Premio Calvino Opera Prima, ndr) raccogliere il testimone e rendere Elena ciò che non è mai stata: un essere umano.
Fa sì che sia Elena stessa a raccontarsi e raccontare la sua vita ai lettori, con una freschezza che mancava e di cui abbiamo più che mai bisogno oggi.


Abbiamo incontrato Loreta Minutilli a Milano, nella splendida sede di Baldini+Castoldi, ed ecco cosa ci ha raccontato sul suo romanzo, il suo rapporto con il mito e la scrittura.

Partiamo dall'inizio: da dove nasce il desiderio di raccontare la storia di Elena di Sparta?
Ho frequentato il liceo classico, e per me è sempre stato fondamentale rielaborare per conto mio ciò che apprendevo in aula.
La mitologia mi affascina sin dall'inizio, perchè l'idea stessa che potessero esistere più versioni della stessa storia tramandate nel corso dei secoli era incredibilmente stimolante.
Mi è sempre piaciuto scrivere, e scrivere di miti: questo che avete tra le mani è l'esperimento meglio riuscito, ma ho più volte preso un personaggio secondario del mito e provato a dargli una voce.
La mitologia mi dava l'idea di potermi inserire, visto che per secoli lo avevano fatto in tanti.
Mi affascinava l'idea di questa donna che nell'Iliade non parla quasi mai, nonostante sia la causa scatenante della guerra. Senza Elena non esisterebbe l'Iliade!
Alla sua figura è sempre legata una colpa, sia che la si voglia scagionare sia che la si accusi: la colpa non smette di esistere.
Ho iniziato a scrivere la sua storia dopo l'arrivo all'università, perchè ho cambiato completamente ambiente trovandomi in un contesto prettamente maschile, e in cui dovevo insistere un po' di più per far sentire la mia voce.
Ho capito che non era affatto scontato avere qualcuno che ascoltasse, e a ragionare sulla figura di Elena sotto questa luce.

Sembra che la grande colpa di Elena sia, innanzitutto, quella di essere bella.
Hai ragione, e lei stessa spesso la percepisce così.
Fin dall'infanzia viene trattata in modo diverso a causa del suo essere bella, e considerata più un oggetto da contemplare e proteggere più che una figlia da amare: la sorella, meno bella, ha un rapporto più stretto con i genitori e più libertà di movimento e pensiero di lei.
Poi c'è la colpa legata al tradimento e all'abbandono del marito.
Nella mia lettura della sua figura, Elena sceglie di essere colpevole: nel momento in cui deve scegliere tra una vita tranquilla, priva di avvenimenti e una in cui grazie alla sua bellezza può davvero vedere qualcosa e sperimentare qualcosa, lei sceglie la colpa e parte.
È una donna moderna, sotto questo punto di vista.
Certamente, e ci tengo a dire che la mia non è un'Elena storica: ho deciso di farla parlare come avrei parlato io, perchè mi sembrava il modo migliore di far rivivere il mito oggi.

I miti greci hanno il grande potere di raccontare l'uomo attraverso la narrazione del divino.
Penso che fosse il loro scopo: tutte le emozioni della natura umana vengono rappresentate in modo molto più efficace da un dio, separato da te, e alla fine quello che vai a leggere non è un mito ma sei tu. In questa chiave, leggere la storia di Elena raccontata così, permette di trovare molto delle donne di oggi. Secondo te, perchè 2500 anni dopo, il mito greco continua a parlare di noi?
Sono d'accordo sul fatto che il mito servisse per raccontare gli uomini agli uomini, ed è proprio questo a renderli attuali anche 2500 anni dopo.
La chiave è quella della bellezza di una storia semplice, che si presta a essere affrontato da diverse prospettive. Il mito è impersonale, è una vicenda che viene raccontata in modo così lineare che può essere letta da più punti di vista.
Sappiamo chi sia Elena di Sparta, la donna più bella del mondo, ma sta a noi in fondo immaginarne i pensieri e i desideri.

Parliamo del suo rapporto con Paride: nel mito si presuppone che scappi con lui per amore, ma il tuo Paride non è assolutamente l'uomo affascinante che saremmo portati ad immaginare, anzi! Quasi ci si chiede cos'abbia visto in lui Elena.
È stata la prima decisione che ho preso: non volevo che quella di Elena fosse una fuga d'amore.
Sia per rendere originale la mia storia, sia perchè volevo creare un personaggio razionale e trasgressivo. Mi piaceva che fosse più vicina a Menelao che non a Paride: volevo che la sua scelta fosse più cinica, calcolata, che partisse con Paride per ottenere qualcosa per se stessa.

Ho letto il tuo romanzo come un monologo, una confessione e la liberazione di Elena dal peso della sua storia. Nella seconda parte del romanzo, quando subentra il disincanto, dice «sono cresciuta troppo lentamente». È un'Elena che si rende conto di essere stata bambina e figlia troppo a lungo.
Sì, e rientra sempre nell'idea che lei non abbia mai conosciuto il mondo perchè intrappolata tra le mura di Sparta, e anzi, la sua bellezza l'ha fatta vivere in una gabbia dorata dalla quale non poteva uscire.
Quando arriva a Troia inizia a rendersi conto che la sua bellezza la rende unica, ma che in un ambiente in cui deve guadagnarsi il rispetto del prossimo non basta a renderla speciale.
Deve dimostrare di saper dare qualcosa al prossimo. Se non avesse seguito Paride non avrebbe mai lasciato Sparta, e forse avrebbe sempre creduto di essere unica al mondo: lasciare la sua casa le permette di scoprire che non è così.

Nel tuo romanzo fa la sua comparsa anche la sessualità di Elena, e in particolare un evento molto doloroso che non dev'essere stato facile mettere su carta.
La scelta che Elena fosse vittima di violenza perchè in parte serviva a spiegare la sua difficoltà nel costruire un rapporto col prossimo, e in parte perchè offriva un contrasto tra l'idea di lussuria associata alla sua straordinaria bellezza e il fatto che invece lei fosse bloccata nel godere della sua sessualità.
Per lei quello della sessualità è un mondo incomprensibile, ma è anche questo uno stimolo a partire per cercare di essere di più di un corpo bellissimo.

Viene in mente anche la figura di Ulisse, anch'egli in viaggio spinto dalla curiosità.
All'inizio volevo persino mettere una citazione dall'Odissea!
Ulisse è il personaggio che nel mito rappresenta l'avventura, la curiosità estrema, le esperienze straordinarie: non esiste un suo corrispettivo femminile, ma per me Elena è l'unica che esce dal conosciuto compiendo una scelta, e vive una vita diversa da quella già scritta per lei.
Per me Elena parte anche per vivere un'avventura.
Inoltre, così come Ulisse racconta a Penelope il suo viaggio, così fa la "mia" Elena con Menelao, perchè è anche il racconto del viaggio a dargli un senso e una dimensione.
Quello di Menelao è il personaggio più bello, almeno per me.
All'inizio non era così sviluppato, è stato solo scrivendo che ho iniziato a vedere degli aspetti di questo personaggio che nel mito non erano sviluppati: in fondo è anche lui in secondo piano nonostante la guerra scoppi proprio perchè bisogna riprendersi sua moglie.
L'ho visto come un uomo in balìa delle scelte della moglie, e che non si trova del tutto a suo agio nel mondo di guerrieri che lo circonda non avendo però potuto scegliere altro - esattamente come Elena non ha potuto andare oltre il suo essere la donna più bella del mondo. Sono spiriti affini.

Una curiosità personale riguardo il finale del romanzo.
Ho sempre visto Elena come una donna che è fuggita dalla vita prestabilita senza trovare però soddisfazione nemmeno nella fuga, e leggendo le tue parole questa convinzione si è radicata.
Nel momento in cui si rende conto che Paride morirà, tutto sommato è una liberazione.
Come tutte le donne in procinto di scaricare il compagno, diventa quasi più gentile nei suoi confronti, perchè in fondo le dispiace.
Lo rassicura, lo coccola, lo incoraggia ma perchè sa che manca poco, e anzi, pensa già a ciò che dovrà fare dopo: lui sostanzialmente è già morto, per Elena.
Al giorno d'oggi avrebbe cambiato taglio e colore di capelli e avremmo capito tutti che on Paride era finita.
Ti sei divertita nel raccontarla in modo così moderno, traslando magari su di lei gli atteggiamenti contemporanei, e vedi anche tu nel suo fare un passo indietro, tornando da Menelao, farne in realtà uno avanti?
Assolutamente sì, e anzi, scrivendo la vedevo come una donna di oggi.
La immaginavo studentessa di una facoltà scientifica, per esempio, pensando alla sua curiosità sul mondo. Elena torna al passato dopo un percorso: ha avuto bisogno di andare via per rendersi conto di volere la sua vita di prima, e che non era meno rispetto a ciò che avevano le altre donne.
Ritorna cambiata, e torna a quello che è comunque un punto finale, che ora è rifugio e non più prigione.
Hai raccontato l'unico νόστος che mancava, perchè il ritorno a casa di Elena era l'unico che non era ancora stato raccontato.

Lo studio della fisica e dell'astrofisica ha cambiato la tua visione del mito? E come riesci a conciliare studio e scrittura?
Mi serve sicuramente avere entrambe le cose nella mia vita, lo studio scientifico e la scrittura.
Se dovessi solo studiare o solo scrivere... non credo funzionerebbe, per me.
Passare da uno all'altro è un avere una via di fuga che mi aiuta.
Studiare astrofisica mi ha aiutata a mettere ordine, anche nel mio modo di scrivere: è uno studio che ti rende disciplinato, e ha fatto sì che imparassi a scrivere in maniera più chiara, oltre a darmi gli strumenti per portare a termine ciò che iniziavo.
Ho iniziato e abbandonato tante storie, prima di questa.


Elena di Sparta di Loreta Minutilli (Baldini+Castoldi) è in libreria, al prezzo di copertina di 17€.

venerdì 12 maggio 2017

"Confessioni audaci di un ballerino di liscio" di Paola Cereda

Buongiorno a tutte, fanciulle (e fanciulli)!
La chiacchiera librosa di oggi è dedicata a "Confessioni audaci di un ballerino di liscio" di Paola Cereda, edito Baldini e Castoldi (brossurato a 15€):
Il Sorriso Dancing Club, la balera più famosa del Polesine, compie cinquant'anni. Il suo proprietario, Frank Saponara, organizza una grande festa di compleanno alla quale partecipa l'intera comunità di Bottecchio sul Po. Frank è un ballerino di liscio che ha avuto tante donne quante sono le mazurche che ha ballato, ma quelle che hanno segnato la sua carriera sentimentale sono tre: Ivana, il suo primo amore, Kristelle, una star del porno, e Barbara, musicista e cantante. La sera del compleanno del Sorriso le tre donne si ritrovano sulla stessa pista mentre, poco distante, nella golena di Ca' Silente, Vladimiro Emerenzin, amico di Saponara e poeta di paese, muore in strane circostanze. Tra le sue dita, un biglietto della festa alla quale non ha partecipato e una parola scritta a matita. Frank è chiamato a dare un senso a quell'ultimo messaggio e scopre che la vita è come il liscio: si balla in due e bisogna andare a tempo.

Paola Cereda mi aveva dato una bella strizzata al cuore con il suo "Le tre notti dell'abbondanza". che vi avevo raccontato qui.
Ero curiosissima di scoprire il suo nuovo libro ed è inutiledire che l'ho divorato nel giro di poche ore.

L'autrice racconta una storia fatta di bilanci, di assenze, di abbandoni e di decisioni non prese, ed è impossibile non farsi catturare dalle sue parole sin dal primo capitolo.
Frank è un uomo di cinquant'anni, che giunto a quello che è un compleanno importante, sia per lui che per la sua balera, si trova a riflettere sul suo percorso personale.
Attraverso i suoi pensieri e ricordi lo rivediamo bambino, impegnato a competere insieme a Ivana sulle piste di ballo di tutta Italia, e poi adolescente, quando vive la sua prima esperienza sessuale con l'unica donna capace di farlo sentire al sicuro; lo rivediamo giovane e rubacuori, e poi innamorato di una donna incapace di tenere il tempo e di restargli accanto.
Fino ad arrivare al Frank di ora, incapace di dire alla donna che amo "Resta. Resta accanto a me per sempre".
Ma cosa ha portato un piccolo ballerino di talento, frutto di un matrimonio d'amore praticamente perfetto, a trovarsi solo e a gestire una balera con qualche decade sulle spalle?

Le sue scelte, sicuramente, ma soprattutto quelle che non ha avuto il coraggio di fare: Frank è un uomo che si è arreso subito all'idea di non poter trovare l'amore perchè non sarebbe mai potuto essere all'altezza di quello dei suoi genitori, e che in fondo non ha ancora accettato di essere diventato uomo.
Cinquant'anni, e dorme ancora nel lettino singolo di quando era ragazzo, e c'è un motivo: nel letto singolo non si può dormire in due.
È un uomo pieno di donne, ma il sesso è sempre stato relegato al divano nel suo ufficio.
Impossibile non trovare Frank irrisolto, soprattutto in confronto alla madre che, pioniera nell'animo sin da giovane, anche ora ha trovato modo di dare una lezione al figlio e al paese.
Un giorno ha fatto le valigie, e si è trasferita a casa di un uomo buono, gentile e con il quale ha deciso di voler condividere ciò che restava della sua vita, sconvolgendo il figlio (oltre al prete, che la supplica invano di "sistemare la sua situazione di fronte a Dio").
La verità è che Frank sa ballare, sa condurre e sa tenere il tempo delle musiche che lo accompagnano sin da ragazzo, ma ora è il momento di ballare su una musica nuova e non sa da che parte cominciare.
Paola Cereda mi ha incantata ancora una volta, creando personaggi dei quali avrei voluto leggere ancora ed ancora: da Kristelle, attrice di film a luci rosse negata per il ballo e amore di giuventù di Frank, all'Emerenzin, una sorta di poeta/artista che dipinge consigli sui sassi che sparge sulla spiaggia; dalla Beltra, che è un po' nonna, un po' zia, un po' seconda mamma e molto, molto di più, a Barbara, che con la sua assenza è forse la più presente.
Barbara è il futuro che Frank ha paura di scegliere, e il presente che, all'improvviso, decide di ribellarsi alle consuetudini.

Una prosa delicata ma allo stesso tempo importante, per un romanzo che serviva e che deve assolutamente avere un posto sul vostro comodino.
Sul mio c'è già, e ci resterà per un bel po'.

Un bacio a tutte, fanciulle (e fanciulli)!
A presto <3